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giovedì 20 novembre 2014

Ancora su "La Sinistra assente" e la Cina: un intervento di Aldo Trotta


Aldo Trotta: Non-violenza e guerra fredda. Gli equivoci di Aldo Capitini, La scuola di Pitagora

Prefazione di Domenico Losurdo


Imponente sviluppo umano o banali “quisquiglie”?
di Aldo Trotta
L’articolo che Canfora ha in parte (e forse frettolosamente per limiti redazionali presumibilmente imposti dal Corriere della Sera) dedicato al recente volume di Domenico Losurdo, La sinistra assente, offre lo spunto per fare poche considerazioni e avanzare qualche interrogativo. Il testo in discussione è più che lodevole, per l’analisi storica e politica di ampio respiro e per la molteplicità e ricchezza dei contenuti affrontati con grande chiarezza, molteplicità di contenuti che lo stesso Canfora riconosce e su cui vale rinviare alla lettura del libro. È dunque sul dissenso che è opportuno soffermarsi, anche perché esso tocca una questione importante, o che tale, a mio parere,  dovrebbe essere nella purtroppo sbrindellata sinistra italiana (e non solo italiana), vale a dire il bilancio storico del tragitto compiuto dalla Repubblica popolare cinese fin dal 1949 e, dunque, il giudizio politico in merito al suo attuale assetto economico-sociale e al suo ruolo nell’odierno contesto globalizzato. Ebbene, la posizione di Canfora è alquanto tranciante. La critica che egli rivolge all’autore del volume è, in sostanza, di essersi cimentato con «imbarazzo» in uno «sforzo ermeneutico malriposto» per «giustificare» ciò che è evidentemente ingiustificabile, ovvero che la Cina ha realizzato l’«esatto contrario» rispetto alle aspettative che inizialmente hanno accompagnato la rivoluzione di Mao, concretizzando di fatto «un selvaggio capitalismo fondato su una radicale disuguaglianza (non solo di salario, ma anche di condizione umana)». Ne conseguirebbe, quindi, che l’attuale realtà economica e sociale del grande paese asiatico poco o nulla si differenzia dalle società occidentali.
Credo che le cose non stiano proprio così. Mentre in Occidente si assiste al progressivo ridimensionamento dello Stato Sociale, alla cancellazione di diritti che si pensava, a torto, definitivamente conquistati e alla cancellazione della dimensione del futuro dall’orizzonte esistenziale non solo delle giovani generazioni, la tumultuosa ascesa economica della Cina ha permesso di attuare politiche sociali che hanno liberato dalla fame centinaia di milioni di esseri umani e di innalzare vertiginosamente il livello generale delle condizioni di vita, della loro «condizione umana», nonché le loro aspettative di un futuro carico di ulteriori prospettive di emancipazione. Negli ultimi vent’anni, il livello salariale dei lavoratori cinesi – come è già stato rimarcato anche da altri – è cresciuto mediamente del 10% all’anno: nella regione di Shangai, ad esempio, dal 1993 ad oggi i salari sono passati da 210 a 1.450 yuan; nel rapporto del 2013 sui «Diritti Globali», edito in Italia da Ediesse, si può leggere che in Cina «il costo del lavoro è cresciuto e, per alcune categorie di operai specializzati, il salario arriva a toccare i 700 dollari al mese. Di questo passo, considerato il potere d’acquisto, il costo del lavoro cinese sui mercati internazionali si collocherà entro cinque anni al livello degli Stati Uniti e dell’Eurozona» (in Simone Pieranni, Il nuovo sogno cinese, manifestolibri, 2013, pp. 108 e 110); il sistema previdenziale ha raggiunto un grado di copertura quasi universalistico;  il sistema scolastico e quello sanitario hanno fatti passi in avanti importanti, consentendo all’aspettativa di vita alla nascita di innalzarsi fino a raggiungere quasi i valori degli Stati Uniti e dei paesi europei più ricchi; anche il principale indicatore per la valutazione dello sviluppo umano (Isu) segnala un miglioramento: nel 2013 la Cina è entrata a far parte dei paesi con un alto indice di sviluppo umano (Human Development Report 2014 Sustaining Human Progress: reducing vulnerabilities and building resilience, (documento scaricabile dal www.undp.org). Si potrebbe continuare a elencare, visto che la documentazione a disposizione non manca.
L’impressionante crescita economica della Cina ha peraltro trainato e sta trainando, in buona parte, anche quella di altri Paesi che fino a pochi anni fa rappresentavano il Terzo Mondo sottosviluppato, consentendogli, almeno parzialmente, di superare condizioni di arretratezza e di miseria e la totale subalternità all’Occidente, il cui incontrastato dominio potrebbe avviarsi alla sua conclusione, come negli anni ’60 e ‘70 mi pare auspicasse anche la sinistra occidentale. I suoi trasferimenti di capitali e di tecnologie, i suoi massicci investimenti in infrastrutture e opere pubbliche (strade, ferrovie, ospedali, scuole, centrali elettriche, ecc.), la promozione dello sviluppo del commercio, la riduzione del debito, la cooperazione agricola ed altro ancora, hanno permesso anche ai paesi più arretrati dell’Africa di intraprendere un percorso di uscita da una condizione secolare di oppressione coloniale e di persistente negazione del diritto primario alla vita: «negli ultimi sessant’anni nessun paese ha mai prodotto un impatto maggiore sul tessuto politico, economico e sociale dell’Africa quanto la Cina dall’inizio del millennio» (Dambysa Moyo, La carità che uccide, Rizzoli, 2010; «grazie ad una donazione del governo di Pechino – scrive Rampini – perfino i leoni dello zoo di Niamey, capitale del Niger, oggi stanno meglio: nel 2010 gli è stata recapitata da una nave portacontainer di Shangai una nuova gabbia “a cinque stelle” made in China» (Federico Rampini, Occidente estremo, Mondadori, 2000, p. 67)
Sul piano politico tutto ciò, più che in radicale discontinuità rispetto alle iniziali aspettative alimentate dalla rivoluzione del 1949, si pone in piena continuità con i principi emersi nel 1955 alla Conferenza di Bandung: la lotta alla povertà e al sottosviluppo, il sostegno alla pace e l’uguaglianza tra le nazioni, all’interno di un quadro di cooperazione internazionale, di non ingerenza nelle vicende altrui e di «coesistenza pacifica», rappresentano ancora tuttora i pilastri della politica estera cinese, pur a fronte del susseguirsi di azioni e di progetti di contenimento e di evidenti pulsioni militariste, che con un’eventuale vittoria dei repubblicani alle prossime presidenziali americane potrebbero accentuarsi ulteriormente.
Ma anche sul piano teorico, questo gigantesco e pacifico processo di uscita dai gironi infernali del «bisogno estremo» mi pare espressione di una significativa continuità con il cuore pulsante della tradizione filosofica e politica hegelo-marxiana che, in radicale contrasto con il “sacro” diritto al libero e inviolabile godimento della proprietà privata celebrato dal pensiero liberale, ha teorizzato e rivendicato il diritto assoluto alla vita. Ed è appunto il prioritario diritto alla sopravvivenza che le autorità cinesi hanno considerato e continuano a considerare primario, come ha riconosciuto nel 2009 Michel Forst, commissario generale della commissione sui diritti umani, incontrando a Parigi una delegazione cinese guidata da Luo Hocai, Presidente della Società cinese per lo studio dei diritti umani. Forst non ha solamente elogiato i passi  avanti compiuti dalla Repubblica popolare, ma ha rimarcato – osserva un autorevole storico della Cina contemporanea –  che la Repubblica popolare «potrebbe assumere un ruolo ancora più importante a livello internazionale nel campo dei diritti umani» (Guido Samarani, Cina, XXI secolo, Einaudi, 2010, p. 124, corsivo nostro). Un analogo riconoscimento circa la valenza universalistica che – come la marxiana lotta di classe – sta assumendo tale imponente processo di emancipazione, emerge con chiarezza anche dal Rapporto sullo sviluppo umano 2013: il progresso umano in un mondo in evoluzione, redatto dalle Nazioni Unite, nel quale si sottolinea che «la sensazionale trasformazione di un gran numero di paesi in via di sviluppo in importanti economie, dinamiche e con una crescente influenza politica, sta avendo un impatto significativo sullo sviluppo umano. […] L’ascesa del Sud del mondo deve essere compresa in termini di pieno sviluppo umano come la storia di un’impressionate espansione delle capacità individuali e di un sostenuto progresso nello sviluppo umano di quei paesi che ospitano la maggioranza della popolazione mondiale. Quando decine di nazioni e miliardi di persone salgono la scala dello sviluppo umano, come stanno facendo oggi, si ha un impatto diretto sulla creazione di ricchezza e di un più vasto progresso umano in tutti i paesi e le regioni del pianeta» (documento scaricabile dal sito www.undp.org).  
Ci troviamo, insomma, dinanzi ad un modello di sviluppo e ad una prospettiva inedita di configurare ordinamenti economico-sociali inclusivi e fondamentalmente improntati da relazioni di cooperazione, in radicale controtendenza non con speranze disattese, bensì con il sottosviluppo escludente che per secoli è stato imposto a moltitudini di individui considerati e trattati come schiavi e bestie.
Non son tutte rose e fiori, ovviamente, e non è affatto il caso di sentirsi definitivamente appagati. L’imponente processo di ascesa della Cina (oltre che del Brasile, dell’India e di altri paesi del Terzo Mondo) risulta pieno zeppo di contraddizioni, di enormi squilibri, di diseguaglianze profonde, di forme e condizioni di sfruttamento lavorativo inaccettabili, che non vanno negate o giustificate. E Losurdo non lo fa, né nel suo ultimo volume né negli scritti precedenti, così come non lo fanno le autorità cinesi, pienamente consapevoli delle carenze e dei limiti attuali e delle sfide future: divario città-campagna e tra regioni, questione ambientale, proseguimento della lotta alla miseria, incremento demografico, riduzione delle disuguaglianze, ecc..
Ha ragione Canfora quando sostiene che lo sguardo dell’autore del testo denota simpatia per la Repubblica popolare. Vale però ricordare che questa sua posizione simpatetica è ampiamente condivisa da numerosi paesi e popoli africani e sudamericani, faticosamente impegnati, nel rispetto delle specifiche realtà e culture, sulla strada della modernizzazione e della realizzazione di una società meno disumana e più giusta. Se dunque è più che opportuno evitare di prodigarsi in appassionate apologie e assumere un atteggiamento critico, perché mai si dovrebbe guardare con antipatia o, ancor più, con avversione ideologica e politica al percorso che essa ha compiuto? Può la sinistra accodarsi a quanti in Europa e negli Stati Uniti, da ogni parte, immaginano o si augurano il crollo del sistema politico cinese e la fine del potere del partito comunista, che al di là di ogni ragionevole dubbio comporterebbero il dileguarsi dei parziali ma rilevanti obiettivi finora raggiunti, nonché  l’indebolimento e arretramento anche di quei Paesi che grazie al suo ruolo e impegno stanno cercando di scrollarsi di dosso il lungo e pesante giogo dell’Occidente capitalistico e di garantire ai propri popoli diritti economici e sociali e condizioni di vita inimmaginabili fino ad una trentina di anni fa? Il tragitto percorso dalla Cina, anche nella fase che ha preso avvio con le riforme di Deng Xiaoping, credo possa essere realisticamente considerato, pur senza negarsi o giustificare – è bene ribadirlo – limiti, carenze e storture, un itinerario in direzione dell’emancipazione umana. A meno che il bilancio storico e il conseguente giudizio politico non abbiano quale orizzonte di paragone l’utopia laica o la prospettiva religiosa della tramutazione della natura umana.

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