domenica 19 maggio 2013
lunedì 13 maggio 2013
Giuseppe Bedeschi legge "La lotta di classe": "Domenico Losurdo ripercorre con grande maestria la genesi del concetto di lotta di classe"
Borghesia? Per niente da buttare
Giuseppe Bedeschi, Domenicale del Sole 24 Ore, 12 maggio 2013, p. 33
In una famosa lettera del 5 marzo 1852 al suo amico Weydemeyer, Karl
Marx affermava: «Per quel che mi riguarda, a me non appartiene né il
merito di aver scoperto l'esistenza delle classi nella società moderna,
né quello di aver scoperto la lotta fra di esse». Di ciò – diceva il
filosofo di Treviri – avevano parlato molto, prima di lui, con modalità
diverse, gli storici e gli economisti «borghesi». Il merito che Marx si
attribuiva era piuttosto quello di avere «dimostrato» che nel
capitalismo maturo la lotta di classe conduce necessariamente alla
dittatura del proletariato, e che questa dittatura costituisce solo il
momento di passaggio alla soppressione di tutte le classi e a una
società senza classi.
In Marx, dunque, la lotta di classe costituisce il fattore dinamico decisivo dello sviluppo storico. Nel suo ultimo libro, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Domenico Losurdo – uno dei nostri maggiori studiosi di Marx e del marxismo – individua appunto nella lotta di classe la categoria centrale della teoria marxiana, in quanto essa si configura come una teoria generale del conflitto sociale. Ma, sottolinea Losurdo, per intendere adeguatamente tale teoria, occorre ricostruirla in tutta la sua complessa articolazione...
In Marx, dunque, la lotta di classe costituisce il fattore dinamico decisivo dello sviluppo storico. Nel suo ultimo libro, La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Domenico Losurdo – uno dei nostri maggiori studiosi di Marx e del marxismo – individua appunto nella lotta di classe la categoria centrale della teoria marxiana, in quanto essa si configura come una teoria generale del conflitto sociale. Ma, sottolinea Losurdo, per intendere adeguatamente tale teoria, occorre ricostruirla in tutta la sua complessa articolazione...
Due interviste e un intervento sulla Controstoria
Domenico Losurdo : La démocratie ? Uniquement pour «le peuple des
seigneurs»
Domenico Losurdo est un philosophe communiste italien. Solidaire l’a
rencontré juste avant une conférence sur le sujet de son dernier livre,
Contre-histoire du libéralisme. Interview en rouge vif.
29 avril 2013
Jonathan Lefèvre et Daniel Zamora su www.ptb.be
11
Avez-vous voulu faire un « Livre noir du libéralisme » ?
Domenico Losurdo. Non. Des gens font la comparaison avec Le Livre noir du communisme (livre de propagande anti-communiste écrit en 1997 qui a reçu un écho retentissant avant d’être discrédité par les historiens et la moitié de ses contributeurs, NdlR). Mais cette Contre-histoire du libéralisme, à la fin, contient un paragraphe final qui parle d’héritage permanent du libéralisme. Si le Livre noir publiait une nouvelle édition avec un paragraphe final sur l’héritage permanent du communisme, là, la comparaison tiendrait..Leggi tutto
La « démocratie pour le peuple des seigneurs » entre passé et présent, Domenico Losurdo
Traduit de l'italien par Aurélien Aramini.
La « démocratie pour le peuple des seigneurs » peut facilement se transformer en une dictature pour le peuple des seigneurs.
Andrew Jackson est président des États-Unis au moment où Tocqueville fait le voyage qui aboutit à la publication de la Démocratie en Amérique. Il est vrai que ce président liquide en grande partie la discrimination censitaire des droits politiques. Mais, parallèlement à cela, nous avons affaire à un propriétaire d’esclaves qui, par ailleurs, ordonne la déportation des Peaux-Rouges (les Cherokees). Ce sont des hommes, des femmes, des vieillards, des enfants : un quart meurt déjà en cours de route. Devons-nous considérer que Jackson est un démocrate ? Les auteurs de la Déclaration d’indépendance et de la Constitution de 1787 sont également des propriétaires d’esclaves ; bref, durant trente-deux des trente-six premières années d’existence des États-Unis, la fonction de président est occupée par des propriétaires d’esclaves, souvent impliqués dans l’expropriation et la déportation des Peaux-Rouges...
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Andrew Jackson est président des États-Unis au moment où Tocqueville fait le voyage qui aboutit à la publication de la Démocratie en Amérique. Il est vrai que ce président liquide en grande partie la discrimination censitaire des droits politiques. Mais, parallèlement à cela, nous avons affaire à un propriétaire d’esclaves qui, par ailleurs, ordonne la déportation des Peaux-Rouges (les Cherokees). Ce sont des hommes, des femmes, des vieillards, des enfants : un quart meurt déjà en cours de route. Devons-nous considérer que Jackson est un démocrate ? Les auteurs de la Déclaration d’indépendance et de la Constitution de 1787 sont également des propriétaires d’esclaves ; bref, durant trente-deux des trente-six premières années d’existence des États-Unis, la fonction de président est occupée par des propriétaires d’esclaves, souvent impliqués dans l’expropriation et la déportation des Peaux-Rouges...
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Démystifier le libéralisme
"Politis" n° 1251, 2-8 mai 2013, par Olivier Doubre

mercoledì 1 maggio 2013
Un'intervista sulla Lotta di classe

Lotta di classe, lotte di classe
Incontro con Domenico Losurdo
di Bruno Settis
e Sebastiano
Taccola -
Abbiamo incontrato Domenico Losurdo nell’occasione della presentazione a Pisa del suo libro La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza 2013. Docente a Urbino di storia della filosofia e del pensiero politico, vicino all’area del Partito dei Comunisti Italiani ed alla tradizione marxista-leninista, Losurdo si è fatto conoscere nel mondo con le opere che hanno presentato documentatissime “controstorie” dell’ideologia dominante. Qui infatti Losurdo prende di mira le agiografie salottiere di Habermas e Dahrendorf e cerca le radici della lotta di classe nel pensiero di Hegel e Marx – e, quel che abbiamo voluto discutere, il suo futuro nel grande scontro geopolitico globale che oppone il gigante cinese all’impero americano.
Ormai da più parti c’è stato un “ritorno a Marx” da tutti più o meno conclamato. Anche lei nel suo libro sottolinea questo fenomeno e scrive: “ai nostri giorni i magnati del capitale e della finanza si sentono costretti talvolta a rileggersi Marx, di prima o di seconda mano” (p. 362). In effetti il numero di intellettuali, filosofi, sociologi sedicenti marxisti , alcuni dei quali discretamente popolari (come Zizek), sta progressivamente aumentando. Recentemente, addirittura sul Time si è potuto leggere un articolo che parla della vendetta di Marx e del ritorno della lotta di classe. Scavando un po’ più a fondo, però, questo ritorno a Marx appare un po’ confuso: non tutti pongono la stessa attenzione sugli stessi concetti; alcuni, ad es., arrivano a definirsi marxisti semplicemente perché attribuiscono nel nostro mondo un ruolo determinante, oltre che dominante, all’economia. Come bisogna considerare allora questa ripresa di Marx? Come un orizzonte fruttuoso che permette l’apertura di interessanti prospettive filosofiche e politiche, oppure come una prosecuzione di quella sterilizzazione del marxismo che Lukàcs denunciava nella sua Ontologia dell’essere sociale?
L’interesse per Marx si comprende molto bene. Dinanzi ad una crisi economica che infuria non sono molti gli autori che possono spiegare questa crisi. Anzi, per diverso tempo nel mondo capitalista si era detto anche che era stata superata anche l’analisi marxiana della crisi e che ormai il capitalismo era immunizzato dal fenomeno della crisi indagato da Marx. Non c’è dubbio che ci sono i tentativi di sterilizzazione di Marx, però ci troviamo in una situazione diversa rispetto a quella analizzata da Lukàcs, nel senso che nei tempi in cui parlava Lukàcs bene o male c’era una cultura marxista abbastanza ampia e diffusa, oggi invece no. Allora io credo di poter dire che, per un verso, questo interesse per Marx è senza dubbio positivo...
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lunedì 22 aprile 2013
Massimo Adinolfi legge "La lotta di classe"
La lotta di classe, il ritorno
Massimo Adinolfi, Il Messaggero, 22 aprile 2013
E se tornasse la lotta di classe? Come se se ne fosse mai andata! Che
essa costituisca il motore della storia è, com’è noto, la tesi del Manifesto del partito comunista
di Karl Marx e Friedrich Engels: Londra, addì 21 febbraio 1848. Un bel
po’ di anni fa, dunque. Ma la crisi ha spazzato via facili illusioni,
soprattutto in Occidente, e termini e concetti che sembravano consegnati
all’antiquariato delle idee tornano prepotentemente di attualità. La
prima notizia è dunque questa: la political correctness ormai non
viene sforacchiata solo sul terreno morale, o su quello linguistico,
dove è sdoganato persino il turpiloquio, ma anche sul terreno economico e
sociale (benché qui le resistenze siano molto maggiori, et pour cause).
Dopo l’agile libretto di Gallino su La lotta di classe dopo la lotta di classe, ecco allora l’ampia ricognizione di Domenico Losurdo, storico della filosofia e comunista non pentito: Lotta di classe. Una storia politica e filosofica.
Losurdo intreccia problemi teorici ed analisi storica con grande rigore
filologico, senza assecondare nessuna delle mode correnti, con
l’obiettivo, in primo luogo, di respingere le letture economicistiche
della dottrina marxiana, mostrandone in particolare gli intrecci
profondi con le lotte di liberazione nazionale, e, in secondo luogo, di
riportare la politica al suo grande formato: non come la volpe che sa
molte cose, per dirla con Isaiah Berlin, ma come il riccio che ne sa una
grande.
La lotta di classe, dunque. E il secolo appena trascorso, il cui
bilancio è ancora da tracciare. Di esso, ha scritto Alain Badiou,
possediamo infatti almeno tre versioni: il secolo sovietico, della
grande epopea comunista; il secolo totalitario, che ha fatto esperienza
dell’abisso del male; il secolo liberale, che ha visto infine trionfare
la democrazia. Dopo l’89, quest’ultima descrizione si è di fatto
imposta: non è dunque vero che siano finite le grandi narrazioni, come
voleva Lyotard: semplicemente, una ha prevalso sulle altre, spacciando
la propria vittoria per la fine della storia. Ebbene, è proprio quella
che Losurdo infilza ripetutamente, complice l’attuale dissesto economico
e finanziario, prendendosela non solo con Fukuyama (quello della fine
della storia e del trionfo della democrazia liberale), ma anche con Ralf
Dahrendorf o con Niall Ferguson – per fare solo un paio dei nomi del
mainstream intellettuale dominante...
Leggi tutto da azioneparallela.wordpress.com, il blog di Massimo Adinolfi
La Cina e lo sviluppo eco-compatibile
GIAMPAOLO VISETTI La Repubblica 18 aprile 2013
LA CINA resta la super-potenza più inquinante del pianeta, ma gli sforzi per trasformarsi nella locomotiva mondiade della green-economy sono imponenti e Pechino promette che entro dieci anni sarà un esempio di sviluppo eco-compatibile. Pannelli solari, fotovoltaico, centrali eoliche ed auto elettriche sono già da primato. Nel pieno dell'urbanizzazione si muove anche l'edilizia e le nuove città cinesi, per sostenibilità, sono già nel futuro. L'esempio più impressionante è , capoluogo del Sichuan, dove i più grandi architetti e ingegneri internazionali collaborano ad un maxi-esperimento di quartieri popolari verdi.
L'edilizia pubblica, per dare un alloggio ai contadini strappati dalle campagne, si è ispirata agli insediamenti più energeticamente avanzati di Giappone, Nuova Zelanda e Canada.
I nuovi palazzi sono centrali geo-termiche e tramite la bio-massa producono elettricità anche per le industrie.
Di forma piramidale, ospitano ad ogni piano un parco comune e giardini privati pensili, per combattere con l'ossigeno lo smog generato dal traffico. Ogn ifamiglia dispone di
un orto sopraelevato, dotato di irrigazione a goccia. I cinesi del futuro vivranno in grattacieli-fattoria, con mercato agricolo di condominio: urbanizzati, ma con la possibilità di conservare l'anima contadina.
martedì 16 aprile 2013
Il Manifesto recensisce "La lotta di classe"
cultura novecento
I fronti opposti del secolo breve
«La lotta di classe. Una storia politica e filosofica», un saggio del filosofo Domenico Losurdo per Laterza. Un ambizioso e documentato tentativo di ricostrure genesi e sviluppo di un concetto che corre il rischio di perdere di vista la storicità del capitalismo e le trasformazioni imposte proprio dai movimenti «antisistema» tanto nel Nord che nel Sud del pianeta
Gigi Roggero il manifesto 2013.04.16 - 10 CULTURA da controlacrisi.org
«Il sociologo comincia a leggere il Capitale dalla fine del III libro e interrompe la lettura quando si interrompe il capitolo sulle classi. Poi, da Renner a Dahrendorf, ogni tanto qualcuno si diverte a completare ciò che è rimasto incompiuto: ne viene fuori una diffamazione di Marx, che andrebbe come minimo perseguita con la violenza fisica». Non è dato sapere se a Domenico Losurdo questa citazione tratta da Operai e capitale di Mario Tronti faccia piacere, ma sono parole che rendono ragione alla scelta di iniziare il suo La lotta di classe. Una storia politica e filosofica (Laterza, pp. 387, euro 24), laddove l'autore individua nei tanti Dahrendorf esistenti il bersaglio polemico. I ricorrenti profeti della fine della lotta di classe si trovano infatti puntualmente di fronte al suo insorgere, oltre che a quelle condizioni di impoverimento e polarizzazione che Losurdo mette subito in evidenza. Rispondendo alla domanda retorica dell'introduzione del volume, si potrebbe dire che la lotta di classe non deve ritornare per il semplice fatto che non è mai andata via.
Ha poi ragione l'autore quando afferma che essa «non si presenta quasi mai allo stato puro». Il punto è però individuare la sua specificità. Losurdo la pluralizza: lo scontro tra operai e capitale è solo una delle forme che la lotta di classe assume, insieme ai movimenti di liberazione nazionale, anti-coloniali, delle donne o dei neri. Anzi, proprio «in virtù della sua ambizione di abbracciare la totalità del processo storico, la teoria della lotta di classe si configura come una teoria generale del conflitto sociale». E qui iniziano i problemi. L'autore rischia infatti di sottendere un'interpretazione economicista dei rapporti di produzione. O di interpretare la lotta dentro e contro i rapporti di produzione come questione meramente economica. Le lotte per il salario o la riduzione dell'orario di lavoro vengono quindi rubricate nella tipologia dei conflitto per la redistribuzione, inferiori alle questioni che toccano le corde della coscienza, come l'indipendenza nazionale o l'abolizione della schiavitù. È noto che con le citazioni si possono dimostrare tante cose e il loro contrario, ma visto che nel testo sono sovrabbondanti vale la pena ricordare il famoso passaggio de La guerra civile in Francia in cui Marx afferma che «il proletariato non ha da realizzare ideali, ma da liberare gli elementi della nuova società di cui è gravida la vecchia e cadente società borghese». Nella sua ansia di controbattere al riduzionismo economicista operato dal pensiero liberale, Losurdo finisce per incappare nello stesso errore: come se la lotta per il salario non fosse lotta per la libertà.
Il laboratorio coloniale
Ha ragione Losurdo quando individua nelle colonie il laboratorio di quello che sarebbe stato il nazismo nel Novecento: qui risuonano le famose considerazioni del poeta martinicano Aimé Cèsaire sull'Hitler nascosto che porta dentro di sé il borghese distinto e umanista. L'autore ha inoltre il merito di evidenziare quanto le questioni coloniale e razziale fossero tutt'altro che marginali nella riflessione politica di Marx sulla vocazione mondiale dello sviluppo capitalistico e sulla divisione internazionale del lavoro. E scuserà l'autore chi scrive se non riesce a considerare il Moro di Treviri un sol uomo e sol corpo con Engels, certo suo impagabile compagno, ma anche portatore di molte responsabilità nel costruire dogmi ed equivoci di quel marxismo da cui Marx aveva giustamente preso le distanze.
Invece, utilizzando il Marx della questione irlandese e in particolare Engels, Losurdo sostiene che un internazionalismo che ignori la questione nazionale si rovescia nel suo contrario, cioè nello sciovinismo di una nazione che si pretende universale. Questione complessa e storicamente densa, com'è noto. Basta ricordare, a mo' di esempio, il dibattito tra Rosa Luxemburg e Lenin, quando il secondo critica la prima per la semplicistica condanna dei movimenti nazionali. Lo fa, tuttavia, perché in quella specifica contingenza storica i movimenti nazionali sono un dato di realtà ambivalente, uno spazio di politicizzazione dentro cui il proletariato si può formare per dare un «colore comunista» alle lotte anti-coloniali a partire dall'irriducibile eccedenza del movimento rivoluzionario rispetto alle semplici rivendicazioni democratiche.
Tralasciamo le molte pagine in cui Marx prima e Lenin dopo affermano senza possibilità di equivoco come le «rivoluzioni nazionali» siano comunque sempre subordinate alle rivoluzioni proletarie. Il punto interessante da evidenziare è che tra quel dibattito e oggi sono successe tante cose: differenti cicli internazionali di lotta di classe, due guerre mondiali, la globalizzazione e la riconfigurazione del ruolo dello Stato. A mutare sono state anche le discussioni e i punti di vista dentro quei movimenti che dovrebbero essere i referenti ideali del discorso di Losurdo: l'esaurimento del carattere «progressivo» (per usare una brutta parola) della questione nazionale è stato da tempo messo in evidenza dai militanti anti-coloniali di fronte al fallimento degli stati postcoloniali: questa è d'altronde la discussione contemporanea nel contraddittorio laboratorio latinoamericano e perfino in un'organizzazione come il Pkk.
Maschere fuorvianti
L'impressione è che da queste molteplici forme di lotte di classe citate dall'autore a sparire siano proprio i soggetti concreti per essere sostituiti e rappresentati dalle astrazioni del popolo e della nazione. O meglio, in un quadro in cui la lotta di classe è in ultima analisi combattuta dagli Stati o per lo Stato, i soggetti diventano gli statisti: a Lenin viene appiccicata la maschera del Napoleone III del proletariato, l'Ottobre si trasfigura nel 18 brumaio e - con buona pace delle aspre battaglie dentro la Prima Internazionale - Marx rischia di essere confuso con Mazzini.
Marx, è noto, non perdeva occasione per sottolineare il carattere rivoluzionario del rapporto sociale capitalistico. Intorno al '17 Lenin sferzava i vecchi bolscevichi rimasti attaccati a principi e interpretazioni che, seppur corrette qualche anno prima, a quel punto si dimostravano superate o addirittura nocive. Si ha invece l'impressione, leggendo questo libro che non nasconde le ambizioni di diventare una contestazione esaustiva del pensiero unico dominante, che con Marx e Lenin la storia finisca: la storia della teoria della lotta di classe, bloccata in una pluralità di opposizioni oggettivate e immobili. Non sono certo il Moro di Treviri e il dirigente bolscevico ad essere responsabili, né che sarebbero molto d'accordo di questo estremo «oggettivismo». Non solo: con il trascorrere delle pagine si ha sempre più chiara la certezza che l'autore voglia dimostrare che l'oggetto del suo studio rappresenta solo una delle contraddizioni del capitalismo, tutte considerate nella loro fissità astorica. Anzi, sarebbe stata l'idealistica insistenza sulla «droga» della lotta di classe a condurre alla rovina il socialismo reale. Per la soddisfazione di Losurdo qualcuno se ne è accorto per tempo e, come Deng Xiao Ping, ha voltato pagina, correggendo le cadute «populiste» di Mao. E pazienza per l'«incidente» di piazza Tienanmen - causato secondo l'autore dagli avamposti occidentali del neoliberismo, e addio alla premessa sul carattere spurio dell'antagonismo, sacrificata alla logica dei processi di Mosca. Il socialismo si rivela così per quello che è: lineare continuità ed efficiente gestione del capitalismo, senza salti e cesure. Per questo la lotta di classe ne ha preso definitivamente congedo.
Losurdo critica perciò quella che definisce la «logica binaria»: classe contro classe. Insiste invece sulle divisioni all'interno dell'una e dell'altra. Quelle divisioni esistono certamente, ma non possono essere superate in modo dialettico, cioè assumendo in modo speculare e oppositivo l'identità che il nemico ci impone. Quei dispositivi vanno distrutti, essendo a loro volta il prodotto sempre mutevole della lotta di classe. Quella che Losurdo chiama «logica binaria» è così confermata. Sempre che si consideri la classe un concetto politico e non economico, cioè come il provvisorio risultato di un processo antagonista. Prima la lotta di classe, poi la classe. E sempre che si consideri la specificità dello sfruttamento capitalistico: qui la linea dell'antagonismo non passa genericamente tra oppressori e oppressi (il populismo che all'autore non piace) o nella guerra dei popoli che si fanno Stato attraverso la guida del partito (quello che apprezza), ma tra lavoro vivo e capitale.
Conflitto di forza
Ancora una volta, non è un problema di aderenza filologica ai «sacri testi». La lotta di classe condotta dal proletariato non è mai «dall'alto» o «dal basso», nella morsa tra autonomia del politico e tradeunionismo, perché la sua caratteristica è di creare un campo di battaglia tendenzialmente orizzontale: non più i subalterni contro i dominanti, ma forza contro forza. Il suo obiettivo non è il riconoscimento nella «famiglia umana», perché quell'umanità viene spaccata e ricreata dalla lotta di classe. Nella prassi e nell'orizzonte di questo scontro «binario» non c'è aufhebung (la sintesi dello Stato): c'è invece autonomia, rottura e separazione.
Ciò vuol forse dire ritornare a una marginalizzazione della molteplicità delle forme di lotta di classe? Al contrario, significa situarle e specificarle. Genere e razza, ad esempio, sono processi che si collocano non a fianco, ma pienamente dentro i rapporti di produzione, se di questi appunto non diamo una lettura economicista. Se cioè consideriamo il lavoro vivo nella sua totalità, fatta di soggettività e sfruttamento, potenza e povertà. Recentemente, i lavoratori della logistica in sciopero hanno nuovamente segnalato che è nella mobilitazione che il razzismo e le divisioni nazionali sono messe in discussione. Perché una lotta diviene di classe. Il movimento No Tav, ad esempio, non è «oggettivamente» lotta di classe: lo è diventato nella misura in cui ha saputo porre al centro il conflitto sui rapporti di produzione che passano per la messa a valore del territorio, la crisi, l'impoverimento, lo smantellamento del welfare. Non è una questione di coscienza, ma di materialità di condizioni di vita e processi di soggettivazione. A mobilitare non è l'interesse generale, ma l'irriducibile parzialità. Per Marx, per Lenin e per noi dentro queste coordinate si pone la questione dell'organizzazione: il nodo è lo stesso, però le forme di quelle coordinate sono cambiate in profondità. E a farle cambiare è stata, inutile ripeterlo, proprio la lotta di classe.
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SCAFFALE
Un puzzle costruito negli ultimi venti anni
Il volume di Domenico Losurdo sulla lotta di classe è l'ultimo tassello che il filosofo italiano sta ponendo in un puzzle che punti a sviluppare una storia del Novecento che si contrapponga a quella imposta dall'ideologia dominante. È infatti dai primi anni Novanta che Losurdo ha pubblicato saggi che hanno come oggetto temi scelti dal pensiero unico per contrastare lo sviluppo di una alternativa al capitalismo. Dei suoi testi vanno segnalati: «Marx e il bilancio storico del Novecento» (Bibliotheca), «Il revisionismo storico. Problemi e miti» (Laterza), «Il peccato originale del Novecento» (Laterza), «Dal Medio Oriente ai Balcani. L'alba di sangue del secolo americano» (La città del sole), «Controstoria del liberalismo» (Laterza), «Il linguaggio dell'Impero. Lessico dell'ideologia americana» (Laterza), «Stalin. Storia e critica di una leggenda nera» (Carocci).
Un puzzle costruito negli ultimi venti anni
Il volume di Domenico Losurdo sulla lotta di classe è l'ultimo tassello che il filosofo italiano sta ponendo in un puzzle che punti a sviluppare una storia del Novecento che si contrapponga a quella imposta dall'ideologia dominante. È infatti dai primi anni Novanta che Losurdo ha pubblicato saggi che hanno come oggetto temi scelti dal pensiero unico per contrastare lo sviluppo di una alternativa al capitalismo. Dei suoi testi vanno segnalati: «Marx e il bilancio storico del Novecento» (Bibliotheca), «Il revisionismo storico. Problemi e miti» (Laterza), «Il peccato originale del Novecento» (Laterza), «Dal Medio Oriente ai Balcani. L'alba di sangue del secolo americano» (La città del sole), «Controstoria del liberalismo» (Laterza), «Il linguaggio dell'Impero. Lessico dell'ideologia americana» (Laterza), «Stalin. Storia e critica di una leggenda nera» (Carocci).
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