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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

giovedì 21 maggio 2015

Perché è urgente lottare contro la NATO e riscoprire il senso dell’agire politico

A quanti anche a sinistra esprimono riserve ed esitazioni sull’appello e sulla campagna «No Guerra No Nato. Per un paese sovrano e neutrale» vorrei suggerire di riservare particolare attenzione a quello che scrivono da qualche tempo la stampa e i media statunitensi. Al centro del discorso è ormai la guerra; ed essa, ben lungi dal configurarsi come una prospettiva del tutto ipotetica e comunque assai remota, viene sin d’ora discussa e analizzata nelle sue implicazioni politiche e militari. Su «The National Interest» del 7 maggio scorso si può leggere un articolo particolarmente interessante. L’autore, Tom Nichols, non è un Pinco Pallino qualsiasi, è «Professor of National Security Affairs at the Naval War College». Il titolo è di per sé eloquente e quanto mai allarmante: In che modo America e Russia potrebbero provocare una guerra nucleare (How America and Russia Could Start a Nuclear War). È un concetto più volte ribadito nell’articolo (oltre che nelle lezioni) dell’illustre docente: la guerra nucleare «non è impossibile»; piuttosto che rimuoverla, gli USA farebbero bene a prepararsi a essa sul piano militare e politico.

Ma come? Ecco lo scenario immaginato dall’autore statunitense: la Russia, che già con Eltsin nel 1999 in occasione della campagna di bombardamenti della Nato contro la Jugoslavia ha profferito terribili minacce e che con Putin meno che mai si rassegna alla disfatta subita nella guerra fredda, finisce con il provocare una guerra che da convenzionale diventa nucleare e che conosce una progressiva scalata anche a questo livello. Ed ecco i risultati: negli USA le vittime non si contano; la sorte dei sopravvissuti forse è ancora peggiore sicché, per accorciare le sofferenze, occorre somministrare loro la morte mediante eutanasia; il caos è totale e a far rispettare l’ordine pubblico può essere solo la «legge marziale». Ora vediamo quello che succede nel territorio del nemico sconfitto, e colpito non solo dagli USA ma anche dall’Europa e in particolare da Francia e Gran Bretagna, esse stesse potenze nucleari:

«In Russia, la situazione sarà ancora peggio [che negli USA]. La piena disintegrazione dell’Impero Russo, iniziata nel 1905 e interrotta solo dall’aberrazione sovietica, giungerà finalmente a compimento. Scoppierà una seconda guerra civile russa e l’Eurasia, per decenni se non più a lungo, sarà solo un miscuglio di Stati etnici devastati e governati da uomini forti. Qualche rimasuglio di Stato russo potrebbe riemergere dalle ceneri ma probabilmente sarà soffocato una volta per sempre da una Europa non intenzionata a perdonare una così grande devastazione».

Nel titolo l’articolo qui citato fa riferimento solo alla possibile guerra nucleare tra Stati Uniti e Russia, ma chiaramente l’autore non si accontenta delle mezze misure. Il suo discorso prosegue evocando una replica in Asia dello scenario appena visto. In questo caso non è Mosca ma Pechino a provocare la guerra prima convenzionale e poi nucleare con conseguenze ancora più terrificanti. Il risultato però è lo stesso: «Gli Stati Uniti d’America in qualche modo sopravvivranno. La Repubblica Popolare di Cina, analogamente alla Federazione Russa, cesserà di esistere in quanto entità politica».

È una conclusione rivelatrice, che involontariamente getta luce sul progetto o meglio sul sogno accarezzato dai campioni della nuova guerra fredda e calda. Non si tratta di respingere l’«aggressione» attribuita alla Russia e alla Cina, e non si tratta neppure di disarmare questi paesi e di metterli nella condizione di non nuocere. No, si tratta di annientarli in quanto Stati, in quanto «entità politiche». Almeno per quanto riguarda la Russia, l’autore si lascia sfuggire che la sua «disintegrazione» è il risultato di un processo benefico iniziato nel 1905, disgraziatamente interrotto dal potere sovietico ma che potrebbe «finalmente» (finally) giungere alla sua conclusione. A ritardare la «disintegrazione» totale della Russia che s’impone è stata solo l’«aberrazione» del paese scaturito dalla rivoluzione d’ottobre. Sembrerebbe che l’autore statunitense qui citato esprima disappunto e delusione per la disfatta subita dalla Germania nazista a Stalingrado.

Una cosa è certa: distruggere la Russia quale «entità politica» era il progetto caro al Terzo Reich. E dunque non è un caso che la NATO, almeno in Ucraina, collabori apertamente con movimenti e circoli neonazisti. Distruggere la Cina quale «entità politica» era invece il progetto caro all’imperialismo giapponese, emulo in Asia dell’imperialismo hitleriano. E, dunque, non a caso gli Stati Uniti rafforzano il loro asse con un Giappone che rinnega la sua costituzione pacifista e che è impegnato in un forsennato revisionismo storico, con la riduzione a bagattella o quasi di uno dei capitoli più orribili della storia del colonialismo e dell’imperialismo (i crimini di cui si è macchiato l’Impero del Sol Levante nel tentativo di assoggettare e schiavizzare il popolo cinese e altri popoli asiatici).

L’articolo che ho lungamente citato è sintomatico. Già in base alla dottrina proclamata da Bush jr, gli USA si attribuivano il diritto di stroncare tempestivamente l’emergere di possibili competitori della superpotenza allora del tutto solitaria. Chiaramente tale dottrina continua a ispirare nella repubblica nordamericana circoli militari e politici pronti a correre il rischio anche di una guerra nucleare.

È a questa minaccia che intendono rispondere – finalmente! – l’appello e la campagna «No Guerra No Nato. Per un paese sovrano e neutrale». È incoraggiante che in questa iniziativa siano impegnate personalità illustri con un diverso orientamento politico e ideologico. In difesa della pace internazionale e della salvezza del paese è possibile promuovere uno schieramento assai largo.

Sennonché, come accennavo all’inizio, ci imbattiamo talvolta in riserve ed esitazioni che si manifestano in ambienti inaspettati e insospettati e che fanno persino riferimento al movimento comunista. Si tratta di riserve ed esitazioni di cui non si comprende bene il senso. Per cominciare a organizzarci contro la guerra dobbiamo attendere che diventi una realtà la prospettiva di distruzione e di morte su larghissima scala che emerge dalla stampa internazionale e in primo luogo statunitense? Sarebbe un atteggiamento irresponsabile e suicida. È vero, le forze che hanno compreso la reale natura della NATO e che sono pronte a lottare contro di essa sono oggi piuttosto ridotte. Ma da questa constatazione discende non la legittimità del rinvio del nostro impegno nella lotta per la pace, ma al contrario la sua assoluta urgenza. Abbiamo una grande storia alle spalle. A suo tempo Lenin ha lanciato la parola d’ordine della trasformazione della guerra in rivoluzione allorché, mentre in diversi paesi europei, accecati per qualche tempo dall’ideologia dominante, i giovani correvano in massa festanti e entusiasti all’arruolamento volontario come andando incontro a un appuntamento erotico. Ovviamente, la situazione odierna è quanto mai diversa, ma non c’è alcun motivo per abdicare al compito di diffondere la consapevolezza dei pericoli di guerra e di denunciare la politica di guerra della NATO. Sin d’ora è possibile e necessario contestare e confutare una per una le manipolazioni dell’industria della menzogna che è al tempo stesso l’industria della propaganda bellica; sin d’ora è possibile e necessario contrastare ogni misura politica e militare che minaccia di avvicinarci alla catastrofe: E tutto ciò mai perdere di vista l’obiettivo strategico dell’espulsione della NATO dal nostro paese.

Le riserve e le esitazioni nei confronti dell’appello e della campagna contro la NATO non hanno alcuna plausibilità politica e morale. C’è però una spiegazione, che non è una giustificazione. Almeno in Europa occidentale la dura sconfitta subita dal movimento comunista tra il 1989 e il 1991 ha comportato un terribile impoverimento non solo teorico ma anche etico-politico. Il primo è largamente noto, e io ho cercato di contribuire a chiarirlo in primo luogo con i miei libri sulla «sinistra assente» e sul «revisionismo storico». Ora è sull’impoverimento etico-politico che vorrei dire qualcosa: anche gli intellettuali che non si associano al coro impegnato a infangare la «forma-partito» si rivelano spesso incapaci di agire in modo associato. Sembrano aver dimenticato il significato dell’agire politico e soprattutto di un agire politico che intenda trasformare radicalmente la realtà esistente e che pertanto è costretto a scontrarsi con un apparato di manipolazione più poderoso che mai. Sappiamo dai nostri classici che la piccola produzione è il terreno sul quale attecchisce l’anarchismo. Gli odierni sviluppi della comunicazione digitale comportano di fatto un forte rilancio della piccola produzione intellettuale. Ed ecco che, nel clima venutosi a creare in seguito alla sconfitta del 1989-1991 e al connesso impoverimento etico-politico, non pochi intellettuali anche di orientamento comunista tendono a rinchiudersi ciascuno nel suo blog e nel suo sito. In questo blog e in questo sito il singolo intellettuale ha da misurarsi solo con se stesso, senza imbattersi nelle contraddizioni e nei conflitti che sono propri dell’agire politico in quanto agire associato.

Abbiamo allora blog e siti di orientamento comunista, non poche volte pregevoli e talvolta assai pregevoli, ma assai spesso in misura diversa affetti da quella vecchia malattia che è l’anarchismo da gran signore, resa più acuta e più difficilmente curabile dall’impoverimento etico-politico cui ho accennato, e ora in grado di manifestarsi senza più ostacoli grazie ai miracoli della comunicazione digitale. Per ognuno di questi intellettuali il proprio blog e il proprio sito sono al tempo stesso il partito e il giornale in quanto tali. E questi intellettuali si atteggiano in tal modo per il fatto che – essi lamentano – mancano il partito e il giornale.

Soprattutto per quanto riguarda il primo punto, ai lettori di questo blog sono già note le mie prese di posizione pubblica, che qui non ho bisogno di ribadire. Voglio aggiungere solo un’osservazione. Se i diversi siti e blog di cui ho parlato s’impegnassero a condurre la campagna «No Guerra No Nato. Per un paese sovrano e neutrale», denunciando giorno dopo giorno i piani di espansione e di guerra della Nato e le sue manovre per destabilizzare con ogni mezzo (anche facendo ricorso all’ISIS) i paesi che a tutto ciò si oppongono, allora sì che avremmo compiuto un passo concreto e importante in direzione della fondazione di un giornale nazionale (nel senso leninista e gramsciano del termine). E se nel corso di questa campagna un numero considerevole di intellettuali e di militanti riscoprisse la voglia e il senso dell’agire politico, che è sempre un agire associato soprattutto quando persegue obiettivi di trasformazione radicale della realtà politico-sociale, allora avremmo fatto un passo concreto e importante in direzione della soluzione del problema del partito per la quale tutti siamo chiamati a impegnarci.

[DL 21 maggio 2015].

giovedì 14 maggio 2015

No guerra no NATO: la campagna per l'uscita dell'Italia dalla Nato, per un paese sovrano e neutrale

 

Sostieni la campagna per l'uscita dell'Italia dalla NATO per un’Italia neutrale

Portare l'Italia fuori dal sistema di guerra
Attuare l'articolo 11 della Costituzione

L’Italia, facendo parte della Nato, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa Nato, cifra in realtà superiore che l’Istituto Internazionale di Stoccolma per la Ricerca sulla Pace quantifica in 72 milioni di euro al giorno. 
Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno. 
È un colossale esborso di denaro pubblico, sottratto alle spese sociali, per un’alleanza la cui strategia non è difensiva, come essa proclama, ma offensiva. 
Già il 7 novembre del 1991, subito dopo la prima guerra del Golfo (cui la NATO aveva partecipato non ufficialmente, ma con sue forze e strutture) il Consiglio Atlantico approvò il Nuovo Concetto Strategico, ribadito ed ufficializzato nel vertice dell’aprile 1999 a Washington, che impegna i paesi membri a condurre operazioni militari in “risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza”,  per ragioni di sicurezza globale, economica, energetica, e migratoria. Da alleanza  che impegna i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell’area nord-atlantica, la Nato viene trasformata in alleanza che prevede l’aggressione militare. 
La nuova strategia è stata messa in atto con le guerre in Jugoslavia (1994-1995 e 1999), in Afghanistan (2001-2015), in Libia (2011) e le azioni di destabilizzazione in Ucraina, in alleanza con forze fasciste locali, ed in Siria. Il Nuovo concetto strategico viola i principi della Carta delle Nazioni unite.
Uscendo dalla Nato, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra permanente, che viola  la nostra Costituzione,  in particolare    l’articolo 11, e danneggia i nostri reali interessi nazionali. 
L’appartenenza alla Nato priva la Repubblica italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali. 
La più alta carica militare della Nato, quella di Comandante supremo alleato in Europa, spetta sempre a un generale statunitense nominato dal presidente degli Stati uniti. E anche gli altri comandi chiave della Nato sono affidati ad alti ufficiali statunitensi. La Nato è perciò, di fatto, sotto il comando degli Stati uniti che la usano per i loro fini militari, politici ed economici. 
L’appartenenza alla Nato rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati Uniti, esemplificata dalla rete di basi militari Usa/Nato sul nostro territorio che ha trasformato il nostro paese in una sorta di portaerei statunitense nel Mediterraneo. 
Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.
L’Italia, uscendo dalla Nato e diventando neutrale, riacquisterebbe una parte sostanziale della propria sovranità: sarebbe così in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.

Sostieni la campagna per l'uscita dell'Italia dalla Nato
per un’Italia neutrale.
LA PACE HA BISOGNO ANCHE DI TE

Primi firmatari
Dinucci Manlio, giornalista
Fo Dario, Premio Nobel, autore e attore
Imposimato Ferdinando, magistrato
Zanotelli Alex, religioso
Minà Gianni, giornalista
Vauro, disegnatore
Chiesa Giulietto, giornalista
Fo Jacopo, scrittore
Vattimo Gianni, filosofo
Pallante Maurizio, saggista
Mazzeo Antonio, giornalista
Canfora Luciano, filologo
Gesualdi Francesco, saggista
Giannuli Aldo, docente universitario
Grimaldi Fulvio, giornalista
Celestini Ascanio, attore
Cacciari Paolo, esponente politico
Cardini Franco, storico
Cremaschi Giorgio, sindacalista
Losurdo Domenico, filosofo
Mazzucco Massimo, giornalista e regista
Riondino David, musicista
Zucchetti Massimo, docente universitario

martedì 12 maggio 2015

"Un libro implacabile": Una recensione di "War and Revolution"

A Relentless Document



«War and Revolution. Rethinking the Twentieth Century» è un libro implacabile. E' denso e sconcertante. E' per questo che dovrebbe essere considerato uno dei più importanti libri di storia pubblicati dopo gli eventi noti come "l'11 settembre". Dopo tutto, furono questi eventi che ripresero il progetto già in corso a partire dalla fine degli anni 70 imprimendogli una folle accelerazione. Non a caso, da allora non c'è stato più un giorno di pace. Questo fatto non è un accidente. Questa è l'essenza del testo di Losurdo»

Rejecting Revisionist History

by RON JACOBS
A popular understanding of history in today’s world involves blaming the most radical revolutionaries of France in the late 18th century and Russia in 1917 for many of the modern ills. This trend is espoused in intellectual and popular culture and is the foundation on which much of modern politics is based. For the wealthy and the currently powerful, it is a self-serving and incredibly useful understanding. Hence, any popular attempts to alter this view are ruthlessly belittled and denied. It was exactly this that took place in the 1960s and the 1970s when colonized peoples, young people, workers and others reconsidered their role in history and took to the streets, forever changing the political/cultural landscape we live in.
In the years since, however, it is the historical understanding that serves the powerful that has been on the ascendant. Most commonly known among historians as revisionism, this understanding not only blames revolutionary forces for humanity’s murderous excesses, it also urges a return to a semi-feudal situation that stratifies people in terms of class, race and gender, allowing different levels of economic and political freedom according to a hierarchy designed by those in power. In effect, it wishes to legally create the political world already being formed economically through neoliberalism.
Revisionism is a liberal approach to history. It equates the colonialism, racism and anti-Semitism of Nazism with the anti-colonial, anti-racist and liberationist foundations of communism...

mercoledì 29 aprile 2015

L'edizione spagnola del "Peccato originale del Novecento"

Domenico Losurdo
El pecado original del siglo XX
Traducido del italiano por Juan Vivanco
Ediciones del Oriente y del Mediterraneo
ISBN 978-84-943932-0-4 - 112 páginas - PVP 10 euros

Cuando el revisionismo histórico y el libro negro del comunismo hacen que la historia del genocidio y el horror arranque del comunismo, cometen una omisión colosal. El compromiso moral, solemnemente proclamado, de dar voz a las víctimas injustamente olvidadas, se ha convertido en su contrario, en el silencio mortal que entierra por segunda vez a los indios, los herero, las poblaciones coloniales, los “bárbaros”. Un silencio que también está preñado de consecuencias en el plano puramente historiográfico, dado que impide la comprensión del nazismo y el fascismo.

La pagina web del libro

venerdì 10 aprile 2015

Una gravissima deriva in Ucraina: il parlamento golpista approva il divieto della propaganda e dei simboli comunisti. E' il trionfo del revisionismo storico

eda skp-kpssI drammatici avvenimenti di Kiev rendono purtroppo ancora più urgente la necessità di ricominciare a riflettere sull'incessante offensiva revisionistica alla quale sono esposti tutti i paesi europei. Sembra proprio che l'approccio alla Nial Ferguson, del quale mi occupo nella nuova edizione del mio libro, abbia fatto scuola... [DL].

da kprf.ru | Traduzione dal russo di Mauro GemmaLa Rada Suprema dell'Ucraina ha approvato la Legge “Sulla condanna dei regimi totalitari comunista e nazional-socialista (nazista) e sul divieto della propaganda dei loro simboli”Il parlamento golpista ucraino ha ufficialmente vietato oggi, con 254 voti a favore su 307 deputati, la Legge"“Sulla condanna dei regimi totalitari comunista e nazional-socialista (nazista) e sul divieto della propaganda dei loro simboli”: un voto che ha l'unico scopo di colpire il Partito Comunista d'Ucraina, mentre i gruppi paramilitari filo nazisti sono presenti in parlamento, sono stati inclusi nell'esercito e combattono ufficialmente, con tanto di simbologia del III Reich, nel Donbass.In merito alla gravissima decisione, che ci auguriamo susciti un'ondata di indignazione, non solo dei comunisti, ma anche di tutti i governi e le forze democratiche del nostro continente e del mondo e contro la quale ci aspettiamo una ferma presa di posizione dei rappresentanti italiani presenti nei parlamenti nazionali ed europei, l'Unione dei Partiti Comunisti-PCUS (UPC-PCUS), l'organizzazione transnazionale che riunisce i principali partiti comunisti dell'ex Unione Sovietica, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
Il Consiglio Centrale dell'UPC-PCUS, i partiti che partecipano alla Comunità dei partiti comunisti, condannano con fermezza l'iniziativa dei deputati della Rada Suprema, che hanno votato il divieto della simbologia comunista in Ucraina.

La formulazione stessa della proposta di legge “Sulla condanna dei regimi totalitari comunista e nazional-socialista (nazista) e sul divieto della propaganda dei loro simboli” non è corretta, è offensiva e nasconde il vile intento della Giunta di Kiev di equiparare l'ideologia comunista a quella nazista.

Il furbesco processo politico, sotto forma di proposta di legge, che emerge dal titolo stesso del documento e che mette sullo stesso piano posizioni ideologiche diametralmente opposte, non a caso è stato imbastito alla vigilia del 70° anniversario della Grande Vittoria...

sabato 4 aprile 2015

In contemporanea con l'edizione inglese, esce una nuova edizione accresciuta de "Il revisionismo storico". Il confronto con Niall Ferguson

Il revisionismo storicoDomenico Losurdo: Il revisionismo storico.Problemi e miti, nuova edizione accresciuta, Laterza 2015

Risvolto
Più volte ristampata e tradotta in un numero crescente di paesi, quest’opera è una rilettura originale della storia contemporanea, dove l’analisi critica del revisionismo storico – a cominciare dalle tesi di Nolte sull’Olocausto e di Furet sulla rivoluzione francese – si intreccia con quella di una serie di fondamentali categorie filosofiche e politiche come guerra civile internazionale, rivoluzione, totalitarismo, genocidio, filosofia della storia.
Questa edizione ampliata analizza le prospettive del nuovo secolo. Da un lato il revisionismo storico continua a riabilitare la tradizione coloniale, com’è confermato dall’omaggio che uno storico di successo (Niall Ferguson) rende al tramontato Impero britannico e al suo erede americano, dall’altro vede il ritorno sulla scena internazionale di un paese (la Cina) che si lascia alle spalle il ‘secolo delle umiliazioni’. Sarà in grado l’Occidente di tracciare un bilancio autocritico o la sua pretesa di essere l’incarnazione di valori universali è da interpretare come una nuova ideologia della guerra?
 
 

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War and Revolution: Rethinking the Twentieth Century

Author of the acclaimed Liberalism: A Counter-History dissects the revisionist attempts to expunge or criminalize revolutions
War and Revolution identifies and takes to task a reactionary trend among contemporary historians, one that’s grown increasingly apparent in recent years. It’s a revisionist tendency discernible in the work of authors such as Ernst Nolte, who traces the impetus behind the Holocaust to the excesses of the Russian Revolution; or François Furet, who links the Stalinist purges to an “illness” originating with the French Revolution.

The intention of these revisionists is to eradicate the revolutionary tradition. Their true motives have little to do with the quest for a greater understanding of the past, but lie in the climate of the present day and the ideological needs of the political classes, as is most clearly seen now in the work of the Anglophone imperial revivalists Paul Johnson and Niall Ferguson.

In this vigorous riposte to those who would denigrate the history of emancipatory struggle, Losurdo captivates the reader with a tour de force account of modern revolt, providing a new perspective on the English, American, French and twentieth-century revolutions.
  • “A brilliant exercise in unmasking liberal pretensions, surveying over three centuries with magisterial command of the sources.”
  • “Stimulatingly uncovers the contradictions of an ideology that is much too self-righteously invoked.”
  • “A book of wide reference and real erudition.”
  • “The book is a historically grounded, very accessible critique of liberalism, complementing a growing literature critical of liberalism.”

martedì 31 marzo 2015

Contro il corporativismo ecologista: un gemellaggio con Israele "per tutelare l'ambiente"?



 La presa di posizione, vibrante e precisa, di ISM-Italia chiama tutti a riflettere. A tale proposito mi permetto di rinviare a quanto ho scritto nel mio libro La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, a conclusione del paragrafo 8. 7 [DL]:

«La serietà della lotta per la difesa dell’ambiente si misura anche dall’impegno contro l’imperialismo e la sua politica di guerra. La fuga dai reali conflitti del mondo odierno e l’arroccamento in una sorta di corporativismo ecologico non promettono nulla di buono né su un fronte né sull’altro».
 

Lettera agli attivisti di Legambiente, WWF, Italia Nostra e Greenpeace
Oggetto: Gemellaggi con Israele per tutelare l’ambiente

Da un lancio dell’ANSA del 5 febbraio in allegato, apprendiamo, con profondo sconcerto e indignazione, che i presidenti di Legambiente, Vittorio Gogliati Dezza, del WWF, Fulco Pratesi, di Italia Nostra, Carlo Ripa di Meana e di Greenpeace, Andrea Purgatori, si sono incontrati con l’ambasciatore israeliano Naor Gilon e con il ministro Gian Luca Galletti, per promuovere “futuri gemellaggi con l’obiettivo di tutelare l’ambiente”. In prospettiva, oltre a uno specifico appuntamento in occasione di Expo 2015, anche “un viaggio in Israele per conoscere quali risorse vengono impiegate nella difesa della natura”.
Per chi conosce, anche minimamente, la tragedia della Palestina storica sottoposta nel 1948 a una feroce “pulizia etnica”, della Cisgiordania, sottoposta insieme alla Striscia di Gaza dal 1967 a un regime di Apartheid e, infine, della Striscia trasformata dal 2007 in un grande campo di concentramento a cielo aperto, fatto oggetto periodicamente di violentissime operazioni militari di natura genocidaria (da “Piombo fuso” del dicembre 2008 alla più recente operazione “Margine protettivo” del luglio 2014), le considerazioni esposte nell’articolo citato appaiono macabre.
Suona macabra l’affermazione che in Israele “è positivo il bilancio fra alberi tagliati e quelli piantati” perché è facile documentare che lo Stato di Israele ha, dal 1967, sradicato  800.000 ulivi, la principale fonte di sussistenza della popolazione palestinese dei territori occupati. Vedi Uprooted, http://visualizingpalestine.org/visuals/olive-harvest .
Suona macabra l’affermazione che “in Israele ci sono 150 riserve naturali e parchi naturali”, perché è facile documentare che molte di queste riserve e di questi parchi sono stati realizzati per occultare i resti dei villaggi palestinesi distrutti nel 1948, oltre 500.
Suona macabro il riferimento alla gestione delle acque e dei fiumi, sapendo del feroce sfruttamento delle fonti idriche a esclusivo vantaggio della popolazione israeliana e delle colonie illegali in Cisgiordania. Con il divieto per i palestinesi anche di scavare pozzi.
Suona macabro ogni riferimento alla “sensibilizzazione nelle scuole verso i temi ambientali”, sapendo che, nella Striscia di Gaza, le scuole, anche quelle gestite dalle Nazioni Unite, sono state oggetto di bombardamenti mirati.
Vedi OCHA, United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs occupied Palestinian territory, Fragmented Lives Humanitarian Overview 2014, March 2015,
Nel ribadire la nostra indignazione per il comportamento dei massimi esponenti delle vostre organizzazioni e restando a vostra disposizione per ogni ulteriore e più dettagliata informazione sui “crimini di guerra” e sui “crimini ambientali” commessi dallo Stato di Israele, vogliamo augurarci che da parte degli attivisti delle associazioni ambientalistiche si manifesti un fermo e netto rifiuto contro ogni forma di gemellaggio e di collaborazione, diretta o indiretta, con lo Stato di Israele.
Alfredo Tradardi
Coordinatore ISM- Italia
Torino 27 marzo 2015

Allegato

Italia e Israele  futuro gemellaggio per Ambiente
Puntano a scambio conoscenze e tecnologie
ANSA > Ambiente&Energia > Istituzioni e UE > Italia e Israele, futuro gemellaggio per Ambiente
05 febbraio, 12:20
Gli alberi più grandi e vecchi sono i veri polmoni della Terra (fonte: Asier Herrero)
Scambio di esperienze e confronto sulle più urgenti problematiche ambientaliste fra Italia e Israele, che puntano a trasferirsi il know how in vari settori per migliorare la tutela dell'ambiente. Così i due Paesi intendono collaborare e lo hanno spiegato in occasione della festività ebraica di 'Tu Bishvat-il Capodanno degli alberi' e in vista di Expo 2015.
In occasione dell'Expo, "sull'ambiente bisogna cogliere l'attenzione di tutti i Paesi del mondo" e per questo ci sarà una giornata dedicata all'approfondimento dei temi ambientali ha detto il ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, incontrando i rappresentanti del Council for a beautiful Israel, l'ambasciatore dello Stato di Israele, Naor Gilon e i presidenti delle associazioni ambientaliste Greenpeace, Legambiente, Wwf e Italia Nostra.
Italia e Israele puntano dunque a creare un gemellaggio con l'obiettivo di tutelare l'ambiente e le risorse del proprio Paese e ad uno scambio di tecnologie e nuove pratiche. In Israele, "piantare alberi è una tradizione", tanto che "ne sono stati piantati 240 milioni", ha spiegato il biologo marino Angelo Colorni, del Centro nazionale di Marecoltura israeliano. Su una superficie di 250mila ettari in Israele - ha ricordato - ci sono 150 riserve naturali e 65 parchi naturali.

Nel rilevare che in Israele "è positivo il bilancio fra alberi tagliati e quelli piantati", l'ambasciatore Gilon ha auspicato che in occasione dell'Expo ci sia anche un incontro interreligioso fra cibo e ambiente.

Parlando del proprio campo di ricerca, l'acquacoltura, Colorni ha rilevato il gran lavoro fatto per la "riabilitazione dei fiumi di Israele, troppo scarsi" che grazie a "massicci sforzi del governo sono sati riportati in vita con la presenza di numerosi pesci". Grandi sforzi sono stati compiuti anche per sviluppare tecnologie per l'allevamento di pesci di acqua salata (dalle orate alle spigole) anche a fronte del problema dell'inquinamento delle acque del golfo. Motivo per cui tonnellate di pesci sono state trasferite nel mar Mediterraneo.
Il Council for a beautiful Israel ha contribuito a questo e altri progetti, per esempio nel riciclo dei rifiuti o nella sensibilizzazione contro i mozziconi di sigarette per strada o i residui di cani e gatti (quelli randagi sono 3 milioni), promuovendo il senso civico e quello della bellezza. E fra le iniziative anche la pulizia delle spiagge e la sensibilizzazione nelle scuole verso i problemi ambientali. Il ministro Gian Luca Galletti ha rilevato che "non si può prescindere dall'Ambiente": pur riconoscendo l'importanza della tecnologia bisogna riconoscere e fare i conti la natura, ad esempio i cambiamenti climatici e i fenomeni meteo estremi. Quindi, bisogna pensare all'oggi ma anche a quello che si lascia alle generazioni future. "Occorre trovare un punto di convergenza anche con Paesi distanti e a prescindere dalle differenze religiose o culturali", ha detto il ministro portando ad esempio la sua visita in Cina dove lo smog è come una nebbia perenne: "quello dei cinesi è anche un nostro problema".
Nell'incontro organizzato da 'The italian council for a beatiful Israel' con il Ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, l'Ambasciatore dello Stato di Israele, Naor Gilon, e i rappresentanti delle associazioni Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, Greenpeace Andrea Purgatori, Wwf Fulco Pratesi, Italia Nostra, Carlo Ripa di Meana, è stato rivolto loro l'invito di un viaggio in Israele per conoscere quali risorse vengono impiegate nella difesa della natura. La scelta del Capodanno degli alberi è stata fatta "per testimoniare che gli Ebrei nascono come popolo di pastori per poi diventare anche agricoltori che quindi imparano presto a celebrare le proprie feste sublimando i cicli della natura: la semina, il raccolto, le primizie, gli alberi. Tu Bishvat (detta anche Rosh-ha-shanà Lailanoth: capodanno degli alberi) cade il 15 di Shevat secondo il calendario ebraico che, essendo lunare e quindi più aderente ai cicli della natura, non corrisponde ad una data fissa del calendario gregoriano".