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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

giovedì 20 novembre 2014

Ancora su "La Sinistra assente" e la Cina: un intervento di Aldo Trotta



Imponente sviluppo umano o banali “quisquiglie”?
di Aldo Trotta
L’articolo che Canfora ha in parte (e forse frettolosamente per limiti redazionali presumibilmente imposti dal Corriere della Sera) dedicato al recente volume di Domenico Losurdo, La sinistra assente, offre lo spunto per fare poche considerazioni e avanzare qualche interrogativo. Il testo in discussione è più che lodevole, per l’analisi storica e politica di ampio respiro e per la molteplicità e ricchezza dei contenuti affrontati con grande chiarezza, molteplicità di contenuti che lo stesso Canfora riconosce e su cui vale rinviare alla lettura del libro. È dunque sul dissenso che è opportuno soffermarsi, anche perché esso tocca una questione importante, o che tale, a mio parere,  dovrebbe essere nella purtroppo sbrindellata sinistra italiana (e non solo italiana), vale a dire il bilancio storico del tragitto compiuto dalla Repubblica popolare cinese fin dal 1949 e, dunque, il giudizio politico in merito al suo attuale assetto economico-sociale e al suo ruolo nell’odierno contesto globalizzato. Ebbene, la posizione di Canfora è alquanto tranciante. La critica che egli rivolge all’autore del volume è, in sostanza, di essersi cimentato con «imbarazzo» in uno «sforzo ermeneutico malriposto» per «giustificare» ciò che è evidentemente ingiustificabile, ovvero che la Cina ha realizzato l’«esatto contrario» rispetto alle aspettative che inizialmente hanno accompagnato la rivoluzione di Mao, concretizzando di fatto «un selvaggio capitalismo fondato su una radicale disuguaglianza (non solo di salario, ma anche di condizione umana)». Ne conseguirebbe, quindi, che l’attuale realtà economica e sociale del grande paese asiatico poco o nulla si differenzia dalle società occidentali.
Credo che le cose non stiano proprio così. Mentre in Occidente si assiste al progressivo ridimensionamento dello Stato Sociale, alla cancellazione di diritti che si pensava, a torto, definitivamente conquistati e alla cancellazione della dimensione del futuro dall’orizzonte esistenziale non solo delle giovani generazioni, la tumultuosa ascesa economica della Cina ha permesso di attuare politiche sociali che hanno liberato dalla fame centinaia di milioni di esseri umani e di innalzare vertiginosamente il livello generale delle condizioni di vita, della loro «condizione umana», nonché le loro aspettative di un futuro carico di ulteriori prospettive di emancipazione. Negli ultimi vent’anni, il livello salariale dei lavoratori cinesi – come è già stato rimarcato anche da altri – è cresciuto mediamente del 10% all’anno: nella regione di Shangai, ad esempio, dal 1993 ad oggi i salari sono passati da 210 a 1.450 yuan; nel rapporto del 2013 sui «Diritti Globali», edito in Italia da Ediesse, si può leggere che in Cina «il costo del lavoro è cresciuto e, per alcune categorie di operai specializzati, il salario arriva a toccare i 700 dollari al mese. Di questo passo, considerato il potere d’acquisto, il costo del lavoro cinese sui mercati internazionali si collocherà entro cinque anni al livello degli Stati Uniti e dell’Eurozona» (in Simone Pieranni, Il nuovo sogno cinese, manifestolibri, 2013, pp. 108 e 110); il sistema previdenziale ha raggiunto un grado di copertura quasi universalistico;  il sistema scolastico e quello sanitario hanno fatti passi in avanti importanti, consentendo all’aspettativa di vita alla nascita di innalzarsi fino a raggiungere quasi i valori degli Stati Uniti e dei paesi europei più ricchi; anche il principale indicatore per la valutazione dello sviluppo umano (Isu) segnala un miglioramento: nel 2013 la Cina è entrata a far parte dei paesi con un alto indice di sviluppo umano (Human Development Report 2014 Sustaining Human Progress: reducing vulnerabilities and building resilience, (documento scaricabile dal www.undp.org). Si potrebbe continuare a elencare, visto che la documentazione a disposizione non manca.
L’impressionante crescita economica della Cina ha peraltro trainato e sta trainando, in buona parte, anche quella di altri Paesi che fino a pochi anni fa rappresentavano il Terzo Mondo sottosviluppato, consentendogli, almeno parzialmente, di superare condizioni di arretratezza e di miseria e la totale subalternità all’Occidente, il cui incontrastato dominio potrebbe avviarsi alla sua conclusione, come negli anni ’60 e ‘70 mi pare auspicasse anche la sinistra occidentale. I suoi trasferimenti di capitali e di tecnologie, i suoi massicci investimenti in infrastrutture e opere pubbliche (strade, ferrovie, ospedali, scuole, centrali elettriche, ecc.), la promozione dello sviluppo del commercio, la riduzione del debito, la cooperazione agricola ed altro ancora, hanno permesso anche ai paesi più arretrati dell’Africa di intraprendere un percorso di uscita da una condizione secolare di oppressione coloniale e di persistente negazione del diritto primario alla vita: «negli ultimi sessant’anni nessun paese ha mai prodotto un impatto maggiore sul tessuto politico, economico e sociale dell’Africa quanto la Cina dall’inizio del millennio» (Dambysa Moyo, La carità che uccide, Rizzoli, 2010; «grazie ad una donazione del governo di Pechino – scrive Rampini – perfino i leoni dello zoo di Niamey, capitale del Niger, oggi stanno meglio: nel 2010 gli è stata recapitata da una nave portacontainer di Shangai una nuova gabbia “a cinque stelle” made in China» (Federico Rampini, Occidente estremo, Mondadori, 2000, p. 67)
Sul piano politico tutto ciò, più che in radicale discontinuità rispetto alle iniziali aspettative alimentate dalla rivoluzione del 1949, si pone in piena continuità con i principi emersi nel 1955 alla Conferenza di Bandung: la lotta alla povertà e al sottosviluppo, il sostegno alla pace e l’uguaglianza tra le nazioni, all’interno di un quadro di cooperazione internazionale, di non ingerenza nelle vicende altrui e di «coesistenza pacifica», rappresentano ancora tuttora i pilastri della politica estera cinese, pur a fronte del susseguirsi di azioni e di progetti di contenimento e di evidenti pulsioni militariste, che con un’eventuale vittoria dei repubblicani alle prossime presidenziali americane potrebbero accentuarsi ulteriormente.
Ma anche sul piano teorico, questo gigantesco e pacifico processo di uscita dai gironi infernali del «bisogno estremo» mi pare espressione di una significativa continuità con il cuore pulsante della tradizione filosofica e politica hegelo-marxiana che, in radicale contrasto con il “sacro” diritto al libero e inviolabile godimento della proprietà privata celebrato dal pensiero liberale, ha teorizzato e rivendicato il diritto assoluto alla vita. Ed è appunto il prioritario diritto alla sopravvivenza che le autorità cinesi hanno considerato e continuano a considerare primario, come ha riconosciuto nel 2009 Michel Forst, commissario generale della commissione sui diritti umani, incontrando a Parigi una delegazione cinese guidata da Luo Hocai, Presidente della Società cinese per lo studio dei diritti umani. Forst non ha solamente elogiato i passi  avanti compiuti dalla Repubblica popolare, ma ha rimarcato – osserva un autorevole storico della Cina contemporanea –  che la Repubblica popolare «potrebbe assumere un ruolo ancora più importante a livello internazionale nel campo dei diritti umani» (Guido Samarani, Cina, XXI secolo, Einaudi, 2010, p. 124, corsivo nostro). Un analogo riconoscimento circa la valenza universalistica che – come la marxiana lotta di classe – sta assumendo tale imponente processo di emancipazione, emerge con chiarezza anche dal Rapporto sullo sviluppo umano 2013: il progresso umano in un mondo in evoluzione, redatto dalle Nazioni Unite, nel quale si sottolinea che «la sensazionale trasformazione di un gran numero di paesi in via di sviluppo in importanti economie, dinamiche e con una crescente influenza politica, sta avendo un impatto significativo sullo sviluppo umano. […] L’ascesa del Sud del mondo deve essere compresa in termini di pieno sviluppo umano come la storia di un’impressionate espansione delle capacità individuali e di un sostenuto progresso nello sviluppo umano di quei paesi che ospitano la maggioranza della popolazione mondiale. Quando decine di nazioni e miliardi di persone salgono la scala dello sviluppo umano, come stanno facendo oggi, si ha un impatto diretto sulla creazione di ricchezza e di un più vasto progresso umano in tutti i paesi e le regioni del pianeta» (documento scaricabile dal sito www.undp.org).  
Ci troviamo, insomma, dinanzi ad un modello di sviluppo e ad una prospettiva inedita di configurare ordinamenti economico-sociali inclusivi e fondamentalmente improntati da relazioni di cooperazione, in radicale controtendenza non con speranze disattese, bensì con il sottosviluppo escludente che per secoli è stato imposto a moltitudini di individui considerati e trattati come schiavi e bestie.
Non son tutte rose e fiori, ovviamente, e non è affatto il caso di sentirsi definitivamente appagati. L’imponente processo di ascesa della Cina (oltre che del Brasile, dell’India e di altri paesi del Terzo Mondo) risulta pieno zeppo di contraddizioni, di enormi squilibri, di diseguaglianze profonde, di forme e condizioni di sfruttamento lavorativo inaccettabili, che non vanno negate o giustificate. E Losurdo non lo fa, né nel suo ultimo volume né negli scritti precedenti, così come non lo fanno le autorità cinesi, pienamente consapevoli delle carenze e dei limiti attuali e delle sfide future: divario città-campagna e tra regioni, questione ambientale, proseguimento della lotta alla miseria, incremento demografico, riduzione delle disuguaglianze, ecc..
Ha ragione Canfora quando sostiene che lo sguardo dell’autore del testo denota simpatia per la Repubblica popolare. Vale però ricordare che questa sua posizione simpatetica è ampiamente condivisa da numerosi paesi e popoli africani e sudamericani, faticosamente impegnati, nel rispetto delle specifiche realtà e culture, sulla strada della modernizzazione e della realizzazione di una società meno disumana e più giusta. Se dunque è più che opportuno evitare di prodigarsi in appassionate apologie e assumere un atteggiamento critico, perché mai si dovrebbe guardare con antipatia o, ancor più, con avversione ideologica e politica al percorso che essa ha compiuto? Può la sinistra accodarsi a quanti in Europa e negli Stati Uniti, da ogni parte, immaginano o si augurano il crollo del sistema politico cinese e la fine del potere del partito comunista, che al di là di ogni ragionevole dubbio comporterebbero il dileguarsi dei parziali ma rilevanti obiettivi finora raggiunti, nonché  l’indebolimento e arretramento anche di quei Paesi che grazie al suo ruolo e impegno stanno cercando di scrollarsi di dosso il lungo e pesante giogo dell’Occidente capitalistico e di garantire ai propri popoli diritti economici e sociali e condizioni di vita inimmaginabili fino ad una trentina di anni fa? Il tragitto percorso dalla Cina, anche nella fase che ha preso avvio con le riforme di Deng Xiaoping, credo possa essere realisticamente considerato, pur senza negarsi o giustificare – è bene ribadirlo – limiti, carenze e storture, un itinerario in direzione dell’emancipazione umana. A meno che il bilancio storico e il conseguente giudizio politico non abbiano quale orizzonte di paragone l’utopia laica o la prospettiva religiosa della tramutazione della natura umana.

martedì 18 novembre 2014

Un nuovo intervento su "La sinistra assente" dall'Associazione Italia-Cuba dell'Umbria

La sinistra assente, il monopolio delle idee e la propaganda
Non affronteremo il mondo in modo dottrinario, con un nuovo principio:
qui è la verità, qui inginocchiati -Marx

Nel suo ultimo lavoro (“La sinistra assente”) il filosofo Domenico Losurdo analizza lo stato della “sinistra”, riconoscendola sorda alle ragioni dei Paesi emergenti, in quanto vittima di limiti culturali... e cita opportunamente Marx: le idee dominanti sono le idee della classe dominante, la classe che detiene il monopolio della produzione materiale, ha anche il monopolio della produzione intellettuale.
In questo quadro, la “sinistra” si mostra costantemente e desolatamente priva di autonoma capacità critica; anzi, solerte eco della “produzione intellettuale” dominante: dal lacrimare sulle giuste, inevitabili guerre umanitarie, al disinteresse per tutto quanto di nuovo (ed anche rivoluzionario) si elabora nella periferia dell’impero, fino all’entusiastico abbraccio ai nuovi eroi, i “dissidenti” di quei “regimi” che pretendono percorrere nuovi sistemi di organizzazione economica e sociale.
Così, ad esempio, quanto di antimperialista si sta elaborando e attuando in gran parte del continente latinoamericano non raccoglie che scettiche e irridenti sopracciglia alzate... “sinistra assente”, appunto. O forse, più semplicemente, disinteressata e pure infastidita da quel che va contro l’Impero?
Sopracciglio alzato e dito accusatore contro Cuba è, dal crollo dell’URSS, il cliché più consunto, il banco di prova sul quale la “sinistra” dimostra quanto sia divenuta democratica... Così, non c’è voce di un qualsiasi improvvisatosi giornalista, o di un qualsiasi incolore scrittore, o di un immaginario difensore dei diritti umani che non raccolga sostegno, ammirazione e simpatetiche odi.
Sarebbe comico se non fosse invece segno disperante di colonizzazione.
In questi giorni esce in Italia un film preannunciato dalla grancassa della stampa nobile nazionale. Laurent Cantet, regista francese, (sarà un furbacchione, visto che Cuba è sempre utile per fare “cassetta”?) piazza su una terrazza de L’Avana 5 attori cubani e fa loro recitare una sceneggiatura scritta dall’idolo della “sinistra” nostrana, tal Leonardo Padura Fuentes, scrittore insignificante ma scaltro, che utilmente resta in patria e ne esce solo (dietro costanti, amorevoli inviti di editori, traduttori, democratici liberatori varii, ecc) per graziosamente elargire letture orripilanti e macchiettistiche della Rivoluzione cubana... ah, quanta passione suscita per il suo “desencanto”, autisticamente ripetuto ad ogni intervista (sarà che la “sinistra” del dopo-URSS vi ritrova se stessa, cioè la giustificazione per il proprio giro di boa?!?).
Le battute che si scambiano gli attori, TUTTE, sono il “manifesto politico” del suddetto Padura: c’è tutto quel che continuamente ripete. Il processo rivoluzionario, fin nei dettagli, è ridicolizzato (ecco il popolo più colto del mondo, a commento di uno scambio di insulti fra giovani); stravolto in dramma (montagne di morti per fame, con buona pace di tutti i dati delle diverse agenzie ONU); grottescamente mistificato (terrore poliziesco che riporta lo spettatore al Cile di Pinochet); vigliaccamente offeso (si infanga la memoria delle migliaia di combattenti, volontari, che Cuba offrì nella guerra contro l’apartheid in Africa).
E molto altro: i cubani tutti ladri e corrotti, desiderosi di fumare marijuana, bere whisky, indossare lacoste, i medici pagati con caciotte, gli scrittori scomodi non pubblicati (proprio sfacciato, il signor Padura, i cui libri si trovano normalmente nelle librerie cubane!), i malati di cancro curati con le medicine che vengono dall’estero, perfino i fagioli (squisito piatto nazionale e continentale) diventano buoni grazie all’olio arrivato in dono dalla Spagna! Non è facile trovare un altro esempio di film puramente di propaganda, come questo... neanche i fini e sperimentati addomesticatori di cervelli statunitensi credo siano arrivati a tanta sfacciata stupidità.
Non manca infine, ovvio, l’appello a “riprendersi il Paese” (!!!), che apparterrebbe a questi 5 signori (opportunisti, ladri e parassiti e rei confessi)... mentre certo non appartiene a coloro (milioni) che in questi duri e cruenti 50 anni di Rivoluzione hanno studiato e lavorato, pensato e costruito, ai maestri che salgono in montagna ad insegnare in scuole dove c’è anche un solo figlio di contadini, ai medici che vanno nei luoghi più desolati e disperati del mondo ad assistere popolazioni che mai hanno visto un camice bianco, ai ricercatori scientifici che, modestamente salariati, raccolgono riconoscimenti internazionali...
Né appartiene, ovviamente, a coloro (quanti? migliaia?) che in tutto il tempo della Rivoluzione hanno rinunciato a costruire serenità personale e familiare impegnando la propria vita a difesa della vita di tutti gli 11 milioni di cubani, costantemente attaccata dal terrorismo made in USA (che ha raccolto 3500 morti): solo di alcuni di questi eroi oggi si conosce il nome, nella gran parte dei casi non hanno avuto come ricompensa che la certezza di aver compiuto semplicemente il proprio dovere di amore verso il Paese e i concittadini.
Inevitabile e amarissimo il parallelo fra i 5 personaggi del signor Padura Fuentes (che sghignazzando su “l’uomo nuovo”, vivono sfruttando ciò che ha conquistato il Paese) e i 5 antiterroristi cubani incarcerati e torturati negli Stati Uniti, dal 1998, per essersi infiltrati nelle organizzazioni terroristiche di Miami al fine di informare Cuba sui piani di aggressione armata, aiutando ad evitare altre morti...

E la sinistra? all’uscita dalla sala, il cerebralmente assopito “popolo di sinistra” non mostrava ALCUN brivido di diffidenza su quanto aveva udito e visto nel film...
La propaganda dell’Impero, a casa nostra, ha sgominato ogni resistenza, anche solo culturale ?!

Anna Serena Bartolucci
AsiCubaUmbria
Perugia, 17 novembre 2014

mercoledì 12 novembre 2014

"La Sinistra assente" e la questione del socialismo in Cina: un intervento di João Carlos Graça



The Absent Book:
On Luciano Canfora’s review of Domenico Losurdo’s La Sinistra Assente

I must start by declaring that the main feeling I experimented when reading Luciano Canfora’s review of Domenico Losurdo’s La Sinistra Assente was disappointment: frankly too meagre a text, compared with what one might expect from such an important author commenting on such another important author. Truth be said, writing in newspapers, and all the more having to do that with a certain periodicity, almost compulsively, ought to be assumed an important factor here. I haven’t many doubts in my mind that this may easily be considered… well, almost an irrelevant writing, something that a momentarily overburdened Canfora has simply scribed in a rush, in order to satisfy commitments vis-à-vis the press. He hasn’t quite exactly made justice to Losurdo, that’s for sure; but so what? We all have lapses, we all may do or say silly things one moment or another, especially when pressed by circumstances. That shouldn’t be too considered; as a matter of fact, that should very likely be disregarded… except maybe inasmuch it brings something of relevant qua symptomatic.
Following what Canfora (himself guided by Leopardi) acutely notices in La Natura del Potere, Hegel’s famous dictum about the press being “the Bible of modern man” is something to be understood with a considerable grano salis. Portuguese common saying that to write in newspapers is to write in the water (“escrever em jornais é escrever na água”) is probably not so nonsensical or absurd, after all: as a matter of fact, one must recognize that is likely mostly right. Maybe, regarding newspapers, sometimes it makes indeed sense to think in terms of a “cunning of reason” that imposes a momentary loss in comprehension in the name of the possibilities opened referring to accrued extension of knowledge (religious Reformation vis-à-vis Renaissance, to use one customary historical analogy, or maybe also political revolutions vis-à-vis religious Reformation); but then again, a “cunning of unreason” may also in certain circumstances operate and, instead of a merely momentary, pedagogic pause, we may witness a quite consistent, global decline. Hence newspapers-readers, once a lower strata in intellectual terms (if compared with the typical book-reader), being now an upper strata, when compared with the majority of mere television-watchers. Both perspectives and both possibilities are, I think, actually worth careful consideration. 
This discussion would, all too obviously, lead us very far and astray from our subject. But at least that may also point out a number of aspects no doubt crucially characterizing our times: the precedence of immediacy vis-à-vis patience, for instance; or the dominance of things fragmentary over any intuit of global perception and in depth understanding of reality (“grand narratives”, as they say); or, to put it like Losurdo himself does, the primacy of sheer emotion over thought; and also of the means how such cultural changes are susceptible of being indeed monitored and used by ruling circles, the “dominant class” now imposing its ways not so much by supplying the basic format of dominant ideas, but mostly by relentlessly imposing dominant emotions: this fact no doubt occurring within a generic “estheticization of politics”, that much we may take for granted; but also within an even more global and deeper cultural process, apparently making “post-Gutenberian” societies massively reflow into rather pre-Gutenbergian ways, and coming down to performatively confirm Humean notion that “reason is and ought only to be a slave of the passions, and can never pretend to any other office than to serve and obey them”.
There must be, however, some limitation to the validity of that idea: otherwise, what would be the very point of even spelling it out, right? The present situation is, therefore, rather abundant in ironies. As a matter of fact, one of them directly stems out of the fact that Losurdo’s book is indeed mostly a book… well, to say the truth, a book rather absent from Canfora’s review, that practically does not refer directly to it, except in which regards the vexatia quaestio of nowadays China, or to be more precise the “right” position of “Western Left” regarding nowadays China. This irony, however, operates already on a secondary semantic layer, that is, on top of the likely primordial fact that Losurdo, in recent years, had an important friendly polemical exchange of ideas precisely regarding the issue of left-versus-right with another author, the in-the-meantime disappeared Costanzo Preve, whose absence is probably one more relevant “missing link” for the reconstitution of the set of circumstances that made this book not only possible, but really also necessary.
Now, in what concerns evaluations of present times, I frankly think that countries belonging to what is usually called “the West”, with their/our still formally democratic regimes, indeed mostly behave the ways how conscious denigrators have traditionally depicted democracies: the monstrous, slave-of-the-passions, greedy, violence-prone, gullible and easily-prey-of-manipulation, brute mob: the list of clichés is presumably endless, but it’s probably good to read the useful reminder by John Robinson Jeffers, even if it properly applies not quite to humankind in general, but only to what one might call “North-American humankind”, or maybe “Western humankind” (here, please: http://www.antiwar.com/orig/jeffers1.html). In a way, I guess this may be considered a “curse” spelt by those conscious denigrators; or, from a slightly different angle, a self-depreciative and also self-fulfilled prophecy by subsequent generations. The author of Democracy in Europe: A History of an Ideology (one my all-times favorite books, dare I say, and actually an indispensable moral and political compass for the understanding of present days) probably does not disagree substantially from that idea. Still, we all have to endure the permanent and omnipresent propaganda, and censorship (hence often tending to become also self-censorship), which insists in depicting “our” (“Western”) history as a history of an exceptional, yet unstoppable triumph of democracy, a fact which would mostly result in our societies’ capacity, and really convenience, to dis-consider whatever might be occurring else in the world: anything of what “we” are not the protagonists is, therefore, not even remotely valid or worth attention.
Of course, all this very much leads our societies to a state of generalized mental confusion; and that is precisely where an element shows up, amidst what Canfora argues in the review, that seems particularly valid: namely, the notion that China ought to be recognized as significantly different from Europe in some essential points, which makes PRC's global experiment as something deeply “inedito” in human history. That may well be an extremely valid point. First and foremost, if we are to respect others, we must respect them in their otherness. That fully applies to Western studies on China, and I am aware that there is such a huge tradition of writings precisely on this topic that I will skip the subject immediately after having mentioned it. And yet, as Canfora probably knows much better than anyone else, the recognition of alterità is only the first half, so to speak, of the researcher’s métier. The other part consists of, by a recurrent appeal to analogy, redirecting that discovered otherness, or novelty, into a reprocessed, enriched fundamental identity, or universality… which still incessantly restarts its “work” of producing/discovering otherness, permanent novelty, etc. And so, by dealing with the subject of China, the researcher must, as with any other subject, pick-up his/her analytical tool-kit and, hoping for the best, consider the evidences based in his own intellectual resources, assuming always the possibility of discovering novelty/otherness behind illusory familiarity, or in other cases precisely the opposite: fundamental equivalences hidden by exotic wrappings.   
Great Divergences
Once that is assumed, two or three supplementary notions need to be mentioned. One of them is of course the idea of a “Great Divergence” that, for a number of different causes (some of them random-originated) produced since the 18th century a growing economic gap between Western societies and the Rest-of-the-world, particularly China. This is an extremely serious issue, concerning which theories may besides be spelt in a mostly self-celebratory fashion (“we, the westerners”, the exceptional races, the unique culture, blablabla), but in other cases, and rather on the contrary, emphasizing precisely the random element, the precariousness of each-and-all economic development processes, and indeed also civilizing processes. Be as it may, the fact is that nowadays the massive economic irruption of China has mostly meant the reversion of such Great Divergence, that is a crucial fact to retain, as Losurdo pertinently refers more than once in his book. However, and besides being extremely important in itself, with hundreds of millions of Chinese citizens now accessing the benefits of civilization (an aspect that only overly spoiled brats, Western academia’s enfants gâtés may even dream deny importance), this fact constitutes in itself a huge step into the discovery of a Southeast Passage for the World-Spirit, largely amplifying the capabilities for the protagonism of non-Westerns in the stage of Universal History. In other terms, it’s not just China: it’s all the so-called Third-World that, after being colonized for centuries by the “exceptional West”, was also at a certain point afterwards explicitly dumped, let down in neocolonial circles (with for instance Africa being assumed as mere trash-land, “the lost continent”, an opinion often proclaimed as official wisdom referring to economic development in the 1990s), and is now taking advantage of the momentum, indeed being massively sucked forward by the vacuum-cone produced by China’s economic extra-big push. As a small example among hundreds of possible others, let me mention the recent reconstruction and full rehabilitation of Angola’s railways, built in colonial times and after abandoned, massively sabotaged by UNITA, often went into complete ruin (much for Schadenfreude of neocolonial spirits, always running high here in Portugal, very often with “left-wing” gown), and now at last fully recovered and used in normal conditions, actually starting to experience new extension of lines (whereas by contrast important tracks of rail network are abandoned here in “old Portugal”, courtesy of EMU, IMF and the local lackeys), largely thanks to Angola-China cooperation, with direct intervention of lots of Chinese workers, and really many Chinese companies involved, both public and private, but always supervised by public powers of both countries (yeah, yeah, I’m familiar with the hearsay, true or false: also with lots of corruption associated, of course, of course…).
But let us avoid go into details or follow rumors. Besides of the authors usually associated with the discussion of the so-called “Great Divergence” (Pomeranz, Huntington, Duchesne, etc.), I think crucial to mention also Giovanni Arrighi, among other things because he drives the discussion of China’s recent case into a theoretical framework which, unlike the one of those authors, is largely Marx-inspired. But even far beyond such aspect, I do think Adam Smith in Beijing absolutely indispensable, Arrighi’s “prezioso studio” no doubt including some of the deepest things written on China in our days. Naturally, that doesn’t conclude the discussion of the issue. Losurdo puts in parallel the reduction of the Great Divergence in international terms with a novel, internal Great Divergence in western societies, in other terms the huge growth of the inequalities occurring in those during the last two decades or so, once the disappearance of the “Eastern Block” left capitalism, and political liberalism, sufficiently unleashed to have things fully their way. These discussions, however, run partly aside China’s case; both for good and for less good reasons. As to capitalism, although many aspects of Chinese economy now obey its logic, the fact is that the instances of “last resort” in Chinese society continue to be fundamentally non-capitalist, I fully agree with both Arrighi and Losurdo in that point (and, by the way, also with Diego Angelo Bertozzi), and sincerely deem things so obvious that the burden of proof must be put in our opponents… who have until now brought nothing of really relevant for this discussion, whether in terms of sheer facts and/or indeed regarding interpretative schemes. Truth be said, Costanzo Preve raised extremely interesting issues regarding this discussion (see here, please: http://www.comunismoecomunita.org/?p=2782), but none of them in my opinion really able to dispute the socialist nature of Chinese society. Maybe this is not a Marxian socialism, fair enough. Maybe it’s instead a half-Confucian, half-Lassallian socialism, but so what? It is still a socialism, and that should definitely be the most important thing. (Incidentally, calling “state capitalism” to a regime where the propriety of means of production is public, like Charles Bettelheim and others did, for instance, referring to Khrushchev’s and Brezhnev’s USSR, seems to me not only a deep political mistake, but above everything else an utmost absurdity. Bettelheim and other soixante-huitarde thinkers, officially of a Maoist or semi-Maoist persuasion, are to be first considered for what they really are, i.e. “anarcoide”, before any relevant and productive discussion in officially Marxist terms may even be initiated).
Other issues are, for instance, China’s so much talked-about growth of inequalities, and also PRC’s single-party regime. As to the first, probably it’s enough to mention the important aspect that Chinese inequalities, unlike Western ones, fundamentally respect the so-called Rawlsian rule of “maximin”, that is to say, in case the historical path had been otherwise, even the least well-off in China would be rather worse than they are now. The changes occurred benefitted virtually everybody in Chinese society, crucially unlike with us, Westerners. Moreover, China fully qualifies to be considered a state where principles of “rule-of-law” predominate, and also where social mobility (and particularly opportunities for upwards mobility) is an important part of the social fabric. And so, as to those aspect PRC, which is besides a staunch supporter of the rule-of-law also in international instances, where by contrast the USA and its satellites are a permanent producer of a Hobbesian (artificial, man-made) “state of nature”, has nothing to learn from Western wisdom, and especially not from the official “Western-Left” wisdom, that incessantly tries to obtain compensation from its own pathetic failures “at home” by non-stop lecturing and severely admonishing the natives of the Rest, with particular emphasis for those who impudently dare diverging from its recognizably enlightened prescriptions. Finally, as to this subject I should add that recent China’s social experiment has fundamentally rescued not only the notions of socialism and equality, both within countries and in cross-countries perspective (see for instance Mark Weisbrot:  http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/may/03/world-nothing-fear-us-power-china-economy-democracy), but really even the best aspects of our own Western societies, otherwise now almost completely felt into oblivion, such as Keynesianism, that may with justice be declared to have been “saved from the waters” by China’s massive economic triumph (see also Keynes Blog, please: http://keynesblog.com/2014/03/18/cosa-ha-salvato-la-cina-dalla-recessione-la-spesa-pubblica-e-le-aziende-di-stato/).
Electoral gymnastics?
As to the quarrel of multi-party versus single-party regimes (and leaving momentarily aside the numberless devices that make formally multi-party regimes today in most of the West resemble much more de facto single-party than proper multi-party realities), obviously I find the first option globally preferable, but given an important proviso of “ceteris paribus” reasoning. To take a radical contrast, single-party Saddam Hussein’s Iraq was undoubtedly an oasis of civilization, if compared with the barbarian desert of sectarian/ethnic conflicts that the Empire of Chaos brought to that region... indeed, together with multi-party political institutions, complemented with the assassination of roughly one million people, that’s undeniable. In this case, therefore, let me opt for the single-party scenario. On the other hand, I have no doubts in declaring that nowadays’ multi-party regime of Bashar al-Assad’s Syria is substantially preferable to previous single-party Syrian regime, also of Bashar al-Assad’s… except, of course, for the fact that nowadays regime has to endure an atrocious undeclared war by the Empire ant its regional allies, which makes everything different… and so, we must step back into strict “ceteris paribus” proviso.
China did not yet venture into multi-party experimentation, for the time being. But I think that, apart from the generic clauses I first expressed, one should mostly wait and see. Who knows what else of “inedito” may in the future show up, coming from that landscape? Hopefully, that will safeguard the mostly socialist character of the social fabric. But what is really the horizon of my hopes, when compared with the almost endless complexity of things? By contrast with that, and in which concerns post-Soviet Russia, a case that Canfora apparently reduces to a mere restauration of “electoral gymnastics”, I am also rather inclined to recommend more caution. If we consider, for instance, Igor Strelkov’s writings on the present situation (here, please: http://www.globalresearch.ca/russias-hope-for-rebirth-social-justice-and-national-mobilization/5409244) we are immediately captured by the the upper-hand gained by pre-Soviet Russian imaginary in the discourse of a person who still is no doubt one of the main protagonists of present days Russia’s heroic struggle for its existence, against the aggressive western hordes of NATO and its allies. Strelkov’s talk is, indeed, astoundingly similar, as to some aspects, with German 1914-18 “war ideology”, probably much more than what the Russian military leader even dreams. His own notions of a multiplicity of different national cultures, each of them trying to develop its potentialities by struggling for a place in the sun, immediately resound Herder, Darwin… and indeed many other Western European social philosophers. But one of the traits of our situation is precisely those ideas emerging within a mental context where Russian alleged uniqueness is the element emboldened. Does this all “interpelate” us qua Westerners, but also qua “leftists”, and maybe even Marxists? Well, I think it definitely preferable that way. But most of these subjects concern us directly regarding our condition of citizens of NATOland, and in my opinion we should consider it primarily in those terms.
Must a post-Soviet Russia appeal to this kind of discourse in order to become able to fight its “existential” struggle and stay alive, avoiding Western dismemberment (and transformation into a bunch of satrapies susceptible of subsequent western fagocitation)? There was a time, let us remember, when Soviet leaders chose to put Marxism momentarily aside, or at least render it palatable to Russian patriotism, or even induce its merging with Russian national imaginary, in order to propitiate a struggle for a much aggrandized notion of the Russian Motherland, which unquestionably produced also its finest hour. Was this (as they always keep saying) just one more betrayal of Marxism by the infamous Totalitarian Ogre? Arguably so… but isn’t our case, now, with mainstream “Western Left” at the best scenario “neutral” and “equidistant” in this conflict, whether nor deep inside undeniably pro-Maidan, frankly a much more serious case of betrayal and, on a much more deep level, indeed susceptible of producing irreversible damage in the relations of Marxism (or at least “Western Marxism”) with really all the peoples of the Rest?
That constitutes, I think, a group of questions worth much more detailed consideration, and which I will only mention here, adding however that one of the many merits of this book by Losurdo is precisely its contribution for raising this kind of problems, most of the times absent from a mainstream “Western Left” discourse that, although continuing officially Marxist, and even officially proud of that alleged theoretical-ideological affiliation, has apparently gone demented by Western hubris, and is therefore now completely (albeit maybe not irrevocably) out of touch with the World-Spirit.
Saudações cordiais.
Lisboa, 11 de Novembro de 2014 (39th anniversary of the proclamation of People’s Republic of Angola)

"La Sinistra assente" e la questione del socialismo in Cina: un intervento di Domenico di Iasio

«La sinistra assente» e la Cina
di  Domenico di Iasio

Luciano Canfora, nella sua recensione a La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra (Carocci 2014) di Domenico Losurdo, fa bene a rilevare che «sarebbe molto più utile proporsi di comprendere quale inedita formazione economico-sociale e politica sia nata sotto i nostri occhi in quello che oggi è il punto nevralgico del pianeta» (“Corriere della Sera”, 3-11-2014), cioè la Cina. E, a mio avviso, La sinistra assente dà un  contributo notevole alla comprensione di tale “inedita formazione economico-sociale e politica”, quando interpreta l’attuale fase di sviluppo cinese come la seconda fase della lotta anticoloniale, estesa a tutti i paesi dell’ex-Terzo Mondo. Alla “guerra di popolo” contro le potenze coloniali occidentali si sostituisce oggi una radicale politica di sviluppo economico e tecnologico per sfuggire alla morsa del sottosviluppo costruita da tali potenze. La parola d’ordine di Deng Xiaoping “Arricchirsi è glorioso”, ripresa da Nikolai Bucharin,  risponde all’esigenza primaria di fuoriuscire dalle secche del sottosviluppo. Jiang Zemin, nel Rapporto del Partito comunista Cinese del 1997, precisa:«Istituiremo e perfezioneremo un’economia socialista di mercato, un sistema politico di democrazia socialista», perché «il compito essenziale del socialismo è lo sviluppo delle forze produttive», desumendo questo concetto, a mio avviso, dalla Critica del Programma di Gotha (1875) di Marx, dove la transizione alla fase più elevata della società comunista è ravvisata nello «sviluppo degli individui e delle forze produttive (Produktivkräfte)». Insomma, il PCC è orientato a costruire, leggiamo sempre nel Rapporto del 1997, «una società in cui tutta la popolazione vive in modo agiato».
Oggi i reporters occidentali non fanno altro che sottolineare il fatto delle disuguaglianze acute del “ socialismo di mercato”.  Giampaolo Visetti, ad esempio, in suo reportage riconosce che la Cina attualmente è la «prima economia del mondo» rispetto al tasso di crescita, ma contestualmente sottolinea le contraddizioni di tale economia, affetta da stridenti disuguaglianze: «nei villaggi rurali si guadagnano mille euro all’anno, un terzo rispetto al reddito nelle città, 26 volte meno della media Usa» («la Repubblica», 1-05-2014). Questa cantilena delle stridenti disuguaglianze cinesi è presente anche in lavori più strutturati, come, ad esempio, nel libro di Daron Acemoglu e James A. Robinson (Why Nations Fail, London 2013, p. 441):«Il reddito pro capite in Cina tuttora è una frazione di quello degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale».
In una riflessione sulla Cina Cesare Imbriani (Etica e Finanza ai tempi del colera. Riflettere su Cina, liberismo e liberalismo, in Princìpi di economia solidale, PensaMultimedia, Lecce-Brescia 2013), cita Croce, per il quale «alcuni programmi comunistici possono essere trasformati nella storia in una proposta liberale». L’economista de “La Sapienza” conclude con questa domanda: «l’economia di mercato della attuale globalizzazione con al suo interno un attore fondamentale quale è  l’economia cinese, non potrebbe essere lo studio di caso di una trasformazione liberale del programma comunistico?». Si tratta ovviamente di una domanda legittima, foriera di riflessioni e fecondi dibattiti. Imbriani include il sistema economico cinese nella globalizzazione neoliberistica, di cui è parte integrante. Ma, a mio avviso, nel sistema economico e politico cinese c’è qualcos’altro che l’intellettuale occidentale non cattura facilmente. E questo “qualcos’altro” è costituito dalle finalità che sottendono il sistema stesso.
E quali sono queste finalità, non finte ma reali? È stato già detto: costruire «una società in cui tutta la popolazione vive in modo agiato». Invece, la natura del capitalismo, sottolinea con forza Emanuele Severino, consiste nel «perpetuare la scarsità» ( Il declino del capitalismo, Rizzoli, Milano 2007, p. 81), nell’organizzarla continuamente tenendo alti i prezzi delle merci per spostare maggiori profitti dalla parte di chi già detiene la ricchezza. Pertanto, nel contesto capitalistico le disuguaglianze sono strutturali e sempre più profonde. In Cina, invece, le disuguaglianze sono state il prodotto più genuino della colonizzazione giapponese e occidentale. Nei villaggi rurali cinesi a metà Novecento, ma anche per tutto il periodo della Rivoluzione culturale maoista, si moriva di fame. I contadini non potevano mangiare nemmeno una volta al giorno. Ora, invece, anche con un reddito minimo di “mille euro all’anno”, come dice Giampaolo Visetti, la gente mangia almeno una volta al giorno, secondo le testimonianze di molti osservatori e perfino turisti. Si calcola che più di 600 milioni di poveri cinesi siano usciti dalla miseria estrema, cioè possono mangiare almeno una volta al giorno. Ed è questo il dato di fondo che gli intellettuali occidentali stentano a comprendere. In Italia oggi siamo si e no 60 milioni di abitanti, una piccola provincia per la Cina. Eppure, in questa piccola provincia la popolazione comincia ad impoverirsi sempre di più. In Cina la tendenza è progressiva, verso un livello di vita sempre più agiato, in Italia, al contrario, ma anche in alcune altre regioni europee, la tendenza è regressiva, si marcia all’indietro, verso il basso e la miseria di massa. Sarebbe interessante parlare di tutto ciò in dibattiti pubblici aperti, dove si possono approfondire certi temi che in un semplice articolo, come questo, rimangono necessariamente nell’ombra, come, ad esempio, il tema ecologico. Un solo rilievo rispetto a tale questione, evidenziato peraltro da un’economista britannica dell’Università del Sussex, Mariana Mazzucato:«Il visionario e ambizioso XII piano quinquennale cinese (2011-2015) punta a investire 1.500 miliardi di dollari (il 5 per cento del PIL) in una serie di settori: tecnologie per il risparmio energetico e l’ambiente, biotecnologie, informatica di nuova generazione, manifatturiero avanzato, nuovi materiali, combustibili alternativi e auto elettriche […] la strategia di “sviluppo verde” (“green development”) della Cina sta ridefinendo il concetto di sviluppo economico “ottimale”» (Lo Stato Innovatore, Laterza, Roma-Bari 2014, pp. 174-5). E tutto ciò, avverte sempre la Mazzucato, in un momento in cui i finanziamenti “verdi” britannici, ma in generale occidentali, diventano sempre più deboli e discontinui. In Italia poi sono attualmente inesistenti. Ciò nonostante, la macchina informativa occidentale presenta la Cina come il paese dell’inquinamento supremo e del disinteresse totale per tale questione. Si tratta chiaramente di una manipolazione e su ciò La sinistra assente dice anche molto, dopo Guy Debord e Manuel Castells. La società dello spettacolo falsifica tutto e scambia intenzionalmente il falso per vero, annebbiando le menti anche degli intellettuali e rimuovendo verità evidenti come, ad esempio, il fatto che gli USA non hanno mai ratificato il protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas serra, a differenza della Cina che figura tra le 186 nazioni firmatarie. Solo recentemente gli USA a Pechino, nel corso del Forum Apec, hanno firmato un accordo con la Cina per la riduzione dei gas serra estesa fino al 2030. 
Certamente la Cina non costituisce un modello per l’Occidente, come non lo era l’URSS di ieri. Qui si tratta di capire, non di costruire modelli. Ci sono contraddizioni palesi nella società cinese, come i dati di fatto delle disuguaglianze e dell’ecologia. Ma tali questioni esistono anche da noi e senza prospettive concrete di soluzione. Se, come sottolinea Colin Crouch, «le nostre società stanno diventando […] sempre più inique» ( Quanto capitalismo può sopportare la società, Laterza, Roma-Bari 2014, p. 5), possiamo dire che la società cinese come quelle dell’intero ex-Terzo Mondo, al contrario, stanno diventando sempre “meno inique” e progressive. Evidentemente qui la sinistra è più presente e meno confusa che in Italia e in Occidente. C’è bisogno di una sinistra di questo tipo, “nell’era del cambiamento”, come recita il sottotitolo dell’ultimo libro di Franco Cassano (Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento, Laterza, Roma-Bari 2014). La sinistra non ha esaurito il suo compito, non può in Occidente starsene in disparte, lasciare le cose così come sono, incancrenite. Ha bisogno di un nuovo volto e per acquisirlo, qui Losurdo ha ragione, deve aprirsi e non chiudersi alle lotte reali, alle lotte di chi soffre, perde il posto di lavoro e rischia di non mangiare nemmeno una volta al giorno.

venerdì 7 novembre 2014

"La Sinistra assente" e la questione del socialismo in Cina: un intervento di Maurizio Fratta

La Cina e la sinistra
di Maurizio Fratta
 
Pur non entrando nel merito della natura sociale (collettivistico-burocratica o capitalistico-managenariale o non saprei cos'altro) dell'attuale regime cinese, ciò che importa sottolineare, in seguito alla lettura del pezzo di Canfora dedicato all'ultimo saggio di Domenico Losurdo, è che Canfora sembra riprendere in pieno il paradigma della"rivoluzione tradita" per interpretare l'evoluzione denghiana del Partito Comunista Cinese. L'intuizione neobucharinista di Deng, che maturava già alla metà degli anni sessanta, non è oggettivamente inquadrabile entro lo schemino astratto dell'abbandono della prospettiva rivoluzionaria. Anzi, proprio alla luce di quello che i maoisti cinesi, già nell'Urss stalianiana, leggevano rigettandolo come un nuovo "zarismo rosso", nasce una nuova prospettiva alla quale contibuiscono, oltre a Deng Xiaoping, Zhou Enlai e soprattutto Liu Shaoqi. Una prospettiva che si radicalizza nella drammatica lotta di correnti degli anni sessanta entro il Partito Comunista Cinese. La via di Deng, legittimata dai vertici del partito, è senz'altro frutto della sconfitta strategica del linbiaoismo e della "Banda dei Quattro". Definire in modo così netto la Cina contemporanea come controrivoluzionaria significa sposare la concezione accusata da Deng di sciovinismo reazionario e neomedievalismo, ossia quella di Lin Biao e della Banda dei Quattro. Sono dunque questi, problemi aperti e complessi, che non si possono risolvere con scomuniche e frasi nette ad effetto in quanto lo stesso Mao ben difficilmente si può accomunare sulla medesima linea di un Lin Biao, di una Rivoluzione Culturale presto rigettata dallo stesso presidente cinese per i suoi castastrofici esiti e di una Jiang Qing. Per quanto keynesismo, economia di mercato e neo-confucianesimo si possa percepire nella Cina contemporanea, la prospettiva di cui questa si è dotata è pienamente scaturita dalla vittoria di una ben precisa corrente radicata nella tradizione del Partito Comunista Cinese.

mercoledì 5 novembre 2014

"La Sinistra assente" e la questione del socialismo in Cina: Diego Angelo Bertozzi replica a Luciano Canfora

D.A. Bertozzi, che ringrazio, è esperto di questioni cinesi e autore dei libri "La Cina da impero a nazione" (Simple) e, con A. Fais, de "Il risveglio del Drago" (All'insegna del Veltro) [DL].

Nella sua recensione del libro “La sinistra assente” di Domenico Losurdo, pubblicata sul Corriere della Sera del 3 novembre, il professor Canfora riconosce i meriti di questo testo ma ne critica le posizioni relative alla Repubblica popolare cinese. Secondo Canfora, il recente sviluppo economico di questo paese sarebbe in contraddizione con le premesse teoriche del socialismo cinese e della rivoluzione maoista e in questo senso lo “sforzo ermeneutico “ di Losurdo sarebbe “mal riposto”.
Con le sue affermazioni – non nuove – Canfora si inserisce insomma in un filone di pensiero ben consolidato – anche a sinistra – di condanna degli sviluppi di quello che si definisce “socialismo con caratteristiche cinesi” e che si riassume, per l'appunto, nel rigetto di un tradimento consumatosi nel post-rivoluzione culturale e sfociato in una restaurazione autoritaria del liberismo capitalista. La Cina, secondo una lettura divenuta ormai senso comune, non solo non rappresenta un'alternativa reale alla restaurazione liberista in atto, ma ne è, invece, parte attiva con il suo bagaglio di sfruttamento, diseguaglianze raccapriccianti e pulsioni imperialiste.
In fondo basterebbe poco per dimostrare che l'affermazione “lo stato di cose che si è affermato in quel grande Paese, trasformatosi ormai nell'esatto contrario di ciò che si proponeva di essere alla metà del Novecento” concede troppo alla vulgata dominante.
Si potrebbe partire dal discorso di Mao che il 1° di ottobre del 1949 sancì ufficialmente la nascita della Repubblica popolare cinese: “Ci siamo uniti, con la guerra di liberazione nazionale e con la grande rivoluzione popolare, abbiamo abbattuto gli oppressori interni ed esterni e proclamiamo la fondazione della Repubblica popolare cinese. Da oggi il nostro popolo entra nella grande famiglia di tutti i popoli del mondo, amanti della pace e della libertà”.
Da allora sono passati più di cinquant'anni e, quindi, possiamo chiederci in cosa il Partito comunista cinese abbia contribuito nella costruzione “dell'esatto contrario” di quanto preannunciato dal suo leader più eminente e tuttora ritenuto fonte di ispirazione e cardine ideologico. Ebbene, tra gli scopi originari della lunga rivoluzione cinese, portata a termine dal Pcc, c'era proprio quello della rinascita nazionale, della ri-conquista dell'integrità territoriale e della piena sovranità. Ebbene, difficile non vedere come proprio oggi questi obiettivi siano stati sostanzialmente raggiunti (anche se non del tutto), con il ritorno alla madrepatria di Hong Kong e Macao, con l'ormai concreta prospettiva di raggiungere il primato economico, con la drastica riduzione del gap tecnologico (e militare) con le principali potenze mondiali (Usa su tutti), tanto che il Pentagono con sempre maggiore frequenza lancia allarmi su una sempre più prossima parità militare. Nata per chiudere la triste parentesi del “secolo delle umiliazioni”, la Cina è, dopo mezzo secolo, in grado di opporsi ai rinnovati progetti di smembramento dell'imperialismo statunitense. L'”esatto contrario” avrebbe visto ben altri scenari: la liquidazione violenta della presenza comunista (una fine simile a quella dei comunisti indonesiani), lo smembramento dell'ex Celeste impero con la perdita di periferie, storicamente baluardi a protezione del centro, come Xinjiang e Tibet, oppure la ricomparsa, sotto forma diversa, di potentati regionali con a capo moderni “signori della finanza”.
Certo, il processo di apertura e riforma, nelle sue fasi di maggiore radicalità, ha portato alla crescita di diseguaglianze nella distribuzione delle ricchezze, riservando ad alcune regioni costiere, piuttosto che a quelle interne, il ruolo di locomotiva dello sviluppo. Tuttavia ha permesso il raggiungimento di un risultato di portata storica (e non solo per la Cina): l'uscita dall'estrema povertà (quindi dal rischio di morte per fame) di oltre 200 milioni di persone nelle aree rurali. Nel 1950 la Cina comunista vedeva ancora parte della propria popolazione vittima di morte per inedia, con intere zone devastate da uno dei peggiori imperialismi della storia e condannate al perenne sottosviluppo. Non possiamo negare che la povertà sia ancora una realtà drammaticamente presente nella Cina popolare – e la dirigenza cinese è in prima linea nel riconoscerlo, ma il dato è quello di una sua riduzione di circa il 90%. A tutto questo va aggiunta la costante crescita percentuale a doppia cifra dei salari e il progressivo riconoscimento di diritti ai lavoratori (riduzione dell'oraria, aumento delle ferie, maggiori garanzie contro il licenziamento, sviluppo di una rete di protezione sociale universale). Misure impensabili senza uno sviluppo economico a doppia cifra. Tutt'altro che l'”esatto contrario” di quanto preannunciato! Certo, al mercato e all'iniziativa privata sono riconosciti ruoli crescenti, ma si resta nel quadro di una coerente programmazione economica da parte dello Stato (pianificazione), del controllo di quest'ultimo sul credito, sulle infrastrutture, sui settori strategici dell'economia, di un potere statale che può aumentare per legge i salari minimi (nel 2011 a Pechino crebbero per decreto del 21%), di un sistema fiscale fortemente progressivo a tutto vantaggio dei redditi più bassi, e dello sviluppo di un fiorente settore cooperativo che vede impiegata una fetta crescente della popolazione.
A questo vanno poi aggiunte le ricadute internazionali dello sviluppo economico cinese. L'ingresso a titolo paritario nella “grande famiglia di tutti i popoli del mondo” avveniva nel pieno di un processo di lotte di liberazione nazionale che vedevano impegnati popoli dell'Asia come dell'Africa contro le ex potenze coloniali e l'ingresso dell'imperialismo statunitense (guerra di Corea e difesa militare della secessione di Taiwan). Sintetizzava, quindi, la volontà dei comunisti cinesi di favorire il processo in atto e di costruire un ordine internazionale basato sul rispetto delle autonome vie di sviluppo economico-sociale. Volontà e programma politico che sarebbe stato successivamente scolpito nei Cinque principi della coesistenza pacifica (1954) in occasione della nascita del Movimento dei Paesi non allineati. A sessant'anni da quella presa di posizione – ancora oggi pietra miliare dell'impegno diplomatico cinese – ci troviamo forse di fronte all'”esatto contrario”? Chiusa la parentesi dell'esportazione della rivoluzione – che portò Pechino a sostenere anche movimenti di liberazione di dubbia ispirazione in funzione anti-sovietica – ora il successo economico cinese esercita quella che possiamo definire una “attrazione magnetica”  o un “irradiamento” per quei Paesi – ancora molti – desiderosi di uscire da un secolare sottosviluppo e di sconfiggere la povertà. In campo è posta un'alternativa tanto all'imperativo liberista quanto alla complementare “carità che uccide”, secondo la definizione della giornalista africana, collaboratrice di New York Times e Financial Times,  Dambysa Moyo. Queste sono le sue considerazioni: “Negli ultimi decenni più di un trilione di dollari nell'assistenza allo sviluppo ha davvero migliorato la vita degli africani? No. Anzi, in tutto il globo i destinatari di questi aiuti stanno peggio, molto peggio. Gli aiuti hanno contribuito a rendere i poveri più poveri e a rallentare la crescita. Al contrario, il ruolo della Cina in Africa è maggiore, più sofisticato e più efficiente di quello di qualsiasi altro paese in qualunque momento del dopoguerra. Un ruolo criticato da quanti attualmente si arrogano il diritto di decidere il destino del continente come se fosse una loro precisa responsabilità, ossia la totalità dei liberal occidentali, i quali la ritengono (spesso nel ruolo più paternalistico) una loro precisa responsabilità. Per molti africani i vantaggi sono davvero tangibili: ora ci sono strade dove non ne esistevano, e posti di lavoro dove mancavano; invece di fissare il deserto degli aiuti internazionali, possono finalmente vedere i frutti dell'impegno cinese. Quest'ultimo è chiaramente un fattore che negli ultimi anni ha permesso all'Africa di arrivare a un tasso di crescita del 5%.”[1]
Lo stesso vale per l'America Latina, visitata recentemente, in occasione dell'ultimo vertice Brics, dal presidente della Repubblica popolare cinese – e segretario del Pcc – Xi Jinping. Ai sempre più stretti legami economici e alle collaborazione in materia energetica e infrastrutturale, segue – considerazione lanciata da uno studio del Council on Hemispheric Affairs  - un sempre più diffusa disponibilità “politica” nei confronti di Pechino: “un consenso diverso sta emergendo riguardo agli investimenti cinesi nella regione. Con l'emergere della Cina sulla scena mondiale, molti Paesi dell'America Latina hanno accolto gli investimenti cinesi con le braccia aperte, perché vedono la Cina come una contrappeso all'egemonia statunitense nella regione”. Ma in gioco non c'è solo il bilanciamento dello storica e preponderante influenza Usa – una progressiva erosione che sta permettendo l'azione integrazionista condotta da governi di stampo progressista, quando non socialista – quanto la “gravitazione” della regione verso norme di politica estera tradizionalmente gradite a Pechino, su tutte la non interferenza negli affari interni in tema di diritti umani[2].
Una parte significativa del mondo guarda con interesse al socialismo cinese e la stessa presenza di Pechino ha dato a molti quanto negli ultimi decenni sembrava inverosimile: una possibilità di scelta, una alternativa al ricatto, da giocare a favore dei propri interessi. È indubbio: la presenza e l'azione della Cina popolare costituisce e offre un sempre più importante contrappeso politico-economico per tutti quei Paesi che, grazie ai flussi finanziari e ai crediti (a tassi agevolati) provenienti dal dragone orientale, possono evitare il cappio dello sfruttamento occidentale rappresentato da  strumenti operativi come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale.
Siamo, anche in questo caso, di fronte all'”esatto contrario” di quanto preannunciato mezzo secolo prima? Pare proprio di no.

Diego Angelo Bertozzi



[1]                   Dambysa Moyo, “La carità che uccide”, Rizzoli, 2010, pag. 122
[2]     The Dragon in Uncle Sam's backyard: China in Latin America”, Council on Hemispheric Affairs, giugno 2014