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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

giovedì 22 gennaio 2015

Un'intervista su "La Sinistra assente"





La sinistra assente
Intervista con Domenico Losurdo
a cura di Francesco Algisi

losurdo sinistra  Domenico Losurdo è professore emerito di Storia della filosofia presso l'Università degli Studi di Urbino. Autore di numerose pubblicazioni – tra le quali ricordiamo "Controstoria del liberalismo" (Laterza, 2006), "Stalin. Storia e critica di una leggenda nera" (Carocci, 2008), "La lotta di classe" (Laterza, 2013), "Nietzsche, il ribelle aristocratico" (Bollati Boringhieri, 2014, II edizione) – ha recentemente dato alle stampe "La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra" (Carocci, 2014). Al pari dei precedenti, anche quest'ultimo saggio si legge con grande profitto. Su alcuni dei temi affrontati nel testo, abbiamo rivolto alcune domande all'Autore.
  Prof. Losurdo, lei scrive che "ogni leader sgradito a Washington, che si tratti di Castro, Gheddafi o Saddam Hussein, sa che deve guardarsi quotidianamente e in ogni istante della giornata dalle trame e dai tentativi di assassinio orchestrati dalla CIA" (pag.127). Questo fatto incontestabile giustifica, a suo avviso, il mancato (o comunque "problematico") sviluppo "di rapporti realmente democratici all'interno dei paesi più deboli" (pag.136) e costretti "a vivere sotto l'incubo dell'aggressione" (pag.194) da parte degli USA?
  Rispondo formulando a mia volta una domanda: il pericolo del ripetersi negli USA di attentati terroristici «giustifica» la decisione di rinchiudere a Guantanamo, senza processo e anzi senza neppure una notificazione del reato contestato, persone della più diversa età (compresi ragazzini e vegliardi) e di torturarle sistematicamente? E «giustifica» la decisione di procedere, grazie ai droni, a esecuzioni extragiudiziarie senza curarsi neppure dei cosiddetti «danni collaterali»? Nonostante l'11 settembre, i rischi corsi dai presidenti statunitensi sono ben inferiori a quelli cui erano e sono esposti Castro, bersaglio di innumerevoli tentativi di assassinio, o Gheddafi, in effetti catturato, selvaggiamente torturato e poi assassinato. Possiamo ben criticare il modo in cui Castro, Gheddafi ecc. fronteggiano lo stato d'eccezione, ma senza mai dimenticare che lo stato d'eccezione è imposto loro dall'imperialismo (da considerare il principale responsabile)...

martedì 20 gennaio 2015

Dal razzismo antisemita al razzismo antiarabo

In questi giorni, coloro stessi che hanno incoraggiato il sedicente Stato Islamico a distruggere con i mezzi più barbari la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad (due paesi di orientamento laico e all'insegna della tolleranza religiosa), ora sfruttano l'indignazione suscitata dall'attacco terroristico di Parigi per scatenare una crociata, essa stessa fondamentalista, contro il mondo arabo e islamico. In questo quadro si colloca la celebrazione e santificazione di Oriana Fallaci, i cui argomenti non fanno altro che rivolgere contro il mondo arabo e islamico gli argomenti classici dell'antisemitismo anti-ebraico.Già alcuni anni prima dell'11 settembre un autore statunitense di dichiarato orientamento conservatore, Samuel Huntington, era costretto a riconoscere: 
«In Europa occidentale, l'antisemitismo verso gli ebrei è stato in larga parte soppiantato dall'antisemitismo verso gli arabi».
Sull'islamofobia ovvero sull'«antisemitismo verso gli arabi» della Fallaci riprendo un paragrafo dal mio libro Il linguaggio dell'Impero. Lessico dell'ideologia americana, Laterza (DL).
 
 
«In Europa occidentale, l’antisemitismo verso gli ebrei è stato in larga parte soppiantato dall’antisemitismo verso gli arabi» (Samuel P. Huntington)

L’odierna campagna anti-araba e islamofoba individua già nel Corano le radici dei misfatti addebitati all’odierno radicalismo islamico. Vale la pena allora di riflettere su un testo classico di uno dei più famigerati antisemiti (Theodor Fritsch): Le mie prove contro Jahvé1. Al posto di Jahvé è ai giorni nostri subentrato Allah! Diamo la parola alla Fallaci: «Allah non ha nulla a che fare col Dio del Cristianesimo. Nulla. Non è un Dio buono, non è un Dio Padre. E’ un Dio cattivo […]. E non insegna ad amare: insegna a odiare»2. E ora apriamo il capitolo secondo del «classico» appena citato dell’antisemitismo. Balza subito agli occhi il titolo: «La crudeltà e la misantropia di Jahvé»! A dimostrare queste caratteristiche provvederebbe la sorte dall’Antico Testamento riservata agli abitanti di Canaan, sterminati al fine di far posto al popolo eletto. La conclusione è chiara: «lo spirito della vendetta e dell’odio», proprio dell’ebraismo, è in irrimediabile contrasto con «lo spirito della mitezza e della bontà», proprio del cristianesimo3.
Ma vediamo come si sviluppa ulteriormente la requisitoria ai giorni nostri pronunciata contro Allah, questo «Dio Padrone»: «Gli esseri umani non li tratta come figli. Li tratta come sudditi, come schiavi […] Non insegna ad essere liberi: insegna a ubbidire»4. E di nuovo ci imbattiamo nella ripresa in senso anti-arabo e anti-islamico di un tema centrale dell’antisemitismo propriamente detto, che con Dühring rimprovera all’ebraismo di rappresentare Dio solo come «signoria», dinanzi alla quale al fedele non resta altro che assumere un «atteggiamento sottomesso». Il culto di Jahvé produce un «uomo servile per natura», il quale si prosterna tremebondo ad «un signore arbitrario»; il risultato è una «servitù teologicamente consacrata» (göttliche Knechtschaft)5. In conclusione, l’ebraismo è «una religione servile», che ispira una «morale servile» e che non conosce «uomini liberi»6.
Sul banco degli imputati Allah ha preso il posto di Jahvé, ma per il resto non si notano grandi differenze. «Se questo Corano è tanto giusto e fraterno e pacifico, come la mettiamo con la storia dell’Occhio-per-Occhio-e-Dente-per-Dente?»7 – si chiede con appassionata retorica Oriana Fallaci, che ignora però di plagiare Marr: «’Occhio per occhio, dente per dente’, afferma la religione di Jahvé»8. La portabandiera dell’odierna islamofobia si rivela meno informata del patriarca dell’antisemitismo: la legge del taglione il Corano la desume, in forma forse indebolita, da un testo sacro all’Occidente ebraico-cristiano, e cioè dall’Antico Testamento, dov’essa ricorre insistentemente: «vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, ustione per ustione, ferita per ferita, lividura per lividura» (Esodo, XXI, 23-5; cfr. anche Levitico, XXIV, 19-20; Deuteronomio, XIX, 21).
Così anche per la «guerra santa». L’Antico Testamento celebra le «guerre del Signore» (1 Samuele, XVIII, 17; XXV, 28; Numeri, XXI, 14). Il motivo, che oggi viene spesso evocato per mettere in stato d’accusa il mondo arabo e islamico, è stato a lungo agitato contro gli ebrei ad opera dell’antisemitismo propriamente detto. Riportando e sottoscrivendo il testo di un altro esponente di primo piano dell’antisemitismo tedesco (Adolf Wahrmund), Theodor Fritsch vede nell’ebraismo collocato in Occidente un esercito nemico pronto a condurre «la guerra santa» contro gli stessi popoli che lo ospitano9.
La religione impedisce ai seguaci di Maometto di accettare lo Stato laico e moderno: è il cavallo di battaglia dell’odierna islamofobia: lo ritroviamo, con qualche variante, nei «classici» dell’antisemitismo. In Dühring possiamo leggere: come può lo Stato moderno, fondato sul principio dell’«uguaglianza», essere accettato lealmente da coloro che si considerano «gli eletti», ovvero «l’aristocrazia dell’umanità voluta da Dio»?10 Come possono i fedeli di una religione tutta attraversata dalla dicotomia popolo eletto/gentili obbedire con lealtà e sincerità alle autorità del paese in cui vivono e riconoscere realmente come loro concittadini i suoi abitanti? Ovvero, per dirla con Marr: l’«ebraismo» ha il torto di rivendicare «la partecipazione politica egualitaria alla legislazione e amministrazione di quello Stato che esso nega teocraticamente»11. Quest’ultimo termine ci fa sobbalzare. Ai giorni nostri non si contano le denunce contro la funesta teocrazia, che impedirebbe ad arabi ed islamici di comprendere le ragioni della modernità e della laicità. E di nuovo obbligata è la lettura di Dühring: per gli ebrei «la religione è tutto», ed essi sono ossessionati dal «culto della teocrazia», dall’«idolo di una teocrazia»12. Sì – incalza Marr – a caratterizzare il giudaismo è il «fanatismo teocratico» ovvero il «fanatismo veterotestamentario della religione di Jahvé»13.
Ci imbattiamo in un sostantivo che ci dà da pensare. Oggi, è divenuto una sorta di sport popolare denunciare l’intolleranza e il fanatismo del mondo arabo e islamico. Nulla di nuovo sotto il sole! Oltre a Marr conviene rileggere Dühring: «il maomettanesimo, e ancor più il giudaismo, deve opprimere o essere oppresso, non c’è una terza possibilità»; solo se rinnegassero se stesse, le due religioni «potrebbero essere tolleranti sul serio»14. Ed ora diamo la parola a Chamberlain: estranei alla modernità, i semiti non sono in grado di apprezzare l’idea di tolleranza cara ai «popoli indo-europei»; dove incontriamo «il divieto della libertà di pensiero, il principio dell’intolleranza nei confronti delle altre religioni, il fanatismo infuocato», possiamo esser certi che abbiamo a che fare con idee o stirpi semitiche (che si tratti degli ebrei o degli arabi)15. In modo analogo argomentano i circoli antisemiti inglesi i quali, subito dopo la rivoluzione d’ottobre, la spiegano con lo scatenarsi contro la Russia cristiana di un «fanatismo ebraico» così esaltato, da trovare paralleli solo tra «le sette più radicali dell’islam»16. Siamo in presenza di un motivo che, con lo sguardo ovviamente rivolto in primo luogo all’ebraismo, diviene in Hitler la chiave di lettura della storia universale. Sì, l’«impazienza fanatica» esprime l’«essenza giudaica»: bisogna «dolorosamente prendere atto che nel mondo antico, molto più libero, il terrore spirituale è sopraggiunto con l’avvento del cristianesimo», esso stesso ebraico; d’altro canto, il fanatismo ebraico continua a manifestarsi con il marxismo e il socialismo17.
In sintesi. La «tolleranza ariana» che Chamberlain contrapponeva all’«intolleranza semitica»18 è divenuta oggi la tolleranza occidentale che celebra i suoi trionfi sull’intolleranza islamica!
1 Fritsch 1911.
2 Fallaci 2005b, p. 3.
3 Fritsch 1911, pp. 54-5.
4 Fallaci 2005b, p. 3.
5 Dühring 1897, pp. 55 e 156-7.
6 Dühring 1881, pp. 24 e 30-1.
7 Fallaci 2002a, p. 88.
8 Marr 1879, p. 10.
9 Fritsch 1893, p. 105.
10 Dühring 1881, p. 109.
11 Marr 1879, p. 21.
12 Dühring 1881, pp. 49 e 46; Dühring 1897, p. 64.
13 Marr 1879, pp. 15 e 26.
14 Dühring 1881, p. 97.
15 Chamberlain 1937, p. 493.
16 Kadish 1992, pp. 28-9.
17 Hitler 1939, pp. 506-7.
18 Chamberlain 1937, p. 509.

giovedì 15 gennaio 2015

Siamo tutti Charlie?


Riprendo da International Solidarity Movement - Italia [DL].





Perché non siamo Charlie a partire da una sentenza di morte arrivata a Gideon Levy
Domenica mentre Parigi si accingeva a tenere la grande manifestazione a difesa dei valori dell'occidente, l’AURDIP (Association des Universitaires pour le Respect du Droit International en Palestine) ha emesso questo comunicato: «L’AURDIP s’associe à l’AFPS pour dénoncer la provocation obscène que constitue la participation de Ben­jamin Neta­nyahou à la “marche républicaine” organisée à Paris après les attentats meurtriers contre le journal Charlie Hebdo et une épicerie casher».
Sempre domenica appariva su Haaretz un articolo di Gideon Levy, Meanwhile, Gideon Levy receives a death threat, che così inizia:
«Una lettera minacciosa inviata a Haaretz mostra che non sono solo gli estremisti islamici che cercano di impedire la libertà di stampa con la violenza.
La corte europea per i crimini antisemiti. La squadra esecutiva della Corte.
Re: Procedimenti contro i partecipanti ad attività anti-israeliane.
La Corte è stata richiesta di esaminare le attività contro Israele del giornalista Gideon Levy.
Il testimone numero 1 ha mostrato l'articolo ‘Lowest deeds from loftiest heights’ (Haaretz, July 15, 2014)Il chairman della corte: La corte è stata convinta che si tratta di propaganda filo-nazista. Una volta che questo è stato provato, la corte non ha nessuna discrezionalità sul verdetto, quindi il sopracitato imputato è condannato a morte. Data la dimensione del danno causato, la sua eliminazione deve avvenire rapidamente. Morte per accidente: veleno, vespe, serpenti, virus, etc.
P.S: La corte Pulsa Denura non ha nessuna connessione con i sistemi di sicurezza israeliani Questa corte è alla caccia dei nemici di Israele ovunque siano e i verdetti saranno eseguiti dalle squadre di esecuzione della corte.
Questa lettera, scritta in inglese, è arrivata la scorsa settimana a Haaretz, in una busta spedita da Tel Aviv. Questa lettera non è stata scritta da un musulmano. Al fondo era scritto: “Orange pips significano morte.” Pips sono stati attaccati nel retro della lettera.
Il titolo di una storia di Sherlock Holmes è “The Five Orange Pips,” e tratta di una lettera di minaccia di morte. Questa non è la prima minaccia contro un giornalista, né l'ultima».
L'articolo ‘Lowest deeds from loftiest heights’ inizia così: «Gli eroici piloti di Israele premono bottoni e joysticks, combattendo il popolo più debole e indifeso. Sono tra i soldati più addestrati e brillantiPer anni sono addestrati per il loro lavoro, in elettronica e in avionica, strategia e tattiche, e naturalmente a volare. Sono la gioventù più raffinata di Israele, destinata alla grandezzaSono quelli che diventati piloti, i mgliori piloti, ora stanno commettendo gli atti peggiori, i più crudeli, i più spregevoli».
Gideon Levy durante l'operazione Protective Edge è stato insultato e minacciato a più riprese, è stato costretto, nell'unica democrazia in Medio Oriente, a girare con una scorta, il 22 dicembre è stato tenuto per ore in arresto in Cisgiordania dall'IDF, insieme al suo fotografo. Ora siamo a una delirante sentenza di morte.
La manifestazione di Parigi è stata un'altra iniziativa di distrazione di massa per giustificare e proseguire le guerre in corso e per introdurre ulteriori misure repressive. Si respira un clima di revanscimo fascista e neocoloniale.
La cosa importante, come ha scritto Olivia Zemor (CAPJPO-EuroPalestine), è quella di rimanere attivi, di unire le forze contro tutti i massacri, contro tutte le ingiustizie, contro tutte le forme di razzismo e contro tutti gli sforzi di limitare il nostro sostegno agli oppressi, dopo che le grandi potenze hanno cantato lo stesso inno alla libertà di espresione.
Non rinunceremo, non ci ritireremo nei nostri gusci, non ci faremo intimidire o paralizzare dalla nausea.
In solidarietà con Gideon Levy.
ISM-Italia,
Torino, 14 gennaio 2015 www.ism-italia.org info@ism-italia.org

sabato 10 gennaio 2015

Dopo Parigi: l'Occidente come baluardo della libertà di espressione e dei diritti individuali?

Domenico Losurdo: La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma 2014Sull’onda dell’attacco terroristico di Parigi, i media occidentali in coro si atteggiano a campioni della libertà di espressione. Che ipocrisia ripugnante! Riporto qui una pagina dal mio libro: «La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra»  [DL].


... Vediamo quale sorte nel corso della guerra contro la Jugoslavia è stata riservata alla libertà di stampa e di espressione. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1999, a conclusione di un’azione preordinata e rivendicata dai più alti comandi, gli aerei statunitensi ed europei distruggevano l’edificio della televisione serba, uccidendo e ferendo gravemente decine di giornalisti e impiegati che vi lavoravano. Non si tratta affatto di un caso isolato: «Nel momento probabilmente più difficile per il fronte dei ribelli, la NATO torna a bombardare pesantemente l’area di Tripoli nel tentativo di frenare la propaganda di Gheddafi»; le bombe colpivano questa volta la televisione libica, messa a tacere mediante la distruzione delle strutture e l’uccisione dei giornalisti (Cremonesi 2011d). Oltre a violare la Convenzione di Ginevra del 1949, che vieta gli attacchi deliberati contro la popolazione civile, tali comportamenti calpestavano la libertà di stampa e la calpestavano sino al punto di condannare a morte i giornalisti televisivi jugoslavi e libici colpevoli di non condividere l’opinione dei vertici della NATO e di ostinarsi a condannare l’aggressione subita dal loro paese.
È nota la risposta che a tutto ciò amano fornire i vertici politici e militari dell’Occidente nonché i difensori d’ufficio dell’Impero: schierandosi a favore di Milosevic o di Gheddafi (e indirettamente della loro politica «genocida») i giornalisti serbi e libici non si limitavano a esprimere un’opinione ma istigavano a un reato e quindi commettevano un crimine. Avrebbe potuto essere l’occasione per un dibattito sul ruolo della stampa e dei media in generale: qual è il confine che separa la libertà di opinione e di informazione dall’incitamento al crimine? Per fare solo un esempio, non c’è dubbio che le testate giornalistiche, le radio, le televisioni cilene, alla vigilia dell’11 settembre messesi al servizio della CIA e da essa lautamente finanziate, hanno svolto un ruolo golpista e criminale, si sono rese corresponsabili dei crimini perpetrati dal regime imposto da Augusto Pinochet e dai governanti di Washington (Chierici 2013, p. 39). Questo dibattito non ha mai avuto luogo. Se si fosse svolto, prima di essere assassinati, i giornalisti serbi avrebbero potuto obiettare ai loro accusatori: quali responsabili di crimini dovevano essere bollati, nella loro stragrande maggioranza, i giornalisti occidentali; essi giustificavano o celebravano l’azione della NATO (scatenata contro la Jugoslavia senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e quindi contraria al diritto internazionale) e i suoi bombardamenti (spesso all’uranio impoverito), che sistematicamente distruggevano infrastrutture civili e non risparmiavano persone innocenti e donne e bambini. E in modo analogo, con qualche piccola variante, prima di essere assassinati, avrebbero potuto argomentare i giornalisti libici.
Al dibattito è stato preferito il ricorso alle bombe, in ultima analisi il ricorso al plotone di esecuzione. A decidere sovranamente cos’è un’opinione e cos’è un reato sono l’Occidente e la NATO, coloro che dispongono dell’apparato militare (e multimediale) più potente; i più deboli possono esprimere la loro opinione solo a loro rischio e pericolo. Cosa pensare di una «libertà di espressione» che può essere sovranamente cancellata dai padroni del mondo proprio quando essa sarebbe più necessaria, in occasione di guerre e di aspri conflitti?
In tema di libertà di espressione e di stampa c’è una circostanza che dà da pensare: fra i giornalisti ai giorni nostri più famosi sono da annoverare Julian Assange, che con WikiLeaks ha portato alla luce fra l’altro alcuni crimini di guerra commessi dai contractors statunitensi in Irak, e Gleen Greenwald, che ha richiamato l’attenzione sulla rete universale di spionaggio messa in piedi dagli USA: il primo, tempestivamente accusato di violenza sessuale e timoroso di essere estradato oltre Atlantico, si è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra; il secondo, pur non essendo sottoposto ad alcun provvedimento giudiziario, sembra terrorizzato e a Rio de Janeiro «vive cambiando in continuazione tetto, numeri di telefono ed e-mail» (Molinari 2013b). È da aggiungere che la fonte del primo giornalista (Bradley Manning) è in carcere, dove rischia di trascorrere il resto della sua vita, mentre la fonte del secondo (Edward Snowden), pur rifugiato a Mosca, non si sente affatto al sicuro e vive in una sorta di clandestinità.

***

I media occidentali in coro esprimono la loro indignazione per il comportamento dell’ISIS. E di nuovo ripugnante risulta loro ipocrisia. Il fondamentalismo islamico non solleva obiezioni quando infuria contro la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad, cioè contro i paesi presi di mira dall’Occidente. Sempre dal mio libro «La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra» riprendo un paragrafo [DL]:


Il ritorno delle donne di conforto» e della schiavitù sessuale

Proprio a tale proposito la barbarie del sussulto neocolonialista attualmente in corso si rivela con particolare evidenza. In Medio Oriente le rivoluzioni anticoloniali hanno comportato un netto avanzamento dell’emancipazione femminile, imposta però a una società civile ancora largamente egemonizzata da costumi patriarcali e maschilisti tanto più pervicaci in quanto santificati da una secolare tradizione religiosa. È su questa cultura e questi ambienti che l’Occidente ha fatto leva per riaffacciarsi prepotentemente su un’area da esso a lungo dominata. I risultati sono devastanti: in Libia «la sezione costituzionale della Corte suprema di Tripoli reintroduce la poligamia in nome della legge musulmana». Non si tratta di una svolta inaspettata. Nel «discorso della vittoria» da lui pronunciato il 28 ottobre 2011, il leader imposto dagli aerei NATO e dai miliziani e dal denaro delle monarchie del Golfo si era affrettato «ad annunciare che nella “nuova Libia” ogni uomo avrebbe avuto il diritto di sposare sino a quattro mogli nel pieno rispetto del Corano». Sì:

«A suo dire, era questo uno dei tanti provvedimenti mirati a cancellare per sempre il retaggio della dittatura di Gheddafi. Quest’ultimo, specie nella prima fase più socialista e “nasseriana” del suo quarantennio al potere, aveva cercato di concedere alcune migliorie allo status delle donne, introducendole massicciamente nel mondo del lavoro e appunto limitando, per quanto era possibile in una società tribale come quella libica, la poligamia» (Cremonesi 2013a).

Socialismo, nasserismo? È quello che di più odioso vi può essere agli occhi dell’Occidente neoliberista e neocolonialista; sennonché, la controrivoluzione neocoloniale è al tempo stesso la controrivoluzione antifemminista.
Tra la massa di profughi, a soffrire in modo tutto particolare sono le donne, spesso destinate a essere vendute quali «spose». Vediamo quello che avviene in Giordania: «Tanti tassisti di Amman ormai si sono industriati. Attendono i ricchi sauditi e dei paesi del Golfo all’aeroporto o di fronte agli hotel a cinque stelle. Basta poco per capire cosa vogliono». Le ragazze e le donne siriane sono ricercate per la loro bellezza. E per di più:

«Costano poco, bambine di 15 o 16 anni cedute dalle famiglie per cifre che possono restare nei limiti dei 1. 000 o 2. 000 euro. Una quisquilia, noccioline per gli uomini d’affari del Golfo. Sono abituati a spendere ben di più. Una notte in compagnia di prostitute ucraine in un albergo a Dubai può costare anche il doppio» (Cremonesi 2012b).

E così, i membri dell’aristocrazia corrotta e parassitaria al potere nei paesi del Golfo, da sempre appoggiata dall’Occidente, possono trarre un duplice vantaggio dalla politica di destabilizzazione da loro perseguita in Siria: indeboliscono un regime laico e anzi blasfemo per il fatto di promuovere l’emancipazione delle donne; possono procurarsi a prezzi di svendita donne, ragazze e bambine di bellezza fuori del comune. Va da sé che, nelle aree della Siria conquistate dai «ribelli», le donne sono costrette a subire il ritorno all’Antico regime: esse devono coprire interamente il loro corpo e sono condannate alla segregazione e alla schiavitù domestica.
Ma la tragedia delle donne medio-orientali non ha ancora toccato il suo culmine. Lo scoppio e l’aggravarsi della crisi in Siria hanno fatto emergere la terribile realtà della «jihad del sesso», che qui conviene descrivere a partire sempre dalle corrispondenze della più autorevole stampa occidentale. Convinte da autorità religiose e da predicatori fondamentalisti, soprattutto in Tunisia «prostitute bambine» e «ragazze di famiglie povere, minorenni e spesso analfabete» raggiungono clandestinamente la Siria per offrirsi ai guerrieri islamisti e allietarli tra una battaglia e l’altra, in modo da garantirsi l’accesso al Paradiso. Il lavoro delle «schiave tunisine» è duro: «Molte di loro hanno avuto rapporti sessuali anche con venti, trenta, cento mujaheddin». Alcune restano incinte, e la tragedia così si aggrava: «Nel Maghreb rurale, nei villaggi del Sud tunisino, una madre senza marito è solo una prostituta», per questa ragione spesso non più riconosciuta e rinnegata dagli stessi genitori. Ma chi sono i responsabili di tutto ciò? Non si tratta solo del fondamentalismo tunisino: a incitare alla «guerra santa del sesso» è anche uno «sceicco» dell’Arabia saudita (il paese che non bada a spese per armare i ribelli). D’altro canto, come i guerrieri, cosi le bambine e la ragazze chiamate a offrir loro conforto sessuale raggiungono la Siria «via Libia o Turchia»; e, «secondo un rapporto dell’ONU», a provvedere alle spese di trasporto sono i «soldi del Qatar» (Battistini 2013).
Dunque, oltre ai guerrieri islamici veri e propri, che provengono da ogni angolo del mondo e dallo stesso Occidente, a destabilizzare e a tentare di rovesciare il regime siriano, protagonista di un importante processo di emancipazione della donna, sono ragazze e bambine (soprattutto tunisine) che subiscono una totale de-emancipazione. Siamo portati a pensare alle comfort women, alle donne coreane e cinesi nel corso della seconda guerra mondiale costrette a prostituirsi ai militari dell’esercito di occupazione giapponese bisognosi di «conforto». Se le comfort women propriamente dette erano commiserate dal popolo di appartenenza, le protagoniste o meglio le vittime della «guerra santa del sesso» sono disprezzate e persino ripudiate dal loro stesso popolo. Non c’è dubbio che l’Occidente è corresponsabile di questa infamia, promossa da predicatori e autorità dell’Arabia saudita, finanziata dal Qatar, resa possibile dalla complicità di Turchia e Libia. Si tratta di paesi che godono del sostegno politico o per lo meno della benevola tolleranza di Washington e di Bruxelles. La Turchia fa persino parte della NATO, e il suo governo «mantiene aperto il confine della Siria e consente ai combattenti [islamici] di avere un porto franco nel Sud del paese, mentre armi, denaro contante e altri rifornimenti affluiscono sul campo di battaglia» (Arango 2013). Tra questi «rifornimenti» rientrano evidentemente anche le ragazze e le bambine destinate alla prostituzione sacra e bellica.
Se in questo caso, ad alimentare la «jihad del sesso» sono in teoria delle «volontarie», in altri casi emerge in tutta chiarezza la violenza della schiavizzazione sessuale. Leggiamo ancora sul «Corriere della Sera»:

«I miliziani delle brigate islamiche in Siria hanno un sistema tutto loro per scegliere le donne curde. In genere avviene ai posti di blocco. Salgono sui bus civili con i mitra puntati, si fanno consegnare la lista dei passeggeri dal conduttore e cercano i nomi non arabi. Individuate le più giovani e carine le obbligano a scendere, le fanno genuflettere e poggiando il palmo della mano sulla loro testa le dichiarano “halal”, che nella tradizione indica la carne macellata secondo la legge coranica, così vengono “islamizzate”, purificate, pronte per congiungersi carnalmente con i cavalieri della guerra santa. Violenza di uno solo o di gruppo: le ragazze sono considerate “spose temporanee”. Possono essere trattenute per poche ore, oppure settimane. Alcune tornano a casa, altre alla fine vengono uccise […] A detta di Ipek Ezidxelo, 30 anni, attivista del Partito di Unione Democratica (Pyd), il più importante movimento armato nelle regioni curde siriane, gli estremisti qaedisti, specie gli afgani, ceceni e libici, farebbero a gara per catturare vive le combattenti curde» (Cremonesi 2013b).

Ora più che mai siamo portati a pensare alle comfort women, ora più che mai la realtà della schiavitù sessuale è sotto i nostri occhi in tutta la sua ripugnanza! E di nuovo emerge il ruolo poco lusinghiero dell’Occidente, scarsamente interessato a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulla tragedia delle donne curde e ancora meno interessato a bloccare l’afflusso in Siria degli stupratori provenienti dalla Libia «liberata» dalla NATO...

lunedì 15 dicembre 2014

L'edizione tascabile della versione francese della Controstoria del liberalismo


Contre-histoiredu libéralisme

La Découverte/Poche

Le libéralisme continue aujourd'hui d'exercer une influence décisive sur la politique mondiale et de jouir d'un crédit rarement remis en cause. Si les " travers " de l'économie de marché peuvent à l'occasion lui être imputés, les bienfaits de sa philosophie politique semblent évidents. Il est généralement admis que celle-ci relève d'un idéal universel réclamant l'émancipation de tous. Or c'est une tout autre histoire que nous raconte ici Domenico Losurdo, une histoire de sang et de larmes, de meurtres et d'exploitation. Selon lui, le libéralisme est, depuis ses origines, une idéologie de classe au service d'un petit groupe d'hommes blancs, intimement liée aux politiques les plus illibérales qui soient : l'esclavage, le colonialisme, le génocide, le racisme et le mépris du peuple. Dans cette enquête historique magistrale qui couvre trois siècles, du XVII e au XX e, Losurdo analyse de manière incisive l'oeuvre des principaux penseurs libéraux, tels que Locke, Burke, Tocqueville, Constant, Bentham ou Sieyès, et en révèle les contradictions internes. L'un était possesseur d'esclaves, l'autre défendait l'extermination des Indiens, un autre prônait l'enfermement et l'exploitation des pauvres, un quatrième s'enthousiasmait de l'écrasement des peuples colonisés... Assumer l'héritage du libéralisme et dépasser ses clauses d'exclusion est une tâche incontournable. Les mérites du libéralisme sont trop importants et trop évidents pour qu'on ait besoin de lui en attribuer d'autres, complètement imaginaires.

La catastrofe della Germania e l'immagine di Hegel: l'edizione tedesca con una nuova introduzione

Losurdo, Domenico: Von Hegel zu Hitler?L'introduzione sarà presto pubblicata su Critica Marxista [DL].

Losurdo, Domenico: Von Hegel zu Hitler? Geschichte und Kritik eines Zerrbildes, PapyRossa Verlag
Paperback, 181 Seiten ISBN 978-3-89438-564-4 18,00 €

Nach der Katastrophe des Nazismus wurde von Autoren wie Karl Popper eine Kontinuitätslinie von Hegel bis Hitler behauptet. Dies erweist sich bei sachgerechter historischer Rekonstruktion als bloßer Mythos. Die nazistische »Blut und Boden«-Ideologie steht in absolutem Gegensatz zur Philosophie Hegels. Sie findet ihre Synthese in der Kategorie der »Untermenschen«, die dazu ausersehen sind, als Sklaven im Dienst der »Herrenrasse« zu arbeiten oder vernichtet zu werden. Für Hegel dagegen ist die Sklaverei das »absolute Verbrechen« und wird die Überwindung von Diskriminierungen nach »Rasse«, Kaste, Klasse oder jeder anderen Art zum Leitfaden der Weltgeschichte. So war es denn nur konsequent, wenn ein ideologischer Wegbereiter und Begleiter des Faschismus wie Carl Schmitt formulierte, mit der Machtübernahme Hitlers sei »Hegel gestorben«. Mit Hegel rehabilitiert Losurdo einen Philosophen, der unvermeidlicher Bezugspunkt jener Denktradition ist, die die Welt zu verstehen und zu verändern trachtet.

War and Revolution: l'edizione inglese - aumentata! - del libro sul Revisionismo storico




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War and Revolution: Rethinking the Twentieth Century

Author of the acclaimed Liberalism: A Counter-History dissects the revisionist attempts to expunge or criminalize revolutions
War and Revolution identifies and takes to task a reactionary trend among contemporary historians, one that’s grown increasingly apparent in recent years. It’s a revisionist tendency discernible in the work of authors such as Ernst Nolte, who traces the impetus behind the Holocaust to the excesses of the Russian Revolution; or François Furet, who links the Stalinist purges to an “illness” originating with the French Revolution.

The intention of these revisionists is to eradicate the revolutionary tradition. Their true motives have little to do with the quest for a greater understanding of the past, but lie in the climate of the present day and the ideological needs of the political classes, as is most clearly seen now in the work of the Anglophone imperial revivalists Paul Johnson and Niall Ferguson.

In this vigorous riposte to those who would denigrate the history of emancipatory struggle, Losurdo captivates the reader with a tour de force account of modern revolt, providing a new perspective on the English, American, French and twentieth-century revolutions.
  • “A brilliant exercise in unmasking liberal pretensions, surveying over three centuries with magisterial command of the sources.”
  • “Stimulatingly uncovers the contradictions of an ideology that is much too self-righteously invoked.”
  • “A book of wide reference and real erudition.”
  • “The book is a historically grounded, very accessible critique of liberalism, complementing a growing literature critical of liberalism.”

sabato 6 dicembre 2014

Una presentazione de La Sinistra assente sabato 13 a Bologna

Sabato 13 Dicembre ore 10 presso la Fed. dei Comunisti Italiani in Via Lodovico Berti 15/a a Bologna 
Domenico Losurdo presenterà a Bologna il suo ultimo libro, La Sinistra Assente. 

In questa occasione sarà possibile acquistare una copia del libro e chiedere una dedica all'autore
La sede dell'iniziativa a 5 minuti a piedi dalla Stazione Centrale  e vicina al Parcheggio Tanari (uscita 5 della Tangenziale)

https://www.google.it/maps/place/Via+Lodovico+Berti,+15,+40131+Bologna/@44.5056361,11.3309853,16z/data=!4m2!3m1!1s0x477fd48447b3ca91:0xdefd29498959d8
 
Domenico Losurdo La sinistra assente Crisi, società dello spettacolo, guerra Pagine 303 Prezzo€ 23
Le promesse del 1989 di un mondo all’insegna del benessere e della pace non si sono realizzate. La crisi economica sancisce il ritorno della miseria di massa anche nei paesi più sviluppati e inasprisce la sperequazione sociale sino al punto di consentire alla grande ricchezza di monopolizzare le istituzioni politiche. Sul piano internazionale, a una “piccola guerra” (che però comporta decine di migliaia di morti per il paese di volta in volta investito) ne segue un’altra. Per di più, all’orizzonte si profila il pericolo di conflitti su larga scala, che potrebbero persino varcare la soglia del nucleare. Più che mai si avverte l’esigenza di una forza di opposizione: disgraziatamente in Occidente la sinistra è assente. Come spiegarlo? Come leggere il mondo che si è venuto delineando dopo il 1989? Attraverso quali meccanismi la “società dello spettacolo” riesce a legittimare guerra e politica di guerra? Come costruire l’alternativa? A queste domande l’autore risponde con un’analisi originale, spregiudicata e destinata a suscitare polemiche.

venerdì 5 dicembre 2014

La Sinistra e la Cina: Gianni Cadoppi replica alla recensione di Luciano Canfora

Gianni Cadoppi, 5 dicembre 2014

Non mi sento di gettare la croce addosso a Luciano Canfora per quello che ha scritto sulla Cina.Così la pensano pessoché tutti, non solo a destra ma anche a sinistra. Non mi sento nemmeno di condannare Canfora oppure la compianta Collotti Pischel per avere definito “fascista” il governo cinese che reprimeva la prima rivoluzione colorata a Tienanmen nel 1989. Tutti la pensavano così.Poi la Colotti Pischel si è ampiamente riscattata e Canfora ha scritto quello splendido saggio “La democrazia. Storia di un'ideologia”.
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Bisogna risalire a molto prima per capire la percezione che la sinistra ha avuto della Cina. Già negli anni '50 per alcuni (Edoarda Masi ad esempio) Mao era addirittura l'anti Stalin nonostante si sapesse benissimo che egli ne difese addirittura l’opera contro Kruschev e applicò fino al 1959 una variante dell'economia pianificata sovietica equivalente a quella che si stava attuando nelle Democrazie Popolari. Mao era diventato un apostolo del pauperismo nonostante che con il grande balzo in vanti volesse raggiungere il benessere della Gran Bretagna in dieci anni e avesse promosso la Rivoluzione Culturale anche per promuovere la produzione. Poi divenne il teorico dell'anarco-populismo giovanilista nonostante avesse chiamato l'esercito per sedare la guerra civile scoppiata tra le frange estreme delle Guardie Rosse. Con la morte di Mao e l'inizio della riforma Deng diventa l'incarnazione del male perché aveva concesso (in usufrutto per un tempo limitato) un orticello ai contadini trasformandoli in avidi capitalisti. Tranne poi accusare i dirigenti cinesi di essere feroci predatori perché riprendevano la terra di proprietà comune (per utilizzarla per lo sviluppo e dunque per il bene comune) dando in cambio un compenso di qualche decina di anni di redditi da lavoro. Con il nuovo secolo abbiamo assistito all'era del sansonettismo in cui i paesi socialisti diventavano il nemico giurato della sinistra. Qualsiasi regime change era il benvenuto purché contro paesi antimperialisti. Nell’informazione di sinistra le cose non sono andate meglio con l'allontanamento dell'inguardabile Sansonetti. Il Manifesto ha spesso ospitato articoli contro la Libia di Gheddafi e la Siria. Sulla Cina non ne parliamo. Il Nobel assegnato ad un apologeta del neocolonialismo diventa un “benvenuta oscenità” e nel mentre si continua a descrivere il grande paese asiatico come un vulcano sociale. Le fonti? Il Dipartimento di Stato americano e la CIA che il Manifesto considera più attendibili del governo cinese. Feuerbach recensendo un saggio di Moleschott scriveva “ L'uomo è ciò che mangia”. Beh l'uomo è sempre di più ciò che sente e che legge. E ciò che legge è, parafrasando Marx, “la solita a merda”.
Dopo Tienanmen la sinistra e in particolare quella radicale ha conteso alla destra la posizione d'avanguardia nel regime change. Cioè la sinistra ha accusato la destra di non perseguire fino in fondo, a causa dei suoi legami economici con Pechino, la sovversione colorata nei confronti del Partito Comunista Cinese. L'antiglobalizzazione è diventata, come già aveva sospettato Giovanni Arrighi, una sorta di corporativismo in cui la sinistra si oppone allo sviluppo dei paesi poveri con la scusa che la loro classe operaia sarebbe sfruttata e senza diritti.
Il problema è che ormai c'è una divaricazione netta tra una sinistra che al di là delle terminologie esoteriche rivela una tendenza disarmante alla semplificazione e chi invece si ritiene l'erede di una tradizione complessa com'è quella comunismo internazionale la cui esperienza storica costituisce il materiale indispensabile per il marxismo vivente. Se prendiamo una guru della sinistra radicale del nuovo millennio come Naomi Klein questa ha molto più a che vedere con la controcultura americana che con il marxismo. La sinistra occidentale ha pensato di potere insegnare le sue puerili ideuzze tipo fare “la rivoluzione senza prendere il potere” a coloro che nella pratica hanno sollevato 640 milioni di persone dalla povertà. Sì, perché il senso del marxismo sta almeno in due cose. La prima è che esso si ritiene una scienza è quindi a livello pragmatico i risultati devono essere tenuti in conto dato che “le filosofie hanno solo diversamente interpretato il mondo mentre si dovrebbe trasformarlo”. In pratica la proposta epistemologica semplificata si può ridurre a “fatti e non pugnette”. Di fatti i comunisti cinesi ne hanno prodotti parecchi. Un teoria inoltre diventa una forza materiale quando penetra tra le masse. Già, perché Marx scriveva per la maggioranze mentre i gruppi della sinistra radicale occidentale si attaccano solo a cause iperminoritarie.
Ma la domanda che tutti dovrebbero porsi a sinistra è: se il Partito Comunista Cinese gode di una popolarità superiore al 90% e la sinistra più o meno radicale occidentale gode di altrettanta impopolarità come mai è quest'ultima che vuole insegnare ai primi della classe? La diagnosi è delirio di onni(im)potenza!!!!
Puntuale invece l'analisi che fa Losurdo ne “La sinistra assente” che è poi la continuazione diretta de “La lotta di classe”: l'aspetto principale della lotta di classe a livello mondiale è costituito dall'emergere della nazioni che vogliono emanciparsi dalla povertà e dalla insignificanza a cui le ha destinate l'imperialismo. In questa lotta la Cina svolge d’avanguardia. Il compito dei comunisti è di inserirsi all'interno di questa lotta formando un blocco storico tra tutte le classi di che si oppongono agli interessi imperiali per la dignità nazionale e la democrazia economica.

domenica 30 novembre 2014

Una recensione de "La Sinistra assente" sul Manifesto

Domenico Losurdo: La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, Roma 2014
Lo spettro politico che si aggira nel mondo 
Saggi. «La sinistra assente» di Domenico Losurdo per Carocci Editore

Paolo Ercolani, il Manifesto 29.11.2014 

Un spet­tro si aggira per il mondo: è la sini­stra. Ma in un senso dia­me­tral­mente oppo­sto a quello del cele­bre inci­pit del Mani­fe­sto di Marx ed Engels. 

Un tempo, per inter­pre­tare gli esiti dram­ma­tici a cui giun­ge­vano le grandi para­bole rivo­lu­zio­na­rie, si sarebbe ricorsi al cele­bre detto del giron­dino fran­cese Ver­gniaud (poi ripreso da Han­nah Arendt, fra gli altri): «la rivo­lu­zione è come Saturno, divora i suoi figli». Oggi­giorno, invece, per com­pren­dere la situa­zione in cui versa la sini­stra mon­diale, si dovrebbe piut­to­sto ricor­rere alla meta­fora dell’«autofagia». 
Inca­pace di meta­bo­liz­zare le scon­fitte decre­tate da quell’implacabile tri­bu­nale che è la sto­ria, infatti, la sini­stra avrebbe «divo­rato se stessa» (i suoi valori fon­da­men­tali) per poi ricon­se­gnarsi alla scena mon­diale sotto forma di uno spet­tro indi­stinto e indi­stin­gui­bile, sostan­zial­mente inca­pace di ricreare il pro­prio evento gene­ra­tivo: «l’incontro dei movi­menti reali di pro­te­sta e di lotta per l’emancipazione con la teo­ria impe­gnata ad ana­liz­zare cri­ti­ca­mente l’ordinamento esistente». 

Un mono­par­ti­ti­smo competitivo 
È quanto si può evin­cere dalla let­tura del nuovo libro di Dome­nico Losurdo, La sini­stra assente. Crisi, società dello spet­ta­colo, guerra (Carocci, pp. 303, euro 23), un’impietosa foto­gra­fia del mondo con­tem­po­ra­neo in cui il trionfo del pen­siero unico neo-liberale e neo-colonialista è potuto avve­nire anche gra­zie al dis­sol­versi della sini­stra, all’interno di un sistema filosofico-politico in cui le dif­fe­renze e i con­flitti sono eva­po­rati per lasciare il posto a quello che l’autore chiama «mono­par­ti­ti­smo competitivo». 
Il discorso di Losurdo si fonda su pre­sup­po­sti tipi­ca­mente mar­xiani, par­tendo dall’analisi della con­fi­gu­ra­zione attuale che ha assunto la strut­tura economica. 
In estrema sin­tesi il nostro tempo è carat­te­riz­zato da due grandi pro­cessi di redi­stri­bu­zione del red­dito. Nei paesi capi­ta­li­stici avan­zati, con lo sman­tel­la­mento dello Stato sociale, i licen­zia­menti, la pre­ca­riz­za­zione, la ridu­zione dei salari ecc., si accen­tua la pola­riz­za­zione sociale: una élite sem­pre più ristretta si appro­pria di una massa cre­scente di ric­chezza sociale a danno delle classi subal­terne (inte­res­sante il con­fronto dell’autore con le ana­lisi di Tho­mas Piketty). A livello mon­diale è in atto invece una redi­stri­bu­zione del red­dito di segno oppo­sto: i paesi che si sono libe­rati dal domi­nio colo­niale o semi­co­lo­niale e che ora sono «emer­genti» (in par­ti­co­lare la Cina) ridu­cono rapi­da­mente il distacco rispetto ai paesi capi­ta­li­stici e met­tono in discus­sione quella great diver­gence (titolo dell’omonimo libro di Ken­neth Pome­ranz, tra­dotto in ita­liano per il Mulino) che per secoli ha con­tras­se­gnato e sug­gel­lato il domi­nio colo­niale o semi­co­lo­niale dell’Occidente sul resto del mondo. La bor­ghe­sia mono­po­li­stica che è la pro­ta­go­ni­sta e la bene­fi­cia­ria del primo pro­cesso di redi­stri­bu­zione del red­dito cerca in ogni modo di con­tra­stare il secondo: le due guerre del Golfo, la distru­zione della Libia, il ten­ta­tivo di desta­bi­liz­za­zione della Siria, le minacce all’Iran, la pro­gres­siva espro­pria­zione e mar­gi­na­liz­za­zione del popolo pale­sti­nese sono aspetti diversi di un’unica poli­tica che intende can­cel­lare o rimet­tere in discus­sione i risul­tati della rivo­lu­zione anti­co­lo­nia­li­stica in

Medio Oriente e nel resto del mondo. 
In Occi­dente, una sini­stra degna di que­sto nome sarebbe chia­mata a scon­trarsi con la bor­ghe­sia mono­po­li­stica su entrambi i fronti: per con­tra­stare il pro­cesso di redi­stri­bu­zione del red­dito a favore dei ceti pri­vi­le­giati in atto nei paesi capi­ta­li­stici avan­zati; per salu­tare e appog­giare il pro­cesso di redi­stri­bu­zione del red­dito in atto a livello mon­diale a favore dei paesi che hanno alle spalle la rivo­lu­zione anti­co­lo­nia­li­sta; a tal fine dovrebbe com­bat­tere con­tro la poli­tica neo­co­lo­nia­li­sta di riarmo e di guerra messa in atto dall’Occidente e soprat­tutto dagli Usa. 
Il guaio, secondo l’autore, è che la sini­stra occi­den­tale dà prova di grave debo­lezza sia sul primo punto sia soprat­tutto sul secondo. Come è potuto acca­dere tutto ciò? A suoi tempi Marx ha osser­vato che la bor­ghe­sia eser­ci­tava il suo domi­nio gra­zie al mono­po­lio da essa dete­nuto dei mezzi di pro­du­zione e dif­fu­sione delle idee. A que­sto mono­po­lio, se n’è aggiunto, per Losurdo, un altro ancora più temi­bile: il mono­po­lio della pro­du­zione e dif­fu­sione delle emo­zioni. Prima di sca­te­nare una guerra, appro­fit­tando della sua schiac­ciante supe­rio­rità per quanto riguarda la potenza di fuoco mul­ti­me­diale, l’Occidente isola, mani­pola o inventa un par­ti­co­lare rac­ca­pric­ciante nel com­por­ta­mento del nemico da abbat­tere (ante­si­gnano di que­sto metodo fu Bismarck, dal momento che, volendo giu­sti­fi­care l’espansionismo colo­niale ad opera del II Reich, chiese ai suoi uomini: «Non sarebbe pos­si­bile repe­rire det­ta­gli rac­ca­pric­cianti su epi­sodi di crudeltà?»). 
Il key­ne­si­smo di Pechino 
Inve­stito dal «ter­ro­ri­smo dell’indignazione», tale nemico può essere bom­bar­dato con il con­senso di un’opinione pub­blica più o meno larga. È così che ven­gono pro­gram­mate e messe in atto, oltre che le guerre, anche le «rivo­lu­zioni colo­rate», che per Losurdo sono in realtà veri e pro­pri colpi di Stato (l’ultimo esem­pio è l’Ucraina dei giorni nostri). 
Il finale del libro vede un cre­scendo impres­sio­nante di atti di accusa da parte dell’autore nei con­fronti dei mag­giori espo­nenti cul­tu­rali della sini­stra mode­rata e di quella radi­cale: da Haber­mas e Bob­bio, defi­nite «anime belle», a Žižek e Latuo­che, che sulla scia di Fou­cault (e Hayek!) troppo pre­sto e inop­por­tu­na­mente hanno man­dato in sof­fitta la «lotta di classe» e lo «stato sociale», fino al mar­xi­sta David Har­vey, che nel con­dan­nare la Cina inse­ren­dola fra i paesi che hanno ade­rito al neo-liberismo, per Losurdo fini­sce solo col mor­ti­fi­care il paese pro­ta­go­ni­sta della più grande rivo­lu­zione anti­co­lo­nia­li­sta della sto­ria, non­ché l’ultimo baluardo mon­diale delle poli­ti­che keynesiane. 
Le tesi di Losurdo sono ardite e discu­ti­bili. Ma su una cosa ci sono pochi dubbi: è da qui che biso­gna par­tire per ridare carne, e sostanza, al fan­ta­sma invi­si­bile che chia­miamo sinistra.

giovedì 20 novembre 2014

Ancora su "La Sinistra assente" e la Cina: un intervento di Aldo Trotta


Aldo Trotta: Non-violenza e guerra fredda. Gli equivoci di Aldo Capitini, La scuola di Pitagora

Prefazione di Domenico Losurdo


Imponente sviluppo umano o banali “quisquiglie”?
di Aldo Trotta
L’articolo che Canfora ha in parte (e forse frettolosamente per limiti redazionali presumibilmente imposti dal Corriere della Sera) dedicato al recente volume di Domenico Losurdo, La sinistra assente, offre lo spunto per fare poche considerazioni e avanzare qualche interrogativo. Il testo in discussione è più che lodevole, per l’analisi storica e politica di ampio respiro e per la molteplicità e ricchezza dei contenuti affrontati con grande chiarezza, molteplicità di contenuti che lo stesso Canfora riconosce e su cui vale rinviare alla lettura del libro. È dunque sul dissenso che è opportuno soffermarsi, anche perché esso tocca una questione importante, o che tale, a mio parere,  dovrebbe essere nella purtroppo sbrindellata sinistra italiana (e non solo italiana), vale a dire il bilancio storico del tragitto compiuto dalla Repubblica popolare cinese fin dal 1949 e, dunque, il giudizio politico in merito al suo attuale assetto economico-sociale e al suo ruolo nell’odierno contesto globalizzato. Ebbene, la posizione di Canfora è alquanto tranciante. La critica che egli rivolge all’autore del volume è, in sostanza, di essersi cimentato con «imbarazzo» in uno «sforzo ermeneutico malriposto» per «giustificare» ciò che è evidentemente ingiustificabile, ovvero che la Cina ha realizzato l’«esatto contrario» rispetto alle aspettative che inizialmente hanno accompagnato la rivoluzione di Mao, concretizzando di fatto «un selvaggio capitalismo fondato su una radicale disuguaglianza (non solo di salario, ma anche di condizione umana)». Ne conseguirebbe, quindi, che l’attuale realtà economica e sociale del grande paese asiatico poco o nulla si differenzia dalle società occidentali.
Credo che le cose non stiano proprio così. Mentre in Occidente si assiste al progressivo ridimensionamento dello Stato Sociale, alla cancellazione di diritti che si pensava, a torto, definitivamente conquistati e alla cancellazione della dimensione del futuro dall’orizzonte esistenziale non solo delle giovani generazioni, la tumultuosa ascesa economica della Cina ha permesso di attuare politiche sociali che hanno liberato dalla fame centinaia di milioni di esseri umani e di innalzare vertiginosamente il livello generale delle condizioni di vita, della loro «condizione umana», nonché le loro aspettative di un futuro carico di ulteriori prospettive di emancipazione. Negli ultimi vent’anni, il livello salariale dei lavoratori cinesi – come è già stato rimarcato anche da altri – è cresciuto mediamente del 10% all’anno: nella regione di Shangai, ad esempio, dal 1993 ad oggi i salari sono passati da 210 a 1.450 yuan; nel rapporto del 2013 sui «Diritti Globali», edito in Italia da Ediesse, si può leggere che in Cina «il costo del lavoro è cresciuto e, per alcune categorie di operai specializzati, il salario arriva a toccare i 700 dollari al mese. Di questo passo, considerato il potere d’acquisto, il costo del lavoro cinese sui mercati internazionali si collocherà entro cinque anni al livello degli Stati Uniti e dell’Eurozona» (in Simone Pieranni, Il nuovo sogno cinese, manifestolibri, 2013, pp. 108 e 110); il sistema previdenziale ha raggiunto un grado di copertura quasi universalistico;  il sistema scolastico e quello sanitario hanno fatti passi in avanti importanti, consentendo all’aspettativa di vita alla nascita di innalzarsi fino a raggiungere quasi i valori degli Stati Uniti e dei paesi europei più ricchi; anche il principale indicatore per la valutazione dello sviluppo umano (Isu) segnala un miglioramento: nel 2013 la Cina è entrata a far parte dei paesi con un alto indice di sviluppo umano (Human Development Report 2014 Sustaining Human Progress: reducing vulnerabilities and building resilience, (documento scaricabile dal www.undp.org). Si potrebbe continuare a elencare, visto che la documentazione a disposizione non manca.
L’impressionante crescita economica della Cina ha peraltro trainato e sta trainando, in buona parte, anche quella di altri Paesi che fino a pochi anni fa rappresentavano il Terzo Mondo sottosviluppato, consentendogli, almeno parzialmente, di superare condizioni di arretratezza e di miseria e la totale subalternità all’Occidente, il cui incontrastato dominio potrebbe avviarsi alla sua conclusione, come negli anni ’60 e ‘70 mi pare auspicasse anche la sinistra occidentale. I suoi trasferimenti di capitali e di tecnologie, i suoi massicci investimenti in infrastrutture e opere pubbliche (strade, ferrovie, ospedali, scuole, centrali elettriche, ecc.), la promozione dello sviluppo del commercio, la riduzione del debito, la cooperazione agricola ed altro ancora, hanno permesso anche ai paesi più arretrati dell’Africa di intraprendere un percorso di uscita da una condizione secolare di oppressione coloniale e di persistente negazione del diritto primario alla vita: «negli ultimi sessant’anni nessun paese ha mai prodotto un impatto maggiore sul tessuto politico, economico e sociale dell’Africa quanto la Cina dall’inizio del millennio» (Dambysa Moyo, La carità che uccide, Rizzoli, 2010; «grazie ad una donazione del governo di Pechino – scrive Rampini – perfino i leoni dello zoo di Niamey, capitale del Niger, oggi stanno meglio: nel 2010 gli è stata recapitata da una nave portacontainer di Shangai una nuova gabbia “a cinque stelle” made in China» (Federico Rampini, Occidente estremo, Mondadori, 2000, p. 67)
Sul piano politico tutto ciò, più che in radicale discontinuità rispetto alle iniziali aspettative alimentate dalla rivoluzione del 1949, si pone in piena continuità con i principi emersi nel 1955 alla Conferenza di Bandung: la lotta alla povertà e al sottosviluppo, il sostegno alla pace e l’uguaglianza tra le nazioni, all’interno di un quadro di cooperazione internazionale, di non ingerenza nelle vicende altrui e di «coesistenza pacifica», rappresentano ancora tuttora i pilastri della politica estera cinese, pur a fronte del susseguirsi di azioni e di progetti di contenimento e di evidenti pulsioni militariste, che con un’eventuale vittoria dei repubblicani alle prossime presidenziali americane potrebbero accentuarsi ulteriormente.
Ma anche sul piano teorico, questo gigantesco e pacifico processo di uscita dai gironi infernali del «bisogno estremo» mi pare espressione di una significativa continuità con il cuore pulsante della tradizione filosofica e politica hegelo-marxiana che, in radicale contrasto con il “sacro” diritto al libero e inviolabile godimento della proprietà privata celebrato dal pensiero liberale, ha teorizzato e rivendicato il diritto assoluto alla vita. Ed è appunto il prioritario diritto alla sopravvivenza che le autorità cinesi hanno considerato e continuano a considerare primario, come ha riconosciuto nel 2009 Michel Forst, commissario generale della commissione sui diritti umani, incontrando a Parigi una delegazione cinese guidata da Luo Hocai, Presidente della Società cinese per lo studio dei diritti umani. Forst non ha solamente elogiato i passi  avanti compiuti dalla Repubblica popolare, ma ha rimarcato – osserva un autorevole storico della Cina contemporanea –  che la Repubblica popolare «potrebbe assumere un ruolo ancora più importante a livello internazionale nel campo dei diritti umani» (Guido Samarani, Cina, XXI secolo, Einaudi, 2010, p. 124, corsivo nostro). Un analogo riconoscimento circa la valenza universalistica che – come la marxiana lotta di classe – sta assumendo tale imponente processo di emancipazione, emerge con chiarezza anche dal Rapporto sullo sviluppo umano 2013: il progresso umano in un mondo in evoluzione, redatto dalle Nazioni Unite, nel quale si sottolinea che «la sensazionale trasformazione di un gran numero di paesi in via di sviluppo in importanti economie, dinamiche e con una crescente influenza politica, sta avendo un impatto significativo sullo sviluppo umano. […] L’ascesa del Sud del mondo deve essere compresa in termini di pieno sviluppo umano come la storia di un’impressionate espansione delle capacità individuali e di un sostenuto progresso nello sviluppo umano di quei paesi che ospitano la maggioranza della popolazione mondiale. Quando decine di nazioni e miliardi di persone salgono la scala dello sviluppo umano, come stanno facendo oggi, si ha un impatto diretto sulla creazione di ricchezza e di un più vasto progresso umano in tutti i paesi e le regioni del pianeta» (documento scaricabile dal sito www.undp.org).  
Ci troviamo, insomma, dinanzi ad un modello di sviluppo e ad una prospettiva inedita di configurare ordinamenti economico-sociali inclusivi e fondamentalmente improntati da relazioni di cooperazione, in radicale controtendenza non con speranze disattese, bensì con il sottosviluppo escludente che per secoli è stato imposto a moltitudini di individui considerati e trattati come schiavi e bestie.
Non son tutte rose e fiori, ovviamente, e non è affatto il caso di sentirsi definitivamente appagati. L’imponente processo di ascesa della Cina (oltre che del Brasile, dell’India e di altri paesi del Terzo Mondo) risulta pieno zeppo di contraddizioni, di enormi squilibri, di diseguaglianze profonde, di forme e condizioni di sfruttamento lavorativo inaccettabili, che non vanno negate o giustificate. E Losurdo non lo fa, né nel suo ultimo volume né negli scritti precedenti, così come non lo fanno le autorità cinesi, pienamente consapevoli delle carenze e dei limiti attuali e delle sfide future: divario città-campagna e tra regioni, questione ambientale, proseguimento della lotta alla miseria, incremento demografico, riduzione delle disuguaglianze, ecc..
Ha ragione Canfora quando sostiene che lo sguardo dell’autore del testo denota simpatia per la Repubblica popolare. Vale però ricordare che questa sua posizione simpatetica è ampiamente condivisa da numerosi paesi e popoli africani e sudamericani, faticosamente impegnati, nel rispetto delle specifiche realtà e culture, sulla strada della modernizzazione e della realizzazione di una società meno disumana e più giusta. Se dunque è più che opportuno evitare di prodigarsi in appassionate apologie e assumere un atteggiamento critico, perché mai si dovrebbe guardare con antipatia o, ancor più, con avversione ideologica e politica al percorso che essa ha compiuto? Può la sinistra accodarsi a quanti in Europa e negli Stati Uniti, da ogni parte, immaginano o si augurano il crollo del sistema politico cinese e la fine del potere del partito comunista, che al di là di ogni ragionevole dubbio comporterebbero il dileguarsi dei parziali ma rilevanti obiettivi finora raggiunti, nonché  l’indebolimento e arretramento anche di quei Paesi che grazie al suo ruolo e impegno stanno cercando di scrollarsi di dosso il lungo e pesante giogo dell’Occidente capitalistico e di garantire ai propri popoli diritti economici e sociali e condizioni di vita inimmaginabili fino ad una trentina di anni fa? Il tragitto percorso dalla Cina, anche nella fase che ha preso avvio con le riforme di Deng Xiaoping, credo possa essere realisticamente considerato, pur senza negarsi o giustificare – è bene ribadirlo – limiti, carenze e storture, un itinerario in direzione dell’emancipazione umana. A meno che il bilancio storico e il conseguente giudizio politico non abbiano quale orizzonte di paragone l’utopia laica o la prospettiva religiosa della tramutazione della natura umana.

martedì 18 novembre 2014

Un nuovo intervento su "La sinistra assente" dall'Associazione Italia-Cuba dell'Umbria

La sinistra assente, il monopolio delle idee e la propaganda
Non affronteremo il mondo in modo dottrinario, con un nuovo principio:
qui è la verità, qui inginocchiati -Marx

Nel suo ultimo lavoro (“La sinistra assente”) il filosofo Domenico Losurdo analizza lo stato della “sinistra”, riconoscendola sorda alle ragioni dei Paesi emergenti, in quanto vittima di limiti culturali... e cita opportunamente Marx: le idee dominanti sono le idee della classe dominante, la classe che detiene il monopolio della produzione materiale, ha anche il monopolio della produzione intellettuale.
In questo quadro, la “sinistra” si mostra costantemente e desolatamente priva di autonoma capacità critica; anzi, solerte eco della “produzione intellettuale” dominante: dal lacrimare sulle giuste, inevitabili guerre umanitarie, al disinteresse per tutto quanto di nuovo (ed anche rivoluzionario) si elabora nella periferia dell’impero, fino all’entusiastico abbraccio ai nuovi eroi, i “dissidenti” di quei “regimi” che pretendono percorrere nuovi sistemi di organizzazione economica e sociale.
Così, ad esempio, quanto di antimperialista si sta elaborando e attuando in gran parte del continente latinoamericano non raccoglie che scettiche e irridenti sopracciglia alzate... “sinistra assente”, appunto. O forse, più semplicemente, disinteressata e pure infastidita da quel che va contro l’Impero?
Sopracciglio alzato e dito accusatore contro Cuba è, dal crollo dell’URSS, il cliché più consunto, il banco di prova sul quale la “sinistra” dimostra quanto sia divenuta democratica... Così, non c’è voce di un qualsiasi improvvisatosi giornalista, o di un qualsiasi incolore scrittore, o di un immaginario difensore dei diritti umani che non raccolga sostegno, ammirazione e simpatetiche odi.
Sarebbe comico se non fosse invece segno disperante di colonizzazione.
In questi giorni esce in Italia un film preannunciato dalla grancassa della stampa nobile nazionale. Laurent Cantet, regista francese, (sarà un furbacchione, visto che Cuba è sempre utile per fare “cassetta”?) piazza su una terrazza de L’Avana 5 attori cubani e fa loro recitare una sceneggiatura scritta dall’idolo della “sinistra” nostrana, tal Leonardo Padura Fuentes, scrittore insignificante ma scaltro, che utilmente resta in patria e ne esce solo (dietro costanti, amorevoli inviti di editori, traduttori, democratici liberatori varii, ecc) per graziosamente elargire letture orripilanti e macchiettistiche della Rivoluzione cubana... ah, quanta passione suscita per il suo “desencanto”, autisticamente ripetuto ad ogni intervista (sarà che la “sinistra” del dopo-URSS vi ritrova se stessa, cioè la giustificazione per il proprio giro di boa?!?).
Le battute che si scambiano gli attori, TUTTE, sono il “manifesto politico” del suddetto Padura: c’è tutto quel che continuamente ripete. Il processo rivoluzionario, fin nei dettagli, è ridicolizzato (ecco il popolo più colto del mondo, a commento di uno scambio di insulti fra giovani); stravolto in dramma (montagne di morti per fame, con buona pace di tutti i dati delle diverse agenzie ONU); grottescamente mistificato (terrore poliziesco che riporta lo spettatore al Cile di Pinochet); vigliaccamente offeso (si infanga la memoria delle migliaia di combattenti, volontari, che Cuba offrì nella guerra contro l’apartheid in Africa).
E molto altro: i cubani tutti ladri e corrotti, desiderosi di fumare marijuana, bere whisky, indossare lacoste, i medici pagati con caciotte, gli scrittori scomodi non pubblicati (proprio sfacciato, il signor Padura, i cui libri si trovano normalmente nelle librerie cubane!), i malati di cancro curati con le medicine che vengono dall’estero, perfino i fagioli (squisito piatto nazionale e continentale) diventano buoni grazie all’olio arrivato in dono dalla Spagna! Non è facile trovare un altro esempio di film puramente di propaganda, come questo... neanche i fini e sperimentati addomesticatori di cervelli statunitensi credo siano arrivati a tanta sfacciata stupidità.
Non manca infine, ovvio, l’appello a “riprendersi il Paese” (!!!), che apparterrebbe a questi 5 signori (opportunisti, ladri e parassiti e rei confessi)... mentre certo non appartiene a coloro (milioni) che in questi duri e cruenti 50 anni di Rivoluzione hanno studiato e lavorato, pensato e costruito, ai maestri che salgono in montagna ad insegnare in scuole dove c’è anche un solo figlio di contadini, ai medici che vanno nei luoghi più desolati e disperati del mondo ad assistere popolazioni che mai hanno visto un camice bianco, ai ricercatori scientifici che, modestamente salariati, raccolgono riconoscimenti internazionali...
Né appartiene, ovviamente, a coloro (quanti? migliaia?) che in tutto il tempo della Rivoluzione hanno rinunciato a costruire serenità personale e familiare impegnando la propria vita a difesa della vita di tutti gli 11 milioni di cubani, costantemente attaccata dal terrorismo made in USA (che ha raccolto 3500 morti): solo di alcuni di questi eroi oggi si conosce il nome, nella gran parte dei casi non hanno avuto come ricompensa che la certezza di aver compiuto semplicemente il proprio dovere di amore verso il Paese e i concittadini.
Inevitabile e amarissimo il parallelo fra i 5 personaggi del signor Padura Fuentes (che sghignazzando su “l’uomo nuovo”, vivono sfruttando ciò che ha conquistato il Paese) e i 5 antiterroristi cubani incarcerati e torturati negli Stati Uniti, dal 1998, per essersi infiltrati nelle organizzazioni terroristiche di Miami al fine di informare Cuba sui piani di aggressione armata, aiutando ad evitare altre morti...

E la sinistra? all’uscita dalla sala, il cerebralmente assopito “popolo di sinistra” non mostrava ALCUN brivido di diffidenza su quanto aveva udito e visto nel film...
La propaganda dell’Impero, a casa nostra, ha sgominato ogni resistenza, anche solo culturale ?!

Anna Serena Bartolucci
AsiCubaUmbria
Perugia, 17 novembre 2014