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mercoledì 4 settembre 2013

l'industria della menzogna quale parte integrante della macchina di guerra dell'imperialismo

Domenico Losurdo

Nella storia dell’industria della menzogna quale parte integrante dell’apparato industriale-militare dell’imperialismo il 1989 è un anno di svolta. Nicolae Ceausescu è ancora al potere in Romania. Come rovesciarlo? I mass media occidentali diffondono in modo massiccio tra la popolazione romena le informazioni e le immagini del «genocidio» consumato a Timisoara dalla polizia per l’appunto di Ceausescu.

1. I cadaveri mutilati

Cos’era avvenuto in realtà? Avvalendosi dell’analisi di Debord relativa alla «società dello spettacolo», un illustre filosofo italiano (Giorgio Agamben) ha sintetizzato in modo magistrale la vicenda di cui qui si tratta:
«Per la prima volta nella storia dell’umanità, dei cadaveri appena sepolti o allineati sui tavoli delle morgues [degli obitori] sono stati dissepolti in fretta e torturati per simulare davanti alle telecamere il genocidio che doveva legittimare il nuovo regime. Ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la verità vera sugli schermi televisivi, era l’assoluta non-verità; e, benché la falsificazione fosse a tratti evidente, essa era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media, perché fosse chiaro che il vero non era ormai che un momento del movimento necessario del falso. Così verità e falsità diventavano indiscernibili e lo spettacolo si legittimava unicamente mediante lo spettacolo.
Timisoara è, in questo senso, l’Auschwitz della società dello spettacolo: e come è stato detto che, dopo Auschwitz, è impossibile scrivere e pensare come prima, così, dopo Timisoara, non sarà più possibile guardare uno schermo televisivo nello stesso modo» (Agamben 1996, p. 67).
Il 1989 è l’anno in cui il passaggio dalla società dello spettacolo allo spettacolo come tecnica di guerra si manifestava su scala planetaria. Alcune settimane prima del colpo di Stato ovvero della «rivoluzione da Cinecittà» in Romania (Fejtö 1994, p. 263), il 17 novembre 1989 la «rivoluzione di velluto» trionfava a Praga agitando una parola d’ordine gandhiana: «Amore e Verità». In realtà, un ruolo decisivo svolgeva la diffusione della notizia falsa secondo cui uno studente era stato «brutalmente ucciso» dalla polizia. A vent’anni di distanza lo rivela, compiaciuto, «un giornalista e leader della dissidenza, Jan Urban», protagonista della manipolazione: la sua «menzogna» aveva avuto il merito di suscitare l’indignazione di massa e il crollo di un regime già pericolante (Bilefsky 2009). Qualcosa di simile avviene in Cina: l’8 aprile 1989 Hu Yaobang, segretario del PCC sino al gennaio di due anni prima, viene colto da infarto nel corso di una riunione dell’Ufficio Politico e muore una settimana dopo. Dalla folla di piazza Tienanmen il suo decesso viene collegato al duro conflitto politico emerso anche nel corso di quella riunione (Domenach, Richer 1995, p. 550); in qualche modo egli diviene la vittima del sistema che si tratta di rovesciare. In tutti e tre i casi, l’invenzione e la denuncia di un crimine sono chiamate a suscitare l’ondata di indignazione di cui il movimento di rivolta ha bisogno. Se consegue il pieno successo in Cecoslovacchia e Romania (dove il regime socialista aveva fatto seguito all’avanzata dell’Armata Rossa), questa strategia fallisce nella Repubblica popolare cinese scaturita da una grande rivoluzione nazionale e sociale. Ed ecco che tale fallimento diviene il punto di partenza di una nuova e più massiccia guerra mediatica, che è scatenata da una superpotenza la quale non tollera rivali o potenziali rivali e che è tuttora in pieno svolgimento. Resta fermo che a definire la svolta storica è in primo luogo Timisoara, «l’Auschwitz della società dello spettacolo».

2. «Reclamizzare i neonati» e il cormorano

Due anni dopo, nel 1991, interveniva la prima guerra del Golfo. Un coraggioso giornalista statunitense ha chiarito in che modo si è verificata «la vittoria del Pentagono sui media» ovvero la «colossale disfatta dei media a opera del governo degli Stati Uniti» (Macarthur 1992, pp. 208 e 22).
Nel 1991 la situazione non era facile per il Pentagono (e per la Casa Bianca). Si trattava di convincere della necessità della guerra un popolo su cui pesava ancora il ricordo del Vietnam. E allora? Accorgimenti vari riducono drasticamente la possibilità per i giornalisti di parlare direttamente coi soldati o di riferire direttamente dal fronte. Nella misura del possibile tutto dev’essere filtrato: il puzzo della morte e soprattutto il sangue, le sofferenze e le lacrime della popolazione civile non devono fare irruzione nelle case dei cittadini degli USA (e degli abitanti del mondo intero) come ai tempi della guerra del Vietnam. Ma il problema centrale e di più difficile soluzione è un altro: in che modo demonizzare l’Irak di Saddam Hussein, che ancora qualche anno prima si era reso benemerito, agli occhi degli USA, aggredendo l’Iran scaturito dalla rivoluzione islamica e antiamericana del 1979 e incline a far proseliti nel Medio Oriente. La demonizzazione sarebbe risultata tanto più efficace se al tempo stesso si fosse resa angelica la vittima. Operazione tutt’altro che agevole, e non solo per il fatto che dura o impietosa era in Kuwait la repressione di ogni forma di opposizione. C’era qualcosa di peggio. A svolgere i lavori più umili erano gli emigrati, sottoposti a una «schiavitù di fatto», e a una schiavitù di fatto che assumeva spesso forme sadiche: non suscitavano particolare emozione i casi di «serbi scaraventati giù dal terrazzo, bruciati o accecati o picchiati a morte» (Macarthur 1992, pp. 44-45).
E, tuttavia… Generosamente o favolosamente ricompensata, un’agenzia pubblicitaria trovava un rimedio a tutto. Essa denunciava il fatto che i soldati irakeni tagliavano le «orecchie» ai kuwaitiani che resistevano. Ma il colpo di teatro di questa campagna era un altro: gli invasori avevano fatto irruzione in un ospedale «rimuovendo 312 neonati dalle loro incubatrici e lasciandoli morire sul freddo pavimento dell’ospedale di Kuwait City» (Macarthur 1992, p. 54). Sbandierata ripetutamente dal presidente Bush sr., ribadita dal Congresso, avallata dalla stampa più autorevole e persino da Amnesty International, questa notizia così orripilante ma anche così circonstanziata da indicare con assoluta precisione il numero dei morti, non poteva non provocare una travolgente ondata di indignazione: Saddam era il nuovo Hitler, la guerra contro di lui era non solo necessaria ma anche urgente e coloro che a essa si opponevano o recalcitravano erano da considerare quali complici più o meno consapevoli del nuovo Hitler! La notizia era ovviamente un’invenzione sapientemente prodotta e diffusa, ma proprio per questo l’agenzia pubblicitaria aveva ben meritato il suo denaro.
La ricostruzione di questa vicenda è contenuta in un capitolo del libro qui citato dal titolo calzante: «Reclamizzare i neonati» (Selling Babies). Per la verità, a essere «reclamizzati» non furono soltanto i neonati. Proprio agli inizi delle operazioni belliche veniva diffusa in tutto il mondo l’immagine di un cormorano che affogava nel petrolio sgorgante dai pozzi fatti saltare dall’Irak. Verità o manipolazione? A provocare la catastrofe ecologica era stato Saddam? E ci sono realmente cormorani in quella regione del globo e in quella stagione dell’anno? L’ondata dell’indignazione, autentica e sapientemente manipolata, travolgeva le ultime resistenze razionali.

3. La produzione del falso, il terrorismo dell’indignazione e lo scatenamento della guerra

Facciamo un ulteriore salto in avanti di alcuni anni e giungiamo così alla dissoluzione o piuttosto, allo smembramento della Jugoslavia. Contro la Serbia, che storicamente era stata la protagonista del processo di unificazione di questo paese multietnico, nei mesi che precedono i bombardamenti veri e propri si scatenano una dopo l’altra ondate di bombardamenti multimediali. Nell’agosto del 1998, un giornalista americano e uno tedesco
«riferiscono dell’esistenza di fosse comuni con 500 cadaveri di albanesi tra cui 430 bambini nei pressi di Orahovac, dove si è duramente combattuto. La notizia è ripresa da altri giornali occidentali con grande rilievo. Ma è tutto falso, come dimostra una missione d’osservazione della Ue» (Morozzo Della Rocca 1999, p. 17).
Non per questo fa fabbrica del falso entrava in crisi. Agli inizi del 1999 i media occidentali cominciavano a tempestare l’opinione pubblica internazionale con le foto di cadaveri ammassati al fondo di un dirupo e talvolta decapitati e mutilati; le didascalie e gli articoli che accompagnavano tali immagini proclamavano che si trattava di civili albanesi inermi massacrati dai serbi. Sennonché:
«Il massacro di Racak è raccapricciante, con mutilazioni e teste mozzate. E’ una scena ideale per suscitare lo sdegno dell’opinione pubblica internazionale. Qualcosa appare strano nelle modalità dell’eccidio. I serbi abitualmente uccidono senza procedere a mutilazioni [...] Come la guerra di Bosnia insegna, le denunce di efferatezze sui corpi, segni di torture, decapitazioni, sono una diffusa arma di propaganda [...] Forse non i serbi ma i guerriglieri albanesi hanno mutilato i corpi» (Morozzo Della Rocca 1999, p. 249).
O, forse, i cadaveri delle vittime di uno degli innumerevoli scontri tra gruppi armati erano stati sottoposti a un successivo trattamento, in modo da far credere a un’esecuzione a freddo e a uno scatenamento di furia bestiale, di cui era immediatamente accusato il paese che la NATO si apprestava a bombardare (Saillot 2010, pp. 11-18).
La messa in scena di Racak era solo l’apice di una campagna di disinformazione ostinata e spietata. Qualche anno prima, il bombardamento del mercato di Sarajevo aveva consentito alla NATO di ergersi a suprema istanza morale, che non poteva permettersi di lasciare impunite le «atrocità» serbe. Ai giorni nostri si può leggere persino sul «Corriere della Sera» che «fu una bomba di assai dubbia paternità a fare strage nel mercato di Sarajevo facendo scattare l’intervento NATO» (Venturini 2013). Con questo precedente alle spalle, Racak ci appare oggi come una sorta di riedizione di Timisoara, una riedizione prolungatasi per alcuni anni. E, tuttavia, anche in questo caso il successo non mancava. L’illustre filosofo che nel 1990 aveva denunciato «l’Auschwitz della società dello spettacolo» verificatasi a Timisoara cinque anni dopo si accodava al coro dominante, tuonando in modo manicheo contro «il repentino slittamento delle classi dirigenti ex comuniste nel razzismo più estremo (come in Serbia, col programma di “pulizia etnica”)» (Agamben 1995, pp. 134-35). Dopo aver acutamente analizzato la tragica indiscernibilità di «verità e falsità» nell’ambito della società dello spettacolo, egli finiva col confermarla involontariamente, accogliendo in modo sbrigativo la versione (ovvero la propaganda di guerra) diffusa dal «sistema mondiale dei media», da lui precedentemente additato come fonte principale della manipolazione; dopo aver denunciato la riduzione del «vero» a «momento del movimento necessario del falso», operata dalla società dello spettacolo, egli si limitava a conferire una parvenza di profondità filosofica a questo «vero» ridotto per l’appunto a «momento del movimento necessario del falso».
Per un altro verso, un elemento della guerra contro la Jugoslavia, più che a Timisoara, ci riconduce alla prima guerra del Golfo. È il ruolo svolto dalle public relations:
«Milosevic è un uomo schivo, non ama la pubblicità, non ama mostrarsi o tenere discorsi in pubblico. Sembra che alle prime avvisaglie di disgregazione della Jugoslavia, la Ruder&Finn, compagnia di pubbliche relazioni che stava lavorando per il Kuwait nel 1991, gli si presentasse offrendo i suoi servizi. Fu congedata. Ruder&Finn venne assunta invece immediatamente dalla Croazia, dai musulmani di Bosnia e dagli albanesi del Kosovo per 17 milioni di dollari all’anno, per proteggere e incentivare l’immagine dei tre gruppi. E fece un ottimo lavoro!
James Harf, direttore di Ruder&Finn Global Public Affairs, in un’intervista [...] affermava: “Abbiamo potuto far coincidere nell’opinione pubblica serbi e nazisti [...] Noi siamo dei professionisti. abbiamo un lavoro da fare e lo facciamo. Non siamo pagati per fare la morale”» (Toschi Marazzani Visconti 1999, p. 31).
Veniamo ora alla seconda guerra del Golfo: nei primi giorni del febbraio 2003 il segretario di Stato USA, Colin Powell, mostrava alla platea del Consiglio di Sicurezza dell’ONU le immagini dei laboratori mobili per la produzione di armi chimiche e biologiche, di cui l’Irak sarebbe stato in possesso. Qualche tempo dopo il primo ministro inglese, Tony Blair, rincarava la dose: non solo Saddam aveva quelle armi, ma aveva già elaborato piani per usarle ed era in grado di attivarle «in 45 minuti». E di nuovo lo spettacolo, più ancora che preludio alla guerra, costituiva il primo atto di guerra, mettendo in guardia contro un nemico di cui il genere umano doveva assolutamente sbarazzarsi.
Ma l’arsenale delle armi della menzogna messe in atto o ponte per l’uso andava ben oltre. Al fine di «screditare il leader iracheno agli occhi del suo stesso popolo» la Cia si proponeva di «diffondere a Bagdad un filmato in cui veniva rivelato che Saddam era gay. Il video avrebbe dovuto mostrare il dittatore iracheno mentre faceva sesso con un ragazzo. “Doveva sembrare ripreso da una telecamera nascosta, come se si trattasse di una registrazione clandestina». A essere studiata era anche «l’ipotesi di interrompere le trasmissioni della televisione irachena con una finta edizione straordinaria del telegiornale contenente l’annuncio che Saddam aveva dato le dimissioni e che tutto il potere era stato preso dal suo temuto e odiato figlio Uday» (Franceschini 2010).
Se il Male dev’essere mostrato e bollato in tutto il suo orrore, il Bene deve risultare in tutto il suo fulgore. Nel dicembre 1992, i marines statunitensi sbarcavano sulla spiaggia di Mogadiscio. Per l’esattezza vi sbarcavano due volte, e la ripetizione dell’operazione non era dovuta a impreviste difficoltà militari o logistiche. Occorreva dimostrare al mondo che, prima ancora di essere un corpo militare di élite, i marines erano un’organizzazione benefica e caritatevole che riportava la speranza e il sorriso al popolo somalo devastato dalla miseria e dalla fame. La ripetizione dello sbarco-spettacolo doveva emendarlo dei suoi dettagli errati o difettosi. Un giornalista e testimone spiegava:
«Tutto quello che sta accadendo in Somalia e che avverrà nelle prossime settimane è uno show militar-diplomatico […] Una nuova epoca nella storia della politica e della guerra è cominciata davvero, nella bizzarra notte di Mogadiscio […] L’ “Operazione Speranza” è stata la prima operazione militare non soltanto ripresa in diretta dalle telecamere, ma pensata, costruita e organizzata come uno show televisivo» (Zucconi 1992).
Mogadiscio era il pendant di Timisoara. A pochi anni di distanza dalla rappresentazione del Male (il comunismo che finalmente crollava) faceva seguito la rappresentazione del Bene (l’Impero americano che emergeva dal trionfo conseguito nella guerra fredda). Sono ormai chiari gli elementi costitutivi della guerra-spettacolo e del suo successo.

Riferimenti bibliografici

Giorgio Agamben 1995
Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino

Giorgio Agamben 1996
 Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino

Dan Bilefsky 2009
A rumor that set off the Velvet Revolution, in «International Herald Tribune» del 18 novembre, pp. 1 e 4

Jean-Luc Domenach, Philippe Richer 1995
La Chine, Seuil, Paris


François Fejtö 1994 (in collaborazione con Ewa Kulesza-Mietkowski)
La fin des démocraties populaires (1992), tr. it., di Marisa Aboaf, La fine delle democrazie popolari. L’Europa orientale dopo la rivoluzione del 1989, Mondadori, Milano

Enrico Franceschini 2010
La Cia girò un video gay per far cadere Saddam, «la Repubblica», 28 maggio, p. 23

John R. Macarthur 1992
Second Front. Censorship and Propaganda in the Gulf War, Hill and Wang, New York

Roberto Morozzo Della Rocca 1999
La via verso la guerra, in Supplemento al n. 1 (Quaderni Speciali) di «Limes. Rivista Italiana di Geopolitica», pp. 11-26

Fréderic Saillot 2010
Racak. De l’utilité des massacres, tome II, L’Hermattan, Paris

Jean Toschi Marazzani Visconti 1999
Milosevic visto da vicino, Supplemento al n. 1 (Quaderni Speciali) di «Limes. Rivista Italiana di Geopolitica», pp. 27- 34

Franco Venturini 2013
Le vittime e il potere atroce delle immagini, in «Corriere della Sera» del 22 agosto, pp. 1 e 11

Vittorio Zucconi 1992
Quello sbarco da farsa sotto i riflettori TV, in «la Repubblica» del 10 dicembre

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Industrie du mensonge et guerre impérialiste

Domenico LosurdoTrad. it. di Marie-Ange Patrizio

Dans l’histoire de l’industrie du mensonge comme partie intégrante de l’appareil militaro-industriel de l’impérialisme l’année 1989 est un tournant. Nicolae Ceaucescu est encore au pouvoir en Roumanie. Comment le renverser ? Les médias occidentaux diffusent massivement dans la population roumaine les informations et les images du « génocide » opéré à Timisoara par la police précisément de Ceaucescu.

  1. Les cadavres mutilés

Qu’était-il arrivé en réalité ? Se prévalant de l’analyse de Debord sur la « société du spectacle », un illustre philosophe italien (Giorgio Agamben) a magistralement synthétisé l’affaire dont il s’agit :
« Pour la première fois dans l’histoire de l’humanité, des ca­davres enterrés depuis peu ou alignés sur les tables des morgues ont été déterrés à la hâte et torturés pour simuler devant les caméras de télévision le génocide qui devait légitimer le nouveau régime. Ce que le monde entier avait sous les yeux en direct comme la vérité vraie sur les écrans de télévision, était l’absolue non-vérité ; et, bien que la falsification fût parfois évidente, elle était de toute façon authentifiée comme vraie par le système mondial des médias, pour qu’il fût clair que le vrai n’était désormais qu’un moment du mouvement nécessaire du faux. Ainsi vérité et fausseté devenaient indiscernables et le spectacle se légitimait uniquement au moyen du spectacle.
   Timisoara, à cet égard, est l’Auschwitz de la société du spectacle : et de même qu’il a été dit que, après Auschwitz, il est impossible d’écrire et de penser comme avant, ainsi, après Timisoara, il ne sera plus possible de regarder un écran de télévision de la même manière » (Agamben 1996, p. 67, et cité in Losurdo 2013, p. 313).
   L’année 1989 est celle où le passage de la société du spectacle au spectacle comme technique de guerre se manifestait à l’échelle planétaire. Quelques semaines avant le coup d’Etat c’est-à-dire de la « révolution de Cinecittà » en Roumanie (Fejtö 1994, p. 263), le 17 novembre 1989 la « révolution de velours » triomphait à Prague avec un mot d‘ordre d’inspiration gandhienne : « Amour et Vérité ». En réalité, un rôle décisif était joué par la diffusion de la fausse information selon laquelle un étudiant avait été « brutalement tué » par la police. C’est ce que ré­vèle vingt ans plus tard, avec satisfaction, « un journaliste et leader de la dissidence, Jan Urban », protagoniste de la manipulation : son « mensonge » avait eu le mérite de susciter l’indignation de masse et l’écroulement du régime déjà périclitant (Bilefsky 2009, cité in Losurdo 2013, p. 313). Quelque chose de similaire se produit en Chine : le 8 avril 1989 Hu Yaobang, secrétaire du PCC jusqu’au mois de janvier 1987, a un infarctus au cours d’une réunion du Bureau politique et meurt une semaine plus tard. Son décès est corrélé, par la foule de la Place Tienanmen, au dur conflit politique qui avait aussi émergé au cours de cette réunion (Domenach, Richer 1995, p. 550) ; cet homme devient en quelque sorte la victime du système qu’il s’agit de renverser. Dans les trois cas, l’invention et la dénonciation du crime sont appelées à susciter la vague d’indignation dont le mouvement de révolte a besoin. S’il rencontre un plein succès en Tchécoslovaquie et en Roumanie (où le régime socialiste avait émergé de l’avancée de l’Armée Rouge), cette stratégie échoue dans la République populaire chinoise issue d’une grande révolution nationale et sociale. Et cet échec devient alors le point de départ d’une nouvelle guerre médiatique plus massive, déclenchée par une superpuissance qui ne tolère pas de rivaux ou de potentiels rivaux, et qui est toujours pleinement en cours. Mais il n’en demeure pas moins que ce qui définit le tournant historique est en premier lieu Timisoara, « l’Auschwitz de la société du spectacle ».


   2. « Publiciser les nouveaux-nés » et le cormoran

Deux ans après, en 1991, survenait la première guerre du Golfe. Un journaliste étasunien courageux a mis en lumière de quelle façon s’est déroulée « la victoire du Pentagone sur les médias » c’est-à-dire la « colossale défaite des médias opérée par le gouvernement des Etats-Unis » (Macarthur 1992, p. 208 et 22).
   En 1991 la situation n’était pas facile pour le Pentagone (et pour la Maison Blanche). Il s’agissait de convaincre de la nécessité de la guerre une population sur laquelle pesait encore le souvenir du Vietnam. Alors ? Divers expédients vont réduire drastiquement la possibilité pour les journalistes de parler directement avec les soldats ou de chroniquer directement du front. Dans la mesure du possible tout doit être filtré : la puanteur de la mort et surtout le sang, les souffrances et les larmes de la population civile ne doivent pas faire irruption dans les maisons des citoyens des USA (et des habitants du monde entier) comme à l’époque de la guerre du Vietnam. Mais le problème central, et plus difficile à résoudre, est ailleurs : comment diaboliser l’Irak de Saddam Hussein, qui quelques années auparavant encore s’était rendu méritant, aux yeux des USA, en agressant l’Iran issu de la révolution islamique et anti-étasunienne de 1979, et enclin à faire des prosélytes au Moyen-Orient. La diabolisation se serait avérée d’autant plus efficace qu’on aurait en même temps rendu la victime plus angélique. Opération rien moins qu’aisée, et pas seulement du fait que la répression contre toute forme d’opposition sévissait durement et impitoyablement au Koweït. Il y avait quelque chose de pire. Les travaux les plus humbles étaient pour les immigrés, soumis à un « esclavage de fait », et un esclavage de fait qui prenait souvent des formes de sadisme : les cas de « Serbes défenestrés, brûlés ou aveuglés ou bien tabassés à mort » ne suscitaient pas d’émotion particulière (Macarthur 1992, p. 44-45).
  Et pourtant…Généreusement ou fabuleusement récompensée, une agence publicitaire trouvait remède à tout. Elle dénonçait le fait que les soldats irakiens coupaient les « oreilles » aux Koweitiens qui résistaient. Mais le coup de théâtre de cette campagne était ailleurs : les envahisseurs avaient fait irruption dans un hôpital « en sortant 312 nouveaux-nés de leurs couveuses et en les laissant mourir de froid sur la pavement de l’hôpital de Koweït City » (Macarthur 1992, p. 54). Brandie à l’envi par le président Bush junior, réaffirmée au Congrès, avalisée par la presse la plus autorisée et jusque par Amnesty international, cette information si horrible mais si circonstanciée aussi, au point d’indiquer avec une précision absolue le nombre de morts, ne pouvait pas ne pas provoquer une bouleversante vague d’indignation : Saddam Hussein était le nouvel Hitler, la guerre contre lui était non seulement nécessaire mais urgente même et ceux qui s’y opposaient ou étaient récalcitrants devaient être considérés comme des complices, plus ou moins conscients, du nouvel Hitler ! L’information était évidemment une invention savamment produite et diffusée, et pour cela justement l’agence publicitaire avait-elle bien mérité son argent.
La reconstruction de cet épisode se trouve dans un chapitre du livre cité ici, avec un titre approprié : « Publiciser les nouveaux-nés » (Selling Babies). A la vérité, ceux qui furent « publicisés » ne furent pas seulement les nouveaux-nés. Au tout début des opérations guerrières on avait diffusé dans le monde entier l’image d’un cormoran qui se noyait dans le pétrole dégorgeant des puits que l’Irak avait fait sauter. Vérité ou manipulation ? Etait-ce Saddam qui avait provoqué la catastrophe écologique ? Et y a-t-il vraiment des cormorans dans cette région du globe et en cette saison de l’année ? La vague d’indignation, authentique et savamment manipulée, engloutissait les dernières résistances rationnelles.

    3. La production du faux, le terrorisme de l’indignation et le déchaînement de la guerre

Faisons un nouveau bond en avant de quelques années, jusqu’à la dissolution ou, plutôt, démembrement de la Yougoslavie. Contre la Serbie qui, historiquement avait été le protagoniste du processus d’unification de ce pays multiethnique, se déchaînent une après l’autre, pendant les mois qui précèdent les bombardements véritables, des vagues de bombardements médiatiques. En août 1998, deux journalistes, l’un étasunien et l’autre allemand, «  rapportent l’existence de fosses communes avec 500 cadavres d’Albanais parmi lesquels 430 enfants, aux alentours d’Orahovac, où d’âpres combats ont eu lieu. La nouvelle est reprise par d’autres journaux occidentaux qui lui donnent un grand écho. Mais tout est faux, comme le démontre une mission d’observation de l’Ue » (Morozzo della Rocca 1999, p. 17).
  Mais cela ne provoque pas pour autant une crise dans la fabrique du faux. Aux débuts de l’année 1999 les médias occidentaux commençaient à harceler l’opinion publique internationale avec les photos de cadavres entassés au fond d’un ravin et parfois décapités et mutilés ; les légendes et les articles qui accompagnaient ces images proclamaient qu’il s’agissait de civils albanais désarmés massacrés par les Serbes. Mais :
« Le massacre de Racak est terrifiant, avec des mutilations et des têtes coupées. C’est une scène idéale pour susciter l’in­dignation de l’opinion publique internationale. Quelque chose semble étrange dans les modalités de la tuerie. Les Serbes ha­bituellement tuent sans procéder à des mutilations […] Comme l’enseigne la guerre de Bosnie, les dénonciations d’exactions sur les corps, signes de torture, décapitations, sont une arme de pro­pagande bien répandue […] Peut-être ne sont-ce pas les Serbes mais les guérilleros albanais qui ont mutilé les corps » (Morozzo della Rocca, 1999, p. 249, et cité in Losurdo 2013, p. 314).
 Ou, peut-être, les cadavres des victimes d’un des innombrables affrontements avaient-ils été soumis à un traitement ultérieur, de façon à faire croire à une exécution à froid et à un déchaînement de furie bestiale, dont était immédiatement accusé le pays que l’OTAN s’apprêtait à bombarder (Saillot 2010, p. 11-18).
  La mise en scène de Racak n’était que le sommet d’une campagne de désinformation obstinée et sans pitié. Quelques années plus tôt, le bombardement du marché de Sarajevo avait permis à l’          OTAN de s’ériger en instance morale suprême, qui ne pouvait pas se permettre de laisser les « atrocités » serbes impunies. De nos jours, on peut lire jusque dans le Corriere della Sera que « ce fut une bombe à la paternité assez douteuse qui provoqua le massacre de Sarajevo, faisant éclater l’intervention de l’OTAN » (Venturini 2013). Avec ce précédent, Racak nous apparaît désormais comme une sorte de réédition de Timisoara, une réédition qui s’est prolongée plusieurs années. Et pourtant, même dans ce cas, le succès ne faisait pas défaut. L’illustre philosophe qui en 1990 avait dénoncé « l’Auschwitz de la société du spectacle » qui avait eu lieu à Timisoara, rejoignait cinq ans après les rangs du chœur dominant, tonnant de façon manichéenne contre « le subit glissement des classes dirigeantes ex-communistes dans le racisme le plus extrême (comme en Serbie, avec le programme de "purification ethnique")» (Agamben 1995, p. 134-35). Après avoir analysé avec acuité la tragique indiscernabilité  de « vérité et fausseté » dans le cadre de la société du spectacle, Agamben finissait par la confirmer involontairement, en accueillant de façon expéditive la version (c’est-à-dire la propagande de guerre) diffusée par le « système mondial des médias », qu’il avait précédemment désigné comme source principale de la manipulation ; après avoir dénoncé la réduction du « vrai » à « un moment du mouvement nécessaire du faux », opérée par la société du spectacle, il se limitait à conférer une apparence de profondeur philosophique à ce « vrai » réduit justement à « un moment du mouvement nécessaire du faux ».
  Par ailleurs, un élément de la guerre contre la Yougoslavie, plus qu’à Timisoara nous ramène à la première guerre du Golfe. C’est le rôle des public relations : « Milosevic est un homme qui s'esquive, il n’aime pas la publicité, il n’aime pas se montrer ou tenir des discours en public. Il semble qu’aux premières annonces de désagrégation de la Yougoslavie, Ruder&Finn, la compagnie de relations publiques qui travaillait pour le Koweït en 1991, alla le trouver pour lui présenter ses services. Elle fut congédiée. Ruder&Finn fut par contre immédiatement embauchée par la Croatie, par les musulmans de Bosnie et par les Albanais du Kosovo pour 17 millions de dollars par an, afin de protéger et encourager l’image des trois groupes. Et elle fit un excellent travail !
   James Harf, directeur de Ruder&Finn Global Public Affairs, affirmait […] dans une interview : "Nous avons pu faire coïncider, dans l’opinion publique, Serbes et nazis […] Nous sommes des professionnels. Nous avons un travail à faire et nous le faisons. Nous sommes payés pour faire la morale" » (Toschi Marazzani Visconti 1999, p. 31).
   Venons en maintenant à la seconde guerre du Golfe : dans les premiers jours de février 2003 le secrétaire d’Etat étasunien, Colin Powell, montrait au parterre du Conseil de sécurité de l’ONU les images des laboratoires mobiles de production d’armes chimiques et biologiques, que l’Irak aurait eues en sa possession. Quelques temps après, le premier ministre anglais, Tony Blair, augmentait la dose : non seulement Saddam Hussein avait ces armes, mais il avait déjà élaboré des plans pour les utiliser et était en mesure de les activer «  en 45 minutes ». Et à nouveau le spectacle, plus encore que prélude à la guerre, constituait le premier acte de guerre, en mettant en garde contre un ennemi dont le genre humain devait absolument se débarrasser.
   Mais l’arsenal des armes du mensonge mises en acte ou prêtes à l’usage allait bien au-delà. Afin de « discréditer le leader irakien aux yeux de son propre peuple » la Cia se proposait de « diffuser à Bagdad un document filmé dans lequel on révélait que Saddam était gay. La vidéo aurait dû montrer le dictateur irakien en train d’avoir un rapport sexuel avec un jeune garçon. Il devait avoir l’air d’être filmé par une caméra cachée, comme s’il s’agissait d’un enregistrement clandestin ». On étudiait aussi «  l’hypothèse d’interrompre les retransmissions de la télévision irakienne avec une édition –fictive- extraordinaire du journal télévisé contenant l'annonce que Saddam avait démissionné et que tout le pouvoir avait été pris par son fils redouté et haï, Uday » (Franceschini 2010).
  Si le Mal devait être montré et stigmatisé dans toute son horreur, le Bien devait apparaître dans tout son éclat. En décembre 1992, les marines étasuniens débarquaient sur la plage de Mogadiscio. Plus exactement ils y débarquaient deux fois et la répétition de l’opération n’était pas due à d’imprévues difficultés militaires ou logistiques. Il fallait démontrer au monde entier que, avant même d’être un corps d’élite militaire, les marines étaient une organisation bénéfique et charitable qui ramenait l’espoir et le sourire au peuple somalien dévasté par la misère et par la faim. La répétition du débarquement-spectacle devait l’amender de ses détails erronés ou défectueux. Un journaliste et témoin expliquait :
«  Tout ce qui est en train d’arriver en Somalie et qui va se produire dans les semaines prochaines est un show militaro-diplomatique […] Une nouvelle époque dans l’histoire de le politique et de la guerre a vraiment commencé, dans la nuit bizarre de Mogadiscio […] L’ "Opération Espoir" a été la première opération militaire non seulement filmée en direct par les caméras de télévision, mais pensée, construite et organisée comme un show télévisé » (Zucconi 1992).
  Mogadiscio était le pendant de Timisoara. A quelques années de distance de la représentation du Mal (le communisme qui s’écroulait enfin) faisait suite la représentation du Bien (l’Empire étasunien qui émergeait du triomphe obtenu dans la guerre froide). Les éléments constitutifs de la guerre-spectacle et de son succès sont désormais clairs.

Publié sur le blog de l’auteur mercredi 4 septembre 2013
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio
Certains thèmes abordés dans ce texte ont été traités dans le dernier chapitre de Le langage de l’empire. Lexique de l’idéologie étasunienne. A paraître le 13 septembre 2013 aux Editions Delga.

Références bibliographiques
Giorgio Agamben 1995
Homo sacer.
Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Turin.

Giorgio Agamben 1996
Mezzi senza fine. Note sulla politica, Bollati Boringhieri, Turin.

Dan Bilefsky 2009
A rumor that set off the Velvet Revolution, in International Herald Tribune du 18 novembre, pp. 1 e 4.

Jean-Luc Domenach, Philippe Richer 1995
La Chine, Seuil, Paris.

François Fejtö 1994 (en collaboration avec Ewa Kulesza-Mietkowski)
La fin des démocraties populaires (1992), tr. it., de Marisa Aboaf, La fine delle democrazie popolari.
L’Europa orientale dopo la rivoluzione del 1989, Mondadori, Milan.

Enrico Franceschini 2010
La Cia girò un video gay per far cadere Saddam, in La Repubblica, 28 mai, p. 23.

Domenico Losurdo 2013
Le langage de l’Empire. Lexique de l’idéologie étasunienne, Delga, Paris.

John R. Macarthur 1992
Second Front. Censorship and Propaganda in the Gulf War, Hill and Wang, New York.

Roberto Morozzo Della Rocca 1999
La via verso la guerra, in Supplément au n. 1 (Quaderni Speciali) de Limes.
Rivista Italiana di Geopolitica, pp. 11-26.

Fréderic Saillot 2010
Racak. De l’utilité des massacres, tome II, L’Harmattan, Paris.

Jean Toschi Marazzani Visconti 1999
Milosevic visto da vicino, Supplément au n. 1 (Quaderni Speciali) de Limes. Rivista Italiana di Geopolitica, pp. 27- 34.

Franco Venturini 2013
Le vittime e il potere atroce delle immagini, in Corriere della Sera du 22 août, pp. 1 et 11.

Vittorio Zucconi 1992
Quello sbarco da farsa sotto i riflettori TV, in la Repubblica  du 10 décembre.




 
Bashar Al Assad: “Perché avremo dovuto farlo? Stiamo vincendo…”


In un intervista al quotidiano Le Figaro del 2 settembre 2013, al presidente siriano Bashar Al Assad è stato chiesto:

Presidente Assad, può dimostrare che il suo esercito non ha fatto ricorso alle armi chimiche il 21 agosto nella periferia di Damasco?”
“Chiunque lanci accuse deve darne le prove. Noi abbiamo sfidato gli Stati Uniti e la Francia di mostrare una sola prova. I signori Obama e Hollande  non ne sono stati capaci, anche davanti ai loro popoli. Poi, parliamo della logica di questa accusa. Che interesse avremo ad attaccare con armi chimiche, quando la nostra situazione sul terreno è molto migliore che l’anno scorso? Perché, in un qualsiasi Paese, un esercito utilizzerebbe delle armi di distruzione di massa, se fa progressi con quelle convenzionali? Non dico affatto se l’esercito siriano possieda o no queste armi. Supponiamo che il nostro esercito voglia utilizzare armi di distruzione di massa: è possibile che lo faccia in una zona dove è schierato lui stesso e dove dei soldati sono stati feriti da queste armi, come hanno costatato gli ispettori delle Nazioni Unite visitandoli in ospedale? Dov’è la logica? Di più, è possibile utilizzare queste armi nella periferia di Damasco senza uccidere decine di migliaia di persone, dato che queste sostanze sono trasportate dal vento? Tutte le accuse si basano su dichiarazioni di terroristi e su immagini arbitrarie e diffuse su Internet.”
Gli USA affermano di aver intercettato una conversazione telefonica di un alto responsabile siriano che riconosce l’uso di armi chimiche.
“Se gli americani, i francesi o i britannici disponessero di una sola prova, l’avrebbero mostrata fin dal primo giorno.”
È possibile che certi responsabili del suo esercito abbiano preso questa decisione senza il suo avallo?
“Non abbiamo mai detto di possedere armi chimiche. La sua domanda insinua delle cose che io non ho detto e che noi non abbiamo detto né confermato né negato. Ma normalmente, nei Paesi che possiedono queste armi, la decisione è presa dal centro.”
Barack Obama ha rimandato gli attacchi contro la Siria. Come interpreta questa decisione?
“Qualcuno ha visto il lui il capo forte di una grande potenza, perché ha minacciato di scatenare la guerra contro la Siria. Noi pensiamo che l’uomo forte sia chi impedisce una guerra e non chi la scatena. Se Obama fosse forte, avrebbe detto: “Non disponiamo di prove sull’uso di armi chimiche da parte dello stato siriano.” Avrebbe detto pubblicamente: “La sola via è quella dell’inchiesta ONU. Di conseguenza, torniamo al Consiglio di Sicurezza.” Ma Obama è debole, perché ha subito delle pressioni all’interno degli Stati Uniti.”
Cosa direbbe ai membri del Congresso americano che devono votare si o no a questo attacco?
“Chiunque prenda questa decisione deve prima chiedersi che cosa le ultime guerre hanno portato agli USA o anche all’Europa. Cosa ha guadagnato il mondo in Libia? Cosa dalla guerra in Iraq? Cosa guadagnerebbe dal rafforzamento del terrorismo in Siria? Il compito di ogni parlamentare consiste nel fare l’interesse del suo Paese. Quale sarebbe l’interesse degli USA nella crescita dell’instabilità e dell’estremismo in Medioriente? Quale l’interesse a proseguire quello che George Bush ha iniziato, cioè diffondere le guerre per il mondo?”
Quale sarà la vostra risposta?
“Il Medioriente è un barile di polvere e il fuoco oggi ci si avvicina. Non bisogna solo parlare della risposta siriana, ma anche di ciò che potrebbe succedere dopo il primo colpo. Ora nessuno può sapere cosa succederà. Tutto il mondo perderà il controllo della situazione quando il barile di polvere esploderà. Il caos e l’estremismo si diffonderanno. Un rischio di guerra regionale esiste.”
Israele sarà colpito da una risposta siriana?
“Non spererà davvero che io riveli quale sarà la nostra risposta.”
Che direbbe alla Giordania dove i ribelli si addestrano?
“La Giordania ha già annunciato che non servirà da base ad alcuna operazione contro la Siria. Ma se non riusciremo a sradicare il terrorismo da noi, si sposterà naturalmente in altri paesi.”
Quindi mette in guardia Giordania e Turchia?
“L’abbiamo detto più volte e abbiamo inviato dei messaggi diretti e indiretti. La Giordania ne è cosciente, malgrado le pressioni che subisce per far passare i terroristi. Quanto a Erdogan, non penso che sia assolutamente cosciente di quel che fa.”
Quale sarà la reazione dei suoi alleati, Hezbollah e Iran?
“Non posso parlare per loro. Tuttavia, le loro dichiarazioni sono chiare, e nessuno può dissociare gli interessi della Siria da quelli di Iran e Hezbollah. Oggi la stabilità della regione dipende dalla situazione in Siria.”

George Malbrunot,
Le Figaro 2 settembre 2013, trad. it. di Daniele Burgio

2 commenti:

ptlive ha detto...

Non riesco proprio a non farle alcune domande. Ho letto il suo articolo (su comedonchisciotte) e l'ho trovato interessantissimo. Il titolo sintetizza ottimamente quello che è anche il mio pensiero. Le devo proprio chiedere però, a fronte del suo articolo: cosa ne pensa del 9/11? precisamente cosa ne pensa, quindi, della diretta tv di quel giorno (recuperabile in gran parte su archive.org)? cosa ne pensa di come, non solo dalla tv ovviamente, fino ad oggi sia stato presentato l'argomento (o la storia) 9/11? Rispetto alle, tante, altre menzogne, non crede che questa sia "più uguale" delle altre, nel senso che abbia prodotto e produca ancora conseguenze mondiali enormi? e quindi sia appunto un po' più menzogna, più grande sia come balla, sia come peso, e quindi, mi permetto, da sgonfiare con molta urgenza (12 anni sono già andati e non so quanti morti e quanta distruzione)?

Anonimo ha detto...

Version en portugais:
http://resistir.info/losurdo/industria_da_mentira_04set13.html