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lunedì 11 febbraio 2013

Un articolo di Domenico Losurdo su l'Humanité in occasione del congresso del PCF

Tout sur le congrès du PCFCommunisme - Un gigantesque processus d’émancipation 
bien loin d’être arrivé à sa conclusion

Politique - le 8 Février 2013
l'Humanité des débats
Par Domenico Losurdo, philosophe, professeur d’histoire de la philosophie à l’université d’Urbino (Italie).
Je continue à juger correcte la vision de l’idéologie allemande, selon laquelle le communisme est avant tout « le mouvement réel qui abolit l’état actuel des choses ». Observons les mutations qui sont intervenues dans le monde à partir de la première révolution qui s’est réclamée de Marx et d’Engels. Avant octobre 1917, il n’y avait pas de démocratie, même en Occident : c’était le règne des trois grandes discriminations envers les femmes, les classes subalternes, les peuples coloniaux et d’origine coloniale...
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Un gigantesco processo di emancipazione che è ben lungi dall’essere giunto alla sua conclusione

Io continuo a ritenere valida la visione dell’Ideologia tedesca, in base alla quale il comunismo è in primo luogo «il movimento reale che supera lo stato di cose presente». Diamo uno sguardo ai mutamenti intervenuti nel mondo a partire dalla prima rivoluzione che si è richiamata a Marx e a Engels. Prima dell’ottobre 1917 non c’era democrazia neppure in Occidente: erano all’opera le tre grandi discriminazioni, che colpivano rispettivamente le donne, le classi subalterne, i popoli coloniali o di origine coloniale.

Tra il febbraio e l’ottobre, la Russia rivoluzionaria riconosce alle donne i diritti politici attivi e passivi. Questa medesima strada viene imboccata dalla repubblica di Weimar (scaturita dalla rivoluzione scoppiata in Germania ad un anno di distanza dalla rivoluzione d’ottobre) e in seguito dagli USA. Sì, in Italia, Germania, Austria, Inghilterra si era più o meno affermato il suffragio universale (maschile), ma esso era neutralizzato da una Camera Alta che continuava a essere monopolio della nobiltà e della grande borghesia. La discriminazione razziale si presentava in duplice forma: considerati indegni di costituirsi come Stato nazionale indipendente, i popoli coloniali erano sottoposti al dominio assoluto delle grandi potenze; in un paese come gli Stati Uniti gli afroamericani erano esclusi dai diritti politici (e talvolta anche civili). Ebbene, anche il superamento della discriminazione razziale in entrambe le sue forme non può essere pensato senza il capitolo di storia iniziato nell’ottobre 1917: è essenziale il ruolo svolto dai partiti comunisti nelle rivoluzioni anticoloniali. E per quanto riguarda gli Usa? Nel dicembre 1952 il ministro statunitense della giustizia inviava alla Corte Suprema, impegnata a discutere la questione dell’integrazione nelle scuole pubbliche, una lettera eloquente: «La discriminazione razziale porta acqua alla propaganda comunista». La sfida comunista ha giocato un ruolo essenziale anche nel superamento del regime di supremazia bianca.

Della democrazia come viene intesa a sinistra fanno parte i diritti sociali ed economici. Ed è stato proprio il gran patriarca del neo-liberismo, Hayek, a denunciare il fatto che la loro teorizzazione e la loro presenza in Occidente rinviano all'influenza, da lui considerata funesta, della «rivoluzione marxista russa».

Si comprende allora che all’attenuarsi della sfida comunista corrisponda in Occidente la restaurazione. Non si tratta solo dello smantellamento dello Stato sociale. Così forte è il peso della ricchezza che persino sul «New York Times» si possono leggere denunce in base alle quali il regime vigente negli USA, piuttosto che la democrazia, è la «plutocrazia». La controrivoluzione è evidente anche a proposito del colonialismo, esplicitamente rivalutato dal teorico della «società aperta» (Popper): «Abbiamo liberato questi Stati [le ex-colonie] troppo in fretta e troppo semplicisticamente».

Vediamo invece cosa avviene in un paese-continente che è rimasto sotto la direzione del partito comunista: ponendo fine alla catastrofe provocata in ultima analisi dalle guerre dell’oppio e dall’aggressione colonialista, la Cina ha ridato a centinaia di milioni di persone il primo tra i diritti dell’uomo, il diritto alla vita; comincia a muovere i primi passi lo Stato sociale, in Occidente ora negato anche sul piano teorico. C’è di più: riducendo rapidamente il ritardo tecnologico rispetto ai paesi capitalistici più avanzati, la Cina pone fine all’«epoca colombiana», l’epoca iniziata con la scoperta-conquista dell’America e che ha visto l’Occidente assoggettare l’intero pianeta. Si creano le condizioni per contrastare le tentazioni colonialiste e democratizzare le relazioni internazionali, com’è confermato dal declino della dottrina Monroe, a cui per prima la rivoluzione cubana ha inferto un duro colpo.

Come spesso accade per le rivoluzioni, anche quella iniziata quasi un secolo fa ha intrapreso un percorso del tutto imprevisto. Siamo comunque in presenza di un gigantesco processo di emancipazione che è ben lungi dall’essere giunto alla sua conclusione.

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