.

.
Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

venerdì 8 febbraio 2013

Stalingrado: una gigantesca lotta di classe

Rendiamo omaggio all’epica battaglia e all’epica lotta di classe di Stalingrado con un brano ripreso da:
 Domenico Losurdo
La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari
In libreria dal prossimo 7 marzo

[...] Possiamo allora ben comprendere il significato del Terzo Reich. Nel 1935 dimostra di averlo già colto l’Internazionale comunista: il fascismo (del Terzo Reich e dell’Impero del Sol Levante) mira alla «schiavizzazione dei popoli deboli», alla «guerra imperialistica di rapina» contro l’Unione sovietica, alla «schiavizzazione» della Cina (Dimitrov 1976, pp. 96 e 144). Ai giorni nostri si è giustamente osservato che «la guerra di Hitler per il Lebensraum è stata la più grande guerra coloniale della storia» (Olusoga, Erichsen 2011, p. 327); è una guerra che mira alla riduzione di interi popoli a una massa di schiavi o semi-schiavi al servizio della presunta razza dei signori. Rivolgendosi il 27 gennaio 1932 agli industriali di Düsseldorf (e della Germania) e guadagnandosi definitivamente il loro appoggio per l’ascesa al potere, così Hitler (1965, pp. 75-77) chiarisce la sua visione della storia e della politica. Durante tutto l’Ottocento «i popoli bianchi» hanno conquistato una posizione di incontrastato dominio, a conclusione di un processo iniziato con la conquista dell’America e sviluppatosi all’insegna dell’«assoluto, innato sentimento signorile della razza bianca». Mettendo in discussione il sistema coloniale e provocando o aggravando la «confusione del pensiero bianco europeo», il bolscevismo fa correre un pericolo mortale alla civiltà. Se si vuole fronteggiare questa minaccia, occorre ribadire la «convinzione della superiorità e quindi del [superiore] diritto della razza bianca», occorre difendere «la posizione di dominio della razza bianca nei confronti del resto mondo». È qui chiaramente enunciato un programma di controrivoluzione colonialista e schiavista. Se si vuol ribadire il dominio planetario della razza bianca, occorre far tesoro della lezione che scaturisce dalla storia dell’espansionismo coloniale dell’Occidente: non bisogna esitare a far ricorso alla «più brutale mancanza di scrupoli», s’impone «l’esercizio di un diritto signorile (Herrenrecht) estremamente brutale». Cos’è questo «diritto signorile estremamente brutale» se non una sostanziale schiavitù? Nel luglio 1942, Hitler emana questa direttiva per la colonizzazione dell’Unione sovietica e dell’Europa orientale:

Gli slavi devono lavorare per noi. Se non abbiamo più bisogno di loro, che muoiano pure […] L’istruzione è pericolosa. È sufficiente che sappiano contare sino a 100. È consentita solo l’istruzione che ci procura utili manovali […] Noi siamo i padroni (in Piper 2005, p. 529).

Nei suoi discorsi riservati e non destinati al pubblico Himmler (1974, pp. 156 e 159) parla esplicitamente di schiavitù: c’è assoluto bisogno di «schiavi di razza straniera» (fremdvölkische Sklaven) dinanzi ai quali la «razza dei signori» (Herrenrasse) non deve mai smarrire la sua «aura signorile» (Herrentum) e coi quali essa non deve in alcun modo mescolarsi o confondersi. «Se non colmiamo i nostri campi di lavoro di schiavi – in questa stanza posso definire le cose in modo netto e chiaro – di operai-schiavi che costruiscano le nostre città, i nostri villaggi, le nostre fattorie, senza riguardo alle perdite», il programma di colonizzazione e germanizzazione dei territori conquistati in Europa orientale non potrà essere realizzato. Il Terzo Reich diviene così il protagonista di una tratta degli schiavi messa in atto in tempi assai più stretti e quindi con modalità più brutali della tratta degli schiavi propriamente detta (Mazower 2009, pp. 309 e 299).
È questo progetto, che comporta la riduzione in condizioni di schiavitù o semi-schiavitù non solo del proletariato ma di intere nazioni, che il nuovo potere sovietico è chiamato a fronteggiare. Si profila già all’orizzonte la «Grande guerra patriottica» che trova il suo momento più cruciale e più epico a Stalingrado. La lotta di un intero popolo per sfuggire al destino di schiavizzazione cui è stato condannato non può non essere definita una lotta di classe; ma si tratta di una lotta di classe che assume la forma di guerra di resistenza nazionale e anti-coloniale.
Ciò vale anche per un paese come la Polonia. Come in Unione sovietica, anche qui il Terzo Reich si propone di liquidare in blocco l’intellettualità, gli strati sociali suscettibili di organizzare la vita sociale e politica, di mantenere in vita la coscienza nazionale e la continuità storica della nazione; in tal modo i paesi assoggettati, le nuove colonie, potranno erogare forza-lavoro servile in grande quantità, senza che nessuno intralci tale processo. Elemento costitutivo dell’intellettualità da annientare sono in Urss i comunisti, mentre un ruolo importante svolge in Polonia il clero cattolico; comune a entrambi i paesi è la presenza di ebrei, che sono intellettuali inguaribilmente sovversivi agli occhi di Hitler e per i quali l’unica soluzione può essere quella «finale». Sono queste le condizioni per edificare in Europa centro-orientale le Indie tedesche, chiamate a essere una riserva inesauribile di terra, di materie prime e di schiavi al servizio della razza dei signori: la lotta contro questo impero, fondato su una divisione internazionale del lavoro che prevede il ritorno della schiavitù in forma appena camuffata, la lotta contro tale controrivoluzione colonialista e schiavista, è una lotta di classe per eccellenza.
[…]
È vero che, mentre si svolgono gli avvenimenti di cui qui tratta, anche all’estrema sinistra non sono pochi coloro che trovano difficoltà a leggerli alla luce della teoria marxiana della lotta di classe. Il dileguare imprevisto e inaudito dalla «guerra civile mondiale» non manca di suscitare disorientamento. La politica di fronte unito, lanciata nel 1935 dall’Internazionale comunista, cerca di isolare le potenze imperialiste all’offensiva, quelle che, giunte tardi all’appuntamento coloniale, aspirano a colmare il ritardo facendo ricorso a un supplemento di brutalità e sottoponendo anche popoli di antica civiltà all’assoggettamento e persino alla schiavizzazione. Ma tale politica di fronte unito, che sembra non mettere in discussione il capitalismo in quanto tale e neppure l’imperialismo in quanto tale, appare come «il ripudio della lotta di classe» agli occhi di Trotskij (1988, p. 903 = Trotskij 1968, p. 185). In modo analogo argomentano i suoi seguaci in Cina, che rimproverano a Mao e ai comunisti cinesi di aver «abbandonato le loro posizioni di classe». La denuncia è contenuta in una lettera inviata al grande e rispettato scrittore Lu Xun (2007, pp. 193 e 196), il quale però risponde sdegnato di voler continuare a essere al fianco di coloro che «combattono e versano il loro sangue per l’esistenza dei cinesi di oggi». È una visione che qualche tempo dopo trova la sua consacrazione nella formula di Mao dell’identità nella Cina del tempo di lotta nazionale e lotta di classe.


[DL] Nous rendons hommage à l’épique bataille et à l’épique lutte de classe de Stalingrad avec cet extrait de :
Domenico Losurdo, La lutte de classe. Une histoire politique et philosophique, Editions Laterza (Rome-Bari) (en librairie en Italie le 7 mars prochain).
Reçu de l’auteur et traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio, 8 février 2013.


Stalingrad : une gigantesque lutte de classe
Domenico Losurdo


Nous pouvons alors bien comprendre la signification du Troisième Reich. En 1935 l’Internationale communiste montre qu’elle l’a déjà saisi : le fascisme (du Troisième Reich et de l’Empire du Soleil Levant) a pour objectif l’ « esclavagisation des peuples faibles », la « guerre impérialiste de rapine » contre l’Union soviétique, l’ « esclavagisation » de la Chine (Dimitrov 1976, p. 96 et 144). De nos jours on a observé avec justesse que « la guerre de Hitler pour le Lebensraum a été la plus grande guerre coloniale de l’histoire » (Olusoga, Erichsen 2011, p. 327) ; c’est une guerre qui a pour objectif la réduction de peuples entiers à une masse d’esclaves ou semi-esclaves au service de la présumée race des seigneurs. S’adressant le 27 janvier 1932 aux industriels de Düsseldorf (et de l’Allemagne) et gagnant définitivement leur appui pour son ascension au pouvoir, Hitler clarifie ainsi (1965, p. 75-77) sa vision de l’histoire et de la politique. Pendant tout le 19ème siècle « les peuples blancs » ont conquis une position de domination incontestée, au terme d’un processus qui a débuté avec la conquête de l’Amérique et qui s’est développé à l’enseigne du « sentiment seigneurial absolu, inné, de la race blanche ». En mettant en question le système colonial et en provoquant ou aggravant la « confusion de la pensée blanche européenne », le bolchevisme fait courir un danger mortel à la civilisation. Si l’on veut affronter cette menace, il faut réaffirmer la « conviction de la supériorité et donc du droit [supérieur] de la race blanche », il faut défendre « la position de domination de la race blanche envers le reste du monde ». On voit ici clairement énoncé un programme de contre-révolution colonialiste et esclavagiste. Si l’on veut réaffirmer la domination planétaire de la race blanche, il faut tirer parti de la leçon issue de l’histoire de l’expansionnisme colonial de l’Occident : il ne faut pas hésiter à avoir recours à la « plus brutale absence de scrupules », « l’exercice d’un droit seigneurial (Herrenrecht) extrêmement brutal » s’impose. Qu’est donc ce « droit seigneurial extrêmement brutal » sinon un esclavage substantiel ? En juillet 1942, Hitler promulgue cette directive pour la colonisation de l’Union soviétique et de l’Europe orientale :

Les slaves doivent travailler pour nous. Si nous n’avons plus besoin d’eux, qu’ils meurent donc […]. L’instruction est dangereuse. Il suffit qu’ils sachent compter jusqu’à 100. La seule instruction autorisée est celle qui nous procure des manœuvres utiles […] Nous sommes les patrons (in Piper 2005, p. 529).

Dans ses discours réservés et non destinés au public Himmler (1974, p. 156 et 159) parle explicitement d’esclavage : il y a un besoin absolu d’ « esclaves de race étrangère » (fremdvölkische Sklaven) devant lesquels la « race des seigneurs » (Herrenrasse) ne doit jamais perdre son « aura seigneuriale » (Herrentum) et avec lesquels elle ne doit en aucune manière se mélanger ou se confondre. « Si nous ne remplissons pas nos camps de travail d’esclaves –dans cette pièce je peux définir les choses de façon claire et nette- d’ouvriers-esclaves qui construisent nos villes, nos villages, nos fermes, sans regarder aux pertes », le programme de colonisation et germanisation des territoires conquis en Europe orientale ne pourra pas être réalisé. Le Troisième Reich devient ainsi le protagoniste d’une traite des esclaves opérée dans des temps beaucoup plus restreints et donc avec des modalités plus brutales que la traite des esclaves proprement dite (Mazower 2009, p. 309 et 299).
  C’est ce projet, qui comporte la réduction en conditions d’esclavage ou de semi-esclavage non seulement du prolétariat mais de nations entières, que le nouveau pouvoir soviétique est appelé à affronter. La « Grande guerre patriotique » se profile déjà à l’horizon, et elle va trouver son moment le plus crucial et plus épique à Stalingrad. La lutte de tout un peuple pour échapper au destin d’esclavagisation auquel il a été condamné ne peut pas ne pas être définie comme une lutte de classe ; mais il s’agit d’une lutte de classe qui prend la forme de guerre de résistance nationale et anti-coloniale.
   Ceci vaut aussi pour un pays comme la Pologne. Comme en Union soviétique, là aussi le Troisième Reich se propose de liquider en bloc l’intellectualité, les couches sociales susceptibles d’organiser la vie sociale et politique, de garder vivante la conscience nationale et la continuité historique de la nation ; de cette façon les pays assujettis, les nouvelles colonies, pourront disposer d’une force-travail servile en grande quantité, sans que personne n’entrave ce processus. Les communistes sont en Urss l’élément constitutif de l’intellectualité à anéantir, alors qu’en Pologne c’est le clergé catholique qui joue un rôle important ; ce qui est commun aux deux pays est la présence de juifs, qui sont des intellectuels incurablement subversifs pour Hitler et pour lesquels la seule solution ne peut être que « finale ». Telles sont les conditions pour édifier en Europe centre-orientale les Indes allemandes, destinées à être une réserve inépuisable de terre, de matières premières et d’esclaves au service de la race des seigneurs : la lutte contre cet empire, fondé sur une division internationale du travail qui prévoit le retour de l’esclavage sous une forme à peine camouflée, la lutte contre cette contre-révolution colonialiste et esclavagiste, est une lutte de classe par excellence.
  [ …]
 Il est vrai que, tandis que se déroulent les événements dont il s’agit, même à  l’extrême-gauche ne sont pas rares ceux qui trouvent quelque difficulté à les lire à la lumière de la théorie marxienne de la lutte de classe. La disparition imprévue et inouïe de la « guerre civile mondiale » n’est pas sans susciter de désorientation. La politique de front uni, lancée en 1935 par l’Internationale communiste, essaie d’isoler les puissances impérialistes qui sont à l’offensive, celles qui, arrivées tard au rendez-vous colonial, aspirent à combler leur retard en ayant recours à un supplément de brutalité et en soumettant même les peuples d’antique civilisation à l’assujettissement et jusqu’à l’esclavagisation.  Mais cette politique de front uni, qui a l’air de ne pas mettre en question le capitalisme en tant que tel ni même l’impérialisme en tant que tel, apparaît comme « la répudiation de la lutte de classe » aux yeux de Trotski (1988, p. 903 = Trotski 1968, p. 185). Ses disciples en Chine argumentent de la même manière, en reprochant à Mao et aux communistes chinois d’avoir « abandonné leurs positions de classe ». La dénonciation est contenue dans une lettre envoyée au grand et respecté écrivain Lu Xun (2007, p. 193 et 196), lequel au contraire répond indigné qu’il veut continuer à être aux côtés de ceux qui « combattent et versent leur sang pour l’existence des Chinois d’aujourd’hui ». C’est une vision qui, quelques temps après, trouve sa consécration dans la formule de Mao de l’identité, dans la Chine de ces années-là, de lutte nationale et de la lutte de classe.




Stalingrado: una gigantesca lucha de clases
Rendimos homenaje a la épica batalla y a la épica lucha de clases de Stalingrado con un extracto de:
Domenico Losurdo
La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Laterza, Roma-Bari, próxima aparición el 7 de marzo.
Traducción: Juan Vivanco

[...] Ahora podemos comprender bien el significado del Tercer Reich. En 1935 demuestra haberlo entendido ya la Internacional Comunista: el fascismo (del Tercer Reich y del Imperio del Sol Naciente) propugna la «esclavización de los pueblos débiles», la «guerra imperialista de saqueo» contra la Unión Soviética, la «esclavización» de China (Dimitrov 1976, pp. 96 y 144). En nuestros días se ha observado acertadamente que «la guerra de Hitler por el Lebensraum [espacio vital] fue la mayor guerra colonial de la historia» (Olusoga, Erichsen 2011, p. 327); es una guerra para reducir a pueblos enteros a una masa de esclavos o semiesclavos al servicio de la supuesta raza de los señores. En su alocución del 27 de enero de 1932 a los industriales de Düsseldorf (y de Alemania), con la que se granjea definitivamente su respaldo para la conquista del poder, Hitler (1965. pp. 75-77) explica su visión de la historia y la política. Durante todo el siglo XIX los «pueblos blancos» han adquirido una posición de dominio indiscutible, al término de un proceso iniciado con la conquista de América y culminado merced al «absoluto, innato sentido señorial de la raza blanca». El bolchevismo, al cuestionar el sistema colonial y provocar y agravar la «confusión del pensamiento blanco europeo», es un peligro mortal para la civilización. Si se quiere enfrentar esta amenaza hay que reafirmar la «convicción de la superioridad y por lo tanto del derecho [superior] de la raza blanca», defender «la posición de dominio de la raza blanca frente al resto del mundo»: un programa de contrarrevolución colonialista y esclavista, enunciado con claridad. Si se quiere reafirmar el dominio planetario de la raza blanca es preciso aprender la lección que nos da la historia del expansionismo colonial de Occidente: no vacilar cuando haya que recurrir a la «falta de escrúpulos más brutal», ejercer «un derecho señorial (Herrenrecht) sumamente brutal». ¿Qué es este «derecho señorial sumamente brutal» sino una sustancial esclavitud? En julio de 1942 Hitler marca una directriz para la colonización de la Unión Soviética y Europa del Este:
«Los eslavos tienen que trabajar para nosotros. Si ya no los necesitamos, dejemos que se mueran […] La instrucción es peligrosa. Basta con que sepan contar hasta cien. Sólo está permitida la instrucción que nos proporcione braceros útiles […] Nosotros somos los amos» (en Piper 2005, p. 259).
Himmler (1974, pp. 156 y 159), en sus discursos reservados y no destinados al público, habla explícitamente de esclavitud: hay una necesidad absoluta de «esclavos de raza extranjera» (fremdvölkische Sklaven) ante quienes la «raza de los señores» (Herrenrasse) nunca debe perder su «aura señorial» (Herrentum) y con quienes nunca debe mezclarse o confundirse. «Si no llenamos nuestros campos de trabajo de esclavos ―en esta sala puedo definir las cosas de un modo claro y directo―, de obreros esclavos que construyan nuestras ciudades, nuestros pueblos, nuestras fábricas, sin reparar en pérdidas», el programa de colonización y germanización de los territorios conquistados en Europa oriental no podrá llevarse a cabo. El Tercer Reich se convierte así en el protagonista de una trata de esclavos realizada en un plazo mucho más corto y por lo tanto con métodos más brutales que la trata de esclavos propiamente dicha (Mazower 2009, pp. 309 y 299).
Este poder, que implica reducir a condiciones de esclavitud o semiesclavitud no sólo al proletariado sino a naciones enteras, es a lo que debe enfrentarse el nuevo poder soviético. Se perfila ya en el horizonte la «Gran Guerra Patriótica» que alcanza su momento más crucial y más épico en Stalingrado. La lucha de un pueblo entero por librarse del destino de esclavización al que ha sido condenado sólo puede verse como una lucha de clases; pero se trata de una lucha de clases que asume la forma de guerra de resistencia nacional y anticolonial.
Lo mismo se puede decir de un país como Polonia. Al igual que en la Unión Soviética, el Tercer Reich se propone aquí eliminar en bloque la intelectualidad, los sectores sociales capaces de articular la vida social y política, de mantener viva la conciencia nacional y la continuidad histórica de la nación; es así como los países sometidos, las nuevas colonias, podrán proporcionar fuerza de trabajo servil en gran cantidad sin que nadie ponga obstáculos a este proceso. Un elemento de esa intelectualidad aniquilable son, en la URSS, los comunistas, mientras que en Polonia desempeña un papel importante el clero católico; común a los dos países es la presencia de judíos, que para Hitler son intelectuales incurablemente subversivos, de modo que la única solución para con ellos es la «final». Tales son las condiciones para crear en Europa central y oriental las Indias alemanas, reserva inagotable de tierra, materias primas y esclavos al servicio de la raza de los señores: la lucha contra este imperio, basado en una división internacional del trabajo que prevé la vuelta de una esclavitud apenas disimulada, la lucha contra esta contrarrevolución colonialista y esclavista, es una lucha de clases por excelencia. […]
Cierto es que, mientras se desarrollan los acontecimientos mencionados, también en la extrema izquierda no son pocos los que tienen dificultad para interpretarlos a la luz de la teoría marxiana de la lucha de clases. La prolongación imprevista e inaudita de la «guerra civil mundial» produce desorientación. La política de frente unido, lanzada en 1935 por la Internacional Comunista, intenta aislar a las potencias imperialistas a la ofensiva, aquellas que, llegadas con retraso a la cita colonial, aspiran a colmarlo recurriendo a un suplemento de brutalidad y sometiendo también pueblos de antigua civilización al vasallaje e incluso a la esclavización. Pero esta política de frente unido, que no parece cuestionar el capitalismo como tal y ni siquiera el imperialismo como tal, es interpretada por Trotsky (1988, p. 903 = Trotsky 1968, p. 185) como «el repudio de la lucha de clases». Lo mismo opinan sus seguidores en China, que acusan a Mao y los comunistas chinos de haber «abandonado sus posiciones de clase». La denuncia se encuentra en una carta dirigida al grande y respetado escritor Lu Xun (2007, pp. 193 y 196), pero éste contesta indignado que quiere seguir al lado de quienes «luchan y derraman su sangre por la existencia de los chinos de hoy». Es una visión que poco después se ve consagrada en la fórmula de Mao que identifica, en la China de la época, lucha nacional y lucha de clases.

1 commento:

Molecula ha detto...

Le recomendaría que estudiase los términos Imperio depredador e Imperio generador (del materialismo filosófico español de la escuela de Oviedo), ya que la diferencia entre el Imperio español con el Inglés y los siguientes imperios coloniales europeos (francés, alemán, italiano,...) es que el español fue generador, generador de ciudades y no tenía como finalidad la esclavitud para la extracción de riquezas, aunque esto se dio en empresas personales que escapaban a la legalidad; el imperio inglés y los demás europeos son imperios depredadores, basados en la implantación de factorías para explotar los recursos de cada región esclavizando si hace falta. La URSS vendría a ser un imperio generador también, es este caso se ve en la recuperación de las distintas "culturas" de los pueblos que fueron integrados y que de no haber sido así habrían desaparecido (al igual que el imperio español, que recuperó y sistematizó las lenguas de los indígenas así como la fusión de sus tradiciones con el cristianismo católico).
http://www.filosofia.org/filomat/df585.htm