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lunedì 31 gennaio 2011

Il referendum alla Fiat e le trasformazioni geoeconomiche mondiali

Giorgio Lindi presidente Anpi, Carrara
Caro Losurdo,
Il risultato del referendum dei lavoratori della Fiat ha suscitato un > grande interesse e richiede un’analisi approfondita.
Come va valutata la sconfitta del “no” che appare più numerica che > politica? Non può essere considerata una riscoperta inattesa della > classe operaia, un invito a prendere posizioni nette, anche di > contrapposizione, a livello sindacale e un richiamo alle forze > politiche ad avere più coraggio e fiducia nei lavoratori e nelle lotte?
Il 54 % dei “sì” è stato promosso a livello padronale, in nome delle > “modernità e della modernizzazione ed è stato ottenuto grazie > all’appoggio dei mass media nazionali che hanno oscurato e mistificato > il senso antioperaio dell’accordo e a quei sindacati, come Cisl e Uil, > che un tempo difendevano gli interessi e i diritti dei lavoratori.Da > sempre le forze conservatrici utilizzano l’idea di “modernità” e di > “modernizzazione” per screditare le lotte dei lavoratori a difesa dei > loro diritti e troviamo che questa idea sia già presente nel fascismo e > nella cultura di destra, nel Futurismo, in un sindacalista come > D’Aragona, ecc.
Possiamo considerare un prima reazione positiva ai risultati della > Fiom, l’appello degli intellettuali, perchè vengano ripensate, in modo > che tengano conto dei diritti dei lavoratori, nuove forme delle > “relazioni industriali”?
Quanto avviene oggi in Cina, diventata ormai la seconda potenza > economica mondiale, influenza in modo radicale l’ economia a livello > mondiale e pone ai nostri paesi problemi di sviluppo che mai si erano > posti prima. Anche India e Brasile si propongono come grandi potenze > industriali ed economiche. Ci sono tra i tre paesi elementi comuni o si > tratta di sviluppi differenti, che presuppongono finalità differenti > nella progettazione delle rispettive società e dei rapporti con il > mondo occidentale e industrializzato?

DL Il referendum alla Fiat è un esempio illuminante di «democrazia». E’ come se agli operai fosse stato detto: votate pure liberamente, ma se votate in modo «sbagliato», siete condannati alla disoccupazione e alla fame! Sul piano nazionale Marchionne esprime lo stesso atteggiamento assunto da Bush (e Obama) sul piano internazionale. A suo tempo anche gli abitanti di Gaza sono stati chiamati a esprimersi liberamente: avendo votato in modo «sbagliato», sono ora costretti a subire la fame più nera e persino la morte per inedia, mentre i piloti israeliani sono autorizzati ad esercitarsi al tiro al bersaglio contro i palestinesi che danno prova di non comprendere le regole del gioco democratico e della modernità.
Contro il comportamento di Marchionne e della Fiat comincia finalmente a manifestarsi un sussulto di indignazione, ed è bene che a tale proposito si sviluppi il fronte unito il più largo possibile; spetta ai comunisti spiegare che la democrazia di Marchionne non è diversa dalla democrazia di Bush (e Obama).
Cina, Brasile e India presentano un elemento comune: sono tre paesi che hanno un passato coloniale o semi-coloniale e che ora cercano l’indipendenza e il riscatto anche sul piano economico dopo averli conseguiti sul piano politico.

Ma ora vediamo le differenze. La Cina è stata la protagonista di una delle più grandi rivoluzioni della storia mondiale. Il Brasile è impegnato in un modo o nell’altro nel processo rivoluzionario con cui l’America Latina si sta scuotendo di dosso il peso della dottrina Monroe. L’India è stata invece la beneficiaria di una sorta di indipendenza octroyée: il movimento di emancipazione dei popoli coloniali, che ha preso le mosse dalla rivoluzione di Ottobre e che poi ha conosciuto un impetuoso sviluppo grazie alla vittoria della Grande guerra patriottica in Urss e della Guerra di indipendenza anti-giapponese in Cina, ha inflitto sì la capitolazione a Germania, Giappone e Italia, ma ha anche costretto alla ritirata la Gran Bretagna. Proprio perché l’India ha conseguito un’indipendenza octroyée, non mancano in quel paese forze che vorrebbero assumere l’eredità del tramontato impero inglese.
E’ evidente che nell’ambito dei paesi che hanno alle spalle un passato coloniale o semi-coloniale la Cina occupa un posto di assoluto rilievo. E non solo perché essa è guidata da un Partito Comunista.
Alla vigilia della conquista del potere Mao dichiarava: Washington desidera che la Cina si «riduca a vivere della farina americana», finendo così col «diventare una colonia americana». E cioè Mao era consapevole che la lotta anticolonialista stava passando dalla fase politico-militare alla fase politico-economica. Questa consapevolezza non mancava agli esponenti più lucidi dell’imperialismo Usa. Agli inizi degli anni ’60 un collaboratore dell’amministrazione Kennedy, e cioè Walt W. Rostow, esprimeva trionfalmente la sua convinzione che, grazie all’embargo decretato da Washington, lo sviluppo economico della Cina era stato ritardato almeno per «decine di anni». Questa lotta non è cessata. La sinistra più primitiva non lo comprende; ma gli storici futuri consideraranno la lotta condotta dalla Cina per spezzare il monopolio occidentale dell’alta tecnologia come la più imporatante lotta di classe sviluppatasi tra XX e XXI secolo, come il colpo più grave inferto ad un’infausta tradizione di colonialismo e neocolonialismo.

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