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lunedì 2 marzo 2009

Un intervento di Dario Briganti sull'ultimo libro di Luciano Pellicani

Luciano Pellicani, Lenin e Hitler. I due volti del totalitarismo, Rubbettino, 2009

Recensione di Dario Briganti

Il piano di Pellicani (perché si tratta chiaramente di un progetto preciso studiato con lucidità e rigore) è di demolire definitivamente la tradizione leninista, non soltanto criminalizzando il marxismo nella rielaborazione (filosofica prima ancora che rivoluzionaria) di Lenin, ma addirittura arrivando ad equiparare la figura storica di Lenin a quella di Hitler. Si dimostra la radice giacobina ed antiborghese del bolscevismo (e del nazismo) per affermare, senza alcun imbarazzo, senza vergogna, che Lenin e Hitler sono la stessa cosa. Senza alcun fondamento storico, senza alcuna analisi scientifica, Pellicani dibatte su argomenti delicati e complessi come questi, col solo fine di consegnare all’oblio definitivo una figura così importante, e determinante, per l’intera storia del movimento operaio...
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1 commento:

Eduard Gans ha detto...

Ho terminato il libro "Lenin e Hitler" di Luciano Pellicani e devo dire che da un lato mi ha deluso, dall'altro mi ha messo di buon umore. Cominciamo con il buon umore.

1. Si tratta di un libro del tutto incapace di dimostrare la propria tesi, un florilegio di luoghi comuni ritriti e - a dispetto della bandella che parla di "puntuale documentazione" - assolutamente privo di riferimenti testuali adeguati e precisi. Non credo che il libro di Pellicani farà molti danni. E' un tipico prodotto dell'ideologia degli ultimi trent'anni, privo di spunti o elementi di novità rilevanti. E' anche il prodotto di una "scuola" che conosco molto bene, il terroir "liberal/liberista" Luiss che coniuga il maistriano Fisichella e la sua vecchia ricerca sul totalitarismo (in cui si sforza di dimostrare con paralogismi di ogni genere la natura "di sinistra" del nazionalsocialismo) con il tocquevilliano/ostrogorskiano Quagliariello, passando per il popperiano Dario Antiseri (con cui Pellicani si scontra da anni in nome della sterile contrapposizione fra collettivismo e individualismo metodologico).
Esilarante è il tentativo di Pellicani di avvicinare Lenin prima a Hitler, poi a Mussolini, in un turbinio di contraddizioni evidenti. In sostanza, la comunanza di vedute si limita all'utilizzo di alcune metafore "parassitologiche", che nei discorsi di Hitler ritroviamo ossessivamente, mentre Lenin se ne sarà servito sì e no tre volte su un corpus sterminato, nonché sul "presupposto posto" della necessaria convergenza fra gli avversari "totalitari", di destra e di sinistra, della "società aperta" identificata con il mercato e quindi con la modernità. Si tralascia del tutto ogni seria analisi delle radici "moderne" del leninismo, si criticano le tesi che interpretano il bolscevismo come un tentativo di modernizzazione, partendo sempre dal "presupposto posto" dell'unicità dei modelli di modernizzazione. Si assimilano bolscevismo, populismo e panslavismo. Si arriva persino a leggere la decolonizzazione come la rivolta degli intellettuali, dei "pezzenti della penna" di burkiana memoria, insomma come un fenomeno imparentato con la mentalità "totalitaria" e avverso agli ideali moderni di libertà, uguaglianza, mercato.
Del tutto assente è una riconsiderazione dialettica del liberalismo (una lettura della Controstoria farebbe bene a Pellicani). Del tutto assente è un'analisi critica della stessa nozione di totalitarismo, che andrebbe storicizzata e contestualizzata nel periodo storico in cui viene coniata, gli anni che vanno dal 1945 al 1955.
Divertente è il tentativo di sganciare fenomeni come il nazismo e il fascismo dal loro contesto storico, interpretandoli come rivolte contro il capitale, salvo poi ammettere - a denti stretti - che gli stessi leader di queste rivoluzioni (Hitler e Mussolini) le avrebbero tradite, lasciando del tutto intatta la struttura economica fondata sul mercato. In questo senso, il nazismo sarebbe stato un "bolscevismo antibolscevico" (formula misteriosa quanto ridicola).

2. Il libro inoltre delude perché certe piste di analisi interessanti contenute sono del tutto tralasciate o esplicitate soltanto in nuce. Pellicani, ad esempio, riconosce giustamente nella Grande Guerra la culla degli sviluppi politici del primo Novecento, tanto della Rivoluzione d'Ottobre che della successiva reazione nazista. In ciò si differenzia, ad esempio, da Nolte. E tuttavia questa tesi non viene sviscerata, ma al contrario viene ridotta ad una sorta di psicologismo volgare, in base al quale gli artefici dell'Ottobre e delle successive rivoluzioni fascista e nazista sarebbero stati gli "sbandati" e gli "intellettuali traditi", il risultato della mattanza delle trincee. C'è ovviamente del vero in tutto questo, ma quello che Pellicani non fa (e che sarebbe stato opportuno e fertile fare) è indagare sulle origini della Grande Guerra. Che non lo faccia è evidente: crollerebbe come un castello di carta l'elogio sperticato di quella modernità capitalistica che costituisce il presupposto delle sue analisi, e che comunque ha prodotto la somma carneficina.
Altro aspetto interessante sarebbe stato quello di indagare non tanto sulle similitudini fra nazismo e comunismo - il che è ovviamente impossibile per qualsiasi studioso serio - ma sulle modalità (queste sì, similari) di attuazione dei processi di trasformazione sociale. E' qui - a mio avviso - che si trova uno dei terreni più produttivi di indagine storica e di storia delle idee (ed è anche uno dei motivi per cui mi ritrovo in molte delle analisi di Losurdo). Non è errato sottolineare l'esistenza di una vocazione messianica nel bolscevismo e di una vocazione messianica nel nazismo. Peraltro ne è esistita una anche nel capitalismo e nella sua ideologia, il liberalismo: l'ultima incarnazione neocon ne è solo ennesima conferma. Non è errato concentrarsi sulla dimensione "zelota" di qualsiasi tentativo di trasformazione radicale della società, carico di utopia e aspettative per il futuro.
Qui sta la radice dell'impianto "nichilista" che Pellicani coglie (a mio avviso in parte giustamente) nel tentativo bolscevico e nel tentativo nazista (ma, ci sarebbe da chiedersi, cosa c'è di più nichilista della società capitalistica post-moderna, Lipovetsky docet). Qui sta l'origine dei "terrori" di diverso segno e obiettivo. Hegel è il primo ad aver compreso la dialettica delle rivoluzioni. Lo scontro con Fries è proprio volto alla difesa di un modello razionale di etica contro la morale irrazionalistica del cuore e del sentimento.
Sarebbe stato pretendere troppo da Pellicani uno studio comparato su questa dimensione (qualcosa di simile l'ha tentato, con risultati non buoni, nel suo libro sui rivoluzionari di professione), ma a mio avviso è quella più fertile. Anche politicamente.