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domenica 8 marzo 2015

"Democratura" in Russia? Una risposta di Domenico di Iasio a Lucio Caracciolo


Democratura  Oligarchia e populismo la “terza via” di Putin
Illiberale, funestato dai delitti politici, privo di equilibrio tra poteri. Eppure il regime russo non è la semplice tirannia di un uomo solo Perché le sue radici affondano nella storia

LUCIO CARACCIOLO Repubblica 7 3 2015


Il regime di Putin e la Democratura
Una risposta a Lucio Caracciolo
Domenico di Iasio (filosofo-Università di Foggia)


In un articolo apparso su “la Repubblica” del 7 marzo 2015, Lucio Caracciolo critica il regime politico della Russia di Putin, ritenuto oligarchico, populista,illiberale, in una parola, potremmo dire, dispotico. Richiama la categoria politica di “democratura”, avanzata dal saggista croato Predrag  Matvejevic, per definire tale regime, recentemente adottato anche dalla Turchia di Erdogan e dall’Ungheria di Viktor Orbán. La “Democratura” è una sintesi  di “democrazia” e “dittatura”, nella quale gli istituti democratici, come il parlamento, compaiono ma senza rilevanza politica perché il centro vero delle decisioni politiche rimane pur sempre il Presidente. Si tratta, dunque, di una sorta di presidenzializzazione del sistema politico, da cui, a guardare bene, nemmeno l’Occidente è immune. Ma, a parte questa considerazione che per ora tralasciamo, il punto di fondo dell’articolo di Caracciolo è la condanna netta del regime presidenziale di Putin. È il caso, a nostro avviso, di richiamare lo Spirito delle leggi (1748) di Montesquieu, il vero padre del liberalismo e del costituzionalismo europeo. Vi si afferma, fra l’altro, che non esistono leggi buone per tutti i popoli e che esse devono rapportarsi «al genere di vita dei popoli, agricoli, cacciatori o pastori … alla religione degli abitanti, alle loro inclinazioni … al loro commercio, ai loro costumi, ai loro modi di vita». Se così è, ogni popolo ha il sistema politico che sceglie. D’altro canto, lo stesso Caracciolo ammette che il 55% del popolo russo «pensa che l’unico governo democratico accettabile è quello che corrisponde alle “specifiche tradizioni nazionali russe”».  E la minoranza, si chiede sempre Caracciolo, quel 13% di russi «che aspirano alla libertà e allo Stato di diritto», che destino avrà ? La domanda è legittima, perché legittimo è interessarsi delle minoranze perseguitate. Nel nostro caso, però, il ragionamento politico da fare, a nostro avviso, è un altro. Ammettiamo, in teoria, che in Russia sia quel 13% a governare. Sarebbe chiaramente una dittatura della minoranza sulla maggioranza del 55%. È, quindi, più giusto che sia la maggioranza a governare sulla minoranza. Certo qui sorge la questione dei diritti della minoranza che, nel caso della Russia e di tutte le “democrature” e dittature, non sono riconosciuti.
Dunque, se è la nazionalità a determinare un sistema politico, l’Occidente, l’Europa in particolare, deve imparare a rispettare tali nazionalità, ovvero i tratti essenziali di un popolo. Dopo la scoperta colombiana del Nuovo Mondo, un tale riconoscimento della diversità nazionale da parte dell’Europa colonizzatrice non è mai esistito. Colombo e i suoi epigoni pretendevano che gli Indios si convertissero al Cristianesimo e all’occidentalismo, pena la distruzione totale. E di distruzione totale si è trattato! I non convertiti, infatti, erano in genere passati per la spada ed eliminati nei modi più barbari  immaginabili. Si arrivò al punto che alcuni coloni europei irrorassero i loro campi con il sangue degli Indios sgozzati! Il misconoscimento della diversità porta a questi eccessi di disumanità e a legittimare le forme di sterminio più crudeli. Ora, si può dire, tutto ciò appartiene al passato. Ma, la storia purtroppo non passa, perché in essa viviamo permanentemente e non possiamo in alcun modo fuoriuscirne. Anche oggi la diversità è rinnegata e si pretende di assimilarla al proprio modo di vivere e di pensare. Purtroppo ancora oggi dobbiamo dar ragione a Montaigne che più di 400 anni fa affermava che «ognuno chiama barbarie ciò che non è nei propri costumi (chacun appelle barbarie ce qui n’est pas de son usage)». Non viene mai in mente a nessuno di considerare relativi i valori della propria cultura. Sicché all’occidentale sembra che i valori della propria cultura siano universalizzabili e pertanto esportabili, come all’islamista, che ritiene possibile l’islamizzazione del mondo, sradicare cioè i valori occidentali della democrazia e delle relazioni interumane, fra cui quelle fra uomo e donna. Oggi a me pare che si stia cristallizzando una fase di misconoscimento reciproco tra i popoli e che, per questa ragione, l’orizzonte della coesistenza stia pericolosamente dileguando. Non viene in mente proprio a nessuno che i regimi politici debbano essere legittimati dai popoli di cui sono l’espressione più diretta e non da istanze politiche esterne ad essi. Perché, se ciò venisse in mente più spesso a governanti e intellettuali, il regime di Putin, ad esempio, sarebbe giustificato, anche se a noi europei può sembrare piuttosto tirannico. E sarebbe apparso legittimo anche il regime dittatoriale della Libia di Gheddafi o dell’Iraq di Saddam Hussein. L’Occidente, invece, delegittimando tali regimi, è intervenuto con le armi e spazzato via questi  leaders, che comunque riuscivano a garantire una governance adeguata alla cultura dei loro popoli, da questi voluta. Risultato: in questi paesi, ormai è più che visibile, regna l’anarchia più profonda e lo scontro armato tra fazioni ribelli in lotta per il potere centrale. Ovvero, l’intervento armato occidentale non ha prodotto la democrazia o altri valori della cultura occidentale, bensì solo conflitti interni, disordine, confusione e rischi gravi per l’Occidente stesso, dal terrorismo alle continue immigrazioni.
È tempo, a mio avviso, almeno per gli intellettuali occidentali, di liberarsi dagli stereotipi ormai consolidati e giudicare la diversità per quella che è, non già in rapporto alla cultura occidentale, che viene comunque e sempre ipostatizzata. Se a noi europei stanno bene il liberalismo e il costituzionalismo, così come ci sono stati tramandati da Montesquieu e da altri intellettuali dell’Illuminismo, agli altri popoli può darsi che non vadano bene questi valori. Allora, lasciamo liberi i popoli di scegliere le proprie costituzioni, riconosciamo le diversità nazionali, per immetterci così definitivamente sulla strada del riconoscimento, del reciproco rispetto e della pace.
Un’ultima riflessione sulla categoria di “democratura”. Come al solito l’Occidente tende ad espungere dal proprio seno le cancrene che originariamente gli appartengono. In questo caso, la cancrena è per l’appunto la “democratura”. Ma, quale la sua vera origine? Ce lo dice John Feffer, direttore del think tank di Washington Foreign Policy in Focus, in un’intervista rilasciata a Antonello Guerrera : «Se non si fa nulla –dichiara Feffer- per ridistribuire la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, la democratura non sarà più un apparato transitorio, ma diventerà un’alternativa stabile e credibile. E attecchirà anche in Usa, Giappone o Italia. C’è il rischio di diventare tutti piccole democrature» (in «la Repubblica» del 7 marzo 2015, p. 63). Se così è, la questione centrale è allora l’economia globalizzata, la cancrena vera che tale economia porta con sé: la disuguaglianza economica. Ovviamente qui non stiamo parlando di disuguaglianze normali, quali  erano descritte, ad esempio, da Rousseau nel Settecento. L’economia globalizzata ha creato disuguaglianze così profonde all’interno delle nazioni e nel rapporto tra di esse, da far assurgere la povertà a tema centrale del nostro tempo storico. Si conta più di un miliardo di persone in condizioni di povertà estrema, cioè in fin di vita e si calcola che nelle nazioni occidentali la classe media tende a dileguare per il suo crescente impoverimento. È chiaro che in condizioni simili i popoli tendono ad optare per politiche di maggiore sicurezza sociale e Welfare più forte in cambio di libertà e diritti soggettivi. Sta succedendo in Ungheria, in Turchia e via dicendo. E nel cuore dell’Europa il sistema politico è in fase di crescente presidenzializzazione. In qualche modo ritorna di moda Hobbes, il cui Leviatano garantiva la vita biologica in cambio della cessione di libertà individuali. Oggi, cioè, tende di nuovo a dileguare il concetto di cittadino e a ricomparire il concetto di suddito, in cerca più di sicurezza che di diritti.
Un tale processo potrebbe essere ostacolato dalle élites politiche che, però, nutrite più da funzionari che da politici veri, non hanno proprio la capacità di comprendere i processi storici in atto, affrontati più con intelligenza tattica che strategica. I rischi reali che la democrazia occidentale corre slittando sempre di più verso le sponde della “democratura” non vengono percepiti, perché la radice di quest’ultima non è stata ancora colta. Ovvero: la povertà. Un esempio? Il Presidente del consiglio italiano ha scelto come consulente economico, anche se a costo zero, un ex-manager della Luxottica, che ha incassato come bonus di buonuscita un assegno di 40 milioni di euro e passa. Ora è chiaro che qui non facciamo i conti in tasca. È il ragionamento politico che ci interessa. Se un governo si affida alla politica economica di un top manager, per quanto bravo, preparato e dinamico che possa essere, si affida pur sempre ad un rappresentante di una politica economica che tende alla massima divaricazione della forbice salariale e stipendiale. Non si può pensare, infatti, che un semplice operaio riceva come bonus di buonuscita una cifra di 40 milioni di euro! Si riproduce, in tal caso, un meccanismo che ha prodotto più che ricchezza, accumulo di ricchezza da un lato e maggiore povertà dall’altro. Un meccanismo che tende, non già a ridurre le disuguaglianze, ma a riproporle e ad approfondirle illimitatamente. Un meccanismo che, in definitiva, produce sulla sponda sociale povertà e disoccupazione, su quella economica recessione e su quella politica  “democratura”. Come uscirne? È il problema odierno, ovviamente di difficile soluzione, che però si trova sulla strada della solidarietà, della giustizia sociale e di politiche di Welfare sempre più poderose. Al di là e al di fuori delle ricette nefaste del neoliberismo.

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