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mercoledì 12 novembre 2014

"La Sinistra assente" e la questione del socialismo in Cina: un intervento di Domenico di Iasio

«La sinistra assente» e la Cina
di  Domenico di Iasio

Luciano Canfora, nella sua recensione a La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra (Carocci 2014) di Domenico Losurdo, fa bene a rilevare che «sarebbe molto più utile proporsi di comprendere quale inedita formazione economico-sociale e politica sia nata sotto i nostri occhi in quello che oggi è il punto nevralgico del pianeta» (“Corriere della Sera”, 3-11-2014), cioè la Cina. E, a mio avviso, La sinistra assente dà un  contributo notevole alla comprensione di tale “inedita formazione economico-sociale e politica”, quando interpreta l’attuale fase di sviluppo cinese come la seconda fase della lotta anticoloniale, estesa a tutti i paesi dell’ex-Terzo Mondo. Alla “guerra di popolo” contro le potenze coloniali occidentali si sostituisce oggi una radicale politica di sviluppo economico e tecnologico per sfuggire alla morsa del sottosviluppo costruita da tali potenze. La parola d’ordine di Deng Xiaoping “Arricchirsi è glorioso”, ripresa da Nikolai Bucharin,  risponde all’esigenza primaria di fuoriuscire dalle secche del sottosviluppo. Jiang Zemin, nel Rapporto del Partito comunista Cinese del 1997, precisa:«Istituiremo e perfezioneremo un’economia socialista di mercato, un sistema politico di democrazia socialista», perché «il compito essenziale del socialismo è lo sviluppo delle forze produttive», desumendo questo concetto, a mio avviso, dalla Critica del Programma di Gotha (1875) di Marx, dove la transizione alla fase più elevata della società comunista è ravvisata nello «sviluppo degli individui e delle forze produttive (Produktivkräfte)». Insomma, il PCC è orientato a costruire, leggiamo sempre nel Rapporto del 1997, «una società in cui tutta la popolazione vive in modo agiato».
Oggi i reporters occidentali non fanno altro che sottolineare il fatto delle disuguaglianze acute del “ socialismo di mercato”.  Giampaolo Visetti, ad esempio, in suo reportage riconosce che la Cina attualmente è la «prima economia del mondo» rispetto al tasso di crescita, ma contestualmente sottolinea le contraddizioni di tale economia, affetta da stridenti disuguaglianze: «nei villaggi rurali si guadagnano mille euro all’anno, un terzo rispetto al reddito nelle città, 26 volte meno della media Usa» («la Repubblica», 1-05-2014). Questa cantilena delle stridenti disuguaglianze cinesi è presente anche in lavori più strutturati, come, ad esempio, nel libro di Daron Acemoglu e James A. Robinson (Why Nations Fail, London 2013, p. 441):«Il reddito pro capite in Cina tuttora è una frazione di quello degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale».
In una riflessione sulla Cina Cesare Imbriani (Etica e Finanza ai tempi del colera. Riflettere su Cina, liberismo e liberalismo, in Princìpi di economia solidale, PensaMultimedia, Lecce-Brescia 2013), cita Croce, per il quale «alcuni programmi comunistici possono essere trasformati nella storia in una proposta liberale». L’economista de “La Sapienza” conclude con questa domanda: «l’economia di mercato della attuale globalizzazione con al suo interno un attore fondamentale quale è  l’economia cinese, non potrebbe essere lo studio di caso di una trasformazione liberale del programma comunistico?». Si tratta ovviamente di una domanda legittima, foriera di riflessioni e fecondi dibattiti. Imbriani include il sistema economico cinese nella globalizzazione neoliberistica, di cui è parte integrante. Ma, a mio avviso, nel sistema economico e politico cinese c’è qualcos’altro che l’intellettuale occidentale non cattura facilmente. E questo “qualcos’altro” è costituito dalle finalità che sottendono il sistema stesso.
E quali sono queste finalità, non finte ma reali? È stato già detto: costruire «una società in cui tutta la popolazione vive in modo agiato». Invece, la natura del capitalismo, sottolinea con forza Emanuele Severino, consiste nel «perpetuare la scarsità» ( Il declino del capitalismo, Rizzoli, Milano 2007, p. 81), nell’organizzarla continuamente tenendo alti i prezzi delle merci per spostare maggiori profitti dalla parte di chi già detiene la ricchezza. Pertanto, nel contesto capitalistico le disuguaglianze sono strutturali e sempre più profonde. In Cina, invece, le disuguaglianze sono state il prodotto più genuino della colonizzazione giapponese e occidentale. Nei villaggi rurali cinesi a metà Novecento, ma anche per tutto il periodo della Rivoluzione culturale maoista, si moriva di fame. I contadini non potevano mangiare nemmeno una volta al giorno. Ora, invece, anche con un reddito minimo di “mille euro all’anno”, come dice Giampaolo Visetti, la gente mangia almeno una volta al giorno, secondo le testimonianze di molti osservatori e perfino turisti. Si calcola che più di 600 milioni di poveri cinesi siano usciti dalla miseria estrema, cioè possono mangiare almeno una volta al giorno. Ed è questo il dato di fondo che gli intellettuali occidentali stentano a comprendere. In Italia oggi siamo si e no 60 milioni di abitanti, una piccola provincia per la Cina. Eppure, in questa piccola provincia la popolazione comincia ad impoverirsi sempre di più. In Cina la tendenza è progressiva, verso un livello di vita sempre più agiato, in Italia, al contrario, ma anche in alcune altre regioni europee, la tendenza è regressiva, si marcia all’indietro, verso il basso e la miseria di massa. Sarebbe interessante parlare di tutto ciò in dibattiti pubblici aperti, dove si possono approfondire certi temi che in un semplice articolo, come questo, rimangono necessariamente nell’ombra, come, ad esempio, il tema ecologico. Un solo rilievo rispetto a tale questione, evidenziato peraltro da un’economista britannica dell’Università del Sussex, Mariana Mazzucato:«Il visionario e ambizioso XII piano quinquennale cinese (2011-2015) punta a investire 1.500 miliardi di dollari (il 5 per cento del PIL) in una serie di settori: tecnologie per il risparmio energetico e l’ambiente, biotecnologie, informatica di nuova generazione, manifatturiero avanzato, nuovi materiali, combustibili alternativi e auto elettriche […] la strategia di “sviluppo verde” (“green development”) della Cina sta ridefinendo il concetto di sviluppo economico “ottimale”» (Lo Stato Innovatore, Laterza, Roma-Bari 2014, pp. 174-5). E tutto ciò, avverte sempre la Mazzucato, in un momento in cui i finanziamenti “verdi” britannici, ma in generale occidentali, diventano sempre più deboli e discontinui. In Italia poi sono attualmente inesistenti. Ciò nonostante, la macchina informativa occidentale presenta la Cina come il paese dell’inquinamento supremo e del disinteresse totale per tale questione. Si tratta chiaramente di una manipolazione e su ciò La sinistra assente dice anche molto, dopo Guy Debord e Manuel Castells. La società dello spettacolo falsifica tutto e scambia intenzionalmente il falso per vero, annebbiando le menti anche degli intellettuali e rimuovendo verità evidenti come, ad esempio, il fatto che gli USA non hanno mai ratificato il protocollo di Kyoto per la riduzione dei gas serra, a differenza della Cina che figura tra le 186 nazioni firmatarie. Solo recentemente gli USA a Pechino, nel corso del Forum Apec, hanno firmato un accordo con la Cina per la riduzione dei gas serra estesa fino al 2030. 
Certamente la Cina non costituisce un modello per l’Occidente, come non lo era l’URSS di ieri. Qui si tratta di capire, non di costruire modelli. Ci sono contraddizioni palesi nella società cinese, come i dati di fatto delle disuguaglianze e dell’ecologia. Ma tali questioni esistono anche da noi e senza prospettive concrete di soluzione. Se, come sottolinea Colin Crouch, «le nostre società stanno diventando […] sempre più inique» ( Quanto capitalismo può sopportare la società, Laterza, Roma-Bari 2014, p. 5), possiamo dire che la società cinese come quelle dell’intero ex-Terzo Mondo, al contrario, stanno diventando sempre “meno inique” e progressive. Evidentemente qui la sinistra è più presente e meno confusa che in Italia e in Occidente. C’è bisogno di una sinistra di questo tipo, “nell’era del cambiamento”, come recita il sottotitolo dell’ultimo libro di Franco Cassano (Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento, Laterza, Roma-Bari 2014). La sinistra non ha esaurito il suo compito, non può in Occidente starsene in disparte, lasciare le cose così come sono, incancrenite. Ha bisogno di un nuovo volto e per acquisirlo, qui Losurdo ha ragione, deve aprirsi e non chiudersi alle lotte reali, alle lotte di chi soffre, perde il posto di lavoro e rischia di non mangiare nemmeno una volta al giorno.

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