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mercoledì 10 aprile 2013

«Anche la lotta contro l'imperialismo è lotta di classe»

LOSURDO aprile 2013

Breve recensione de
“La lotta di classe. Una storia politica e filosofica"

di Gabriele Repaci su frontepopolare.wordpress.com

Per parafrasare Marx potremmo dire che uno spettro si aggira per l’Europa; lo spettro della lotta di classe. Questo concetto, che sembrava rimasto sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino, è ritornato di nuovo in auge, tanto che autori pur lontanissimi dalla tradizione di pensiero che fa capo a Karl Marx, come Luciano Gallino¹, ne parlano ormai esplicitamente. Appare evidente infatti, in particolare dopo la crisi del 2008, che il capitalismo non ha nulla da offrire all’umanità se non miseria, disoccupazione generalizzata e guerre. Ma allora vale la pena chiedersi: che cos’è la lotta di classe? Secondo la vulgata comune la lotta di classe non sarebbe altro che lo scontro fra borghesia e proletariato finalizzato al conseguimento di concessioni di natura economica a beneficio di quest’ultimo. Questa per esempio è l’opinione di eminenti filosofi e sociologi quali Jürgen Habermas, Niall Ferguson e Ralf Dahrendorf (nonché di diversi pensatori di formazione marxista e post-marxista). Tuttavia sarebbe riduttivo identificare la lotta di classe con il solo conflitto di fabbrica. Per Domenico Losurdo che ha dedicato a tale concetto il suo ultimo libro (cfr. La lotta di classe. Una storia politica e filosofica, Editori Laterza, 2013), la dottrina della lotta di classe (o delle lotte di classe al plurale) si configura piuttosto come una teoria generale del conflitto sociale che abbraccia diverse dimensioni di cui quella economica è solo una delle tante. Siccome il conflitto di classe quasi mai si presenta allo stato puro anche volendo risulta assai complicato dividere nettamente i vari aspetti che esso assume, i quali spesso sono intrecciati fra loro. Lo stesso Marx ammetteva infatti che nel caso dell’Irlanda ad esempio, dove si verificava il fenomeno dell’appropriazione da parte dei coloni inglesi delle terre degli indigeni condannati alla deportazione, la «questione nazionale» si configurava come «la forma esclusiva della questione sociale» (p. 172). Lo stesso discorso potrebbe essere esteso alle lotte per l’emancipazione femminile e contro la segregazione razziale. Insomma secondo l’autore la lotta di classe si configura a livello storico come un enorme lotta per il riconoscimento del concetto universale di uomo che contrariamente a quello che pensavano i contrattualisti e giusnaturalisti d’un tempo (così come i moderni teorici dell’«agire comunicativo») non è affatto un dato presupposto, ma il frutto di violenti conflitti sociali che spesso sono sfociati in rivoluzioni aperte. L’abolizione della schiavitù su basi razziali negli Stati Uniti sarebbe stata impensabile senza la spinta propulsiva datale dalla rivoluzione dei neri di Haiti capeggiati da Toussaint Louverture a sua volta influenzato dalle idee di eguaglianza, libertà e fraternità professati dal giacobinismo. Così come è assodato che i diritti sociali ed economici sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU furono il risultato, per dirla con le parole del celebre economista austriaco Friedrich von Hayek, della «rivoluzione marxista russa» (p. 272)...

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