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martedì 26 marzo 2013

Il "Dossier Gramsci" pubblicato su l'Humanité dopo il convegno di Parigi













Il testo dell'intervento di Domenico Losurdo:

È noto che Gramsci saluta l’ottobre bolscevico come la «rivoluzione contro Il capitale»: smentendo la lettura meccanicistica dell’opera di Marx, essa si era verificata in un paese non compreso tra quelli capitalistici più avanzati. Meno noto è il fatto che il rifiuto del dottrinarismo caratterizza anche la visione gramsciana della costruzione dell’«ordine nuovo»: ne derivano insegnamenti preziosi per una sinistra che voglia comprendere i processi in atto in paesi quali Cina, Vietnam e Cuba.

Ritorniamo all’articolo già citato. Quali saranno le conseguenze della vittoria dei bolscevichi in un paese arretrato e stremato dalla guerra?: «Sarà in principio il collettivismo della miseria, della sofferenza». Era uno stadio inevitabile, ma che doveva essere superato «nel minor tempo possibile». Il socialismo non coincideva con l’«ascetismo universale» e il «rozzo egualitarismo» criticati dal Manifesto del partito comunista. Ben lungi dal ridursi alla ripartizione egualitaria della miseria, il socialismo esigeva lo sviluppo delle forze produttive. È per conseguire questo risultato che Lenin introduce la Nuova Politica Economica.

Dai populisti la NEP viene subito letta quale sinonimo di restaurazione del capitalismo. Non è questo il punto di vista di Gramsci che nel 1926 osserva: la realtà dell’URSS ci mette in presenza di un fenomeno «mai visto nella storia»; una classe politicamente «dominante» viene «nel suo complesso» a trovarsi «in condizioni di vita inferiori a determinati ele­men­ti e strati della classe dominata e soggetta». Le masse popolari che continuano a soffrire una vita di stenti sono disorientate dallo spettacolo del «nepman impellicciato e che ha a sua disposizione tutti i beni della terra». E, tuttavia, ciò non deve costituire motivo di scandalo: il proletariato non può né conquistare né mantenere il potere, se non è capace di sacrificare interessi particolari e im­mediati agli «interessi generali e permanenti della classe». Coloro che denunciano la NEP quale sinonimo di ritorno al capitalismo hanno il torto di identificare ceto economicamente privilegiato e classe politicamente dominante.

La resa dei conti col populismo nostalgico di un mondo ancora al di qua della grande industria prosegue nei Quaderni del carcere: nell’«americanismo e fordismo» vi è qualcosa che, una volta staccato dal sistema capitalistico di sfruttamento, può svolgere una funzione positiva negli stessi paesi socialisti. Anche per loro – per citare il Manifesto – è «una questione di vita e di morte» l’introduzione di «industrie che non lavorano più materie prime locali, bensì materie prime provenienti dalle regioni più remote, e i cui prodotti diventano oggetto di consumo non solo all’interno del paese, ma in tutte le parti del mondo».

Siamo ora in grado di comprendere le difficoltà dei paesi di orientamento socialista. Essi sono chiamati a lottare non contro una bensì contro due diseguaglianze: quella che vige all’interno del singolo paese, l’altra che sancisce la preminenza economica, tecnologica (e militare) dei paesi capitalistici più avanzati. La lotta contro le due diseguaglianze non può procedere con un passo cadenzato.

Gramsci è l’autore che più di ogni altro ha insistito sul carattere complesso e contraddittorio del processo di costruzione dell’«ordine nuovo»: guardare a esso con saccenteria e lasciarsi sedurre dal «canto del cigno» dell’Antico regime (che può essere talvolta di «mirabile splendore»), tutto ciò significa delegittimare ogni rivoluzione.

Anche ai giorni nostri il populismo svolge un ruolo negativo. Mentre a partire dalla Francia, nonostante la crisi e la recessione, si diffonde il culto della «décroissance» caro a Latouche e in Italia anche a Grillo, la sinistra occidentale guarda con diffidenza o ostilità a un paese come la Repubblica popolare cinese, scaturita da una grande rivoluzione anticoloniale e protagonista di un prodigioso sviluppo economico, che non solo ha liberato diverse centinaia di milioni dalla fame e dalla degradazione ma che finalmente comincia a mettere in discussione il monopolio occidentale della tecnologia (e quindi le basi materiali dell’arroganza imperialista

Non c’è dubbio: il populismo è tutt’altro che morto. Ma è proprio per questo che la sinistra ha bisogno della lezione di Gramsci.

Domenico Losurdo

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