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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

mercoledì 9 marzo 2011

Stalin, Israele e altre questioni. Risposte a un lettore

Salve professore,
nel suo libro sfata il mito dell’antisemitismo staliniano mettendo in evidenza il contributo del dirigente sovietico alla creazioni d’Israele ; si può, quindi, considerare Stalin un sionista? Nel suo saggio afferma anche che l’URSS aiutò il neonato stato ebraico nella guerra del 1948, alla luce di ciò Stalin sembra quasi un responsabile dell’oppressione palestinese, poiché dopo quella vittoria gli israeliani impedirono la formazione di uno stato palestinese.
Secondo lei la soluzione dei due stati era giusta nei confronti delle popolazioni native della Palestina? Come giudica l’attacco araba del 1948 a Israele?
Ho visto in un video che lei si dichiara dalla parte dei talebani nella guerra in Afghanistan. Quello che mi chiedo è cosa succederebbe al popolo afghano una volta sconfitti gli americani, sicuramente l’esportazione della democrazia è una baggianata, ma pure il dominio talebano non è che sia proprio il massimo.
Lei cosa ne pensa? Sempre restando in argomento imperialismo, secondo lei può essere definito un attacco imperialista quello sovietico e americano alla Germania nazista? Da quello che so nel Terzo Reich non era in atto una guerra civile come in Italia, il popolo tedesco era tutto con Hitler.Quando l’URSS liberò i territori liberati dal nazismo molti di questi erano sì antifascisti ma anche anticomunisti, bisogna quindi considerare come una forma di socialimperialismo l’esportazione del socialismo in questi stati? Stalin affermava che la rivoluzione doveva nascere in seno ai popoli , mi sembra però che in questo caso non rispettò questa teoria e si avvicinò quasi alla rivoluzione permanente.
Giovanni Sbordi

DL
1) A p. 216 del mio libro su Stalin, citando un eminente storico inglese (Roberts) scrivo: «l’opzione preferita dall’Unione sovietica era quella di “uno Stato indipendente e multinazionale che avrebbe rispettato gli interessi sia degli ebrei che degli arabi”». Resta il fatto che Stalin, nel tentativo di contrastare il colonialismo britannico, ha sottovalutato la pericolosità del colonialismo sionista e della sua carica espansionistica.

2) DL: Nel mio libro «Il linguaggio dell’Impero» (p. 178) parlo di «crescente ridicolizzazione dell’ipotesi di uno Stato nazionale palestinese [e della soluzione dei due Stati] a seguito dell’incessante processo di colonizzazione». Il mio libro è del 2007: nel frattempo la colonizzazione sionista ha conoscuto un ulteriore salto di qualità.

3) L’espreessione «attacco arabo» è scorretta ed è in contraddizione con quello che lei chairisce nella prima domanda. Indipendentemente dall’accertamento (problematico) di cha abbia sparato il primo colpo, occorre non perdere di vista il punto essenziale: sin dagli inizi il progetto sionista è un progetto di espansionismo coloniale e quindi di aggressione.

4) Nell'età napoleonica, per dirla con Marx, «tutte le guerre d'indipendenza condotte contro la Francia, portano l'impronta comune di una rigenerazione che si accoppia con la reazione». Nel mio libro «Il linguaggio dell’Impero» cerco di far tesoro di questa indicazione di Marx per analizzare i movimenti di resistenza e di liberazione nazionale di matrice islamica. L’aspetto della «rigenerazione» prevale nettamente nel caso del Libano degli Hezbollah o dell’Iran.

5) Fu la Germania hitleriana a scatenare l’attacco contro l’Urss con l’intento di sottoporre le popolazioni dell’Unione Sovietica a una colonizzazione di tipo schiavistico. La risposta sovietica, la Grande guerra patriottica, è stata una guerra di liberazione nazionale di proporzioni epiche ed ha gettato le basi per le successive rivoluzioni anticoloniali.

6) Non bisogna sottovalutare la forza del partito comunista e il prestigio dell’Unione Sovietica in paesi come la Bulgaria e la Cecoslovacchia: in questo caso la trasformazione socialista è un processo largamente endogeno. Diverso è il quadro rappresentato dalla Polonia. In questo caso si può parlare di «esportazione della rivoluzione», tenendo però presente che tale «esportazione della rivoluzione» è anche la risposta ad un bisogno drammatico di sicurezza: come sottolineano autorevoli storici statunitensi, l’annientamento atomico di Hiroshima e Nagasaki (a guerra praticamente conclusa) era un pesante avvertimento di Truman a Stalin.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Rispetto al punto 6, per quanto riguarda il bisogno di sicurezza, mi sembra si possa mettere in campo non solo il fattore territoriale (creare una barriera di stati "sicuri" da frapporre come cuscinetto verso le eventuali invasioni dall'ovest), ma anche l'esperienza storica che consigliava l'installazione, anche con delle forzature, di governi amici. Teniamo conto infatti che alcuni di questi paesi parteciparono attivamente all'aggressione internazionale all'URSS durante la guerra civile (Polonia, Cecoslovacchia), altri erano stati fino a poco tempo prima alleati di Hitler e/o addirittura parte attiva nell' Operazione Barbarossa (Romania, Ungheria). Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio...