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sabato 26 marzo 2011

Ancora sulla Cina e la guerra contro la Libia

In questi giorni, come era prevedibile, mi sono giunti numerosi commenti di lettori, amici e compagni. Sulla guerra contro Libia mi riservo di fare altri interventi. Qui mi limito ad alcune osservazioni relative all’atteggiamento assunto dalla Cina:
1) Alle critiche che leggo in diversi messaggi sembra rispondere un articolo-intervista apparso alcuni giorni fa su «Global Times» (quotidiano cinese in lingua inglese). Vi si riportano alcuni dati essenziali per comprendere la questione: a) «più della metà delle importazioni petrolifere della Cina provengono oggi dal Medio Oriente»; b) nel tentativo di ovviare a questa situazione, da qualche tempo la Cina ha cominciato ad accumulare riserve strategiche di petrolio, ma in questo campo è ancora piuttosto indietro. In caso di blocco delle esportazione dai paesi produttori di petrolio, la Cina potrebbe resistere al massimo per due settimane, mentre gli USA hanno riserve strategiche per 400 giorni! Se a ciò si aggiungono le migliaia di chilometri da attraversare (per le navi che trasportano il petrolio in Cina) e la presenza minacciosa della flotta Usa lungo tutto questo percorso, è evidente che «la sicurezza economica della Cina» – per citare sempre «Global Times» – è ancora piuttosto fragile.
E’ in questo contesto geopolitico e economico che è intervenuta la crisi libica. A sostenere la «no-fly zone» sono state purtroppo la Lega araba e in primo luogo l’Arabia Saudita, il paese dal quale proviene una parte assai cospicua del petrolio medio-orientale importato dalla Cina. E’ evidente che i dirigenti cinesi si sono posti un interrogativo: conviene rompere con l’Arabia saudita (già irritata per l’atteggiamento morbido assunto da Pechino nei confronti dell’Iran) e con gli stessi «ribelli» libici (condivido a questo proposito l’osservazione di Maurizio), facendo ricorso ad un veto che peraltro, come dimostra l’esperienza storica (Jugoslavia e Irak), non è in grado di bloccare l’intervento militare degli Usa e dell’Occidente?
Possiamo discutere il modo in cui i dirigenti cinesi hanno ritenuto di rispondere a tale interrogativo, ma esso è ineludibile. (Detto tra parentesi, la situazione geopolitica di Venezuela e Cuba è del tutto diversa, e non solo per la presenza di larghi giacimenti di petrolio e di gas nel primo paese!). Sarebbe ben strano un «internazionalismo» pronto ad esporre un paese di oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone ad una devastante crisi economica (che fra l’altro – apro qui un’altra parentesi – colpirebbe in modo pesante anche Venezuela e Cuba!).
Il fatto è che certi compagni (da me assai stimati) assumono un atteggiamento che io considero contraddittorio: con lo sguardo rivolto al passato non hanno difficoltà a comprendere i compromessi anche più sgradevoli stipulati dai protagonisti del movimento comunista internazionale (Lenin e Brest-Litowsk; Stalin e il patto di non-aggressione con Hitler; Mao e gli accordi prima con Chiang-Kai-sheck e poi, con modalità diverse, con Nixon); ma, con lo sguardo rivolto al presente, per molto meno quei compagni hanno la tendenza a scandalizzarsi.
Infine. Mi sembra calzante l’osservazione «dialettica» di João Carlos Graça: è giusto analizzare in modo spregiudicato la politica estera della Cina, augurandosi che il grande paese asiatico faccia sentire maggiormente il suo peso sul piano internazionale; ma cosa fa la sinistra per rafforzare il prestigio, il soft power e quindi la capacità di azione dei dirigenti cinesi sul piano internazionale?
Domenico Losurdo

Encore sur la Chine et la guerre contre la Libye
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio, da mondialisation.ca

2 commenti:

Renato ha detto...

A mio avviso, credo che il punto essenziale del ragionamento sia contenuto nell'ultima frase. Ovvero la sinistra anti-imperialista italiana, piuttosto che sognare che la Cina (o qualcun altro, nella scorsa guerra era addirittura la Francia)le tolga le castagne dal fuoco, dovrebbe preoccuparsi piuttosto di dare qualche gratta capo al proprio imperialismo. Di modo che esso non si senta tanto tranquillo, da poter esportare "democrazia e diritti umani" a destra e manca. L'impressione dalle prime mobilitazioni cui ho assistito è sconfortante. Da una parte micro-organizzazione che mirano unicamente a sfruttare la tragica situazione per emergere, dall'altra organizzazioni un po' più grandi semi-paralizzate che un no troppo secco alla "guerra umanitaria" possa mettere in forze accordi per la gestione del potere, a tutti i livelli, con chi ha inventato tale tipologia di guerra.

giulio ha detto...

Forse la sinistra anti-imperialista adotta lo stesso metodo della cina,chi glielo fa fare di andare contro?Anche loro devono pur sopravvivere all'interno di un sistema(economico)avverso....