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lunedì 6 settembre 2010

Domande e risposte sulla Cina e su Mao

Gentile e caro professore, abbiamo letto con attenzione e piacere i suoi scritti sul viaggio in Cina e stiamo ancora discutendo sul suo “Destra e sinistra” e ci permettiamo di chiederle qualche chiarimento in merito ai gruppi dirigenti e, quindi, alla necessità di nuovi. Lei pensa che il maoismo sia un ciclo chiuso? Non era Mao a dire che avremo bisogno di mille rivoluzioni culturali? E’ superata la visione di Deng Siao Ping che affermava che il gatto sia rosso o nero, basta che prenda i topi? In un altro passo lei dice che intorno al 2050potremo assistere al superamento da parte della Cina degli Usa dal punto di vista dei beni di consumo. Una prospettiva del genere pone però, immediatamente, il problema dell’ambiente e dell’accaparramento delle risorse energetiche e delle materia prime.
In “Stella rossa sulla Cina”, anni anni fa Edgar Snow rivolge a Mao una domanda precisa, perché la Cina rossa non crea con gli stati dell’Unione Sovietica, gli stati sovietici. La risposta di Mao fu che non appariva possibile finché i popoli dell'uno e dell’altro stato non fossero stati d’accordo e unitari nell’avviare questo processo
Questo modo concreto rifiuta la maniera utopica e idealistica di affrontare i problemi. Questa costante deve essere tenuta sempre presente e pensiamo che rappresenti una critica indiretta al troskismo sulla sottovalutazione della questione nazionale. Basti pensare alle critiche che furono rivolte da molti alla Russia staliniana contro lo slogan della grande guerra patriottica che invece riteniamo intuizione geniale che riuscì a cementare i grandi popoli dell’Urss in difesa del socialismo.
Giorgio Lindi - Sergio Angeloni - Massimo Gianfranceschi - Giulia Severi - Elena Vatteroni - Marry Rasetto - Letizia Lindi - Iacopo Simi - Arianna Ussi - Ferdinando Giannarelli - Daniele Maffione - Romeo Buffoni

Cari compagni e amici,
cerco di rispondere sinteticamente ai problemi enormi che sollevate, rinviando per l’eventuale approfondimento ad altri miei testi:
1) Non si può ridurre l’eredità di Mao, che ha diretto la Cina per tre decenni, agli anni della Rivoluzione culturale. Comunque, anche in quegli anni il Partito Comunista Cinese ha tenuto presente il problema dello sviluppo delle forze produttive e si è impegnato a inseguire e raggiungere i paesi più avanzati: è un punto che la sinistra occidentale ha sempre ignorato (si veda in questo blog il mio saggio «Come nacque e come morì il marxismo occidentale»).
2) Ma il problema dello sviluppo delle forze produttive non si può risolvere solo facendo appello all’entusiasmo politico di massa. Questo entusiasmo non può essere di durata infinita. E, dunque, soprattutto in un paese del Terzo Mondo occorre saper introdurre la tecnologia e il management più avanzati: ciò comporta un compromesso con le forze capitaliste, ma queste possono essere tenute sotto controllo: E’ necessario altresì il ricorso agli incentivi materiali e a un’adeguata organizzazione del lavoro, facendo valere sul serio il principio socialista della retribuzione secondo il lavoro realmente erogato. C’è un problema di efficienza anche per un paese che intende avanzare sulla via del socialismo: è questo il significato dello slogan di Deng Xiaoping, così spesso frainteso e vilipeso.
3) Lo sviluppo della Cina comprometterà l’equilibrio ecologico del pianeta? In realtà, non pochi osservatori hanno messo in evidenza che in Cina la principale fonte di inquinamento è l’agricoltura (e la zootecnia). Se poi pensiamo ai paesi più arretrati del Terzo Mondo, dove è la legna sottratta alla campagna e ai boschi ad alimentare il fuoco destinato a cuocere gli alimenti e a riscaldare l’ambiente, ci rendiamo conto del contributo essenziale fornito dal sottosviluppo alla crisi ecologica. Ad alleviare e risolvere questa crisi può contribuire lo sviluppo della tecnologia verde, un settore in cui la Cina è all’avanguardia (rinvio a tale proposito al cap. VIII, § 6 del mio libro sulla non-violenza).
4) Infine. Siamo d’accordo che la causa dell’universalismo e dell’internazionalismo è avanzata concretamente nel Novecento attraverso le lotte di liberazione nazionale e anticoloniale. Di questo esaltante capitolo di storia i due momenti epici per eccellenza sono stati in Europa la battaglia di Stalingrado (e la Grande guerra patriottica) e in Asia la Lunga Marcia (e la Guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese): a tale proposito rinvio ovviamente al mio libro su Stalin.
Domenico Losurdo

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