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domenica 24 maggio 2009

A Lisbona dal 28 al 30 maggio il congresso della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx: Universalismo, questione nazionale, conflitto per l'egemonia

Internationale Gesellschaft Hegel-Marx für dialektisches Denken
"Universalism, national questions and conflicts concerning hegemony"
International congress
Lisbon, 28, 29, 30 May 2009


Presentazione di Stefano G. Azzarà

La grave crisi del capitalismo globalizzato che oggi è in atto si svolge in un contesto di grandi trasformazioni che hanno alle spalle una preparazione di lunga durata storica e che riguardano non solo lo scenario economico ma anche quello politico e culturale.

L'annuncio della "fine della storia" e del definitivo avvento di un nuovo ordine mondiale pacifico e consensuale di tipo neoliberale, lanciato all'indomani della fine della Guerra fredda, è stato smentito da due decenni di guerre e di tensioni internazionali ininterrotte ma anche da gravi scompensi all'interno di ogni singolo Stato. Entrati in crisi gli auspici ottimistici di Francis Fukuyama, è stato lo slogan bellicoso dello "scontro di civiltà", diffuso da Samuel P. Huntington e dagli intellettuali neoconservatori americani, a caratterizzare questo periodo. Esso continua ancora oggi a ispirare l'atteggiamento di molte elite occidentali, alla ricerca di un'idea-guida che chiarisca la natura dei rapporti tra le nazioni e le aree del mondo ma che consenta al tempo stesso di gestire il consenso all'interno di ciascun paese. Fornendo identità fondamentalistiche e semplificate e costruendo di volta in volta strumentali immagini del nemico - l'Islam, la Cina, l'ondata migratoria dei barbari del Terzo Mondo , questo slogan si è rivelato molto efficace: esso occulta i profondi squilibri nella distribuzione della ricchezza, del potere, dei diritti e delle opportunità all'interno dei paesi industrializzati e favorisce l'esternalizzazione del conflitto.
Con queste basi ideologiche, l'Occidente - e gli Stati Uniti in particolare - si è identificato con la civiltà in quanto tale e con l'idea stessa di democrazia e ha cercato di governare in maniera aggressiva le impetuose trasformazioni in corso, imponendo ad ogni latitudine la propria visione del mondo e le proprie priorità. Tutto questo, però, ha messo in discussione la portata universalistica di quel pensiero che l'Occidente ostenta con fierezza e che pretende di esportare. Come ammette lo stesso Huntington, «i non occidentali definiscono occidentale ciò che gli occidentali definiscono universale».

Cosa è successo? Nella seconda parte del Novecento, gli ideali della democrazia e dei diritti universali - giunti a coscienza con la Rivoluzione francese e arricchiti dall'esperienza del movimento socialista ma ancora ben lontani da una piena realizzazione - sono stati profondamente indeboliti. La loro ridefinizione in chiave unilateralmente liberale, infatti, ha rimosso tutte quelle esperienze filosofiche e politiche, interne ed esterne all'Occidente stesso, critiche ed autocritiche, che ancora fino a qualche decennio prima erano considerate componenti imprescindibili di un universalismo pieno e compiuto. Anche l'esperienza filosofica postmodernista ha avuto in ciò un suo ruolo. Nata dalla pretesa di una critica radicale del potere e dello Stato, essa è segnata da un attegiamento antidialettico distruttivo nei confronti di ogni forma di universalismo in quanto tale. La sua esaltazione spesso acritica delle differenze particolari rimane perciò sempre in bilico tra il relativismo assoluto e l'apologia della legge del più forte.
Ne è emersa una forma di universalismo particolaristica e dimidiata, che tende a negare ogni riconoscimento nei confronti di altri complessi di cultura e forme di coscienza e che ha tentato, più che di dialogare con essi e di sforzarsi di realizzare una sintesi superiore, di sottometterli. Ma la chiave dello "scontro di civiltà" è inservibile per comprendere la situazione in atto. Molto più proficuo è guardare a questi fenomeni in una prospettiva diversa.

La fine del mondo bipolare non ha soltanto posto le premesse per l'imposizione mondializzata del modello di sviluppo capitalistco e dei valori occidentali. Ha anche creato le condizioni per l'avvio di un processo più complesso, nel quale intere aree del mondo - fino a quel momento inserite in un ordine rigido - hanno intrapreso un percorso di sviluppo autonomo e di sganciamento nei confronti dell'ordine economico capitalistico e nei confronti dell'egemonia culturale statunitense e occidentale. Al di sotto del conflitto tra le civiltà e del crescente richiamo alla storia, alla tradizione e alla religione, c'è dunque un più concreto e materiale contenzioso politico e geopolitico nel quale è in gioco la partita che ridefinirà gli equilibri mondiali nel XXI secolo. All'emergere di aree che sono uscite dall'epoca coloniale e rivendicano la propria autonomia, fa da contraltare il progetto neocoloniale di un mondo occidentale che cerca di far fronte alla crisi della propria autorità non esitando ad utilizzare lo strumento militare. E' il conflitto per l'egemonia, dunque, a caratterizzare questa fase. E in questo conflitto, la questione nazionale - a lungo considerata inattuale dagli ideologi della globalizzazione - riafferma la propria centralità.

Gli strumenti critici e dialettici messi a disposizione da Hegel e da Marx - e in particolare la loro riflessione sul rapporto tra universalità e particolarità, sulla natura del conflitto e sul ruolo dei ceti intellettuali - possono aiutare ad orientarci meglio in questo mondo e di comprenderlo in maniera più razionale. E' quanto si propone il nostro congresso, che si svolgerà dal 28 al 30 maggio a Lisbona e viene organizzato in collaborazione con l'Università di Lisbona, il Dipartimento di Scienze umane dell'Università di Urbino, l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e la Fundação Calouste Gulbenkian.

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