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domenica 23 ottobre 2011

Dalle guerre dell’oppio alle guerre del petrolio

Domenico Losurdo
   
«La morte di Gheddafi è una svolta storica»: proclamano in coro i dirigenti della Nato e dell’Occidente, i quali non si preoccupano neppure di prendere le distanze dal barbaro assassinio del leader libico e dalle menzogne spudorate pronunciate a tale proposito dai dirigenti dei «ribelli». E, tuttavia, effettivamente si tratta di una svolta. Ma per comprendere il significato che la guerra contro la Libia riveste nell’ambito della storia del colonialismo, occorre prendere le mosse da lontano…
Allorché nel 1840 le navi da guerra inglesi si affacciano dinanzi alle coste e alle città della Cina, gli aggressori dispongono della potenza di fuoco di diverse centinaia di cannoni e possono seminare distruzione e morte su larga scala, senza temere di essere colpiti dall’artiglieria nemica, la cui gittata è ben più ridotta. E’ il trionfo della politica delle cannoniere: il grande paese asiatico e la sua millenaria civiltà sono costretti a capitolare; inizia quello che la storiografia cinese definisce giustamente il secolo delle umiliazioni, che termina nel 1949, con l’avvento al potere del Partito comunista e di Mao Zedong.

Ai giorni nostri, la cosiddetta Revolution in Military Affairs (RMA) ha creato per numerosi paesi del Terzo Mondo una situazione simile a quella a suo tempo affrontata dalla Cina. Nel corso della guerra contro la Libia di Gheddafi, la Nato ha potuto tranquillamente effettuare migliaia e migliaia di bombardamenti e non solo non ha subito alcuna perdita ma non ha neppure rischiato di subirla. In questo senso, piuttosto che a un esercito tradizionale, la forza militare Nato rassomiglia a un plotone di esecuzione; sicché l’esecuzione finale di Gheddafi, piuttosto che essere un caso o un incidente di percorso, rivela il senso profondo dell’operazione nel suo complesso.

E’ un dato di fatto: la rinnovata sproporzione tecnologica e militare rilancia le ambizioni e le tentazioni colonialiste di un Occidente che, come dimostra l’esaltata autocoscienza e falsa coscienza che continua a ostentare, rifiuta di fare realmente i conti con la sua storia. E non si tratta solo di aerei, navi da guerra e satelliti. Ancora più netto è il vantaggio su cui Washington e i suoi alleati possono contare per quanto riguarda le capacità di bombardamento multimediale. Ancora una volta, l’«intervento umanitario» contro la Libia è un esempio da manuale: la guerra civile (scatenata grazie anche all’opera prolungata di agenti e unità militari occidentali e nel corso della quale i cosiddetti «ribelli» sin dagli inizi potevano disporre persino di aerei) è stata presentata come un massacro perpetrato dal potere su una popolazione civile indifesa; invece, i bombardamenti Nato che da ultimo hanno infierito su Sirte assediata, affamata e priva di acqua e di medicinali sono diventati operazioni umanitarie a favore della popolazione civile libica!

Quest’opera di manipolazione può ora contare, oltre che sui tradizionali mezzi di informazione e disinformazione, su una rivoluzione tecnologica che completa la Revolution in Military Affairs. Come ho spiegato in interventi e articoli precedenti, sono autori e organi di stampa vicini al Dipartimento di Stato a celebrare il fatto che l’arsenale Usa si è ora arricchito di nuovi e formidabili strumenti di guerra; sono giornali occidentali e di provata fede occidentale a riferire, senza alcun rilievo critico, che nelle corso delle  «guerre Internet» sono all’ordine del giorno la manipolazione, la menzogna, nonché l’aizzamento di minoranze etniche e religiose anche mediante la manipolazione e la menzogna. E’ quello che sta già avvenendo in Siria contro un gruppo dirigente ora più che mai preso di mira, per il fatto di aver resistito alle pressioni e intimidazioni occidentali e di essersi rifiutato di capitolare dinanzi a Israele e di tradire la resistenza palestinese.

Ma torniamo alla prima guerra dell’oppio, che si conclude nel 1842 col trattato di Nanchino. E’ il primo dei «trattati diseguali», imposti cioè con le cannoniere. L’anno dopo è la volta degli Usa. Inviano anche loro le cannoniere al fine di strappare il medesimo risultato conseguito dalla Gran Bretagna, anzi qualcosa in più. Il trattato di Wanghia (nelle vicinanze di Macao) del 1843 sancisce per i cittadini statunitensi residenti in Cina il privilegio della extra-territorialità: anche se colpevoli di reati comuni, essi sono comunque sottratti alla giurisdizione cinese. Ovviamente, il privilegio della extra-territorialità non è reciproco, non vale per i cittadini cinesi residenti negli Usa: una cosa sono i popoli coloniali, un’altra cosa, ben diversa, è la razza dei signori. Negli anni e nei decenni successivi, il privilegio dell’extra-territorialità viene esteso anche ai cinesi che «dissentono» dalla religione e dalla cultura del loro paese, si convertono al cristianesimo (e idealmente diventano cittadini onorari della repubblica nord-americana o dell’Occidente in genere).

Il doppio standard della legalità e della giurisdizione è un elemento essenziale del colonialismo anche ai giorni nostri: i «dissidenti» ovvero coloro che si convertono alla religione dei diritti umani, così come essa viene proclamata da Washington e da Bruxelles, i potenziali Quisling al servizio degli aggressori, costoro vengono insigniti del premio Nobel o di altri premi analoghi: dopo di che l’Occidente scatena una campagna forsennata al fine di sottrarre i premiati alla giurisdizione del loro paese di residenza, una campagna resa più persuasiva dagli embarghi e dalle minacce di embargo e di «intervento umanitario».

Il doppio standard della legalità e della giurisdizione diviene particolarmente clamoroso con l’intervento della Corte penale internazionale (Cpi). Ad essa sono e devono essere comunque sottratti i cittadini statunitensi e i soldati e i mercenari a stelle e strisce che stazionano in tutto il mondo. Recentemente, la stampa internazionale ha riferito che gli Usa sono pronti a bloccare con il veto l’ammissione della Palestina all’Onu, anche al fine di impedire che la Palestina possa far ricorso contro Israele presso la Cpi: in un modo o nell’altro, nella pratica se non già nella teoria dev’essere chiaro a tutti che a poter esser processati e condannati sono soltanto i popoli coloniali. E’ di per sé eloquente la tempistica. 1999: pur senza aver ottenuto l’autorizzazione dell’Onu, la Nato inizia i suoi bombardamenti contro la Jugoslavia; poco dopo, senza perder tempo, la Cpi procede all’incriminazione non degli aggressori e dei responsabili della violazione dell’ordinamento giuridico internazionale emerso di fatto dopo la seconda guerra mondiale, ma di Milosevic. 2011: stravolgendo il mandato Onu, ben lungi dal preoccuparsi della protezione dei civili, la Nato ricorre a ogni mezzo pur di imporre il cambiamento di regime e assicurarsi il controllo della Libia; Seguendo un modello già collaudato, la Cpi procede all’incriminazione di Gheddafi. La cosiddetta Corte penale internazionale è una sorta di appendice giudiziaria del plotone di esecuzione della Nato, si potrebbe anche dire che i magistrati dell’Aia rassomigliano a preti che, senza perder tempo a consolare la vittima, si impegnano direttamente nella legittimazione e consacrazione del boia.

Un ultimo punto. Con la guerra contro la Libia, nell’ambito dell’imperialismo si è delineata una nuova divisione del lavoro. Le tradizionali grandi potenze coloniali quali l’Inghilterra e la Francia, avvalendosi del decisivo appoggio politico e militare di Washington, si concentrano sul Medio Oriente e sull’Africa, mentre gli Usa spostano sempre più il loro dispositivo militare in Asia. E ritorniamo così alla Cina. Dopo aver posto fine al secolo di umiliazioni iniziato con le guerre dell’oppio, i dirigenti comunisti sanno bene che sarebbe folle e criminale mancare una seconda volta l’appuntamento con la rivoluzione tecnologica e militare: mentre libera centinaia di milioni di cinesi dalla miseria e dall’inedia cui erano stati condannati dal colonialismo, il poderoso sviluppo economico in atto nel grande paese asiatico è anche una misura di difesa contro la permanente aggressività dell’imperialismo. Coloro che, anche a «sinistra», si mettono a rimorchio di Washington e Bruxelles nell’opera di diffamazione sistematica dei dirigenti cinesi dimostrano di non avere a cuore né la causa del miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari né la causa della pace e della democrazia nelle relazioni internazionali.


Des guerres de l’opium aux guerres du pétrole
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio
 
« La mort de Kadhafi est un tournant historique » : proclament en chœur les dirigeants de l’OTAN et de l’Occident, lesquels ne se préoccupent même pas de prendre des distances avec l’assassinat barbare du leader libyen et des mensonges éhontés énoncés à ce propos par les dirigeants des « rebelles ». Et pourtant, il s’agit en effet d’un tournant. Mais pour comprendre la signification que la guerre contre la Libye revêt dans le cadre de l’histoire du colonialisme, il convient de partir de plus loin…
  Tandis qu’en 1840 les navires de guerre anglais se déploient devant les côtes et les villes de la Chine, les agresseurs disposent de la puissance de feu de milliers de cannons et peuvent semer la mort et la destruction à grand échelle, sans craindre d’être touchés par l’artillerie ennemie, dont la portée est bien plus réduite. C’est le triomphe de la politique de la canonnière : le grand pays asiatique et sa civilisation millénaire sont obligés de capituler ; commence alors ce que l’historiographie chinoise définit à juste titre comme le siècle des humiliations, qui prend fin en 1949, avec l’avènement au pouvoir du Parti communiste et de Mao Zedong.
   De nos jours, la dite Revolution in Military Affairs (RMA) a créé pour de nombreux pays du Tiers Monde une situation semblable à celle qu’avait affrontée la Chine en son temps. Au cours de la guerre contre la Libye de Kadhafi, l’OTAN a pu tranquillement effectuer des milliers de bombardements non seulement sans subir la moindre perte mais sans même non plus risquer de la subir. Dans ce sens, plutôt qu’à une armée traditionnelle, la force militaire de l’OTAN ressemble à un peloton d’exécution ; si bien que l’exécution finale de Kadhafi, plutôt qu’être un hasard ou un incident de parcours, révèle le sens profond de l’opération dans son ensemble.
  C’est une donnée de fait : la disproportion technologique et militaire renouvelée relance les ambitions et les tentations colonialistes d’un Occident qui, comme le montre l’autoconscience et fausse conscience exaltée qu’il continue à afficher, refuse de régler réellement ses comptes avec son histoire. Et il ne s’agit pas seulement d’avions, de navires de guerre et de satellites. Plus net encore est l’avantage sur lequel Washington et ses alliés peuvent compter en ce qui concerne les capacités de bombardement multimédiatiques. Une fois de plus, l’ « intervention humanitaire » contre la Libye est un modèle de question de cours : la guerre civile (déclenchée grâce aussi à l’action prolongée d’agents et d’unités militaires occidentaux et au cours de laquelle les soi-disant « rebelles » dès le début pouvaient disposer même d’avions) a été présentée comme un massacre perpétré par le pouvoir sur une population civile sans défenses ; par contre, les bombardements OTAN qui, dernièrement, se sont acharnés sur Syrte assiégée, affamée et privée d’eau et de médicaments, sont devenus des opérations humanitaires en faveur de la population civile libyenne !
   Cette opération de manipulation peut à présent compter, outre sur les traditionnels moyens d’information et désinformation,  sur une révolution technologique qui vient compléter la Revolution in Military Affairs.
Comme je l’ai expliqué dans des interventions et articles précédents, ce sont des auteurs et des organes de presse proches du Département d’Etat qui célèbrent le fait que l’arsenal étasunien s’est maintenant enrichi de nouveaux et formidables instruments de guerre ; ce sont des journaux occidentaux et de foi occidentale avérée qui rapportent, sans aucun relief critique, qu’au cours des « guerres Internet » sont à l’ordre du jour la manipulation, le mensonge, ainsi que l’attisement de minorités ethniques et religieuses au moyen, aussi, de la manipulation et du mensonge. C’est ce qui est en train de se passer déjà en Syrie contre un groupe dirigeant aujourd’hui plus que jamais pris comme cible, pour le fait d’avoir résisté aux pressions et intimidations occidentales et de s’être refusé à capituler devant Israël et de trahir la résistance palestinienne.
  Mais revenons à la première guerre de l’opium, qui se termine en 1842 avec le traité de Nankin. C’est le premier des « traités inégaux », c’est-à-dire imposés par les canonnières. L’année suivante c’est le tour des Usa. Ils envoient eux aussi leurs canonnières pour arracher le même résultat obtenu par la Grande-Bretagne, un peu plus encore même. Le traité de Wanghia (environs de Macao) de 1843 établit pour les citoyens étasuniens résidant en Chine le privilège de l’extraterritorialité : même coupables de délits de droit commun, ils sont dans tous les cas soustraits à la juridiction chinoise. Evidemment, le privilège de l’extraterritorialité n’est pas réciproque, et ne vaut pas pour les citoyens chinois résidant aux Usa : les peuples coloniaux sont une chose, la race des seigneurs en est une autre, tout à fait différente. Dans les années et décennies successives, le privilège de l’extraterritorialité est étendu aussi aux Chinois qui « sont en désaccord » avec la religion et la culture de leur pays, et se convertissent au christianisme (et deviennent idéalement des citoyens honoraires de la république nord-américaine ou de l’Occident en général).
   Le double standard de la légalité et de la juridiction est, de nos jours aussi, un élément essentiel du colonialisme : les « dissidents » c’est-à-dire ceux qui se convertissent à la religion des droits de l’homme, telle qu’elle est proclamée par Washington et par Bruxelles, les potentiels Kisling, au service des agresseurs, ceux-là sont honorés du prix Nobel ou autres prix analogues : après quoi l’Occident déchaîne une campagne forcenée pour soustraire les primés à la juridiction de leur pays de résidence, campagne que vont rendre plus persuasive les embargos et les menaces d’ « intervention humanitaire ».
   Le double standard de la légalité et de la juridiction devient particulièrement criant avec l’intervention de la Cour pénale internationale (CPI).  Vis-à-vis de celle-ci, sont et doivent être dans tous les cas soustraits les citoyens étasuniens et les soldats et mercenaires du drapeau étoilé qui stationnent dans le monde entier. Récemment la presse internationale a rapporté que les Usa sont prêts à bloquer par leur veto l’admission de la Palestine à l’ONU, dans le but aussi d’empêcher que la Palestine puisse faire recours contre Israël auprès de la CPI : d’une façon ou d’une autre, en pratique si ce n’est déjà en théorie il doit être clair pour tout le monde que ceux qui peuvent être jugés sont seulement les peuples coloniaux. Le timing est en soi éloquent. 1999 : sans même avoir obtenu l’autorisation de l’ONU, l’OTAN commence ses bombardements contre la Yougoslavie ; peu après, sans perdre de temps,  la CPI procède à l’incrimination non pas des agresseurs et des responsables de la violation de l’ordre juridique international qui avait résulté de la seconde guerre mondiale, mais de Milosevic. 2011 : renversant le mandat de l’ONU, bien loin de se préoccuper de la protection des civils, l’OTAN a recours à tous les moyens pour imposer le changement de régime et s’assurer le contrôle de la Libye ; suivant un modèle déjà éprouvé, la CPI procède à l’incrimination de Kadhafi. La dite Cour pénale internationale est une sorte d’appendice judiciaire du peloton d’exécution de l’OTAN, on pourrait même dire que les magistrats de La Haye ressemblent à des prêtres qui, sans perdre de temps à consoler la victime, s’emploient directement à la légitimation et à la consécration du bourreau.
   Un dernier point. Avec la guerre contre la Libye, s’est dessinée dans le milieu impérialiste une nouvelle division du travail. Les traditionnelles grandes puissances coloniales comme l’Angleterre et la France, se prévalant de l’appui politique et militaire décisif de Washington, se concentrent sur le Moyen-Orient et sur l’Afrique, tandis que les USA déplacent de plus en plus leur dispositif militaire en Asie.  Et nous voici donc de retour en Chine. Après avoir mis fin au siècle des humiliations commencé avec les guerres de l’opium, les dirigeants communistes savent bien qu’il serait fou et criminel de rater une deuxième fois le rendez-vous avec la révolution technologique et militaire : pendant qu’il libère des centaines de millions de Chinois de la misère et de la famine auxquelles le colonialisme les avait condamnés, le puissant développement économique en cours dans le grand pays asiatique est aussi une mesure de défense contre l’agressivité permanente de l’impérialisme. Ceux qui, à « gauche » aussi, se mettent à la remorque de Washington et de Bruxelles dans l’entreprise de diffamation systématique des dirigeants chinois montrent qu’ils n’ont à cœur ni la cause de l’amélioration des conditions de vie des masses populaires ni la cause de la paix et de la démocratie dans les relations internationales.


De las guerras del opio a las guerras del petróleo 
Traducción: Juan Vivanco 
 
«La muerte de Gadafi es un hito histórico», proclaman a coro los dirigentes de la OTAN y de Occidente, sin molestarse siquiera en guardar las distancias con el bárbaro asesinato del líder libio y de las mentiras desvergonzadas que han proferido al respecto los jefes de los «rebeldes». Y sí, efectivamente se trata de un hito. Pero para entender el significado de la guerra contra Libia en el ámbito del colonialismo es preciso partir de lejos...
Cuando en 1840 los navíos de guerra ingleses se asoman ante las costas y las ciudades chinas, los agresores disponen de una potencia de fuego de miles de cañones y pueden sembrar destrucción y muerte a gran escala sin temor a la artillería enemiga, cuyo alcance es mucho más reducido. Es el triunfo de la política de las cañoneras: el gran país asiático y su milenaria civilización se ven obligados a rendirse y comienza lo que la historiografía china denomina acertadamente el «siglo de las humillaciones», que termina en 1949 con la llegada al poder del Partido Comunista y de Mao Zedong.
En nuestros días, la llamada Revolution in Military Affairs (RMA) ha creado en muchos países del Tercer Mundo una situación parecida a la que enfrentó China en su tiempo. Durante la guerra contra la Libia de Gadafi, la OTAN ha podido consumar tranquilamente miles de bombardeos y no sólo no ha sufrido bajas, sino que ni siquiera ha corrido el riesgo de sufrirlas. En este sentido la fuerza militar OTAN, más que a un ejército tradicional, se parece a un pelotón de ejecución; así, la ejecución final de Gadafi, más que un hecho causal o accidental, revela el sentido profundo de la operación en conjunto.
Es algo palpable: la renovada desproporción tecnológica y militar reaviva las ambiciones y las tentaciones colonialistas de un Occidente que, a juzgar por la exaltada autoconciencia y falsa conciencia que sigue ostentando, se niega a saldar cuentas con su historia. Y no se trata sólo de aviones, navíos de guerra y satélites. Aún más clara es la ventaja con que pueden contar Washington y sus aliados en capacidad de bombardeo mediático. También en esto la «intervención humanitaria» contra Libia es un ejemplo de manual: la guerra civil (desencadenada, entre otras cosas, gracias a la labor prolongada de agentes y unidades militares occidentales, y en cuyo transcurso los llamados «rebeldes» podían disponer desde el principio incluso de aviones) se presentó como una matanza perpetrada por el poder contra una población civil indefensa; ¡en cambio, los bombardeos de la OTAN que hasta el final han asolado la Sirte asediada, hambrienta y sin agua ni medicamentos, se presentaron como operaciones humanitarias a favor de la población civil libia!
Hoy en día esta labor de manipulación, además de contar con los medios tradicionales de información y desinformación, se vale de una revolución tecnológica que completa la Revolution in Military Affairs. Como he explicado en intervenciones y artículos anteriores, son autores y órganos de prensa occidentales próximos al Departamento de Estado los que celebran que el arsenal de EE. UU. se haya enriquecido con nuevos y formidables instrumentos de  guerra; son periódicos occidentales y de probada fe occidental los que cuentan, sin ningún sentido crítico, que en el transcurso de las «guerras internet» la manipulación y la mentira, así como la instigación a la violencia de minorías étnicas y religiosas, también mediante manipulación y mentira, están a la orden del día. Es lo que está sucediendo en Siria contra un grupo dirigente más acosado que nunca por haberse resistido a las presiones e intimidaciones occidentales y haberse negado a capitular ante Israel y a traicionar a la resistencia palestina.
Pero volvamos a la primera guerra del opio, que termina en 1842 con el Tratado de Nankín. Es el primero de los «tratados desiguales», es decir, impuestos con las cañoneras. Al año siguiente le llega su turno a Estados Unidos. También envía cañoneras para arrancar el mismo resultado que Gran Bretaña e incluso algo más. El tratado de Wanghia (en las proximidades de Macao) de 1843 sanciona el privilegio de la extraterritorialidad para los ciudadanos estadounidenses residentes en China: aunque cometan delitos comunes, se sustraen a la jurisdicción china. El privilegio de la extraterritorialidad, evidentemente, no es recíproco, no vale para los ciudadanos chinos residentes en Estados Unidos. Una cosa son los pueblos colonizados y otra muy distinta la raza de los señores. En los años y las décadas posteriores, el privilegio de la extraterritorialidad se amplía a los chinos que «disienten» de la religión y la cultura de su país y se convierten al cristianismo (con lo que teóricamente pasan a ser ciudadanos honorarios de la república norteamericana y de Occidente en general).
También en nuestros días el doble rasero de la legalidad y la jurisdicción es un elemento esencial del colonialismo: los «disidentes», es decir, los que se convierten a la religión de los derechos humanos tal como es proclamada de Washington a Bruselas, los Quisling potenciales al servicio de los agresores, son galardonados con el premio Nobel y otros premios parecidos después de que Occidente haya desencadenado una campaña desaforada para sustraer a los premiados a la jurisdicción de su país de residencia, campaña reforzada con embargos y amenazas de embargo y de «intervención humanitaria».
El doble rasero de la legalidad y la jurisdicción alcanza sus cotas más altas con la intervención de la Corte Penal Internacional (CPI). Los ciudadanos estadounidenses y los soldados y mercenarios de barras y estrellas repartidos por todo el mundo quedan y deben quedar fuera de su jurisdicción. Recientemente la prensa internacional ha revelado que Estados Unidos está dispuesto a vetar la admisión de Palestina en la ONU, entre otras cosas, para impedir que Palestina pueda denunciar a Israel ante la CPI: sea como sea, en la práctica cuando no en la teoría, debe quedar claro para todo el mundo que sólo los pueblos colonizados pueden ser procesados y condenados. La secuencia temporal es de por sí elocuente. 1999: a pesar de no haber obtenido autorización de la ONU, la OTAN empieza a bombardear Yugoslavia; poco después, sin pérdida de tiempo, la CPI procede a incriminar, no a los agresores y responsables del quebrantamiento del orden jurídico internacional de facto establecido tras la II guerra mundial, sino a Milósevich. 2011: violentando el mandato de la ONU, lejos de preocuparse por la suerte de los civiles, la OTAN recurre a todos los medios para imponer el cambio de régimen y hacerse con el control de Libia. Siguiendo una pauta ya ensayada, la CPI procede a incriminar a Gadafi. La llamada Corte Penal Internacional es una suerte de apéndice judicial del pelotón de ejecución de la OTAN; se podría incluso decir que los magistrados de La Haya son como curas que, sin perder el tiempo consolando a la víctima, se esmeran directamente en legitimar y consagrar al verdugo.
Una última observación. Con la guerra contra Libia, en el ámbito del imperialismo se ha perfilado una nueva división del trabajo. Las grandes potencias coloniales tradicionales, como Inglaterra y Francia, valiéndose del decisivo respaldo político y militar de Washington, se centran en Oriente Próximo y África, mientras Estados Unidos desplaza cada vez más su dispositivo militar a Asia. Y así volvemos a China. Después de haber dejado atrás el siglo de humillaciones que empezó con las guerras del opio, los dirigentes comunistas saben que sería insensato y criminal faltar por segunda vez a la cita con la revolución tecnológica y militar: mientras libera a cientos de millones de chinos de la miseria y el hambre a los que les había condenado el colonialismo, el poderoso desarrollo económico del gran país asiático es también una medida de defensa contra la permanente agresividad del imperialismo. Quienes, incluso en la «izquierda», se ponen a remolque de Washington y Bruselas en la tarea de difamación sistemática de los dirigentes chinos, demuestran que no les preocupan ni la mejora de las condiciones de vida de las masas populares ni la causa de la paz y la democracia en las relaciones internacionales.




Das guerras do ópio às guerras do petróleo 
Traduzione portoghese di  João Carlos Graça

“A morte de Khadafi é uma viragem histórica”, proclamam em coro os dirigentes da NATO e do Ocidente, não se preocupando sequer em guardar distâncias relativamente ao bárbaro assassinato do dirigente líbio e às mentiras despudoradas a esse respeito proferidas pelos dirigentes dos “rebeldes”. E todavia, efectivamente trata-se duma viragem. Mas para compreender o significado de que a guerra contra a Líbia se reveste no âmbito da história do colonialismo, é conveniente partir de mais longe…
  Quando em 1840 os navios de guerra ingleses se mostram em frente das costas e das cidades da China, os agressores dispõem da potência de fogo de milhares de canhões e podem semear a destruição em larga escala sem recearem ser atingidos pela artilharia inimiga, cujo alcance é muito mais reduzido. É o triunfo da política da canhoneira: o grande país asiático e a sua milenária civilização são constrangidos a capitular; tem início aquilo que a historiografia chinesa define justamente como século das humilhações, o qual termina em 1949, com a chegada ao poder do Partido comunista e de Mao Zedong.
Nos nossos dias, a chamada “Revolution in Military Affairs” (RMA) criou para numerosos países do Terceiro Mundo uma situação similar àquela no seu tempo defrontada pela China. No decurso da guerra contra a Líbia de Khadafi, a NATO pôde tranquilamente efectuar milhares e milhares de bombardeamentos e não apenas não sofreu qualquer perda, como na verdade nem sequer arriscou sofrê-la. Neste sentido, mais do que a um exército tradicional, a NATO assemelha-se a um pelotão de execução; de modo que a execução final de Khadafi, mais do que ser um caso ou um incidente de percurso, revela o sentido profundo da operação no seu todo.
É um dado de facto: a renovada desproporção tecnológica e militar relança as ambições e as tentações colonialistas dum Ocidente que, como demonstra a exaltada auto-consciência e falsa consciência continuamente ostentada, recusa ajustar realmente as contas com a sua história. E não se trata só de força aérea, navios de guerra e satélites. Mais clara ainda é a vantagem com que Washington e os seus aliados podem contar no que respeita à capacidade de bombardeamento multi-mediático. Também quanto a isto, a “intervenção humanitária” contra a Líbia é um exemplo de manual: a guerra civil (desencadeada entre outras coisas graças à obra prolongada de agentes e de unidades militares, e no decurso da qual os chamados “rebeldes” podiam inclusivamente dispor desde o início de aviões) foi apresentada como um massacre perpetrado pelo poder sobre uma população civil indefesa; pelo contrário, os bombardeamentos com que na fase final a NATO se encarniçou contra uma Sirte assediada e privada de água, comida e medicamentos transmutaram-se em operações humanitárias a favor da população civil líbia!
Esta obra de manipulação pode agora contar, para além dos tradicionais meios de informação e desinformação, com uma revolução tecnológica que completa a RMA. Com expliquei em intervenções e artigos precedentes, são autores e órgãos próximos do Departamento de Estado a celebrar o facto de que o arsenal norte-americano se enriqueceu agora com novos e formidáveis instrumentos de guerra; são jornais ocidentais e de provada fé ocidental a referir, sem qualquer distanciamento crítico, que no decurso das “guerras da Internet” estão na ordem do dia a manipulação e a mentira, bem como o instigar de minorias étnicas e religiosas igualmente através da manipulação e da mentira. É o que já está a acontecer na Síria, contra um grupo dirigente agora mais do que nunca na mira, em virtude do facto de ter resistido às pressões e intimidações ocidentais, tendo-se recusado a capitular face a Israel e a trair a resistência palestiniana.
Mas voltemos à primeira guerra do ópio, que se conclui em 1842 com o tratado de Nanquim. É o primeiro dos “tratados desiguais”, isto é, impostos pela canhoneira. No ano seguinte é a vez dos EUA. Enviam também eles a canhoneira com o fim de arrancar o mesmo resultado conseguido pela Grã-Bretanha, ou algo mais. O tratado de Wanghia (nos arredores de Macau) de 1843 institui para os cidadãos norte-americanos residentes na China o privilégio da extra-territorialidade: mesmo se culpados de delitos de direito comum, aqueles são ainda assim subtraídos à legislação chinesa. Obviamente, o privilégio da extra-territorialidade não é recíproco, não vale para os cidadãos chineses residentes nos EUA: os povos coloniais são uma coisa; uma outra, bem diversa, é a raça de senhores. Nos anos e décadas subsequentes, entretanto, o privilégio da extra-territorialidade é estendido também aos chineses “dissidentes” da religião e da cultura do seu país, os que se convertem ao cristianismo (e nesse sentido se tornam idealmente cidadãos honorários da república norte-americana ou do Ocidente em geral).
O padrão duplo da legalidade e da jurisdição é um elemento essencial do colonialismo também nos nossos dias: os “dissidentes”, ou na verdade os que se convertem à religião dos direitos humanos tal como proclamada por Washington e por Bruxelas, os potenciais Quisling ao serviço dos agressores, são galardoados com o prémio Nobel e outros análogos: depois do que o Ocidente desencadeia uma furiosa campanha para subtrair os premiados à jurisdição do seu país de residência, campanha tornada ainda mais persuasiva através dos embargos e das ameaças de embargo e de “intervenção humanitária”. 
O padrão duplo da legalidade e da jurisdição torna-se particularmente clamoroso com a intervenção do Tribunal Penal Internacional (TPI). A esse são e devem ser subtraídos os cidadãos norte-americanos, bem como os soldados e mercenários “stars and stripes” estacionados pelo mundo fora. Recentemente, a imprensa internacional referiu que os EUA se preparam para bloquear com o veto a admissão da Palestina na ONU, também com o fito de impedir que a Palestina possa apresentar recurso contra Israel junto do TPI: como quer que seja, na prática se não já mesmo na teoria, deve ficar claro para toda a gente que só os povos coloniais podem ser processados e condenados. O timing é só por si eloquente. 1999: apesar de não ter obtido a autorização da ONU, a NATO inicia os seus bombardeamentos contra a Jugoslávia; quase de seguida, pressuroso, o TPI procede à incriminação não dos agressores e dos responsáveis pela violação do ordenamento jurídico internacional que tinha emergido na sequência da II Guerra Mundial, mas de Milosevic. 2011: virando às avessas o mandato da ONU, bem longe de preocupar-se com a protecção dos civis, a NATO recorre a todos os meios para extrair daquele a mudança do regime e o controlo da Líbia. Seguindo uma pauta já ensaiada, o TPI procede à incriminação de Khadafi. O dito TPI é uma espécie de apêndice judiciário do pelotão de execução da NATO, aliás dir-se-ia que os magistrados da Haia se assemelham a padres que, sem sequer perderem tempo a consolar a vítima, se empenham directamente na legitimação e na consagração do carrasco.
Um último ponto. Com a guerra contra a Líbia, no âmbito do imperialismo delineou-se uma nova divisão do trabalho. As grandes potências coloniais tradicionais, tais como a Inglaterra e a França, valendo-se do decisivo apoio político e militar de Washington, concentram-se no Médio Oriente e na África, enquanto os EUA deslocam cada vez mais o seu dispositivo militar para a Ásia. E retornamos assim à China. Depois de terem posto fim ao século das humilhações iniciado com as guerras do ópio, os dirigentes comunistas sabem bem que seria uma loucura criminosa perder uma segunda vez o encontro com a revolução tecnológica e militar: ao mesmo tempo que liberta centenas de milhões de chineses da miséria e da fome às quais tinham sido condenados pelo colonialismo, o poderoso desenvolvimento em marcha no grande país asiático é também uma medida de defesa contra a permanente agressividade do imperialismo. Aqueles que, também à “esquerda”, se colocam a reboque de Washington e de Bruxelas na obra de difamação sistemática dos dirigentes chineses demonstram não levar realmente a sério nem a causa do melhoramento das condições de vida das massas populares nem a causa da paz e da democracia nas relações internacionais. 

Una segnalazione

Caro professore,
scrivo per assicurarmi che non si perda questa "perla" di sconcertante spudoratezza ( http://www.guardian.co.uk/world/2011/oct/21/british-firms-libya-business): come ricorda spesso, e come si legge anche in Giacché "La fabbrica del falso", la cappa ideologica a volte si squarcia e nudi appaiono gli interessi e i veri moventi dell'azione politica e militare degli Stati occidentali. Per fortuna, perché sono occasioni illuminanti e a volte fecondi spunti di riflessione anche per chi è abituato ad accettare acriticamente, supinamente il flusso ideologico mainstream di informazioni e di lettura della realtà. Purtroppo, perché disarmante è constatare come spesso non sia nemmeno necessario mascherare la realtà (o almeno avere il pudore, in questo caso, di aspettare qualche settimana in più), tanto sicuro è il dominio e la
presa sulla "opinione pubblica".
Grazie per quello che fa e che scrive, e per la sua contagiosa passione.
Andrea Califano

P.S. Se riuscissi a trovarla, le manderei anche un'intervista di 30 minuti di un giornalista americano ad Ahmadinejad per Al Jazeera, che ho avuto il piacere di vedere in diretta sul canale inglese dell'emittente. Davvero "illuminante": sono due giorni che non riesco a non pensare a quanto sia povera, misera, parziale, offensiva la percezione che generalmente abbiamo in Italia, e nei paesi occidentali, di ciò che realmente succede nel mondo.
 

British firms urged to 'pack suitcases' in rush for Libya business

New defence secretary says companies should be ready to cash in on reconstruction contracts in newly liberated Libya
 

giovedì 20 ottobre 2011

La barbara conclusione di una barbara guerra colonialista. Gheddafi assassinato


di Domenico Losurdo
 

Nei giorni scorsi Gianfranco Fini ha espresso rammarico per le iniziali titubanze mostrate dall’Italia in occasione dello scatenamento della guerra Nato contro la Libia. Chiaramente il Presidente della Camera non riesce a rompere col suo passato di campione del fascismo e del colonialismo. Ecco quello scrivo nel mio libro «Il linguaggio dell’Impero



Chi assume posizione netta contro la politica di Israele è facilmente sospettato di antisemitismo; ma perché far valere a senso unico questa ermeneutica del sospetto?Si prenda, per quanto riguarda l’Italia, un politico di primo piano quale Gianfranco Fini. La sua marcia di avvicinamento allo «Stato ebraico» è iniziata diversi anni fa allorché di Mussolini ha ritenuto opportuno criticare soltanto la legislazione antisemita: «Fino al 1938, cioè fino a un minuto prima della firma delle leggi razziali [antisemite], io credo che sia molto difficile giudicare il fascismo in modo complessivamente negativo». E le leggi razziali a danno degli «indigeni» (arabi e neri) nell’impero coloniale fascista? E i massacri in Etiopia? E l’impiego massiccio di iprite e gas asfissianti, i campi di concentramento? Come si vede, del fascismo è criticato solo l’antisemitismo, mentre non c’è alcuna presa di distanza dall’espansionismo e dal razzismo coloniale. Si potrebbe pensare che dichiarazioni sopra riportate rinviino ad una fase intermedia dell’evoluzione di Fini. Non è così. Eccolo nel 2004, già vice premier, lanciarsi in una celebrazione acritica della conquista e dell’occupazione della Libia, dove «gli italiani hanno portato, insieme alle strade e al lavoro, anche quei valori, quella civiltà, quel diritto che rappresenta un faro per l’intera cultura, non soltanto per la cultura occidentale».

[…]

A questo punto conviene vedere in che modo un leader arabo (Gheddafi) ha risposto a Fini: «Ora è diventato antifascista, e questa è una cosa giusta. So che ha anche chiesto scusa agli ebrei, per quello che è stato fatto dai fascisti italiani agli ebrei. Se facesse la stessa cosa anche verso i libici, chiedendo scusa ai libici, in questo caso potrebbe essere elogiato».




Ben si comprende che un nostalgico del colonialismo quale Gianfranco Fini sia stato sin dall’inizio tra i più accesi sostenitori della guerra della Nato. E chiara è la superiorità morale di Gheddafi rispetto non solo a Fini ma anche ai carnefici di Washington e di Bruxelles.

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La conclusion barbare d’une guerre colonialiste barbare. Kadhafi assassiné

Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio
Il y a quelques jours Gianfranco Fini a exprimé ses regrets pour les hésitations initiales montrées en Italie à l’occasion du déchaînement de la guerre OTAN contre la Libye. Il est clair que le Président de la Chambre (des députés, NdT) n’arrive pas à rompre avec son passé de champion du fascisme et du colonialisme. Voici ce que j’ai écrit dans mon livre « Il linguaggio dell’Impero »[i]:


   « Celui qui prend une position nette contre la politique d’Israël est facilement suspecté d’antisémitisme ; mais pourquoi faire valoir à sens unique cette herméneutique du soupçon ?  Prenons, pour ce qui concerne l’Italie, un homme politique de premier plan comme Gianfranco Fini. Sa manoeuvre de rapprochement de l’ « Etat juif » a commencé il y a pas mal d’années, tandis que il n’a jugé opportun de critiquer, chez Mussolini, que les lois antisémites : « Jusqu’en 1938, c’est-à-dire une minute avant la signature des lois raciales [antisémites], je crois qu’il est très difficile de juger le fascisme de façon entièrement négative ». Et les lois raciales contre les « indigènes » (arabes et noirs) dans l’empire colonial fasciste ? Et les massacres en Ethiopie ? Et l’utilisation massive d’ypérite et de gaz asphyxiants, les camps de concentration ? Comme on peut voir, on ne critique du fascisme que l’antisémitisme, sans aucune prise de distance avec l’expansionnisme et le racisme colonial. On pourrait penser que les déclarations rapportées ci-dessus renvoient à une phase intermédiaire de l’évolution de Fini. Il n’en est rien. Le voici en 2004, déjà vice-premier ministre, se lancer dans une célébration acritique de la conquête et de l’occupation de la Libye, où « les Italiens ont aussi apporté, avec les routes et le travail, ces valeurs, cette civilisation, ce droit qui représente un phare pour toute la culture, pas seulement la culture occidentale ».

[…]

  En ce point il convient d’examiner comment un leader arabe (Kadhafi) a répondu à Fini : « Vous êtes maintenant devenu antifasciste, et voilà une chose juste. Je sais que vous avez aussi présenté vos excuses aux Juifs, pour ce que les fascistes italiens ont fait aux Juifs. Si vous faisiez aussi la même chose envers les Libyens, en présentant vos excuses aux Libyens, dans ce cas vous pourriez recevoir des éloges ».


On comprend bien qu’un nostalgique du colonialisme comme Gianfranco Fini ait été depuis le début parmi les plus ardents défenseurs de la guerre de l’OTAN. La supériorité morale de Kadhafi par rapport non seulement à Fini mais aussi aux bouchers de Washington et de Bruxelles est claire.



[i] « Le langage de l’Empire. Lexique de l’idéologie étasunienne », Ed. Laterza, Bari, 2007. 


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La bárbara conclusión de una bárbara guerra colonialista. Gadafi asesinado 
Traducción: Juan Vivanco [ringrazio sentitamente il traduttore; DL]
pubblicato su tortillasconsal.com e kaosenlared.net


En días pasados Gianfranco Fini se lamentó de los titubeos iniciales mostrados por Italia al desencadenarse la guerra de la OTAN contra Libia. Es evidente que el presidente de la Cámara no consigue romper con su pasado de adalid del fascismo y el colonialismo. En mi libro «El lenguaje del Imperio» escribo:

Sobre quienes se pronuncian claramente contra la política de Israel recae con facilidad la sospecha de antisemitismo; pero ¿por qué habíamos de usar en sentido único esta hermenéutica de la sospecha? Veamos, en el caso de Italia, la posición de un político de primera fila, como Gianfranco Fini. Su marcha de acercamiento al “Estado judío” empezó hace unos años, cuando de Mussolini sólo consideró pertinente criticar su legislación antisemita: “Hasta 1938, es decir, hasta un minuto antes de la firma de las leyes raciales [antisemitas], yo creo que es muy difícil juzgar el fascismo de un modo globalmente negativo”. ¿Y qué hay de las leyes raciales contra los “indígenas” (árabes y negros) en el imperio colonial fascista? ¿De las matanzas en Etiopía? ¿Del uso masivo de iperita y gases asfixiantes, de los campos de concentración? Como vemos, del fascismo sólo se critica el antisemitismo, mientras que no hay ningún distanciamiento del expansionismo y el racismo colonial. Se podría pensar que las declaraciones citadas remiten a una fase intermedia de la evolución de Fini. No es así. Ahí lo tenemos en 2004, ya vicepresidente del gobierno, haciendo un elogio acrítico de la conquista y la ocupación de Libia, donde “los italianos han llevado, junto con las carreteras y el trabajo, también esos valores, esa civilización, ese derecho que representa un faro para toda la cultura, no sólo para la cultura occidental”.
[…]
Veamos ahora lo que un dirigente árabe (Gadafi) le contestó a Fini: “Ahora se ha vuelto antifascista, eso está muy bien. También sé que ha pedido perdón a los judíos por lo que les hicieron los fascistas italianos a los judíos. Si hiciese lo mismo con los libios, pidiendo perdón a los libios, en tal caso sería digno de elogio”.»

Se comprende que un nostálgico del colonialismo como Gianfranco Fini haya sido, desde el principio, uno de los más exaltados partidarios de la guerra de la OTAN. Y queda en evidencia la superioridad moral de Gadafi no sólo respecto a Fini, sino también a los carniceros de Washington y Bruselas.

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Traduzione portoghese di  João Carlos Graça


Há poucos dias Gianfranco Fini lamentou em público a atitude inicialmente titubeante da Itália aquando do desencadear da guerra da NATO contra a Líbia. Claramente, o presidente da Câmara dos Deputados não consegue romper de forma cabal com o seu passado de defensor do fascismo e do colonialismo. Eis o que escrevi no meu livro A Linguagem do Império [Il linguaggio dell’Impero, por enquanto sem tradução entre nós, NdT]:

“Sobre quem assume uma posição clara contra a política de Israel recaem facilmente suspeitas de anti-semitismo; mas porquê fazer valer em sentido único esta hermenêutica da suspeita? Consideremos, no que respeita à Itália, um homem político de primeiro plano, como Fini. A sua marcha de aproximação ao “Estado judeu” começou há alguns anos, enquanto de Mussolini considerou oportuno criticar apenas a legislação anti-semita: «Até 1938, ou seja, até imediatamente antes da assinatura das leis raciais [anti-semitas], creio que é muito difícil julgar o fascismo de modo globalmente negativo». E as leis raciais contra os «indígenas» (árabes e negros) no Império colonial fascista? E os massacres na Etiópia? E o emprego maciço de gás mostarda e de gás asfixiante, os campos de concentração? Como se vê, do fascismo é criticado apenas o anti-semitismo, ao passo que não há nenhuma tomada de distância relativamente ao expansionismo e ao colonialismo racial. Poder-se-ia pensar que a declaração acima referida reenviasse a uma fase intermédia da evolução de Fini. Não é assim. Ei-lo em 2004, já vice-primeiro-ministro, lançado numa celebração acrítica da conquista e da ocupação da Líbia, à qual «os italianos levaram, juntamente com as estradas e o trabalho, aquela civilização, aquele direito que representa um farol para toda a cultura, não somente para a cultura ocidental».

(…) A este respeito, convém considerar o modo como um dirigente árabe (Khadafi) respondeu a Fini: «Agora tornou-se antifascista, e isso é decerto justo. Sei que também pediu desculpa aos judeus pelo que lhes tinha sido feito pelos fascistas italianos. Se fizesse a mesma coisa também com os líbios, pedindo-lhes perdão, nesse caso poderia ser elogiado»”.

Compreende-se bem que um nostálgico do fascismo como Gianfranco Fini tenha sido desde o primeiro momento um dos mais ardentes defensores da guerra da NATO. É clara a superioridade moral de Khadaffi relativamente não apenas a Fini, mas também aos carniceiros de Washington e de Bruxelas.




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Assassinat de Kadhafi
Ambassadeur Christian Graeff : « Quand l’OTAN a-t-elle déjà tué un chef d’État ? »

venerdì 14 ottobre 2011

Su Materialismo Storico le prime lezioni di Storia della filosofia. Domenico Losurdo: liberalismo e schiavitù razziale

Su Materialismo Storico il programma, le informazioni sul corso e la piattaforma per vedere le lezioni on line


Martedì 11 ottobre

Parte 1




Parte 2



Mercoledì 12 ottobre

Parte 1




Parte 2

lunedì 10 ottobre 2011

Celebriamo il centenario della rivoluzione cinese del 1911

di Domenico Losurdo

In Cina, nel 1911, si verifica una rivoluzione, che ha visto il rovesciamento della dinastia manciù e la proclamazione della repubblica. A ricoprire per primo la carica di presidente è Sun Yat-Sen. Questi, pur lontano dal marxismo, saluta con favore l’ascesa dei bolscevichi al potere. La spiegazione che egli qualche anno dopo fornisce del suo atteggiamento è un terribile atto d’accusa contro il colonialismo e l’imperialismo: «I Pellirosse d’America sono stati già sterminati» e lo «sterminio» incombe anche sugli altri popoli coloniali. Tragica è la loro situazione; sennonché, «improvvisamente centocinquanta milioni di uomini di razza slava sono insorti per opporsi all’imperialismo, al capitalismo, alle ingiustizie nell’interesse del genere umano». E così, «nacque, senza che nessuno se lo aspettasse, una grande speranza per l’umanità: la Rivoluzione russa»; sì «grazie alla Rivoluzione russa, tutta l’umanità era ormai animata da una grande speranza». Naturalmente, la risposta della reazione non si fa attendere: «Le potenze hanno attaccato Lenin perché vogliono distruggere un profeta dell’umanità».
Sì, Sun Yat-Sen non è un marxista e non è un comunista; ma è a partire dalla «grande speranza», da lui descritta con linguaggio talvolta ingenuo ma tanto più efficace, che si può comprendere la fondazione del Partito comunista cinese il 1 luglio 1921. Più tardi, mentre è impegnato nella guerra di resistenza nazionale contro l’imperialismo giapponese, che pretende «di soggiogare l’intera Cina e di fare dei cinesi i lo schiavi coloniali», ccosì Mao ricorda il suo primo avvicinarsi (negli ultimi anni della dinastia Manciù) alla causa della rivoluzione:
«In quel periodo cominciai ad avere qualche barlume di coscienza politica, specialmente dopo aver letto un opuscolo sullo smembramento della Cina […] Questa lettura destò in me grandi preoccupazioni per il futuro del mio paese e cominciai a comprendere che noi tutti avevamo il dovere di salvarlo».
Oltre 10 anni dopo, Intervenendo all’immediata vigilia della proclamazione della Repubblica Popolare, Mao rifà la storia del suo paese. Rievoca in particolare la resistenza contro le potenze protagoniste delle guerre dell’oppio, la rivolta dei Taiping «contro i Ching servi dell’imperialismo», la guerra contro il Giappone del 1894-5, «la guerra contro l’aggressione delle forze coalizzate delle otto potenze» (in seguito alla rivolta dei Boxers), e, infine, «la Rivoluzione del 1911 contro i Ching, lacché dell’imperialismo». Tante lotte, altrettante sconfitte. Come spiegare il rovesciamento che, a un certo punto, si verifica?
«Per molto tempo, durante questo movimento di resistenza, ossia per oltre settant’anni, dalla Guerra dell’oppio nel 1840 fino alla vigilia del Movimento del 4 maggio nel 1919, i cinesi non ebbero armi ideologiche per difendersi contro l’imperialismo. Le vecchie e immutabili armi ideologiche del feudalesimo furono sconfitte, dovettero cedere e vennero dichiarate fuori uso. In mancanza di meglio, i cinesi furono costretti ad armarsi con armi ideologiche e formule politiche quali la teoria dell’evoluzione, la teoria del diritto naturale e della repubblica borghese, tutte prese in prestito dall’arsenale del periodo rivoluzionario della borghesia in Occidente, patria dell’imperialismo […] ma tutte queste armi ideologiche, come quelle del feudalesimo, si dimostrarono molto deboli, e a loro volta dovettero cedere, furono ritirate e dichiarate fuori uso.
La rivoluzione russa del 1917 segna il risveglio dei cinesi, che apprendono qualcosa di nuovo: il marxismo-leninismo. In Cina nasce il Partito comunista, ed è un avvenimento che fa epoca […]
 Da quando hanno appreso il marxismo-leninismo, i cinesi hanno cessato di essere passivi intellettualmente e hanno preso l'iniziativa. Da quel momento doveva concludersi il periodo della storia mondiale moderna in cui i cinesi e la cultura cinese erano guardati con disprezzo».
Siamo in presenza di un testo straordinario. Il marxismo-leninismo è la verità finalmente trovata, dopo lunga ricerca, l’arma ideologica capace di porre fine alla situazione di oppressione e di «disprezzo» imposta dal colonialismo e dall’imperialismo e di assicurare la vittoria della rivoluzione nazionale in Cina. Ed è una ricerca iniziata già con le guerre dell’oppio, prima ancora della formazione, nonché del marxismo-leninismo, già del marxismo in quanto tale: nel 1840 Marx era solo un giovane studente universitario. Non è il marxismo a provocare la rivoluzione in Cina, ma è la resistenza secolare del popolo cinese che, dopo lunga e faticosa ricerca, riesce a prendere piena coscienza di sé nell’ideologia che porta la rivoluzione alla vittoria. E’ il 16 settembre 1949. Cinque giorni dopo Mao dichiara: «La nostra non sarà più una nazione soggetta all’insulto e all’umiliazione. Ci siamo alzati in piedi […] L’era nella quale il popolo cinese era considerato incivile è ora terminata». Nel celebrare il riscatto di una nazione a lungo sottoposta al «disprezzo», «all’insulto e all’umiliazione», Mao ha probabilmente in mente il cartello a fine Ottocento esibito dalla concessione francese a Shanghai: «Vietato l'ingresso ai cani e ai cinesi». Un ciclo storico si era chiuso.


En célébration du centenaire de la révolution chinoise de 1911
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio
 
En Chine, a lieu en 1911 une révolution qui voit le renversement de la dynastie mandchou et la proclamation de la république. C’est Sun Yat-Sen qui, le premier, assure la charge de président. Celui-ci, bien que loin du marxisme, salue favorablement l’ascension des bolcheviques au pouvoir. L’explication qu’il fournit quelques années plus tard de son attitude est un terrible acte d’accusation contre le colonialisme et l’impérialisme : « Les Peaux-rouges d’Amérique ont déjà été exterminés » et l’ « extermination » menace aussi les autres peuples coloniaux. Leur situation est tragique ; si ce n’est que, « à l’improviste cent cinquante millions d’hommes de race slave se sont insurgés pour s’opposer à l’impérialisme, au capitalisme, aux injustices dans l’intérêt du genre humain ». Et ainsi, « naquit, sans que personne s’y attendit, un grand espoir pour l’humanité : la Révolution russe » ; oui « grâce à la Révolution russe, toute l’humanité était désormais animée par un grand espoir ». Bien sûr, la réponse de la réaction ne se fait pas attendre : « Les puissances ont attaqué Lénine parce qu’ils veulent détruire un prophète de l’humanité ».
  Certes, Sun Yat-Sen n’est pas un marxiste et n’est pas un communiste ; mais c’est à partir du « grand espoir », qu’il décrit dans un langage parfois ingénu mais d’autant plus efficace, que l’on peut comprendre la fondation du Parti communiste chinois le 1er juillet 1921. Plus tard, Mao, alors qu’il est engagé dans la guerre de résistance nationale contre l’impérialisme japonais, qui prétend « assujettir toute la Chine et faire des Chinois des esclaves coloniaux », rappelle sa première approche (dans les dernières années de la dynastie mandchou) de la cause de la révolution : « Dans cette période je commençai à avoir quelques lueurs de conscience politique,  spécialement après avoir lu un opuscule sur le démembrement de la Chine […]. Cette lecture fit lever en moi de grandes préoccupations au sujet de l’avenir de mon pays et je commençai à comprendre que nous tous avions le devoir de le sauver ».
  Plus de dix ans après, intervenant à la veille immédiate de la proclamation de la République Populaire, Mao rappelle l’histoire de son pays. Il évoque en particulier la résistance contre les puissances protagonistes des guerres de l'opium, la révolte des Taiping « contre les Ching serviteurs de l’impérialisme », la guerre contre le Japon de 1894-5, « la guerre contre l’agression des forces coalisées des huit puissances » (à la suite de la révolte des Boxers) et, enfin, « la Révolution de 1911 contre les Ching laquais de l’impérialisme ». Nombreuses luttes, autant de défaites.
Comment expliquer le renversement qui s’opère à un moment donné ?
  « Pendant longtemps, au cours de ce mouvement de résistance, à savoir pendant plus de soixante-dix ans, de la Guerre de l’opium en 1840 jusqu’à la veille du Mouvement du 4 mai 1919, les Chinois n’eurent pas d’armes idéologiques pour se défendre contre l’impérialisme. Les vieilles et immuables armes idéologiques du féodalisme furent défaites, elles durent céder et furent déclarées hors d’usage. Faute de mieux, les Chinois furent obligés de s’armer d’outils idéologiques et de formules politiques comme la théorie de l’évolution, la théorie du droit naturel et de la république bourgeoise, toutes prises à l’arsenal de la période révolutionnaire de la bourgeoisie en Occident, patrie de l’impérialisme […] mais toutes ces armes idéologiques, comme celles du féodalisme se révélèrent très faibles ; elles furent retirées et déclarées hors d’usage.
  La révolution russe de 1917 signe le réveil des Chinois, qui apprennent quelque chose de nouveau : le marxisme-léninisme. En Chine naît le Parti communiste, et c’est un événement qui fait date […]
 Depuis qu’ils ont appris le marxisme-léninisme, les Chinois ont cessé d’être passifs intellectuellement et ils ont pris l’initiative. C’est à ce moment que devait se terminer la période de l’histoire mondiale moderne où les Chinois et la culture chinoise étaient regardés avec mépris ».
  Nous sommes en présence d’un texte extraordinaire. Le marxisme-léninisme est la vérité enfin trouvée, après une longue recherche, l’arme idéologique capable de mettre fin à la situation d’oppression et d’assurer la victoire de la révolution nationale en Chine. Et c’est une recherche qui a commencé dès les guerres de l’opium, avant encore la formation non seulement du marxisme-léninisme, mais même du marxisme en tant que tel : en 1840 Marx n’était qu’un jeune étudiant universitaire. Ce n’est pas le marxisme qui provoque la révolution en Chine, mais c’est la résistance séculaire du peuple chinois qui, après une longue et pénible recherche, arrive à prendre pleine conscience d’elle dans l’idéologie qui porte la révolution à la victoire. Nous sommes le 16 septembre 1949. Cinq jours plus tard Mao déclare : « Notre nation ne sera plus soumise à l’insulte et à l’humiliation. Nous nous sommes dressés |…] L’ère dans laquelle le peuple chinois était considéré comme non civilisé est à présent terminée ». En célébrant le réveil d’une nation longtemps soumise au « mépris », « à l’insulte et à l’humiliation », Mao a probablement à l’esprit cette pancarte exhibée à la fin du 19ème siècle dans la concession française de Shanghai : « Interdit aux chiens et aux Chinois ».
Un cycle historique s’était refermé.

venerdì 7 ottobre 2011

Il Partito Comunista Siriano (unificato) sugli avvenimenti in corso nel suo paese

su http://www.solidnet.org | Traduzione a cura di http://www.marx21.it

Husein Nemer, primo segretario del Partito Comunista Siriano (unificato), uno dei due partiti comunisti (l'altro è il Partito Comunista Siriano) che fa parte del Fronte Nazionale Progressista in Siria (insieme, tra gli altri, al Partito Baath) analizza l'attuale momento della vita politica nel suo paese, pronunciandosi per radicali riforme democratiche, ma allo stesso tempo, nella rete Solidnet, rivolge un appello ai partiti comunisti e operai di tutto il mondo perché si oppongano all'aggressione imperialista in atto contro la Siria...
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giovedì 6 ottobre 2011

Una polemica su Stalin

Egregio prof Losurdo le avevo scritto qualche giorno fa: "Anonimo ha detto... Mi piacerebbe parlare delle fosse comuni di Butyrka e Kommunarka dove venivano seppellite le vittime dello stalinismo (l'associazione Memorial se ne è occupata). Professor Losurdo aspetterei una risposta su ciò. Davide" Vedo però che elude il mio messaggio. Mi piacerebbe una risposta da lei. DAVIDE
Non intendo «eludere» ma non posso ripetere all'infinito quello che ho già scritto in più occasioni. Nel mio libro su «Stalin- Storia e critica di una leggenda nera» (Carocci) c'è un paragrafo di cui qui sotto riproduco l'inizio [DL]:

La Katyn sovietica e la «Katyn» statunitense e sudcoreana

Al contrario della collettivizzazione dell’agricoltura e dell’industrializzazione a tappe forzate, il massacro degli ufficiali polacchi, deciso dal gruppo dirigente sovietico e consumato a Katyn nel marzo-aprile 1940, è un crimine in sé. Si faceva ancora sentire il peso della prova di forza con la Finlandia: dopo un vano tentativo di procedere ad uno scambio consensuale di territori, intrapresa da Stalin allo scopo di conferire un minimo di profondità territoriale alla difesa di Leningrado (la città protagonista poi di un’epica resistenza all’aggressione nazista), ora la guerra rischiava di allargarsi e generalizzarsi. Come avrebbero reagito in tale evenienza gli ufficiali polacchi catturati dall’Urss dopo lo smembramento della Polonia? Da parte di Mosca si era tentato invano di farli recedere dalle fiere posizioni antisovietiche, retaggio del conflitto che era iniziato col crollo dell’impero zarista e che tendeva quindi ad assumere le caratteristiche brutali di una guerra civile. La situazione era diventata assai difficile: incombeva il pericolo che l’Urss in quanto tale fosse inghiottita dalla guerra e non mancavano circoli occidentali che pensavano ad un rovesciamento del regime staliniano (supra, cap. II, § 9). E’ questo «grave problema di sicurezza» a far precipitare l’«orrenda decisione», che Stalin deve più tardi aver «amaramente rimpianto a causa dei conseguenti imbarazzi e complicazioni». E cioè anche nel caso delle esecuzioni di Katyn non sono assenti i dilemmi morali su cui Walzer richiama l’attenzione. E, tuttavia, sarebbe errato invocare anche in questo caso l’«emergenza suprema», dilatando ulteriormente un criterio che già di per sé rischia di essere a maglie troppo larghe».
[1][1] Roberts 2006, pp. 47 e 170-71.

 Ma ne mio libro su Stalin come in altre occasioni faccio valere due regole: 1) Occorre procedere alla comparatistica. C' anche " la «Katyn» statunitense e sudcoreana". L'Occidente capitalista e imperialista non può ergersi a giudice. 2) per quanto riguarda il grande Terrore, occorre tener presente la guerra civile che si sviluppa all'interno dei bolscevichi (spietata da una parte e dall'altra, come è avvenuta anche in occasione di altre rivoluzioni). Parlare del trentennio che va dal 1924 al 1953 come una semplice espressione di follia (e di follia sanguinaria) significa non solo capitolare ai luoghi comuni dell'anticomunismo, ma anche essere prigionieri di una cultura oscurantista che rinvia in ultima analisi alla Restaurazione.

Italia-Cuba sui cinque cubani detenuti ingiustamente negli Stati Uniti





Iscritta al Registro Nazionale delle Associazioni di Promozione Sociale al n° 82
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                                   COMUNICATO STAMPA


Trentacinque anni fa, il 6 ottobre 1976, un aereo della Cubana de Aviación venne fatto esplodere in volo mediante una bomba, causando la morte di 73 persone, tra queste l'intera squadra giovanile cubana di scherma.

L'organizzazione dell'attentato è stata opera di Luis Posada Carriles e di Orlando Bosch, due noti terroristi internazionali che per questo e per altri crimini legati al terrorismo (tra cui la morte del nostro connazionale Fabio Di Celmo) non sono mai stati perseguiti dalla giustizia degli Stati Uniti dal cui territorio organizzavano le loro azioni protette da quel governo. Bosch - stretto amico di Bush padre - è morto pochi mesi fa, mentre Posada Carriles continua a circolare impunito e libero per le strade di Miami.

Il 7 ottobre 2011, dopo oltre 13 anni di ingiusta carcerazione, uscirà dalle prigioni statunitensi René Gonzalez Sehwerert, uno dei Cinque cubani che in Florida monitoravano, a difesa del proprio popolo, l'attività dei gruppi di terrorismo che dal territorio statunitense preparavano attentati contro Cuba. René dovrà scontare nella stessa Miami, covo di tutte le organizzazioni terroriste anticubane,  ancora tre anni di libertà vigilata, con il rischio di essere oggetto di un attentato da parte della mafia anticubana. Nella sentenza di condanna è scritto che durante la libertà vigilata "non potrà recarsi nei luoghi notoriamente frequentati dai terroristi" e non viceversa. Quindi la giustizia nordamericana conosce i luoghi dove si trovano i terroristi, ma non fa nulla per arrestarli.

L'Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, condannando ancora una volta ogni forma e ogni azione di terrorismo in qualsiasi parte del mondo, denuncia il silenzio dei media italiani e la doppiezza morale degli Stati Uniti sugli aspetti che riguardano questo male.

La Segreteria Nazionale

martedì 4 ottobre 2011

Lettera aperta a Domenico Losurdo

di Gian Carlo Scotuzzi
 

Gentile professore,
ho visto, sul sito MarxXXI, il suo video sulla guerra in Libia. Confortante. Peccato sia monco dell’ovvio finale, così condannandosi a un preliminare che si ferma alle soglie del generare rivoluzionario. Mi spiego, condensando quelli che ritengo i suoi assunti di fondo e chiosandoli e prospettandone un approdo.
1.
A livello mondiale (e soprattutto in Italia) abbiamo parlamenti che delegano i rispettivi governi a condurre guerre imperaliste di violenza inedita, perché ricorrono ad armi sofisticate, fisicamente e psicologicamente letali. Alla panoplia bellica tradizionale si somma il bombardamento mediatico. Questo consente una manipolazione informativa che, per estensione, per invadenza, per forza di fuoco e per progressione crescente diventa vieppiù incontrastabile. I media di regime nascondono la verità, mostrano un virtuale di comodo e assorbono il dissenso in dosi omeopatiche, annegandolo e annullandolo in una baraonda di messaggi falsi o inerti. Un dissenso, peraltro, che a livello parlamentare è di puro comodo, espressione di una complicità che declina la violenza mediatica per irretire quella parte di opinione pubblica geneticamente “di sinistra” e istintivamente riluttante ad abbandonarsi alla barbarie imperialista.
2.
A livello mondiale (e soprattutto in Italia) abbiamo popoli che si abbandonano al tossico abbraccio mediatico, subendone tutti gli effetti degenerativi: ignoranza, perdita dell’autonomia critica e della logica deduttiva e argomentativa, incapacità di contestualizzare, deriva amorale e consumistica, egotismo familiare, allocchimento cerebrale. Questi popoli reiterano elettoralmente il consenso ai citati parlamenti, pascendosi di opzioni speculari: una destra imperialista e una sedicente sinistra talmente simile alla destra da poterla rimpiazzare al governo senza traumi né alterazioni di rotta governativa. Nella capitale dell’Impero del Male un presidente democratico non fa cose diverse da uno repubblicano; in Italia un governo D’Alema o Prodi non fa cose diverse da un governo Berlusconi: tutti obbediscono ai diktat dei potentati militari e delle multinazionali. Negli Stati Uniti come in Italia i padronati plaudono a sindacati dei lavoratori che convengono sulla necessità di peggiorare le condizioni di lavoro e nel picconare lo Stato sociale.
Giustamente lei si rammarica, professore, che nel mondo e in Italia i popoli non siano scesi in piazza per protestare contro la guerra colonialista alla Libia.
3.
A livello mondiale (e soprattutto in Italia) il dissenso autentico e aspirante a essere foriero di un Nuovo Ordine in nome dell’uomo come il dissenso embrionalmente espresso da lei, professore è ridotto al lumicino e al bisbiglio, in un’agorà abbagliata da soli artificiali accecanti e assordata da altoparlanti mediatici quali le folle mai avevano visto e udito. Peggio: il dissenso autentico, non pago di essere (essersi) condannato a baluginare e sussurrare messaggi omeopatici che le folle non possono cogliere, si automutila ulteriormente, ponendo il capo alla definitiva decapitazione di ogni potenziale rivoluzionario: ribadisce indiscussa fedeltà ai parlamenti che sono i secondi responsabili dell’attuale fase iperbarbarica dell’imperialismo; continuano ad assumere come referente e giudice del proprio operare le stesse folle ormai obnubilate oltre il livello di guardia e rifiutandosi di prendere atto che queste folle sono i mandanti dei parlamenti guerrafondai, imperialisti e criminali, che sono i primi responsabili della barbarie.
Se queste sono le tre premesse, le conclusioni rinculano noi dissenzienti autentici, antagonisti dell’imperialismo guerrafondaio e manipolatore a un bivio: o troviamo il modo di contrastare efficacemente il bombardamento mediatico imperialista, rendendoci visibili e udibili dalle masse, oppure le diamo per perse e ci attrezziamo ad abbattere il capitalismo prescindendo dal consenso democratico. Forse il capitalismo è involuto a uno stadio in cui ha realizzato la schiavitù perfetta, nella quale lo schiavo non si ritiene tale ed è anzi pronto ad abbattare chi pretende liberarlo; forse, per la prima volta nella storia dell’umanità, fare la rivoluzione socialista, cioè realizzare una società in nome del popolo e per il popolo, obbliga i rivoluzionari a farla contro il popolo degli elettori.
Decenni di bombardamento mediatico imperialista hanno disinformato il popolo e lo hanno imbevuto di disvalori, avviandolo lungo una china etica da cui è arduo farlo risalire: quali speranze abbiamo che questo popolo, ove fosse recuperato alla conoscenza della verità, saprebbe recuperare anche i valori autentici? Che speranze abbiamo, per tornare nel solco del suo intervento, professore, che questo popolo, reso edotto della barbarie colonialista ma anche dei vantaggi economici che tale barbarie apporta all’Occidente colonialista e ai suoi popoli, esprimerebbe elettoralmente una maggioranza ostile al colonialismo?
Cordiali saluti.
Milano, 1° ottobre 2011

Risposta
Nel mio libro «Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale» parlo del tendenziale affermarsi in Occidente del «monopartitismo competitivo»: gli elettori possono scegliere fra due partiti che rinviano al medesimo blocco sociale e alle medesime scelte politiche (sul piano strategico); gli elettori sono cioè costretti a scegliere tra due frazioni di un medesimo partito. E' per questo che il mio libro denuncia, già nel sottotitolo, la «decadenza del suffragio universale».
Detto questo, e preso atto del formidabile apparato multimediale di manipolazione di cui oggi più che mai dispongono il capitalismo e l'imperialismo, non bisogna sopravvalutare la loro forza, soprattutto in un momento in cui è sotto gli occhi di tutto il declino degli Usa e i vari governi borghesi non sanno come affrontare la crisi devastante che infuria.
Non si possono effettuare rivoluzioni contro il popolo, ma al tempo stesso non c'è un modello a cui tutte le rivoluzioni sarebbero chiamate ad attenersi [DL].

sabato 1 ottobre 2011

João Carlos Graça sulla Cina

Dear all
As to this topic of China and attitudes vis-à-vis China, I think it is worth mentioning that nowadays China's ruling class - be it "communist mandarinate", “nomenklatura”, "new bourgeoisie" or whatever else you want to call it -, and quite unlike its Western correlates, clearly seems to pass both the "Marxian" and the "Rawlsian" tests for what is supposed to be a “just”, or “fair” form of social inequality.
Indeed, we must recognize that Chinese inequalities have grown a lot in the last twenty years, that’s true, but that fact is all too obviously accompanied by such an epic economic growth that the life chances of even the least well-off in Chinese society have very much been improved, be it intra-gerational and/or in inter-gerational terms. Also, the growth of the economic importance of China at the world level is such that, expansion of inequalities in China notwithstanding, that fact alone constitutes the single most important contribution for the reduction of inequalities at the global scale. As a matter of fact, if it wasn’t for China, global inequalities would have grown even much more scandalously than they have.  
So, is that ruling group - or the social configuration to which it corresponds - an “obstacle to the development of productive forces”? Of course not! Hence, we must conclude that the “Marxian” test is passed with brilliancy, unlike what is happening these days for instance in Western Europe, where the elite became openly and grotesquely predatory of the masses from an economic point of view, and so turns to propagandistic systematic intoxication and promotion of imperial mass feelings as a kind of ultima ratio of its own survival.
But is there a general “rule of law” in China, are there legal and also objective, real chances (both de jure and de facto) of social ascension for the individuals of lower classes? Yes, there are; much more there than here, in the West. And does the least well-off group in toto benefit from the general evolution, that is to say, is the Rawlsian “maximin” principle respected? Yes, in China, and unlike the West, the “maximin” is clearly respected.
In the meantime, of course, the “western left”, once infamous for its alleged filo-totalitarianism, nowadays proclaims once and again to be an official fan of John Rawls, supposedly an author “liberal” enough to be able to redeem even the utmost awful crimes and sins of the repented Magdalena…
If that is the case, though, shouldn’t Magdalena take a little time out to at least consider the above mentioned aspects of factuality?
Saudações cordiais.
Lisboa, 30 de Setembro de 2011
João Carlos Graça

giovedì 29 settembre 2011

Riflessioni sulla guerra in Libia

Intervento all'assemblea di Roma del 19 settembre. Ringraziamo il gruppo facebook Maestri e Compagni [SGA].

Un saggio di Daniel Zamora Vargas sulla storia secondo Losurdo

DANIEL ZAMORA VARGAS
L’histoire selon Domenico Losurdo
"ÉTUDES MARXISTES", Bruxelles, n° 94-2011 pp.  9 1-1 0 4
(Daniel Zamora Vargas (dzamora66@gmail.com) est chercheur en sociologie à l’Université libre de Bruxelles.)

Les livres de Domenico Losurdo ne sont pas simplement des livres d’histoire. Dans les deux ouvrages étudiés ici, Losurdo mélange de manière féconde philosophie, histoire des idées, histoire économique et histoire politique et sociale. Ce mélange permet à l’auteur de rompre avec les travaux historiques actuels rarement stimulants et souvent anecdotiques ou, pour reprendre Marx, établissant tout au plus « une collection de faits sans vie»...

Dicono della Cina...

Ringraziamo Eric Le Lann e il sito La faute à Diderot per la segnalazione [SGA].


« Par sa rapidité, sa profondeur, la percée chinoise n’a rien de comparable avec tout ce que nous avons pu connaître dans l’histoire économique du monde »
GOMBEAU Jean- Louis
Economiste. Journaliste à LCP-AN. 2011

« En matiere de reflexion strategique, les chinois ont une avance décisive sur les occidentaux . Ils sont convaicus de la nécessité de transformer de fond en comble leur régime de croissance ».
AGLIETTA Michel. Economiste 2011.

« Je suis tres impressionné par les efforts chinois face au changement climatique »
BAN Ki-moon.
Secretaire General de l’ONU. 2011

« Quelles que soient les difficultés et les inquietudes, la Chine a immensement changé, dans l’ensemble pour le meilleur ».

« La Chine actuelle est sans doute le seul regime communiste qui se soit jamais preoccupé de politique sociale. Le fait est averé depuis une dizaine d’années, mais il est devenu spectaculaire »
DOMENACH Jean-Luc.
Sinologue. Directeur de recherche au CERI. 2008

Un intervento di João Carlos Graça sulla Controstoria e la recensione del Times Literary Supplement

João Carlos Graça è Assistant professor al Departamento de Ciências Sociais dell'Instituto Superior de Economia e Gestao, Universidade Técnica de Lisboa [SGA].

Dear Professor Losurdo
First of all, the very existence of this review is good news, so let me congratulate you for it. As to substantive questions, the thing that strikes me more is that, of course, we can go on and on indefinitely talking about issues when it is mostly matters of definition that are involved. And so, apparently Jennifer Pitts didn’t like very much your definition of Liberalism, hence she suggests instead a… lack of any exact definition, so that all that is retrospectively considered “good” is susceptible of being taken as an expression of Liberalism, whereas “bad” things tend to be illiberal ex definitio. This way, of course, “Liberalism” gets identified with endless, indefinable “meliorism”, with improvability itself. That is to say, that which others would
identify with Humankind, or “human condition”, she associates with Liberalism. And so, of course, facing logomachies like this one, game over, let us congratulate the winner, Ave Jennifer, etc...

João Carlos Graça
Lisboa, 25 de Setembro de 2011

giovedì 22 settembre 2011

Il Times Literary Supplement recensisce "Liberalism. A Counter-History"

"Un libro di ampia portata e di reale erudizione",
ma unilateralmente schierato contro il liberalismo

TLS, 23 settembre 2011

lunedì 19 settembre 2011

Su "Junge Welt" una recensione a Die Sprache des Imperiums

"Junge Welt" 15.08.2011 / Politisches Buch / Seite 15

Interessen und Mythen

Domenico Losurdos neues Buch untersucht die Reizwörter der imperialistischen Kriegsideologie

Von Werner Pirker
 
In der westlichen Zivilreligion erscheint der »Antiamerikanismus« als eine von sieben Todsünden. Die weiteren: Terrorismus, Fundamentalismus, Antisemitismus, Antizionismus, Philoislamismus und Haß auf den Westen. Das sind auch die Kapitelüberschriften in Dominico Losurdos neuem Buch »Die Sprache des Imperiums«...
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Vladimiro Giacché recensisce "Il ruggito del dragone" su Radio Popolare


Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Il ruggito del dragone. Cina: la lunga marcia verso la prosperità, con prefazione di Domenico Losurdo e interventi di Bruno Casati, Aldo Giannuli, Sergio Ricaldone, Milano, Editrice Aurora, 2011, pp. 222, euro 10.
Per acquistare il libro contattare: 
Centro Culturale “Concetto Marchesi”, Via Spallanzani 6 – 20129 Milano
Tel./Fax 02 29405405 – email: centroconcettomarchesi@fastwebnet.it

“Contributo per la rettifica dei giudizi del pubblico sulla rivoluzione francese”: così il filosofo tedesco Fichte intitolò una delle sue prime opere. Il libro di cui parliamo oggi potrebbe ben intitolarsi “contributo per la rettifica dei giudizi del pubblico sulla situazione cinese”. Non si tratta però di un pamphlet polemico, né di uno scritto di acritica apologia. Al contrario: Il ruggito del dragone, pubblicato dalla Editrice Aurora di Milano, è un testo molto ben  documentato e sorretto da pacate e robuste argomentazioni. Per questo motivo rappresenta il miglior antidoto agli articoli, spesso ottusamente denigratori, quasi sempre assai imprecisi, che sui nostri quotidiani trattano della situazione e dei problemi della Cina. Il rumore di questo vero e proprio martellamento propagandistico è così forte che rende molti dati resi disponibili dal volume di Sidoli e Leoni – provenienti quasi sempre da fonte occidentale, di regola indipendente, spesso ostile alla Cina – assolutamente inattesi: delle vere e proprie scoperte. Da questo libro apprendiamo ad esempio che in uno Stato che ci viene presentato come l’emblema del turbocapitalismo, i manager guadagnano al massimo 18 volte quanto un operaio (e non 1000 come Marchionne) e lo Stato controlla i tre quarti della ricchezza ei settori strategici dell’economia nazionale. Che delle 100 più grandi imprese quotate ben 99 sono a controllo o a maggioranza pubblica: tra esse la Lenovo, che anni fa ha comprato la divisione personal computer dall’IBM; o la Haier, che dal 2009 è il principale produttore mondiale di elettrodomestici bianchi, superando anche la Whirlpool. Che inoltre il settore cooperativo impiega il 20% della manodopera complessiva. Proprio al rilievo delle imprese pubbliche e cooperative nell’insieme dell’economia cinese gli autori riconducono l’assenza di crisi da sovrapproduzione negli ultimi tre decenni, tassi di crescita spettacolari (9-10% annuo) e la resilienza alla crisi che ha massacrato l’Asia nel 1997-8 e, 10 anni dopo, a quella che ha massacrato i Paesi occidentali. Di fatto, sino ad oggi la sviluppo di un forte settore privato dell’economia non ha impedito che le scelte strategiche di investimento e il controllo delle direzioni dello sviluppo restassero saldamente in mano pubblica.
Apprendiamo che in termini reali (cioè depurati dall’inflazione) negli ultimi 30 anni i redditi sono aumentati di 7 volte nelle città e di 5 volte nelle campagne. E che dalla metà del 2010 all’inizio del 2011, in meno di un anno, il salario minimo a Pechino è cresciuto di oltre il 40%. Ma soprattutto che il numero delle persone che si trovano in stato di povertà, su 1,4 miliardi di abitanti, è passato da 250 milioni del 1978 ai 15 milioni di 30 anni dopo.
Non stupisce quindi che i livelli di soddisfazione, di ottimismo personale e fiducia nel futuro in Cina secondo una ricerca statunitense si collochino al primo posto nel mondo.  Un quadro ben diverso dal panorama di miseria, bestiale sfruttamento e oppressione totalitaria che secondo i cliché diffusi a piene mani dalla nostra stampa connotano la Cina contemporanea.
Cliché che fanno il paio col mito secondo cui i cinesi sarebbero competitivi soltanto in produzioni relativamente povere (tessile). Peccato che l’anno scorso il nostro deficit commerciale nei confronti della Cina sia stato causato dalle importazioni di pannelli fotovoltaici.
Vladimiro Giacché
[Recensione andata in onda su Radio Popolare, il 3 e 7 settembre]

Una nuova presentazione del libro su Stalin a Torino

martedì 13 settembre 2011

Pubblicata l'edizione spagnola della non-violenza

Domenico Losurdo
La cultura de la no violencia
Una historia alejada del mito

Peninsula, Barcelona 2011


Una crítica a lo que se entiende por pacifismo y no violencia en el siglo XX. De Gandhi al Dalai Lama


«El siglo XX está lleno de guerras y revoluciones que, de distintas formas, prometen conseguir la paz perpetua, es decir, está lleno de violencias que afirman querer erradicar de una vez por todas el azote de la violencia». «¿Lo que debemos cuestionarnos es, pues, un determinado sistema político-social? Aquí topamos de nuevo con una problemática que ha sido el centro de la reflexión y la lucha política de la edad contemporánea y que sigue siendo ineludible, aunque es necesario afrontarla en términos radicalmente nuevos para dejar atrás su concepción utópica. Con todo, sigue en pie una cuestión: hasta que no se arranquen de cuajo las raíces de la política de “conquista”, “usurpación” y dominio, una institución como la ONU podrá contener y limitar el azote de la guerra, pero no se harán realidad las confiadas esperanzas de Tolstói y de otros grandes intérpretes de la no violencia, quienes creían que el fenómeno de la guerra y del duelo entre Estados abandonaría la escena de la historia, del mismo modo en que lo había hecho el fenómeno del duelo entre individuos» (Domenico Losurdo).

Un'iniziativa sulla Libia a Roma

venerdì 9 settembre 2011

Universalism, National Questions and Conflicti Concerning Hegemony: pubblicati gli Atti del congresso di Lisbona della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx

Introduction
by Stefano G. Azzarà

The deep crisis of global capitalism is today developing in a struggle of unprecedented transformation preceded by long historical process not only on the economic but also the political and cultural planes...

Un'intervista sulla crisi italiana

In Germania una nuova edizione per Freiheit als Privileg

Domenico Losurdo Freiheit als Privileg. Eine Gegengeschichte des Liberalismus, Papyrossa, Neue Kleine Bibliothek 147, 464 Seiten

Mit einem Nachwort von Oskar Lafontaine 


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