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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

martedì 4 ottobre 2011

Lettera aperta a Domenico Losurdo

di Gian Carlo Scotuzzi
 

Gentile professore,
ho visto, sul sito MarxXXI, il suo video sulla guerra in Libia. Confortante. Peccato sia monco dell’ovvio finale, così condannandosi a un preliminare che si ferma alle soglie del generare rivoluzionario. Mi spiego, condensando quelli che ritengo i suoi assunti di fondo e chiosandoli e prospettandone un approdo.
1.
A livello mondiale (e soprattutto in Italia) abbiamo parlamenti che delegano i rispettivi governi a condurre guerre imperaliste di violenza inedita, perché ricorrono ad armi sofisticate, fisicamente e psicologicamente letali. Alla panoplia bellica tradizionale si somma il bombardamento mediatico. Questo consente una manipolazione informativa che, per estensione, per invadenza, per forza di fuoco e per progressione crescente diventa vieppiù incontrastabile. I media di regime nascondono la verità, mostrano un virtuale di comodo e assorbono il dissenso in dosi omeopatiche, annegandolo e annullandolo in una baraonda di messaggi falsi o inerti. Un dissenso, peraltro, che a livello parlamentare è di puro comodo, espressione di una complicità che declina la violenza mediatica per irretire quella parte di opinione pubblica geneticamente “di sinistra” e istintivamente riluttante ad abbandonarsi alla barbarie imperialista.
2.
A livello mondiale (e soprattutto in Italia) abbiamo popoli che si abbandonano al tossico abbraccio mediatico, subendone tutti gli effetti degenerativi: ignoranza, perdita dell’autonomia critica e della logica deduttiva e argomentativa, incapacità di contestualizzare, deriva amorale e consumistica, egotismo familiare, allocchimento cerebrale. Questi popoli reiterano elettoralmente il consenso ai citati parlamenti, pascendosi di opzioni speculari: una destra imperialista e una sedicente sinistra talmente simile alla destra da poterla rimpiazzare al governo senza traumi né alterazioni di rotta governativa. Nella capitale dell’Impero del Male un presidente democratico non fa cose diverse da uno repubblicano; in Italia un governo D’Alema o Prodi non fa cose diverse da un governo Berlusconi: tutti obbediscono ai diktat dei potentati militari e delle multinazionali. Negli Stati Uniti come in Italia i padronati plaudono a sindacati dei lavoratori che convengono sulla necessità di peggiorare le condizioni di lavoro e nel picconare lo Stato sociale.
Giustamente lei si rammarica, professore, che nel mondo e in Italia i popoli non siano scesi in piazza per protestare contro la guerra colonialista alla Libia.
3.
A livello mondiale (e soprattutto in Italia) il dissenso autentico e aspirante a essere foriero di un Nuovo Ordine in nome dell’uomo come il dissenso embrionalmente espresso da lei, professore è ridotto al lumicino e al bisbiglio, in un’agorà abbagliata da soli artificiali accecanti e assordata da altoparlanti mediatici quali le folle mai avevano visto e udito. Peggio: il dissenso autentico, non pago di essere (essersi) condannato a baluginare e sussurrare messaggi omeopatici che le folle non possono cogliere, si automutila ulteriormente, ponendo il capo alla definitiva decapitazione di ogni potenziale rivoluzionario: ribadisce indiscussa fedeltà ai parlamenti che sono i secondi responsabili dell’attuale fase iperbarbarica dell’imperialismo; continuano ad assumere come referente e giudice del proprio operare le stesse folle ormai obnubilate oltre il livello di guardia e rifiutandosi di prendere atto che queste folle sono i mandanti dei parlamenti guerrafondai, imperialisti e criminali, che sono i primi responsabili della barbarie.
Se queste sono le tre premesse, le conclusioni rinculano noi dissenzienti autentici, antagonisti dell’imperialismo guerrafondaio e manipolatore a un bivio: o troviamo il modo di contrastare efficacemente il bombardamento mediatico imperialista, rendendoci visibili e udibili dalle masse, oppure le diamo per perse e ci attrezziamo ad abbattere il capitalismo prescindendo dal consenso democratico. Forse il capitalismo è involuto a uno stadio in cui ha realizzato la schiavitù perfetta, nella quale lo schiavo non si ritiene tale ed è anzi pronto ad abbattare chi pretende liberarlo; forse, per la prima volta nella storia dell’umanità, fare la rivoluzione socialista, cioè realizzare una società in nome del popolo e per il popolo, obbliga i rivoluzionari a farla contro il popolo degli elettori.
Decenni di bombardamento mediatico imperialista hanno disinformato il popolo e lo hanno imbevuto di disvalori, avviandolo lungo una china etica da cui è arduo farlo risalire: quali speranze abbiamo che questo popolo, ove fosse recuperato alla conoscenza della verità, saprebbe recuperare anche i valori autentici? Che speranze abbiamo, per tornare nel solco del suo intervento, professore, che questo popolo, reso edotto della barbarie colonialista ma anche dei vantaggi economici che tale barbarie apporta all’Occidente colonialista e ai suoi popoli, esprimerebbe elettoralmente una maggioranza ostile al colonialismo?
Cordiali saluti.
Milano, 1° ottobre 2011

Risposta
Nel mio libro «Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale» parlo del tendenziale affermarsi in Occidente del «monopartitismo competitivo»: gli elettori possono scegliere fra due partiti che rinviano al medesimo blocco sociale e alle medesime scelte politiche (sul piano strategico); gli elettori sono cioè costretti a scegliere tra due frazioni di un medesimo partito. E' per questo che il mio libro denuncia, già nel sottotitolo, la «decadenza del suffragio universale».
Detto questo, e preso atto del formidabile apparato multimediale di manipolazione di cui oggi più che mai dispongono il capitalismo e l'imperialismo, non bisogna sopravvalutare la loro forza, soprattutto in un momento in cui è sotto gli occhi di tutto il declino degli Usa e i vari governi borghesi non sanno come affrontare la crisi devastante che infuria.
Non si possono effettuare rivoluzioni contro il popolo, ma al tempo stesso non c'è un modello a cui tutte le rivoluzioni sarebbero chiamate ad attenersi [DL].

sabato 1 ottobre 2011

João Carlos Graça sulla Cina

Dear all
As to this topic of China and attitudes vis-à-vis China, I think it is worth mentioning that nowadays China's ruling class - be it "communist mandarinate", “nomenklatura”, "new bourgeoisie" or whatever else you want to call it -, and quite unlike its Western correlates, clearly seems to pass both the "Marxian" and the "Rawlsian" tests for what is supposed to be a “just”, or “fair” form of social inequality.
Indeed, we must recognize that Chinese inequalities have grown a lot in the last twenty years, that’s true, but that fact is all too obviously accompanied by such an epic economic growth that the life chances of even the least well-off in Chinese society have very much been improved, be it intra-gerational and/or in inter-gerational terms. Also, the growth of the economic importance of China at the world level is such that, expansion of inequalities in China notwithstanding, that fact alone constitutes the single most important contribution for the reduction of inequalities at the global scale. As a matter of fact, if it wasn’t for China, global inequalities would have grown even much more scandalously than they have.  
So, is that ruling group - or the social configuration to which it corresponds - an “obstacle to the development of productive forces”? Of course not! Hence, we must conclude that the “Marxian” test is passed with brilliancy, unlike what is happening these days for instance in Western Europe, where the elite became openly and grotesquely predatory of the masses from an economic point of view, and so turns to propagandistic systematic intoxication and promotion of imperial mass feelings as a kind of ultima ratio of its own survival.
But is there a general “rule of law” in China, are there legal and also objective, real chances (both de jure and de facto) of social ascension for the individuals of lower classes? Yes, there are; much more there than here, in the West. And does the least well-off group in toto benefit from the general evolution, that is to say, is the Rawlsian “maximin” principle respected? Yes, in China, and unlike the West, the “maximin” is clearly respected.
In the meantime, of course, the “western left”, once infamous for its alleged filo-totalitarianism, nowadays proclaims once and again to be an official fan of John Rawls, supposedly an author “liberal” enough to be able to redeem even the utmost awful crimes and sins of the repented Magdalena…
If that is the case, though, shouldn’t Magdalena take a little time out to at least consider the above mentioned aspects of factuality?
Saudações cordiais.
Lisboa, 30 de Setembro de 2011
João Carlos Graça

giovedì 29 settembre 2011

Riflessioni sulla guerra in Libia

Intervento all'assemblea di Roma del 19 settembre. Ringraziamo il gruppo facebook Maestri e Compagni [SGA].

Un saggio di Daniel Zamora Vargas sulla storia secondo Losurdo

DANIEL ZAMORA VARGAS
L’histoire selon Domenico Losurdo
"ÉTUDES MARXISTES", Bruxelles, n° 94-2011 pp.  9 1-1 0 4
(Daniel Zamora Vargas (dzamora66@gmail.com) est chercheur en sociologie à l’Université libre de Bruxelles.)

Les livres de Domenico Losurdo ne sont pas simplement des livres d’histoire. Dans les deux ouvrages étudiés ici, Losurdo mélange de manière féconde philosophie, histoire des idées, histoire économique et histoire politique et sociale. Ce mélange permet à l’auteur de rompre avec les travaux historiques actuels rarement stimulants et souvent anecdotiques ou, pour reprendre Marx, établissant tout au plus « une collection de faits sans vie»...

Dicono della Cina...

Ringraziamo Eric Le Lann e il sito La faute à Diderot per la segnalazione [SGA].


« Par sa rapidité, sa profondeur, la percée chinoise n’a rien de comparable avec tout ce que nous avons pu connaître dans l’histoire économique du monde »
GOMBEAU Jean- Louis
Economiste. Journaliste à LCP-AN. 2011

« En matiere de reflexion strategique, les chinois ont une avance décisive sur les occidentaux . Ils sont convaicus de la nécessité de transformer de fond en comble leur régime de croissance ».
AGLIETTA Michel. Economiste 2011.

« Je suis tres impressionné par les efforts chinois face au changement climatique »
BAN Ki-moon.
Secretaire General de l’ONU. 2011

« Quelles que soient les difficultés et les inquietudes, la Chine a immensement changé, dans l’ensemble pour le meilleur ».

« La Chine actuelle est sans doute le seul regime communiste qui se soit jamais preoccupé de politique sociale. Le fait est averé depuis une dizaine d’années, mais il est devenu spectaculaire »
DOMENACH Jean-Luc.
Sinologue. Directeur de recherche au CERI. 2008

Un intervento di João Carlos Graça sulla Controstoria e la recensione del Times Literary Supplement

João Carlos Graça è Assistant professor al Departamento de Ciências Sociais dell'Instituto Superior de Economia e Gestao, Universidade Técnica de Lisboa [SGA].

Dear Professor Losurdo
First of all, the very existence of this review is good news, so let me congratulate you for it. As to substantive questions, the thing that strikes me more is that, of course, we can go on and on indefinitely talking about issues when it is mostly matters of definition that are involved. And so, apparently Jennifer Pitts didn’t like very much your definition of Liberalism, hence she suggests instead a… lack of any exact definition, so that all that is retrospectively considered “good” is susceptible of being taken as an expression of Liberalism, whereas “bad” things tend to be illiberal ex definitio. This way, of course, “Liberalism” gets identified with endless, indefinable “meliorism”, with improvability itself. That is to say, that which others would
identify with Humankind, or “human condition”, she associates with Liberalism. And so, of course, facing logomachies like this one, game over, let us congratulate the winner, Ave Jennifer, etc...

João Carlos Graça
Lisboa, 25 de Setembro de 2011

giovedì 22 settembre 2011

Il Times Literary Supplement recensisce "Liberalism. A Counter-History"

"Un libro di ampia portata e di reale erudizione",
ma unilateralmente schierato contro il liberalismo

TLS, 23 settembre 2011

lunedì 19 settembre 2011

Su "Junge Welt" una recensione a Die Sprache des Imperiums

"Junge Welt" 15.08.2011 / Politisches Buch / Seite 15

Interessen und Mythen

Domenico Losurdos neues Buch untersucht die Reizwörter der imperialistischen Kriegsideologie

Von Werner Pirker
 
In der westlichen Zivilreligion erscheint der »Antiamerikanismus« als eine von sieben Todsünden. Die weiteren: Terrorismus, Fundamentalismus, Antisemitismus, Antizionismus, Philoislamismus und Haß auf den Westen. Das sind auch die Kapitelüberschriften in Dominico Losurdos neuem Buch »Die Sprache des Imperiums«...
Leggi tutto...

Vladimiro Giacché recensisce "Il ruggito del dragone" su Radio Popolare


Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Il ruggito del dragone. Cina: la lunga marcia verso la prosperità, con prefazione di Domenico Losurdo e interventi di Bruno Casati, Aldo Giannuli, Sergio Ricaldone, Milano, Editrice Aurora, 2011, pp. 222, euro 10.
Per acquistare il libro contattare: 
Centro Culturale “Concetto Marchesi”, Via Spallanzani 6 – 20129 Milano
Tel./Fax 02 29405405 – email: centroconcettomarchesi@fastwebnet.it

“Contributo per la rettifica dei giudizi del pubblico sulla rivoluzione francese”: così il filosofo tedesco Fichte intitolò una delle sue prime opere. Il libro di cui parliamo oggi potrebbe ben intitolarsi “contributo per la rettifica dei giudizi del pubblico sulla situazione cinese”. Non si tratta però di un pamphlet polemico, né di uno scritto di acritica apologia. Al contrario: Il ruggito del dragone, pubblicato dalla Editrice Aurora di Milano, è un testo molto ben  documentato e sorretto da pacate e robuste argomentazioni. Per questo motivo rappresenta il miglior antidoto agli articoli, spesso ottusamente denigratori, quasi sempre assai imprecisi, che sui nostri quotidiani trattano della situazione e dei problemi della Cina. Il rumore di questo vero e proprio martellamento propagandistico è così forte che rende molti dati resi disponibili dal volume di Sidoli e Leoni – provenienti quasi sempre da fonte occidentale, di regola indipendente, spesso ostile alla Cina – assolutamente inattesi: delle vere e proprie scoperte. Da questo libro apprendiamo ad esempio che in uno Stato che ci viene presentato come l’emblema del turbocapitalismo, i manager guadagnano al massimo 18 volte quanto un operaio (e non 1000 come Marchionne) e lo Stato controlla i tre quarti della ricchezza ei settori strategici dell’economia nazionale. Che delle 100 più grandi imprese quotate ben 99 sono a controllo o a maggioranza pubblica: tra esse la Lenovo, che anni fa ha comprato la divisione personal computer dall’IBM; o la Haier, che dal 2009 è il principale produttore mondiale di elettrodomestici bianchi, superando anche la Whirlpool. Che inoltre il settore cooperativo impiega il 20% della manodopera complessiva. Proprio al rilievo delle imprese pubbliche e cooperative nell’insieme dell’economia cinese gli autori riconducono l’assenza di crisi da sovrapproduzione negli ultimi tre decenni, tassi di crescita spettacolari (9-10% annuo) e la resilienza alla crisi che ha massacrato l’Asia nel 1997-8 e, 10 anni dopo, a quella che ha massacrato i Paesi occidentali. Di fatto, sino ad oggi la sviluppo di un forte settore privato dell’economia non ha impedito che le scelte strategiche di investimento e il controllo delle direzioni dello sviluppo restassero saldamente in mano pubblica.
Apprendiamo che in termini reali (cioè depurati dall’inflazione) negli ultimi 30 anni i redditi sono aumentati di 7 volte nelle città e di 5 volte nelle campagne. E che dalla metà del 2010 all’inizio del 2011, in meno di un anno, il salario minimo a Pechino è cresciuto di oltre il 40%. Ma soprattutto che il numero delle persone che si trovano in stato di povertà, su 1,4 miliardi di abitanti, è passato da 250 milioni del 1978 ai 15 milioni di 30 anni dopo.
Non stupisce quindi che i livelli di soddisfazione, di ottimismo personale e fiducia nel futuro in Cina secondo una ricerca statunitense si collochino al primo posto nel mondo.  Un quadro ben diverso dal panorama di miseria, bestiale sfruttamento e oppressione totalitaria che secondo i cliché diffusi a piene mani dalla nostra stampa connotano la Cina contemporanea.
Cliché che fanno il paio col mito secondo cui i cinesi sarebbero competitivi soltanto in produzioni relativamente povere (tessile). Peccato che l’anno scorso il nostro deficit commerciale nei confronti della Cina sia stato causato dalle importazioni di pannelli fotovoltaici.
Vladimiro Giacché
[Recensione andata in onda su Radio Popolare, il 3 e 7 settembre]

Una nuova presentazione del libro su Stalin a Torino

martedì 13 settembre 2011

Pubblicata l'edizione spagnola della non-violenza

Domenico Losurdo
La cultura de la no violencia
Una historia alejada del mito

Peninsula, Barcelona 2011


Una crítica a lo que se entiende por pacifismo y no violencia en el siglo XX. De Gandhi al Dalai Lama


«El siglo XX está lleno de guerras y revoluciones que, de distintas formas, prometen conseguir la paz perpetua, es decir, está lleno de violencias que afirman querer erradicar de una vez por todas el azote de la violencia». «¿Lo que debemos cuestionarnos es, pues, un determinado sistema político-social? Aquí topamos de nuevo con una problemática que ha sido el centro de la reflexión y la lucha política de la edad contemporánea y que sigue siendo ineludible, aunque es necesario afrontarla en términos radicalmente nuevos para dejar atrás su concepción utópica. Con todo, sigue en pie una cuestión: hasta que no se arranquen de cuajo las raíces de la política de “conquista”, “usurpación” y dominio, una institución como la ONU podrá contener y limitar el azote de la guerra, pero no se harán realidad las confiadas esperanzas de Tolstói y de otros grandes intérpretes de la no violencia, quienes creían que el fenómeno de la guerra y del duelo entre Estados abandonaría la escena de la historia, del mismo modo en que lo había hecho el fenómeno del duelo entre individuos» (Domenico Losurdo).

Un'iniziativa sulla Libia a Roma

venerdì 9 settembre 2011

Universalism, National Questions and Conflicti Concerning Hegemony: pubblicati gli Atti del congresso di Lisbona della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx

Introduction
by Stefano G. Azzarà

The deep crisis of global capitalism is today developing in a struggle of unprecedented transformation preceded by long historical process not only on the economic but also the political and cultural planes...

Un'intervista sulla crisi italiana

In Germania una nuova edizione per Freiheit als Privileg

Domenico Losurdo Freiheit als Privileg. Eine Gegengeschichte des Liberalismus, Papyrossa, Neue Kleine Bibliothek 147, 464 Seiten

Mit einem Nachwort von Oskar Lafontaine 


vai alla scheda del libro

martedì 6 settembre 2011

La guerra della Nato In Libia continua

Il giorno 05 settembre 2011 22:27, marcello grassi <margrassi1@hotmail.com> ha scritto:
Caro Losurdo
complimenti per il  lucido articolo sulla Libia apparso sull'Ernesto on line. Le potenze imperialiste hanno sempre cercato di camuffare le loro imprese banditesche sotto il pretesto della diffusione della civiltà, della religione, della democrazia o in nome della white man supremacy o della superiorità razziale.
La verità è che dopo la caduta del socialismo reale assistiamo ad una sequela di guerrre di aggressione e di conquista (Irak, Serbia, ancora Irak, Afghanistan, Libia) e allo sviluppo di una crisi economica di dimensioni sempre più  drammatiche, che di quelle guerre è in parte causa e conseguenza insieme
Come mi capita spesso di dire, è finito l'impero del male ed è cominciato l'impero del peggio.
Grave è che per la Libia sia mancata qualunque iniziativa di lotta; a Roma c'èstato un presidio al senato con Ferrero, ma eravamo quatttro gatti.
Paghiamo per la damnatio memoriae della nostra storia un prezzo enorme; ben vengano perciò i tuoi libri ed articoli. Cordiali saluti Marcello Grassi


 
CONSIDERAZIONI SULLA GUERRA DI LIBIA
E SULLA COSIDDETTA “PRIMAVERA ARABA”
di Costanzo Preve

 1. Ho recentemente aderito ad una manifestazione e ho firmato un appello per la richiesta di dimissioni di Napolitano, Berlusconi, La Russa e Frattini per violazione della Costituzione a causa del nostro intervento in Libia. So perfettamente che si tratta di un atto simbolico perfettamente inutile. Come ha scritto Brecht, “anche l’ira contro l’ingiustizia rende roca la voce”. Sarebbe facile insolentire l’unanimità guerresca che ha unito sinistra e destra, estrema sinistra ed estrema destra, ex comunisti ed ex fascisti (qui la coppia Napolitano/La Russa è assolutamente impagabile, per chi studiasse il cosiddetto “trasformismo” fuori dai libri di scuola). Cerco di non farmi sopraffare dall’indignazione e mi limito ad offrire qualche spunto per la riflessione.
     2. Troppe cose non sono ancora note e si sapranno forse solo nei prossimi anni. Quanto è durata e quando è cominciata la preparazione dei servizi segreti francesi e inglesi in Cirenaica e nella zona berbera della Tripolitania? Quanto è contata la collaborazione fra la strega sionista Hillary Clinton ed il seppellitore del gaullismo Nicolas Sarkozy per spingere il (forse) riluttante Obama a dare il semaforo verde all’intervento armato? Come è stato possibile ingannare Russia e Cina all’ONU per dare via libera all’ipocrita no fly-zone, o quanto invece c’è stata sporca connivenza? Che nel caso ci fosse veramente stata, farebbe cadere tutte le speranze sul BRICS e sulla politica eurasiatista? Vorrei saperne di più, ed invece non lo so.
     3. Dal momento che sono uno studioso esperto di storia della filosofia, non cesso di stupirmi per la facilità con cui la legittimazione della guerra è passata dalla dottrina della “guerra giusta” alla dottrina del cosiddetto “intervento umanitario”. Risparmio al lettore possibili dotte ricostruzioni di questa storia. Inizialmente, la guerra giusta era la guerra giustificata dalla necessità di esportare il cristianesimo, ed era pertanto una guerra di “crociata”. Poi la guerra giusta diventò la guerra in difesa della patria invasa (in latino pro aris et focis), ma è chiaro che in questo modo l’attacco preventivo può essere fatto ipocritamente passare per guerra di difesa.
       L’apparente successo del pacifismo nell’ultimo cinquantennio non deve trarre in inganno. Esso è sempre stato una protesta contro lo “sterminismo nucleare”, per cui, se si poteva fare una guerra senza l’uso di bombe nucleari, la guerra era rilegittimata (Norberto Bobbio per Iraq 1991 e Jugoslavia 1999). I riti pecoreschi e ipocriti delle cosiddette Marce della Pace di Assisi sono sempre e solo stati cerimonie istituzionali, in cui al belare rituale si accompagnava sempre l’esecrazione per i dittatori e la possibilità di esportare i diritti umani.
        Nella storia dell’umanità, è raro che si siano condotte guerre sulla base delle carte fornite dallo stato maggiore nemico. Invece gli ultimi trent’anni ci hanno fatto assistere a questo kafkiano paradosso. I pacifisti belavano richieste ritmate di sostituire alle armi i diritti umani, proprio quando gli stessi produttori di armi scrivevano sui loro missili “peace is our profession”, e i contingenti di invasori venivano ribattezzati “contingenti di pace”.
         Tutto questo, ovviamente, è ampiamente noto. Bisogna però chiedersi, al di fuori di tutti gli identitarismi di partito o di schieramento, come sia stato possibile nell’arco di pochi decenni il passaggio della Grande Menzogna, dalla guerra giusta all’intervento umanitario, reso più facile anche dal passaggio dalla leva militare obbligatoria (che richiedeva motivazioni di manipolazione ideologica allargata) al mestiere di professionista delle armi (con donne comprese), che è compatibile con strategie ideologiche meno sofisticate (si pensi alla trasmissione di Sky-tv denominata Herat-Italia, senza dimenticare chi è Murdoch, il miliardario sionista padrone di Sky).
       4. Secondo il modello mediatico pubblicitario americano, oggi le guerre vengono “vendute” alla cosiddetta “opinione pubblica” in forma personalizzata, attraverso la personalizzazione diabolica e demonizzante del “Sanguinario Dittatore”. Qui il copione si ripete. Nel 1999 il sanguinario dittatore era il serbo Milosevic (ribattezzato Hitlerovic in una oscena copertina de “l’Espresso”, la nave ammiraglia del gruppo Scalfari-De Benedetti), nel 2003 Saddam Hussein, ed ora nel 2011 il sanguinario dittatore è Gheddafi. Questo ritorno personalizzato del sanguinario dittatore deve far riflettere. Tutto questo è certamente legato al medium televisivo che richiede icone facilmente riconoscibili, ma non basta.
       Il dittatore sanguinario è anche un’estrema metamorfosi degenerativa dell’immaginario antifascista della seconda guerra mondiale. L’immaginario antifascista partiva bensì dalla triade diabolica personalizzata dei tre grandi dittatori (nell’ordine di malvagità, Hitler, Mussolini e Franco), ma non si limitava certamente a quest’ultima, perché si aggiungeva il socialismo, il comunismo, la lotta al colonialismo, al razzismo, all’imperialismo, eccetera. Dopo la catastrofe del triennio 1989-1991 e la vittoria tennistica nei circoli universitari del paradigma del Totalitarismo di Hannah Arendt, tutti questi elementi sono stati spazzati via, ed è rimasto soltanto lo stereotipo del sanguinario dittatore, se possibile con le sue ville con i rubinetti d’oro e le vasche Jacuzzi rivestite di pelle umana.
      Questo potrebbe in parte spiegare la totale resa della cultura di “sinistra” al modello del sanguinario dittatore. Perfino Samir Amin (Cfr. “il manifesto”, 31 agosto 2011), pur condannando l’intervento NATO e diagnosticando con precisione le ragioni “imperialistiche” della guerra di Libia, sente il bisogno di infierire sullo sconfitto qualificando Gheddafi come “buffone”. Sono contrario a infierire sul vinto, magari con motivazioni pseudo-marxiste. Non mi interessa correggere con la matita blu le ingenuità del Libro Verde o sanzionare gli indubbi elementi kitsch del suo comportamento. Gheddafi è stato ed è un grande patriota ed un combattente antimperialista, panarabo e panafricanista, mille volte superiore ai cani e ai porci che linciano i neri e che hanno vinto esclusivamente per i bombardamenti NATO.
      5. La vergogna della cultura di sinistra a proposito della guerra di Libia è stata tale da essere quasi difficile da descrivere. Tutti si sono fatti babbionare dalla retorica sulla “primavera araba” sponsorizzata dall’emiro del Qatar e da Al Jazeera. Il fatto è che questa “cultura di sinistra” (esemplare è il giornale “il manifesto”, di cui “Liberazione” è soltanto una variante sindacalistica) è ormai soltanto una variante radicale dell’individualismo di sinistra post-sessantottino, indubbiamente post-borghese, ma anche e soprattutto ultra-capitalistica.
     In questa vergogna si è particolarmente distinto il trotzkismo, in tutte le sue varianti, da Sinistra Critica al Partito Comunista dei Lavoratori (Ferrando) al Partito di Alternativa Comunista (Ricci). Tutti costoro hanno inneggiato alla stupenda rivolta delle masse libiche, che essendo però prive di un buon partito rivoluzionario trotzkista, hanno visto “scippata” la loro magnifica vittoria dall’intervento NATO.
        Qui la coglionaggine dottrinaria ha celebrato in solitudine il suo massimo trionfo. I residui dogmatici del trotzkismo vogliono sempre una rivoluzione “pura”, anzi purissima, perché se non è pura è sempre bonapartista, burocratica, “campista” (Castro, Chavez, eccetera). Questi sventurati mi ricordano un frustrato che, non potendo sposare la donna più bella del mondo, la sola che avrebbe voluto sposare, si rinchiude in bagno a masturbarsi sognando questa Venere ideale. Miserabili! La NATO, i sionisti e gli USA massacrano un combattente antimperialista, e questi sciocchi inneggiano alla caduta del dittatore sanguinario!
           6. Non ce l’ho assolutamente con Napolitano e gli ex PCI. Si sono riciclati bene, nel 1956 erano con l’URSS ed oggi nel 2011 sono con gli USA. Dal momento che non li ho mai stimati in precedenza, non mi hanno neppure deluso. I soli che hanno mantenuto un atteggiamento onesto sono stati i collaboratori de “l’Ernesto” (oggi Marx XXI), ma costoro sono gli stessi che per anti-berlusconismo vogliono allearsi con Bersani e Napolitano, cioè con i bombardatori della Libia. Lo spieghino ai loro militanti, e se riescono a farlo bisogna concludere che i loro militanti non sono militanti, ma militonti.
          Il vero problema è quello di fare ipotesi sulle cosiddette “primavere arabe”. Come ha detto argutamente Zygmunt Bauman in una intervista a La Stampa, la cosa interessante sarà l’estate araba, perché la primavera è già passata. Per ora siamo nel campo delle ipotesi. Credo che in un certo senso il 2011 arabo sia, venti anni dopo, il corrispondente del 1991 sovietico. Il 1991 sovietico chiudeva il ciclo delle rivoluzioni comuniste novecentesche nel loro aspetto di rivoluzioni operaie e proletarie (burocraticamente degenerate o meno, questa è un’altra storia), attraverso una maestosa controrivoluzione restauratrice delle nuove classi medie cresciute all’interno dello stesso apparato formalmente “comunista”. Il 2011 arabo chiude il ciclo delle rivoluzioni nazionaliste arabe a partire dal 1945 (nasserismo egiziano, gheddafismo libico, baathismo iracheno e siriano, eccetera), in cui le nuove classi borghesi favorite dallo stesso dispotismo partitico-militare precedente si sono ora autonomizzate, e cercano un rapporto diretto e non militarmente mediato con la grande globalizzazione finanziaria capitalistica.
              Mi sbaglio? Sono troppo pessimista? Il futuro ce lo dirà presto.
              Torino, 3 settembre 2011

sabato 27 agosto 2011

The Economist: Asian labour markets

Aug 27th 2011


Average real wages in Asia’s formal economy (ie, excluding the activity that goes unrecorded) have risen continuously over the past ten years. Wage growth depends partly on labour productivity. Most countries have been able to achieve annual labour-productivity growth of 2-4%. China’s wages have risen quickly, and faster than its growth in productivity. China has experienced a rapid increase in private-sector employment and urban migration. In India, Sri Lanka and the Philippines wage growth has lagged behind productivity growth. As people have moved from informal to formal employment, the pool of labour in the formal economy in the Philippines has increased, keeping wage growth low.

Emergono alcuni dati interessanti:
1) Nel periodo 2000-2010 la Cina ha avuto in Asia l'incremento più alto (e nettamente più alto) sia per quanto riguarda i salari che la produttività.
2) Subito dopo la Cina, si colloca un altro paese guidato da un partito comunista, e cioè il Vietnam.
3) Se si fa un confronto con il paese che spesso viene contrapposto positivamente alla Cina, l'India non solo cresce assai più lentamente della Cina per quanto riguarda salari e produttività, ma, mentre in Cina i salari crescono più rapidamente della stessa produttività, il contrario avviene in India
Accogliamo anche il suggerimento di alcuni lettori del blog pubblicaandoun articolo che conferma il ruolo centrale dello Stato (guidato dal PC) nel rapidissimo sviluppo della Cina [DL].

 

2016: when China overtakes the US

After more than a century as the world's largest economy, the US will need to adjust to its declining global hegemony
guardian.co.uk, Wednesday 27 April 201

Various observers have noted this week that China's economy will be bigger than that of the United States in 2016. This comes from the International Monetary Fund's (IMF's) latest projections, which were made in its semi-annual April world economic outlook database. Since 2016 is just a few years away, and it will be the first time in more than a century that the United States will no longer be the world's largest economy, this development will be the object of some discussion – from various perspectives.
First, let's consider the economics. China has been the world's fastest growing economy for more than three decades, growing 17-fold in real (inflation-adjusted) terms since 1980. It is worth emphasising that most of this record growth took place (1980-2000) while the rest of the developing world was doing quite badly by implementing neoliberal policy changes – indiscriminate opening to trade and capital flows, increasingly independent central banks, tighter (and often pro-cyclical) fiscal and monetary policies, and the abandonment of previously successful development strategies.
China clearly did not embrace these policy changes, which were promoted from Washington by institutions such as the IMF, World Bank, and later the WTO. (China did not even join the WTO until 2002.) It is true that China's growth acceleration included a rapid expansion of trade and foreign investment. But these were heavily managed by the state, to make sure that they fitted in with the government's development goals – quite the opposite of what happened in most other developing countries. China's goals included producing for export markets, promoting higher levels of technology (with the goal of transferring technology from foreign enterprises to the domestic economy), hiring local residents for managerial and technical jobs, and not allowing foreign investments to compete with certain domestic industries.
China's economy is still very much state-led, with the government controlling most of the financial system, the exchange rate, and about 44% of the assets of major industrial enterprises. That is why China was able to plow through the world recession with GDP growth of 9.8%, despite losing about 3.7 percentage points of GDP due to falling net exports.
Now for the politics and international implications. First, much of the discussion of China's rise is written from a Washington perspective – that is, from the perspective of an empire. From this view, China's rise is a "threat". Since this view sees the supremacy of Washington and its allies as good for the world, China's rise is also seen as a threat to the world. It is assumed that China will become an empire like the United States, but will not be so "benevolent" as the United States is.
This view is not supported by the facts. To take just current and recent history, it is the United States that invaded Iraq, leading to an estimated million deaths, is occupying Afghanistan, bombing Pakistan and Libya, and threatening Iran. The United States' and its allies' control over many developing countries' economic policies through the IMF, World Bank and other institutions has also caused a lot of damage over the past few decades.
So, a shift of power toward a more multipolar world is likely to give us a more peaceful and just world. In fact, it is already happening: the majority of South America, for example, is now governed by democratic left governments that have produced positive reforms that benefit the majority – something that was practically impossible to achieve while Washington dominated the region. And of course, the vast majority of people in the United States also stand to benefit from a smaller US role in the world, as we transition back to a republic from an empire: less spending on senseless wars, fewer casualties, fewer enemies, less distraction from our real problems at home.
China's foreign policy is mainly geared toward securing the raw materials and trade that will fuel its growth and development. This is done through commercial transactions. Of course, its corporations – like those of the rich countries – have come under criticism in various countries. But China does not try to tell other countries what their foreign policy towards other countries, or their overall economic policies, should be – as the United States often does. This is an important difference between a country that pursues its own national and economic interests, and an empire that seeks to impose its own order on the world.
It is always possible that China, once it becomes a rich country – and this is many years away – could develop imperial ambitions. But so far, its leadership seems to see China as a developing country seeking to become a high-income country, and doesn't see a role for empire-building in this process. "Hide brilliance, cherish obscurity," Chinese leader Deng Xioaping once said.
A few months ago, press reports, using an exchange rate measure of GDP, announced that China had become the world's "second largest economy" just this year. But by a purchasing power parity (PPP) measure, which adjusts for the difference in many prices between China and the US, China had become the second largest economy years ago. A technical matter: if we measure China's economy in dollars at current exchange rates, it reached $5.9tn in 2010, as compared with $14.7tn for the US. By a purchasing power parity measure, its economy reached $10.1tn in 2010. It is that measure that the IMF projects to grow to $18.98tn in 2016, putting the US in second place at $18.81tn.
However, it is likely that even the IMF's PPP measure understates China's GDP: economist Arvind Subramanian has estimated that China's PPP GDP in 2010 was already about even with that of the United States. An IMF spokesperson, quoted this week by the Financial Times, weighed in on the debate:
"The IMF considers that GDP in purchase power parity (PPP) terms is not the most appropriate measure for comparing the relative size of countries to the global economy, because PPP price levels are influenced by non-traded services, which are more relevant domestically than globally … The Fund believes that GDP at market rates is a more relevant comparison. Under this metric, the US is currently 130% bigger than China, and will still be 70% larger by 2016."

It is true that the "market rate" measure is better for some comparisons. But one important place where the PPP measure is more relevant is in military spending. The cost of producing a military plane and training a pilot in China is much lower than in the United States. Washington's current policy is to maintain military supremacy in Asia, but an arms race with China could make the cold war look cheap by comparison. The Soviet Union's economy was just a quarter of United States' economy when we had that arms race. If the US were to have a serious arms race with China, we could forget about Medicare, social security and most of what our federal government spends money on.
Fortunately, a new cold war with China is not in the cards for now. But the size of China's economy is another good reason to make sure that it doesn't happen.

Sette punti sulla guerra contro la Libia

Versione portoghese
Sete pontos acerca da Líbia 
da resistir.info(anche su o diario)

Domenico Losurdo 

Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.
2.  Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».
3.  Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».
4.  Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».
5.  Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.
6.  Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.
7.  A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos'è un monarca assoluto? E' colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.


Sept points sur la Libye

Domenico Losurdo

Désormais même les aveugles peuvent être en mesure de voir et de comprendre ce qui est en train d’arriver en Libye :
  1. C’est une guerre promue et déclanchée par l’OTAN qui est en cours. Cette vérité finit par filtrer sur les organes mêmes d’ « information » bourgeoise.  Sur La Stampa  du 25 août, Lucia Annunziata écrit : c’est une guerre « entièrement "extérieure", c’est-à-dire faite par les forces de l’OTAN » ; c’est « le système occidental, qui a promu la guerre contre Kadhafi ». Une vignette de l’International Herald Tribune du 24 août nous montre des « rebelles » qui exultent, mais ils sont commodément installés sur un avion qui porte l’écusson de l’OTAN.
  2. Il s’agit d’une guerre préparée depuis longtemps. Le Sunday Mirror du 20 mars a révélé que déjà « trois semaines » avant la résolution de l’ONU étaient à l’œuvre en Libye des « centaines » de soldats britanniques, encadrés dans un des corps militaires  les plus sophistiqués et les plus redoutés du monde (SAS). Des révélations ou admissions analogues peuvent être lues sur l’International Herald Tribune du 31 mars, à propos de la présence de « petits groupes de la Cia » et d’une « ample force occidentale en action dans l’ombre », toujours « avant l’éclatement des hostilités le 19 mars ».
  3. Cette guerre n’a rien à voir avec la protection des droits humains. Dans l’article déjà cité, Lucia Annunziata observe avec angoisse : « L’OTAN qui a atteint la victoire n’est pas la même entité qui a lancé la guerre ». Entre temps, l’Occident est gravement affaibli par la crise économique ; réussira-t-il à garder le contrôle d’un continent qui, de plus en plus souvent, perçoit l’appel des « nations non occidentales » et en particulier de la Chine ? Par ailleurs, ce même quotidien qui présente l’article d’Annunziata, La Stampa, ouvre le 26 août sur un titre en pleine page : « Nouvelle Libye, défi Italie-France ». Pour ceux qui n’auraient pas encore compris de quel type de défi il s’agit, l’éditorial de Paolo Paroni (Duel de la dernière affaire) est clair : depuis le début des opérations guerrières, caractérisées par l’activisme frénétique de Sarkozy, « on a immédiatement compris que la guerre contre le Colonel allait se transformer en un conflit d’un autre type : guerre économique, avec un nouvel adversaire, l’Italie évidemment ».
  4. Voulue pour des motifs abjects, la guerre est menée de façon criminelle. Je me limite  seulement à quelques détails repris dans un quotidien au-dessus de tout soupçon. L’International Herald Tribune du 26 août, dans un article de K. Fahim et R. Gladstone, rapporte : « Dans un campement au centre de Tripoli ont été retrouvés les corps criblés de balles de plus de 30 combattants pro-Kadhafi.  Deux au moins étaient ligotés avec des liens en plastique, et ceci laisse penser qu’ils ont subi une exécution. Parmi ces morts, cinq ont été trouvés dans un hôpital de fortune ; l’un était sur une ambulance, étendu sur un brancard et ligoté par une ceinture et portant encore une perfusion intraveineuse dans le bras ».
  5.  Barbare comme toutes les guerres coloniales, la guerre actuelle contre la Libye démontre comment l’impérialisme se fait de plus en plus barbare. Dans le passé, innombrables ont été les tentatives de la Cia d’assassiner Fidel Castro, mais ces tentatives étaient conduites en secret, avec un sentiment si ce n’est de honte du moins de crainte des possibles réactions de l’opinion publique internationale. Aujourd’hui, par contre, assassiner Kadhafi ou d’autres  chefs d’Etat non appréciés à l’Occident est un droit ouvertement proclamé. Le Corriere della Sera du 26 août 2011 titre triomphalement : « Chasse à Kadhafi et à ses fils, maison par maison ». Tandis que j’écris, les Tornado britanniques, se prévalant aussi de la collaboration et des informations fournies par la France, s’emploient à bombarder Syrte et à exterminer l’entière famille de Kadhafi.
  6. Non moins barbare que la guerre a été la campagne de désinformation. Sans le moindre sentiment de pudeur, l’OTAN a martelé systématiquement le mensonge selon lequel ses opérations guerrières ne visaient qu’à la protection des civils ! Et la presse, la « libre » presse occidentale ? Elle a, à un moment, publié avec ostentation la « nouvelle » selon laquelle Kadhafi bourrait ses soldats de viagra de façon à ce qu’ils puissent plus facilement commettre des viols de masse. Cette « nouvelle » tombant rapidement dans le ridicule, voici alors une autre « nouvelle » selon laquelle les soldats libyens tirent sur les enfants. Aucune preuve n’est fournie, on ne trouve aucune référence à des dates et des lieux déterminés, aucun renvoi à telle ou telle source : l’important est de criminaliser l’ennemi à anéantir.
  7.   Mussolini en son temps présenta l’agression fasciste contre l’Ethiopie comme une campagne pour libérer ce pays de la plaie de l’esclavage ; aujourd’hui l’OTAN présente son agression contre la Libye comme une campagne pour la diffusion de la démocratie. En son temps Mussolini n’avait de cesse de tonner contre l’empereur éthiopien Hailé Sélassié comme « Négus des négriers » ; aujourd’hui l’OTAN exprime son mépris pour Kadhafi « le dictateur ». De même que la nature belliciste de l’impérialisme ne change pas, ainsi ses techniques de manipulation révèlent de significatifs éléments de continuité. Pour  clarifier qui exerce réellement aujourd’hui la dictature à niveau planétaire, plutôt que de citer Marx ou Lénine, je veux citer Emmanuel Kant. Dans un texte de 1798 (Le conflit des facultés), il écrit : « Qu’est-ce qu'un monarque absolu ? Celui qui, quand il commande : "la guerre doit être", la guerre suit en effet ». En argumentant de la sorte, Kant prenait pour cible, en particulier, l’Angleterre de son époque, sans se laisser tromper par les formes « libérales » de ce pays. C’est une leçon dont nous devons tirer profit : les « monarques absolus » de notre époque, les tyrans et dictateurs planétaires de notre époque siègent à Washington, à Bruxelles et dans les plus importantes capitales occidentales.

Publié vendredi 26 août 2011 sur le blog de l’auteur
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio 

Dernière heure :
la vie des journalistes indépendants à Tripoli est en situation très critique
par Michel Chossudovsky
Les journalistes indépendants piégés à l'hôtel Rixos ont été évacués mercredi par la Croix Rouge.
Ils ont été amenés et logés à l'hôtel Corinthia. Depuis leur arrivée, des terroristes armés sont entrés dans les locaux de l'hôtel avec différents prétextes.   
L'hôtel est en territoire rebelle.
Le bateau prévu pour Malte jeudi à 6 h EDT avec la collaboration de la Croix Rouge, a été retardé. Les raisons de ce retard ne sont pas logistiques.    
Le chaos continue de prévaloir avec d'intense combat entre les Rebelles et les forces loyalistes. Nous avons aussi reçu un rapport à l'effet que l'ambassade vénézuélienne avait été saccagée par des terroristes armés.
Les menaces pour la vie des journalistes indépendants Mahdi Darius Nazemroaya du Centre de Recherche sur la mondialisation et Thierry Meyssan du Réseau Voltaire, prévalent.
C'est une bataille de média. Une confrontation entre les médias dominants porte-parole de l'OTAN, et ceux qui disent la vérité dans les médias.
Les journalistes indépendants sont ciblés parce qu'ils disent la vérité. La couverture médiatique de la guerre en Libye a focalisé sur Kadhafi. Pas un mot n'a été diffusé concernant la dévastation et la perte de vies causée par les bombardements de l'OTAN sur des cibles civiles, ainsi que les bombardements intensifs de Tripoli.
Nous demandons à nos lecteurs de diffuser le message haut et fort. La vie de ceux qui disent la vérité est menacée".

Ultima ora
La vita dei giornalisti indipendenti a Tripoli è in una situazione molto critica
di Michel Chossudovsky


I giornalisti indipendenti assediati all’hotel Rixos sono stati evacuati mercoledì dalla Croce Rossa.
Essi sono stati condotti e alloggiati all’hotel Corinthia. Dal momento del loro arrivo, terroristi armati sono entrati nei locali dell’hotel con vari pretesti.
L’hotel è un territorio dei ribelli.
Il battello previsto per Malta giovedì alla ore 6, con la collaborazione della Croce Rossa, ha subito un ritardo. Le ragioni di questo ritardo non sono logistiche.
Il caos continua a prevalere con intensi combattimenti tra i ribelli e le forze lealiste. Abbiamo anche ricevuto un rapporto sul saccheggio dell’ambasciata venezuelana a opera di terroristi armati.
Le minacce per la vita dei giornalisti indipendenti Mahdi Darius Nazemroaya, del Centre de Recherche sur la mondialisation, e Thierry Meyssan, del Réseau Voltaire, continuano.
E’ una battaglia per i mezzi di informazione, è uno scontro tra i mezzi di informazione dominanti, portavoce della Nato, e coloro che dicono la verità.
I giornalisti indipendenti sono presi di mira perché dicono la verità. La copertura mediatica della guerra in Libia è focalizzata su Gheddafi. Non una parola è stata detta sulle devastazioni e le perdite di vite umane causate dai bombardamenti della Nato su obiettivi civili, così come dagli intensi bombardamenti su Tripoli.
Chiediamo ai nostri lettori di diffondere questo messaggio in modo alto e forte. La vita di coloro che dicono la verità è in pericolo.

Thierry Meyssan da Tripoli

Entretien avec Thierry Meyssan
« C’est l’OTAN qui fait tout le travail militaire, pas les rebelles »
Nous avons pu nous entretenir avec Thierry Meyssan aux heures les plus sombres et dramatiques pour les très nombreux Libyens opposés à l’intervention de l’OTAN - contrairement aux bobards proférés par Bernard-Henri Lévy.
21 août 201
Notizie aggiornate in tempo reale sul sito www.silviacattori.net

martedì 23 agosto 2011

In Libia la barbarie, non un trionfo


En Libye, la barbarie, pas un triomphe
Le soleil d’août aveugle toute chose. Il s’abat sur les consciences déjà en torpeur, et même les horreurs s’en trouvent effacées. En Libye les avions de guerre de l’OTAN sont en train de semer la mort et la destruction : 40 raids  aériens en deux jours pour « ouvrir la voie à l’avancée des rebelles » écrivent les journaux.  Les attaques durent depuis 4 mois avec 4.000 bombardements qui ont touché au moins 1.600 objectifs civils, faisant plus de 2.000 morts : hommes, femmes, enfants.
Les seuls deux premiers mois de guerre ont coûté 52 milliards d’euros et chacun des 5 navires de guerre coûte 350 mille euros par jour. A l’Italie la guerre coûte des centaines de millions d’euros, alors que la manœuvre économique s’abat sur des travailleurs, jeunes et retraités.
Les journaux télévisés montrent des rebelles qui exultent  et disent que les bourses européennes sont en forte hausse à cause des nouvelles arrivant de Libye. On fête la barbarie. La guerre, en plus des victimes humaines, tue aussi la vérité, toujours.
Une guerre pour le pétrole et pour redessiner la carte de la puissance occidentale au Moyen-Orient.  L’impérialisme érigé en défense du capitalisme en crise.
Il y a cent ans, Giolitti[2] envahît la Libye. Les populations libyennes furent massacrées par les gaz : ce fût un horrible génocide. Au lieu d’éprouver de l’horreur pour ce que nous fîmes alors et pour ce que nous sommes en train de faire aujourd’hui, les mass media font la fête, sans aucune honte.


NON A LA GUERRE EN LIBYE !

Nous lançons un appel en cet instant pour demander le cessez-le-feu immédiat, la résolution pacifique de la crise et l’autodétermination du peuple libyen


La bataille de la désinformation
Tripoli en proie aux journalistes « Embedded »
 
Le 22 août au soir, les journalistes Mahdi Darius Nazemroaya et Thierry Meyssan étaient toujours dans l’attente - avec quelques autres confrères - de pouvoir quitter l’hôtel Rixos au plus vite.
23 août 2011
Lors de notre dernier contact avec Tripoli, le lundi 22 août à 17 heures, il nous a été rapporté que les deux journalistes Mahdi Darius Nazemroaya et Thierry Meyssan qui ont été nommément désignés comme devant être tués se trouvaient toujours à l’hôtel Rixos. Le même hôtel où sont logés les « journalistes Embedded » qui les ont menacés et dont nous avons le nom.
Il se trouve que, dans cette guerre, qui sert, encore une fois, uniquement les visées de l’OTAN et non pas la paix des peuples, des « journalistes non Embedded » sont présents. Ils dérangent parce qu’ils ne s’alignent pas sur ce que vont répéter les propagandistes. Il est donc impératif de les faire taire…
Les guerres impériales livrées par l’OTAN – en Irak, en Afghanistan, etc - sont la chasse gardée de vulgaires « journalistes Embedded ».
On comprend qu’ils veuillent faire taire les correspondants qui contredisent leur information biaisée, destinée à accompagner la propagande de l’OTAN.
Appel du 22 août 2011 à 11.00 heures.
Thierry Meyssan, la voix fatiguée, nous dit : « Nous attendons de sortir de l’hôtel. En ce moment ça bombarde partout, avec un acharnement sur les mêmes objectifs, pas loin de l’hotel Rixos. »
Appel du 22 août 2011 à 17.00 heures
Thierry Meyssan, la voix calme mais grave, nous dit : « Nous savons que quatre gouvernements veulent nous aider à sortir. »
Messages envoyé par Thierry Meyssan au Réseau Voltaire la nuit du 22/23 août
« Des missiles sol air ont été apportés en ville. L’OTAN a stoppé les bombardements. Saif al Islam que l’on assurait arrêté a été acclamé par la foule a Bab Al Azizia. »
Depuis nous avons perdu le contact avec Thierry Meyssan

lunedì 22 agosto 2011

Hugo Chavez denuncia il massacro della NATO in Libia

Cuba e i veri "Stati terroristi"

Nota del Ministero degli Esteri cubano sull’ inserimento di Cuba, da parte degli Stati Uniti, nella lista degli Stati patrocinatori del terrorismo internazionale

Il 18 agosto, il Dipartimento di Stato ha inserito Cuba, per la trentesima volta, nella fittizia lista degli “Stati patrocinatori del terrorismo internazionale”, con l'unico proposito di screditare il nostro paese e di continuare a giustificare la politica crudele e respinta di blocco contro Cuba. 

Il Governo degli Stati Uniti, che storicamente ha praticato il terrorismo di Stato, le esecuzioni extragiudiziali, i sequestri di persona, gli assassini con aerei non pilotati, la tortura e le detenzioni illegali, che ha stabilito carceri segrete, che è responsabile della morte di centinaia di migliaia di civili innocenti come risultato delle sue guerre di occupazione e di conquista in Iraq e in Afghanistan, che bombarda sistematicamente Stati sovrani come la Libia, non ha la minima morale né alcun diritto di giudicare Cuba, che ha un percorso irreprensibile nella lotta contro il terrorismo e che, inoltre, è stata sistematicamente vittima di questo male. 

Il Governo degli Stati Uniti si comporta come se non avesse dato protezione, in modo permanente, al criminale confesso Luis Posada Carriles, che non ha voluto processare per imputazioni di terrorismo, nonostante contasse su abbondanti prove. Posada Carriles, insieme a Orlando Bosch Ávila, che è stato beneficiato da un perdono presidenziale di George Bush padre, è autore dell'orrendo attentato in pieno volo contro un aereo civile cubano che è costato la vita a 73 persone innocenti. È anche diretto responsabile della morte del turista italiano Fabio Di Celmo, durante gli attentati con bombe contro installazioni turistiche cubane nel 1997.
Posada Carriles passeggia oggi libero e impunemente per le vie di Miami, dopo essere stato assolto in un processo farsa a El Paso, nel Texas.  
Allo stesso tempo, come prova irrefutabile della sua doppia morale, il Governo nordamericano mantiene ingiustamente in prigione e punisce cinque nostri lottatori antiterroristi, per aver preservato la vita di cittadini cubani, nordamericani e di altri paesi. 

Sono morti 3.478 cubani e altri 2.099 sono rimasti invalidi permanenti, come risultato di azioni terroristiche, organizzate, finanziate e perpetrate dal territorio nordamericano, in molti casi con la stessa complicità del Governo degli Stati Uniti. 

La manipolazione politica di un tema così sensibile come la lotta contro il terrorismo offende anche la memoria delle vittime delle criminali azioni dell’11 settembre 2001, fatto che ha suscitato la solidarietà e l'offerta di aiuto incondizionato del nostro Governo e del nostro popolo. 

Cuba esige che il Governo degli Stati Uniti punisca i veri terroristi che oggi risiedono in territorio nordamericano, che liberi i Cinque Eroi e che metta fine alla politica di blocco e di ostilità contro il nostro paese che attenta contro gli interessi legittimi di entrambi i popoli. 

La Habana, 19 agosto 2011