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sabato 27 agosto 2011

Sette punti sulla guerra contro la Libia

Versione portoghese
Sete pontos acerca da Líbia 
da resistir.info(anche su o diario)

Domenico Losurdo 

Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.
2.  Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».
3.  Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».
4.  Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».
5.  Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.
6.  Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.
7.  A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos'è un monarca assoluto? E' colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.


Sept points sur la Libye

Domenico Losurdo

Désormais même les aveugles peuvent être en mesure de voir et de comprendre ce qui est en train d’arriver en Libye :
  1. C’est une guerre promue et déclanchée par l’OTAN qui est en cours. Cette vérité finit par filtrer sur les organes mêmes d’ « information » bourgeoise.  Sur La Stampa  du 25 août, Lucia Annunziata écrit : c’est une guerre « entièrement "extérieure", c’est-à-dire faite par les forces de l’OTAN » ; c’est « le système occidental, qui a promu la guerre contre Kadhafi ». Une vignette de l’International Herald Tribune du 24 août nous montre des « rebelles » qui exultent, mais ils sont commodément installés sur un avion qui porte l’écusson de l’OTAN.
  2. Il s’agit d’une guerre préparée depuis longtemps. Le Sunday Mirror du 20 mars a révélé que déjà « trois semaines » avant la résolution de l’ONU étaient à l’œuvre en Libye des « centaines » de soldats britanniques, encadrés dans un des corps militaires  les plus sophistiqués et les plus redoutés du monde (SAS). Des révélations ou admissions analogues peuvent être lues sur l’International Herald Tribune du 31 mars, à propos de la présence de « petits groupes de la Cia » et d’une « ample force occidentale en action dans l’ombre », toujours « avant l’éclatement des hostilités le 19 mars ».
  3. Cette guerre n’a rien à voir avec la protection des droits humains. Dans l’article déjà cité, Lucia Annunziata observe avec angoisse : « L’OTAN qui a atteint la victoire n’est pas la même entité qui a lancé la guerre ». Entre temps, l’Occident est gravement affaibli par la crise économique ; réussira-t-il à garder le contrôle d’un continent qui, de plus en plus souvent, perçoit l’appel des « nations non occidentales » et en particulier de la Chine ? Par ailleurs, ce même quotidien qui présente l’article d’Annunziata, La Stampa, ouvre le 26 août sur un titre en pleine page : « Nouvelle Libye, défi Italie-France ». Pour ceux qui n’auraient pas encore compris de quel type de défi il s’agit, l’éditorial de Paolo Paroni (Duel de la dernière affaire) est clair : depuis le début des opérations guerrières, caractérisées par l’activisme frénétique de Sarkozy, « on a immédiatement compris que la guerre contre le Colonel allait se transformer en un conflit d’un autre type : guerre économique, avec un nouvel adversaire, l’Italie évidemment ».
  4. Voulue pour des motifs abjects, la guerre est menée de façon criminelle. Je me limite  seulement à quelques détails repris dans un quotidien au-dessus de tout soupçon. L’International Herald Tribune du 26 août, dans un article de K. Fahim et R. Gladstone, rapporte : « Dans un campement au centre de Tripoli ont été retrouvés les corps criblés de balles de plus de 30 combattants pro-Kadhafi.  Deux au moins étaient ligotés avec des liens en plastique, et ceci laisse penser qu’ils ont subi une exécution. Parmi ces morts, cinq ont été trouvés dans un hôpital de fortune ; l’un était sur une ambulance, étendu sur un brancard et ligoté par une ceinture et portant encore une perfusion intraveineuse dans le bras ».
  5.  Barbare comme toutes les guerres coloniales, la guerre actuelle contre la Libye démontre comment l’impérialisme se fait de plus en plus barbare. Dans le passé, innombrables ont été les tentatives de la Cia d’assassiner Fidel Castro, mais ces tentatives étaient conduites en secret, avec un sentiment si ce n’est de honte du moins de crainte des possibles réactions de l’opinion publique internationale. Aujourd’hui, par contre, assassiner Kadhafi ou d’autres  chefs d’Etat non appréciés à l’Occident est un droit ouvertement proclamé. Le Corriere della Sera du 26 août 2011 titre triomphalement : « Chasse à Kadhafi et à ses fils, maison par maison ». Tandis que j’écris, les Tornado britanniques, se prévalant aussi de la collaboration et des informations fournies par la France, s’emploient à bombarder Syrte et à exterminer l’entière famille de Kadhafi.
  6. Non moins barbare que la guerre a été la campagne de désinformation. Sans le moindre sentiment de pudeur, l’OTAN a martelé systématiquement le mensonge selon lequel ses opérations guerrières ne visaient qu’à la protection des civils ! Et la presse, la « libre » presse occidentale ? Elle a, à un moment, publié avec ostentation la « nouvelle » selon laquelle Kadhafi bourrait ses soldats de viagra de façon à ce qu’ils puissent plus facilement commettre des viols de masse. Cette « nouvelle » tombant rapidement dans le ridicule, voici alors une autre « nouvelle » selon laquelle les soldats libyens tirent sur les enfants. Aucune preuve n’est fournie, on ne trouve aucune référence à des dates et des lieux déterminés, aucun renvoi à telle ou telle source : l’important est de criminaliser l’ennemi à anéantir.
  7.   Mussolini en son temps présenta l’agression fasciste contre l’Ethiopie comme une campagne pour libérer ce pays de la plaie de l’esclavage ; aujourd’hui l’OTAN présente son agression contre la Libye comme une campagne pour la diffusion de la démocratie. En son temps Mussolini n’avait de cesse de tonner contre l’empereur éthiopien Hailé Sélassié comme « Négus des négriers » ; aujourd’hui l’OTAN exprime son mépris pour Kadhafi « le dictateur ». De même que la nature belliciste de l’impérialisme ne change pas, ainsi ses techniques de manipulation révèlent de significatifs éléments de continuité. Pour  clarifier qui exerce réellement aujourd’hui la dictature à niveau planétaire, plutôt que de citer Marx ou Lénine, je veux citer Emmanuel Kant. Dans un texte de 1798 (Le conflit des facultés), il écrit : « Qu’est-ce qu'un monarque absolu ? Celui qui, quand il commande : "la guerre doit être", la guerre suit en effet ». En argumentant de la sorte, Kant prenait pour cible, en particulier, l’Angleterre de son époque, sans se laisser tromper par les formes « libérales » de ce pays. C’est une leçon dont nous devons tirer profit : les « monarques absolus » de notre époque, les tyrans et dictateurs planétaires de notre époque siègent à Washington, à Bruxelles et dans les plus importantes capitales occidentales.

Publié vendredi 26 août 2011 sur le blog de l’auteur
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio 

Dernière heure :
la vie des journalistes indépendants à Tripoli est en situation très critique
par Michel Chossudovsky
Les journalistes indépendants piégés à l'hôtel Rixos ont été évacués mercredi par la Croix Rouge.
Ils ont été amenés et logés à l'hôtel Corinthia. Depuis leur arrivée, des terroristes armés sont entrés dans les locaux de l'hôtel avec différents prétextes.   
L'hôtel est en territoire rebelle.
Le bateau prévu pour Malte jeudi à 6 h EDT avec la collaboration de la Croix Rouge, a été retardé. Les raisons de ce retard ne sont pas logistiques.    
Le chaos continue de prévaloir avec d'intense combat entre les Rebelles et les forces loyalistes. Nous avons aussi reçu un rapport à l'effet que l'ambassade vénézuélienne avait été saccagée par des terroristes armés.
Les menaces pour la vie des journalistes indépendants Mahdi Darius Nazemroaya du Centre de Recherche sur la mondialisation et Thierry Meyssan du Réseau Voltaire, prévalent.
C'est une bataille de média. Une confrontation entre les médias dominants porte-parole de l'OTAN, et ceux qui disent la vérité dans les médias.
Les journalistes indépendants sont ciblés parce qu'ils disent la vérité. La couverture médiatique de la guerre en Libye a focalisé sur Kadhafi. Pas un mot n'a été diffusé concernant la dévastation et la perte de vies causée par les bombardements de l'OTAN sur des cibles civiles, ainsi que les bombardements intensifs de Tripoli.
Nous demandons à nos lecteurs de diffuser le message haut et fort. La vie de ceux qui disent la vérité est menacée".

Ultima ora
La vita dei giornalisti indipendenti a Tripoli è in una situazione molto critica
di Michel Chossudovsky


I giornalisti indipendenti assediati all’hotel Rixos sono stati evacuati mercoledì dalla Croce Rossa.
Essi sono stati condotti e alloggiati all’hotel Corinthia. Dal momento del loro arrivo, terroristi armati sono entrati nei locali dell’hotel con vari pretesti.
L’hotel è un territorio dei ribelli.
Il battello previsto per Malta giovedì alla ore 6, con la collaborazione della Croce Rossa, ha subito un ritardo. Le ragioni di questo ritardo non sono logistiche.
Il caos continua a prevalere con intensi combattimenti tra i ribelli e le forze lealiste. Abbiamo anche ricevuto un rapporto sul saccheggio dell’ambasciata venezuelana a opera di terroristi armati.
Le minacce per la vita dei giornalisti indipendenti Mahdi Darius Nazemroaya, del Centre de Recherche sur la mondialisation, e Thierry Meyssan, del Réseau Voltaire, continuano.
E’ una battaglia per i mezzi di informazione, è uno scontro tra i mezzi di informazione dominanti, portavoce della Nato, e coloro che dicono la verità.
I giornalisti indipendenti sono presi di mira perché dicono la verità. La copertura mediatica della guerra in Libia è focalizzata su Gheddafi. Non una parola è stata detta sulle devastazioni e le perdite di vite umane causate dai bombardamenti della Nato su obiettivi civili, così come dagli intensi bombardamenti su Tripoli.
Chiediamo ai nostri lettori di diffondere questo messaggio in modo alto e forte. La vita di coloro che dicono la verità è in pericolo.

Thierry Meyssan da Tripoli

Entretien avec Thierry Meyssan
« C’est l’OTAN qui fait tout le travail militaire, pas les rebelles »
Nous avons pu nous entretenir avec Thierry Meyssan aux heures les plus sombres et dramatiques pour les très nombreux Libyens opposés à l’intervention de l’OTAN - contrairement aux bobards proférés par Bernard-Henri Lévy.
21 août 201
Notizie aggiornate in tempo reale sul sito www.silviacattori.net

martedì 23 agosto 2011

In Libia la barbarie, non un trionfo


En Libye, la barbarie, pas un triomphe
Le soleil d’août aveugle toute chose. Il s’abat sur les consciences déjà en torpeur, et même les horreurs s’en trouvent effacées. En Libye les avions de guerre de l’OTAN sont en train de semer la mort et la destruction : 40 raids  aériens en deux jours pour « ouvrir la voie à l’avancée des rebelles » écrivent les journaux.  Les attaques durent depuis 4 mois avec 4.000 bombardements qui ont touché au moins 1.600 objectifs civils, faisant plus de 2.000 morts : hommes, femmes, enfants.
Les seuls deux premiers mois de guerre ont coûté 52 milliards d’euros et chacun des 5 navires de guerre coûte 350 mille euros par jour. A l’Italie la guerre coûte des centaines de millions d’euros, alors que la manœuvre économique s’abat sur des travailleurs, jeunes et retraités.
Les journaux télévisés montrent des rebelles qui exultent  et disent que les bourses européennes sont en forte hausse à cause des nouvelles arrivant de Libye. On fête la barbarie. La guerre, en plus des victimes humaines, tue aussi la vérité, toujours.
Une guerre pour le pétrole et pour redessiner la carte de la puissance occidentale au Moyen-Orient.  L’impérialisme érigé en défense du capitalisme en crise.
Il y a cent ans, Giolitti[2] envahît la Libye. Les populations libyennes furent massacrées par les gaz : ce fût un horrible génocide. Au lieu d’éprouver de l’horreur pour ce que nous fîmes alors et pour ce que nous sommes en train de faire aujourd’hui, les mass media font la fête, sans aucune honte.


NON A LA GUERRE EN LIBYE !

Nous lançons un appel en cet instant pour demander le cessez-le-feu immédiat, la résolution pacifique de la crise et l’autodétermination du peuple libyen


La bataille de la désinformation
Tripoli en proie aux journalistes « Embedded »
 
Le 22 août au soir, les journalistes Mahdi Darius Nazemroaya et Thierry Meyssan étaient toujours dans l’attente - avec quelques autres confrères - de pouvoir quitter l’hôtel Rixos au plus vite.
23 août 2011
Lors de notre dernier contact avec Tripoli, le lundi 22 août à 17 heures, il nous a été rapporté que les deux journalistes Mahdi Darius Nazemroaya et Thierry Meyssan qui ont été nommément désignés comme devant être tués se trouvaient toujours à l’hôtel Rixos. Le même hôtel où sont logés les « journalistes Embedded » qui les ont menacés et dont nous avons le nom.
Il se trouve que, dans cette guerre, qui sert, encore une fois, uniquement les visées de l’OTAN et non pas la paix des peuples, des « journalistes non Embedded » sont présents. Ils dérangent parce qu’ils ne s’alignent pas sur ce que vont répéter les propagandistes. Il est donc impératif de les faire taire…
Les guerres impériales livrées par l’OTAN – en Irak, en Afghanistan, etc - sont la chasse gardée de vulgaires « journalistes Embedded ».
On comprend qu’ils veuillent faire taire les correspondants qui contredisent leur information biaisée, destinée à accompagner la propagande de l’OTAN.
Appel du 22 août 2011 à 11.00 heures.
Thierry Meyssan, la voix fatiguée, nous dit : « Nous attendons de sortir de l’hôtel. En ce moment ça bombarde partout, avec un acharnement sur les mêmes objectifs, pas loin de l’hotel Rixos. »
Appel du 22 août 2011 à 17.00 heures
Thierry Meyssan, la voix calme mais grave, nous dit : « Nous savons que quatre gouvernements veulent nous aider à sortir. »
Messages envoyé par Thierry Meyssan au Réseau Voltaire la nuit du 22/23 août
« Des missiles sol air ont été apportés en ville. L’OTAN a stoppé les bombardements. Saif al Islam que l’on assurait arrêté a été acclamé par la foule a Bab Al Azizia. »
Depuis nous avons perdu le contact avec Thierry Meyssan

lunedì 22 agosto 2011

Hugo Chavez denuncia il massacro della NATO in Libia

Cuba e i veri "Stati terroristi"

Nota del Ministero degli Esteri cubano sull’ inserimento di Cuba, da parte degli Stati Uniti, nella lista degli Stati patrocinatori del terrorismo internazionale

Il 18 agosto, il Dipartimento di Stato ha inserito Cuba, per la trentesima volta, nella fittizia lista degli “Stati patrocinatori del terrorismo internazionale”, con l'unico proposito di screditare il nostro paese e di continuare a giustificare la politica crudele e respinta di blocco contro Cuba. 

Il Governo degli Stati Uniti, che storicamente ha praticato il terrorismo di Stato, le esecuzioni extragiudiziali, i sequestri di persona, gli assassini con aerei non pilotati, la tortura e le detenzioni illegali, che ha stabilito carceri segrete, che è responsabile della morte di centinaia di migliaia di civili innocenti come risultato delle sue guerre di occupazione e di conquista in Iraq e in Afghanistan, che bombarda sistematicamente Stati sovrani come la Libia, non ha la minima morale né alcun diritto di giudicare Cuba, che ha un percorso irreprensibile nella lotta contro il terrorismo e che, inoltre, è stata sistematicamente vittima di questo male. 

Il Governo degli Stati Uniti si comporta come se non avesse dato protezione, in modo permanente, al criminale confesso Luis Posada Carriles, che non ha voluto processare per imputazioni di terrorismo, nonostante contasse su abbondanti prove. Posada Carriles, insieme a Orlando Bosch Ávila, che è stato beneficiato da un perdono presidenziale di George Bush padre, è autore dell'orrendo attentato in pieno volo contro un aereo civile cubano che è costato la vita a 73 persone innocenti. È anche diretto responsabile della morte del turista italiano Fabio Di Celmo, durante gli attentati con bombe contro installazioni turistiche cubane nel 1997.
Posada Carriles passeggia oggi libero e impunemente per le vie di Miami, dopo essere stato assolto in un processo farsa a El Paso, nel Texas.  
Allo stesso tempo, come prova irrefutabile della sua doppia morale, il Governo nordamericano mantiene ingiustamente in prigione e punisce cinque nostri lottatori antiterroristi, per aver preservato la vita di cittadini cubani, nordamericani e di altri paesi. 

Sono morti 3.478 cubani e altri 2.099 sono rimasti invalidi permanenti, come risultato di azioni terroristiche, organizzate, finanziate e perpetrate dal territorio nordamericano, in molti casi con la stessa complicità del Governo degli Stati Uniti. 

La manipolazione politica di un tema così sensibile come la lotta contro il terrorismo offende anche la memoria delle vittime delle criminali azioni dell’11 settembre 2001, fatto che ha suscitato la solidarietà e l'offerta di aiuto incondizionato del nostro Governo e del nostro popolo. 

Cuba esige che il Governo degli Stati Uniti punisca i veri terroristi che oggi risiedono in territorio nordamericano, che liberi i Cinque Eroi e che metta fine alla politica di blocco e di ostilità contro il nostro paese che attenta contro gli interessi legittimi di entrambi i popoli. 

La Habana, 19 agosto 2011 

venerdì 19 agosto 2011

Le imprese statali cinesi scalano i vertici mondiali

Da questo testo emergono alcuni punti importanti:
1)    L’economia cinese continua a crescere rapidamente: delle 500 più importanti imprese a livello mondiale 61 sono cinesi (nel 2005 erano 16).
2)    La maggior parte di queste imprese cinesi che scalano i vertici mondiali sono di proprietà statale.
3)    Queste imprese si rivelano particolarmente competitive anche perché possono investire in «nuova tecnologia».
4)    Gli Usa e l’Europa sono assai preoccupate; vorrebbero imporre la privatizzazione e, in caso di rifiuto da parte del governo cinese, minacciano una «ritorsione politica».
Vorrà finalmente la sinistra occidentale guardare in faccia la lotta di classe che si sviluppa anche a livello internazionale o continuerà a favoleggiare di un mondo unificato sotto il segno del capitalismo? [DL].

Reuters

Rise of China state-owned firms rattles U.S. companies

Wed, Aug 17 2011
WASHINGTON (Reuters) - When the leaders of the world's two biggest economies meet in Hawaii three months from now, U.S. President Barack Obama will still be able to brag to Chinese President Hu Jintao that the United States has more big companies than any other nation on the planet.
In Fortune magazine's 2011 list of the 500 largest companies, the United States leads with 133, four more than Japan's 68 and China's 61 combined.
But a glance back at the 2005 list would give Hu more of a reason to smile. That year China had just 16 companies in the top 500 and the United States had 176, including at least one, Lehman Brothers, no longer around.
Given China's rapid economic growth and its push for Chinese enterprises to "go global," former Deputy Treasury Secretary Robert Kimmitt said it is certain the number of big Chinese companies will continue to rise.
But what American business finds disturbing is that most of the Chinese companies are state-owned, including the three in Fortune's Top Ten -- China Petroleum and Chemical Corp (also known as Sinopec) (600028.SS: QuoteProfileResearch,Stock Buzz), China National Petroleum CNPET.UL and State Grid STGRD.UL, which says it supplies energy to over 1 billion Chinese consumers.
"A new dynamic in the world economy threatens the competitiveness of American companies and workers in world markets and undermines our country's core belief in market-based economy," the U.S. Chamber of Commerce and the Coalition of Services Industries said in a joint report.
"No adequate and effective international disciplines now exist to deal with this problem," the groups added, complaining that China and other countries lavish regulatory favors and generous subsidies on their state-owned firms.
For now, that most strongly affects American companies that compete with state-owned enterprises or state-supported enterprises in their home market.
"But as SOEs and SSEs grow, they are increasingly competing in third markets abroad and they are beginning to compete in the U.S. market," the U.S. business groups said.
A "MULTITUDE OF ADVANTAGES"
Vice President Joe Biden is expected to raise U.S. concerns about China's state-owned enterprises during talks this week in Beijing with Chinese Vice President Xi Jinping, China's presumed future leader, and with Hu.
The United States believes China should "dismantle a set of financial controls that tend to channel cheaper credit to state-owned enterprises," putting their own private companies and foreign competitors at a disadvantage, U.S. Treasury Under Secretary Lael Brainard told reporters on Monday.
The Obama administration also is pushing in the Organization for Economic Cooperation and Development, a group of 34 rich nations and emerging economies, for a "competitive neutrality" framework to ensure government-supported companies do not enjoy an unfair advantage over private sector firms.
"It is not up to the U.S. to question the wisdom of other nations in establishing state enterprises. But it is very much a U.S. concern if the playing field is not level between them and their American competitors," U.S. Under Secretary of State Robert Hormats said in a recent speech.
He ticked off a "multitude of advantages" that Chinese and other SOEs have used to grab market share.
Lower taxes, less regulation, protected home markets or privileged access to domestic government procurement markets artificially improve the SOEs "economies of scale, lowers their operating costs and increases their sales, enabling them to invest in new technology that increase their competitive advantage at home and abroad," Hormats said.
HOPES PINNED ON TRANSPACIFIC PARTNERSHIP TALKS
U.S. business groups support the OECD effort, even though China is not yet a member of the 50-year-old group.
But they place more emphasis on U.S. free trade talks with eight countries in the Asia Pacific region to forge the Transpacific Partnership pact.
China is not part of those negotiations, but five countries -- Singapore, Malaysia, Peru, Chile and perhaps most importantly Vietnam -- which have a history of major state involvement in their national economy are.
In addition, the White House hopes the partnership will lay the foundation for the long-envisioned Free Trade Area of the Asia Pacific, which both Washington and Beijing support as members of the Asia Pacific Economic Cooperation forum.
The United States is pressing for the "broad outline" of a Transpacific deal by the APEC summit in November, but still is consulting with business and labor groups to craft proposed rules for state-owned enterprises in the pact.
Kimmitt, the former U.S. Treasury official and now independent chairman of the Deloitte Center for Cross-Border Investment, argued it would benefit China to reorient its state-owned enterprises to avoid possible political backlash in the United States and Europe.
"The more state-owned enterprises operate like private companies, the more opportunities they are going to have abroad ... I think the Chinese government and its state-owned enterprises have a self-interest in playing by global rules, in opening China's market and in putting its companies on a path to privatization," Kimmitt said.
He likened the fears about state-owned enterprises to the alarm four years ago over Chinese and other "sovereign wealth funds" that many suspected were making investments for political rather than purely commercial purposes.
A year-long negotiation led by the International Monetary Fund resulted in the so-called Santiago Principles, a voluntary set of "best practices" for sovereign wealth funds that has helped dampen concerns in the United States.
New multilateral talks on state-owned enterprises could benefit both sides by establishing rules on how they operate, as well as how they are treated by others, Kimmitt said.
(Reporting by Doug Palmer; editing by Jackie Frank)

martedì 16 agosto 2011

La versione brasiliana del saggio «Cone nacque e come morì il marxismo occidentale»

COMO NASCEU E COMO MORREU O “MARXISMO OCIDENTAL”1Domenico LOSURDO*
Carlo Alberto DASTOLI** (tradução e revisão técnica).
in  Estudos de Sociologia, n. 30, Revista Semestral do Departamento de Sociologia e Programa de Pós-Graduação em Sociologia - FCL- UNESP - Araraquara - v. 16, n. 30 - 1º semestre de 2011. Il tuo articolo va da p. 213 a 242.  
1. O “marxismo ocidental” e a remoção da questão colonial.Por que o marxismo ocidental, após desfrutar de um sucesso extraordinário até se tornar a koiné das décadas de 1960 e 1970, mergulhou numa crise tão profunda? Sem dúvida, os fatos históricos que todos conhecemos e que culminaram com a queda da União Soviética e do “bloco socialista” desempenharam neste caso um papel fundamental. No entanto, embora inevitável, esse tipo de explicação não é exaustivo: é necessário aprofundar a análise, concentrando a atenção nas fraquezas intrínsecas que o marxismo ocidental revela no Ocidente, mesmo na época em que sua hegemonia parece incontestável. Nada é mais verdadeiro em relação à Itália. É preciso partir de um debate suscitado por Norberto Bobbio em 1954...
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venerdì 12 agosto 2011

Londra e gli esclusi dalla democrazia: le classi subalterne senza rappresentanza politica

A proposito degli ultimi avvenimenti in Inghilterra. Ecco in che modo nel 1993 concludevo il mio libro «Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale» (Bollati Boringhieri) [DL]: 
La rivolta di Los Angeles nel 1992 è l'altra faccia del rifiuto del principio della rappresentanza proporzionale e della decapitazione politica delle classi subalterne: ancora in misura non trascurabile colpiti dalla discriminazione razziale, in seguito al trionfo della definizione minima di democrazia ridotta a mercato, non più considerati titolari di diritti sociali ed economici, privi di un'organizzazione di partito su cui poter contare, senza possibilità di accesso ai mezzi di informazione e dalle leggi sulla registrazione ostacolati persino nell'accesso alle urne, impossibilitati in ultima analisi a far sentire la loro voce sul piano più propriamente politico, i neri possono protestare solo ricorrendo ad una sorta di jacquerie urbana, di una rivolta rabbiosa e distruttiva e che però non modifica in nulla lo stato di cose esistente. Come dimostra in particolare l'esempio della Quinta Repubblica francese, anche in questo secolo la marcia del bonapartismo è scandita dal trionfo del collegio uninominale. La legislazione elettorale moltiplica ulteriormente gli effetti in ogni caso derivanti dal monopolio che la grande ricchezza detiene di un apparato di mass-media di una potenza senza precedenti nella storia, accelerando e rafforzando il processo di decapitazione politica delle classi subalterne.
Man mano che il modello americano trionfa, anche in Europa è destinato a ripetersi il fenomeno delle jacqueries urbane, alimentate da immigrati, sottoproletari e classi sociali subalterne ed emarginate, come già avviene, in particolare, in Inghilterra. Il processo di emancipazione che, negli ultimi due secoli, ha strappato il suffragio universale uguale (una testa, un voto), ha rivendicato la rappresentanza proporzionale in nome del «medesimo valore rappresentativo» di ogni singolo voto, ha contestato il monopolio, comunque configurato e camuffato, degli organismi rappresentativi da parte della ricchezza, ha connesso diritti politici e diritti sociali e economici, e ha visto e celebrato la democrazia come emancipazione delle classi, delle «razze» e dei popoli tenuti in condizione di subalternità, tale processo sembra aver subito una grave battuta d’arresto. In questo senso, siamo in presenza di una fase di de-emancipazione, una di quelle che ha caratterizzato il cammino lungo e tortuoso della democrazia, ma di cui per ora non si riesce a intravvedere il superamento.

sabato 6 agosto 2011

Un commento sulla guerra contro la Libia

Perché l'Occidente si è impegnato con i ribelli assassini in Libia
di Patrick Cockburn, The Indipendent/ICH

Traduzione di l'Ernesto online

In linea con la storica comica inettitudine del governo britannico quando è in ballo la Libia, William Hague ha deciso di riconoscere i dirigenti dei ribelli di Bengasi come governo legittimo del paese nello stesso momento in cui alcuni di loro potrebbero avere assassinato o torturato fino alla morte il loro principale comandante militare...
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Oriana Fallaci et le terroriste norvégien


Domenico Losurdo
 Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio

Par un article de  Luigi Offeddu, le Corriere della Sera du 25 juillet rapporte que le « manifeste » idéologique de Anders Breivik est riche en citations de « Hitler, Charles Magne et Oriana Fallaci ». En effet -rapporte encore le réputé organe de presse- le terroriste norvégien a assassiné de sang froid des dizaines de personnes, stimulé par une idéologie qui exige « une déclaration européenne d’indépendance » contre l’"Eurabie", l’Europe désormais écrasée et dénaturée par l’invasion arabe et islamique, et écrasée et dénaturée grâce aussi à la complicité du Vatican.
  Pas de doute : le champion sanguinaire de la suprématie aryenne et occidentale a lu et absorbé les thèmes chers à Oriana Fallaci. Evidemment, un abîme sépare le délire idéologique de la folie criminelle ; il n’en demeure pas moins que la folie criminelle se nourrit aussi du délire idéologique. Et il n’en demeure pas moins non plus que l’Occident n’entend pas réellement prendre ses distances avec ce délire idéologique, comme le montre l’approbation unanime et emphatique qu’on continue encore à attribuer à Oriana Fallaci.

P.S. : J’ai parlé de « délire idéologique ». J’en donne confirmation en rapportant ici un extrait de mon livre « Il linguaggio dell’Impero » (Le langage de l’Empire), (Laterza éditeurs, Bari, 2007) :
« Comme on le sait, la dénonciation du complot juif traverse en profondeur l’histoire de la judéo phobie et de l’antisémitisme. Ce motif n’a pas disparu, mais il prend à présent pour cible l’Islam [Lisons Oriana Fallaci] : on trouve en plein développement « le plus sordide complot », « la plus grosse conjuration de l’Histoire moderne ». Pour la comprendre, en plus des « exécuteurs officiels de la conjuration » (les associations hégémonisées par des arabes et des musulmans) et des « traîtres » de l’Occident et des « collaborationnistes », on doit garder présent à l’esprit le rôle qu’y jouent, à différents niveaux, de façon consciente ou inconsciente, les « banquiers », « Papes », « chefs d’Etat », « politiciens » et « intellectuels » variés. Le résultat est catastrophique : « L’Europe  s’est vendue comme une garce aux sultans, aux califes, aux vizirs, aux lansquenets du nouvel Empire Ottoman. En somme l’Eurabie ». Oui, « l’Europe devient de plus en plus une province de l’Islam, une colonie de l’islam ».  Et le complot ne s’arrête pas là : si l’on n’oublie pas le rôle de la « pro-islamique Onu » et les manœuvres pour la « Révolution Mondiale islamique », la terrible menace qui pèse sur le monde entier est évidente. Voici enfin révélée « la vérité que les responsables ont toujours tue et même cachée comme un secret d’Etat ». La conspiration pour la poursuite de la domination planétaire voit comme protagonistes non plus les juifs mais bien les musulmans ».

Anche in francese l'intervento sulla Siria


La Syrie vue depuis l’Irak

Domenico Losurdo
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio

Informations tragiques et détails effarants arrivent de ce pays, mais il est difficile de distinguer entre la vérité et la manipulation, entre les protestations légitimes et les tentatives infâmes de déstabilisation. Il peut cependant s’avérer utile de regarder vers la Syrie à partir non pas de l’Occident mais, par exemple, de l’Irak. L’occasion nous en est fournie par un article de Tim Arango sur l’International Herald Tribune du 30-31 juillet. Lisons :
« En Irak, la Syrie représente encore quelque chose de semblable à un oasis. Les Irakiens commencent à se réfugier là-bas pour fuir la guerre dirigée par les Usa et le bain de sang de la violence sectaire qui s’en suit. Au cours de la guerre, la Syrie a accueilli environ 300 mille réfugiés irakiens, plus que n’importe quel autre pays de la région (d’après le Haut Commissariat Onu pour les réfugiés).
  Ces jours-ci (1er août 2011),  même si la Syrie doit faire face à ses désordres, rares sont les Irakiens qui rentrent chez eux. En effet, les Irakiens qui partent pour la Syrie sont beaucoup plus nombreux que ceux qui rentrent dans leur patrie ».
   Les Irakiens fuient non seulement pour laisser derrière eux la guerre qui continue à sévir, mais aussi parce qu’ils n’en peuvent plus d’un pays caractérisé par l’inefficience et la corruption des services publics. Oui, « la Syrie est vue comme un pays où il est meilleur de vivre ».
  Interrogés par l’International Herald Tribune, les Irakiens s’expriment avec simplicité et efficience. Se référant à la Syrie, ils disent : « Là-bas la vie est belle, là-bas les femmes sont belles » (il n’y a pas d’obligation de port du voile). En tous cas, « il y a là-bas une chose importante : liberté et sécurité partout ». C’est à partir de cette conviction diffuse que, « à cause des vacances estivales, le nombre des personnes qui abandonnent l’Irak  pour la Syrie a augmenté ».
   Mais que disent ceux qui se sont déjà établis dans ce pays (on présume dans les régions les plus tranquilles) ? Interrogé, toujours, par le quotidien étasunien, un Irakien témoigne : en effet, à la télévision le spectacle qui est offert de la Syrie est assez inquiétant, mais « quand je téléphone à ma famille, ils me disent que tout est ok» !
  Le cadre ici tracé est certainement unilatéral et excessivement rose. Mais ceux qui, après avoir déchaîné la guerre et avoir provoqué directement ou indirectement des dizaines et dizaines de milliers de morts, ont réduit l’Irak à des conditions, aujourd’hui encore, catastrophiques au point de faire apparaître la Syrie comme un « oasis », ceux-là n’ont de leçons à donner ni à l’un ni à l’autre de ces pays. Pour rester au Moyen-Orient : ceux qui, alors qu’ils continuent à bombarder la Libye, sans hésiter à massacrer les journalistes et les techniciens de la télévision de ce pays, prétendent donner des leçons sur les « droits humains » et rêvent d’une nouvelle « guerre humanitaire », ceux-là démontrent qu’ils ont perdu jusqu’au sens de la pudeur et du ridicule.

China Daily interviene sul crollo del mito del «massacro di Piazza Tienanmien»

(csgboston moderator's note: this is consistent with reports that casualties happened in other parts of Beijing, usually on routes the army took to get to Tiananmen Square.  In those locations there were clashes between PLA and Beijing residents.)

Tiananmen massacre a myth

July 14th, 2011 | China Daily
Gregory Clark, a former Australian diplomat who specializes in Chinese affairs, wrote an article in Japan Times recently, saying the Western media forged the so-called Tiananmen myth. Excerpts:
The recent WikiLeaks release of cables has helped finally kill the myth of an alleged massacre in Beijing’s Tiananmen Square on the night of June 3-4, 1989. But how did that myth come to exist in the first place?
Several impartial Western observers in the square at the time, including a Reuters correspondent and a Spanish TV crew, have long insisted, and written, that they saw no sign of any massacre.
So whence the story of a Tiananmen Square massacre? A lurid BBC report at the time was one important source. Other reporters may then have felt compelled to chime in even though none of them, including the BBC, had actually been in the square.
The best expose of what happened can be found in a detailed 1998 report from the Columbia University School of Journalism titled “The Myth of Tiananmen and the Price of a Passive Press”. Prepared by Jay Mathews, a former Washington Post Beijing bureau chief, it notes how the Western media’s pack instinct created the false massacre story.
Mathews traces much of the problem to a Hong Kong newspaper that immediately, after the 1989 disturbance, ran a long story under the name of an alleged student protester. He claimed to have been present at the square when “troops arrived with machine guns to mow down students in the hundreds”.
Distributed around the globe, the article was seen as final proof that the original BBC and other massacre reports were accurate. But the alleged author of that report was never located, and for good reason: The article was almost certainly planted – one of the many black information operations.
Black propaganda was, according to an Australian researcher into the topic, Adam Henry, “the strategic placement of lies and false rumors”, while gray propaganda was “the production of slanted, but not fictitious, non-attributable information”.
According to Henry, it played a key role in helping justify or downplay one truly dreadful postwar massacre in Asia, namely the slaughter of up to a half a million leftwing Indonesians in 1965.
The fact is that for seven weeks the Beijing government had tolerated a student protest occupation of its iconic central square despite the disruption. Some then leaders even tried to negotiate compromises, which some of the student leaders later regretted having rejected.
When eventually troops were sent in to clear the square, the demonstrations were already ending. But by this time the Western media were there in force, keen to grab any story they could.
Ironically, the Western media, which barely noticed the massacres in certain countries, still go out of their way to paint a false picture of “a brutal Chinese government willing to march in and massacre its protesting students in the hundreds, if not thousands”.
An April 17 review in this newspaper of Philip Cunningham’s book, Tiananmen Moon: Inside the Chinese Student Uprising , – whose blurb on Amazon still manages to talk about a Tiananmen Square massacre – provides a clue.
It quotes one of the student leaders, Chai Ling, as having said that creating a “sea of blood” might be the only way to shake the government. If frustrated students leaving the square carried out those petrol bomb attacks on troops, then the anger of the government becomes a lot more understandable. But I doubt whether any of those responsible for the original phony story will get round to details like that.
Tiananmen remains the classic example of the shallowness and bias in most Western media reporting, and of governmental black information operations seeking to control those media. China is too important to be a victim of this nonsense.

Anche in tedesco l'intervento sulla Siria

Irakische Sicht

Gastkommentar. Was geschieht in Syrien?

Von Domenico Losurdo
da Junge Welt
Tragische Nachrichten und grauenhafte Einzelheiten gelangen aus Syrien zu uns, doch ist es schwierig, zwischen Wahrheit und Manipulation, zwischen gerechtfertigten Protesten und infamen Versuchen der Destabilisierung zu unterscheiden. Sinnvoll kann es daher sein, auf das Land nicht vom Westen, sondern z.B. vom Irak aus zu blicken. Gelegenheit dazu bietet ein Artikel von Tim Arango in der International Herald Tribune (IHT) vom 30./31. Juli. Dort lesen wir: »Im Irak wird Syrien noch als so etwas wie eine Oase betrachtet. Die Iraker begannen, dorthin zu fliehen, um dem von den USA angeführten Krieg und dem darauffolgenden Blutbad der sektiererischen Gewalt zu entfliehen. Im Verlauf des Krieges hat Syrien circa 300000 irakische Flüchtlinge aufgenommen, mehr als jedes andere Land in der Region – nach Angaben des UN-Hochkommissars für Flüchtlinge. Obwohl Syrien in diesen Tagen seinen Unruhen entgegentreten muß, kehren nur wenige Iraker in ihre Heimat zurück. Die Zahl der Iraker, die sich Richtung Syrien aufmachen, ist weitaus größer als die der Rückkehrer.«

Die Iraker fliehen demnach nicht nur, um den Krieg hinter sich zu lassen, der weiter nachwirkt, sondern auch, weil sie genug haben von einem Land, das sich durch Unfähigkeit und Korruption auszeichnet. Es stimme, »Syrien wird als ein Land betrachtet, in dem man besser leben kann«. Von der IHT befragt, äußern sich Iraker einfach und klar. In bezug auf Syrien sagen sie: »Dort ist das Leben schön, und die Frauen sind auch schön« (es existiert keine Kopftuchpflicht). Jedenfalls »gibt es dort etwas Wichtiges: Überall Freiheit und Sicherheit«. Und aufgrund dieser verbreiteten Überzeugung sei »wegen der Sommerferien die Zahl der Personen gestiegen, die den Irak in Richtung Syrien verlassen«.

Doch was berichten die, die sich dort (wahrscheinlich in den ruhigeren Gegenden) schon niedergelassen haben? Gegenüber der US-Zeitung bezeugt solch ein Iraker: Ja, das Schauspiel, das von Syrien im Fernsehen geboten werde, sei äußerst beunruhigend, aber »wenn ich meine Familie anrufe, sagen sie mir, es ist alles o. k.«!

Sicherlich ist das hier gezeichnete Bild einseitig und übertrieben rosig. Doch diejenigen, die den Krieg im Irak entfesselten und direkt oder indirekt am Tod Zehntausender Menschen schuld sind, haben das Land in einen heute noch derartig katastrophalen Zustand versetzt, daß Syrien wie eine »Oase« erscheint; gerade deshalb haben sie kein Recht, anderen Ländern Lektionen zu erteilen. Um im Mittleren Osten zu bleiben: Diejenigen, die weiterhin Libyen bombardieren, ohne davor zurückzuschrecken, Fernsehjournalisten und -techniker dieses Landes zu ermorden, sich aber dennoch anmaßen, Lektionen über »Menschenrechte« zu erteilen und von einem neuen »humanitären Krieg« träumen, sie beweisen nur, daß sie jedes Schamgefühl und den Sinn für Lächerlichkeit verloren haben.

Domenico Losurdo ist Professor für Philosophie an der Universität Urbino/Italien

lunedì 1 agosto 2011

Che succede in Siria?

Domenico Losurdo 

Notizie tragiche e dettagli raccapriccianti giungono da quel paese, ma è difficile distinguere tra verità e manipolazione, tra legittime proteste e infami tentativi di destabilizzazione. Può essere utile tuttavia guardare alla Siria a partire non dall’Occidente ma, ad esempio, dall’Irak. L’occasione ce la fornisce un articolo di Tim Arango sull’«International Herald Tribune» del 30-31 luglio. Leggiamo:
«In Irak, la Siria rappresenta ancora qualcosa di simile a un’oasi. Gli irakeni cominciarono a rifugiarsi di là per sfuggire la guerra diretta dagli Usa e il susseguente bagno di sangue della violenza settaria. Nel corso della guerra, la Siria ha accolto circa 300 mila rifugiati irakeni, più di qualsiasi altro paese nella regione (a quello che riferisce l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati).
In questi giorni, anche se la Siria deve fronteggiare i suoi disordini, sono pochi gli irakeni che ritornano in patria. In effetti, sono molto più numerosi gli irakeni che partono per la Siria di quelli che ritornano in patria».
Gli irakeni fuggono non solo per lasciarsi alle spalle la guerra che continua a farsi avvertire, ma anche perché non ne possono più di un paese caratterizzato dall’inefficienza e dalla corruzione dei servizi pubblici. Sì, «la Siria viene vista come un paese migliore in cui vivere».
Interrogati dall’«International Herald Tribune», gli irakeni si esprimono con semplicità ed efficacia. Con riferimento alla Siria dicono: «Là la vita è bella, là le donne sono belle» (non c’è l’obbligo del velo). In ogni caso, «c’è una cosa importante: libertà e sicurezza dappertutto». E’ a partire da questa diffusa convinzione che, «a causa delle vacanze estive, è cresciuto il numero delle persone che abbandonano l’Irak per la Siria».
Ma cosa riferiscono coloro che già si sono stabiliti in quel paese (presumibilmente nelle regioni più tranquille)? Interrogato sempre dal quotidiano statunitense, un irakeno testimonia: sì, alla televisione lo spettacolo che viene offerto della Siria è assai inquietante, ma «quando telefono alla mia famiglia, mi dicono che tutto è ok»!
Ovviamente il quadro qui tracciato è unilaterale e roseo in modo eccessivo. Ma coloro che, dopo aver scatenato la guerra e aver provocato direttamente o indirettamente decine e decine di migliaia di morti, hanno ridotto l’Irak in condizioni ancora oggi così catastrofiche da far apparire la Siria come un «oasi», costoro non hanno lezioni da impartire né ad un paese né all’altro. Per restare in Medio Oriente: coloro che, mentre continuano a bombardare la Libia, senza esitare a massacrare i giornalisti e i tecnici della televisione di quel paese, pretendono di dare lezioni sui «diritti umani» e sognano una nuova «guerra umanitaria», costoro dimostrano di aver smarrito persino il senso del pudore e del ridicolo.

1 agosto 2011

sabato 30 luglio 2011

Annie Lacroix-Riz a proposito del libro su Stalin

Annie-Lacroix-Riz: «L'opera di Losurdo è estremamente interessante, io la raccomando vivamente»

Cher Monsieur,
L’ouvrage de Losurdo est extrêmement intéressant, je le recommande vivement et en ai rendu compte dans un texte diffusé sur ma liste de diffusion (inscription sur mon site) et affiché sur le site à la rubrique (« Remarques à Bernard Frédérick sur son texte de L’Humanité dimanche, 23-29 juin 2011, p. 94-97 » (http://www.historiographie.info/humastaline2011%20.pdf). A propos de Jean-Jacques Marie, antisoviétique compulsif sous couvert d’antistalinisme, je vous communique un courrier de 2007 suivant un échange électronique dans lequel l’intéressé avait balayé sur un ton très méprisant mes critiques contre un article de lui paru dans l’Express. Il n’a jamais répondu à ce second courrier. L’échange électronique se trouve dans mes archives, non accessibles  à l’endroit où je me trouve, mais ma lettre reproduit tous les arguments qu’avait avancés Marie.
 Amicalement,
 Annie Lacroix-Riz
___________________________

... "Retraité" de la pétrochimie depuis 2002(je suis né en 1946),vint pour moi le temps de la réflexion...J'ai commencé à lire "le choix de la défaite"et à imprimer certains des articles de votre site (ma fille "m'a fait acheter"une imprimante il y a quelques jours!).J'avais apprécié aussi votre intervention chez Daniel Mermet.Lecteur d'Althusser jusqu'en vouloir comprendre le coeur (?);Je ne lirai pas les lettres à Hélène préfacées par BHL (il nomme Althusser comme son maitre!quelle dérision!).Il y a des pages (des lettres) qu'il faut définitivement laisser à elles-mêmes...Je suis aussi un lecteur de Nietzsche (aïe!)dont une compréhension nouvelle via P.Wotling par exemple(re-aïe!)me semble nécessaire....Le petit ouvrage de Losurdo sur Nietzsche fait aussi partie après "le Lukacs"de la ma biblio.nietzscheènne...J'apprécie l'effort des éditions Delga."'Enfin la crise du marxisme a éclalé!"disait Louis;c'est vrai,nous y sommes en plein et c'est passionnant.Je voudrais commander le livre de Lusardo sur Staline.Me le conseillez-vous? L'approche de J.J Marie m'a paru insuffisante. Amicalement, Jean-Louis G.

martedì 26 luglio 2011

Oriana Fallaci e il terrorista norvegese


di Domenico Losurdo 

Con un articolo di Luigi Offeddu, il «Corriere della Sera» del 25 luglio riferisce che il «manifesto» ideologico di Anders Breivik è ricco di citazioni di «Hitler, Carlo Magno e Oriana Fallaci». Sì – riferisce sempre l’autorevole organo di stampa – il terrorista norvegese ha assassinato a sangue freddo decine e decine di persone, stimolato da un’ideologia che esige «una dichiarazione europea di indipendenza» contro l’«Eurabia», l’Europa ormai sopraffatta e snaturata dall’invasione araba e islamica, e sopraffatta e snaturata grazie anche alla complicità del Vaticano.
Non c’è dubbio: il campione sanguinario della supremazia ariana e occidentale ha letto e assorbito i temi cari a Oriana Fallaci. Ovviamente, un abisso separa il delirio ideologico dalla follia criminale; resta il fatto che la follia criminale si alimenta anche del delirio ideologico. E resta altresì il fatto che da questo delirio ideologico l’Occidente non intende realmente prendere le distanze, come dimostra il plauso unanime e enfatico che ancora continua a essere tributato a Oriana Fallaci.

P. S.
Ho parlato di «delirio ideologico». A conferma di ciò riporto una paginetta dal mio libro: «Il linguaggio dell’Impero», Laterza 2007:

[...] Com’è noto, la denuncia del complotto ebraico attraversa in profondità la storia della giudeofobia e dell’antisemitismo. Questo motivo non è scomparso, ma ora prende di mira l’islam [Leggiamo Oriana Fallaci]: è in pieno svolgimento «il più squallido complotto», «la più grossa congiura della Storia moderna». Per comprenderla, oltre agli «esecutori ufficiali della congiura» (le associazioni egemonizzate da arabi e islamici) e ai «traditori» dell’Occidente e ai «collaborazionisti», occorre tener presente il ruolo che a vario livello, in modo consapevole o inconsapevole, vi svolgono «banchieri», «Papi», «capi di Stato», «politici» e «intellettuali» vari. Il risultato è catastrofico: «L’Europa vendutasi come una sgualdrina ai sultani, ai califfi, ai visir, ai lanzichenecchi del nuovo Impero Ottomano. Insomma l’Eurabia». Sì, «l’Europa diventa sempre più una provincia dell’islam, una colonia dell’islam». Né il complotto si ferma qui: se si tiene presente il ruolo della «filoislamica Onu» e le manovre per la «Rivoluzione Mondiale Islamica», è evidente la minaccia terribile che incombe sul mondo intero. Ecco finalmente rivelata «la verità che i responsabili hanno sempre taciuto anzi nascosto come un segreto di Stato». La cospirazione per il conseguimento del dominio planetario vede come protagonisti non più gli ebrei bensì gli islamici.

Una recensione all'edizione brasiliana dello Stalin

Marcos Silva è professore di geografia all` UFSC (Universidade Federal de Santa Catarina), Florianópolis, Brasile.
Questo intervento è stato pubblicato sul sito della Fundação Maurício Grabois (vicina al PCdoB) (http://grabois.org.br/portal/noticia.php?id_sessao=54&id_noticia=6014) e anche sulla "Princípios", rivista teorica del PC do B (http://grabois.org.br/portal/noticia.php?id_sessao=7&id_noticia=6072) (sulla rivista in forma ridotta per motivo di spazio).

Para entender Stalin e o “stalinismo”
Por Marcos Aurélio da Silva
A publicística brasileira, e não só aquela à direita do espectro político, acostumou-se a se referir a Stalin como um dos grandes assassinos da história. A julgar pelo livro de Domenico Losurdo agora publicado entre nós, Stalin: história crítica de uma lenda negra, tradução de Jaime Clasen, Rio de Janeiro: Revan, 2010, 378 págs. (com um ensaio de Luciano Canfora), este ponto de vista está a demandar uma profunda revisão. Isso se se quiser não apenas refletir sobre o uso político a que a figura de Stalin serviu no Ocidente capitalista, mas igualmente atentar para o que de mais atual há na historiografia que se acercou do tema do “stalinismo”...

venerdì 22 luglio 2011

La cronaca della presentazione di "Fuga dalla storia?" in Portogallo

Domenico Losurdo, revolucionário e marxista criador

por Miguel Urbano Rodrigues
Mesa da conferência de Losurdo em Lisboa. O filósofo e historiador italiano Doménico Losurdo esteve em Portugal em Junho a convite da revista web odiario.info para apresentar os seus livros Stalin, estória e critica de uma lenda negra e Fuga da História [*] ...
Leggi tutto da resistir.info

Anche in francese le rivelazioni su Tienanmen


Le « massacre » de Place Tienanmen a été un mythe
Deirdre Griswold
Workers World, 29 juin 2011.
Traduit par M-A. Patrizio de la version italienne:


Combien de fois a-t-il été dit que les Etats-Unis sont une société « ouverte » et que les media y sont « libres » ?
D’habitude ces affirmations sont faites quand on critique d’autres pays de n’être pas « ouverts », en particulier pour des pays qui ne suivent pas le programme de Washington.
Il ne fait aucun doute que celui qui vit aux Etats-Unis et dépend des moyens de l’information commerciale, retenus comme « libres » et « ouverts », croit que le gouvernement chinois a massacré « des centaines, peut-être des milliers » d’étudiants sur la Place Tienanmen le 4 juin 1989. Cette phrase  a été répétée des dizaines de milliers de fois par les media du pays (USA, NdT).

Mais il s’agit d’un mythe. Et le gouvernement sait que c’est un mythe. Et tous les principaux media le savent. Mais refusent de corriger leurs comptes-rendus du fait de l’hostilité fondamentale de la classe dominante impérialiste des Usa.

Sur quoi fondons-nous cette affirmation ? Sur diverses sources...
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martedì 19 luglio 2011

Pubblicata l'edizione tedesca de Il linguaggio dell'Impero

Domenico Losurdo

Die Sprache des Imperiums


Ein historisch-philosophischer Leitfaden

Neue Kleine Bibliothek 167, 391 Seiten

EUR 19,90 [D] / EUR 20,50 [A] / SFR 28,90 ISBN 978-3-89438-469-2

Wie jeder Krieg wird auch der weltweite »Kampf gegen den Terrorismus« und für die »Verbreitung der Demokratie« von einer besonderen Ideologie begleitet. Während die heutige Kriegsideologie die islamische Welt des »Terrorismus«, des »Fundamentalismus« und des »blinden Hasses gegen den Westen« bezichtigt, nimmt sie auch europäische Länder ins Visier. Deren ungenügender Eifer sei oftmals vorurteilsbedingtem und regressivem »Antiamerikanismus« geschuldet. Und eine kritische Haltung gegenüber den USA als dem mächtigsten Verbündeten des Staates Israel beweise zugleich, dass die Alte Welt nach wie vor anfällig sei für »Antisemitismus«. Wie sonst wäre der hier grassierende »Philoislamismus« zu erklären? Was soll man aber unter diesen Kategorien verstehen? Indem Losurdo sie in ihren historischen und aktuellen Zusammenhang stellt, ordnet er die großen Konflikte unserer Zeit in eine breite Langzeitperspektive ein. Er schafft Klarheit über Schlüsselbegriffe, die im öffentlichen Diskurs nahezu unausweichlich geworden sind.

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