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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

venerdì 25 marzo 2011

"... alle spiagge di Tripoli"

"From the Halls of Montezuma,

To the shores of Tripoli;
We fight our country's battles
In the air, on land, and sea;
First to fight for right and freedom
And to keep our honor clean:
We are proud to claim the title
Of United States Marine..."

L'inno dei Marines è stato scritto nel 1911. Le "spiagge di Tripoli" citate sono quelle verso le quali i Marines si recarono nella loro prima prova del fuoco, agli inizi dell'800, durante la prima delle Barbary War. Evidentemente, c'è nostalgia... [SGA].

giovedì 24 marzo 2011

Sempre più evidenti le menzogne dell’imperialismo

By Huang Xiangyang, «China Daily», 2011-03-22
«L’azione militare congiunta delle potenze occidentali contro le forze del colonnello Gheddafi equivale a una guerra non dichiarata contro una nazione sovrana». «I discorsi sulle “indicicibili atrocità” commesse da Gheddafi hanno un suono simile alle accuse (di alcuni anni fa) relative allo sviluppo delle armi di distruziione di massa ad opera di Saddam Hussein».

Völkerrecht contra Bürgerkrieg
Ob man Diktatoren zum Teufel jagen soll, ist die eine Frage - selbstverständlich soll man das, so gut es geht. Man muss sich aber auch dem trostlosen Befund aussetzen: Die Intervention der Alliierten in Libyen steht auf brüchigem normativem Boden.
Von Reinhard Merkel, «Frankfurter Allgemeine Zeitung», 22. März 2011 2011-03-22
"Gheddafi non combatte contro civili. E’ illegale l’intervento militare dell’Occidente nella guerra civile libica"
[Ringraziamo Andreas Wehr per la segnalazione, DL]

di Andrea Malaguti, Stampa di lunedì 21 marzo 2011, pagina 7

by Mike Hamilton, Sunday Mirror 20/03/2011

Carissimo Prof.
condivido quanto dici su Libia e Obama. Sembri mio padre Sergio. Sei purtroppo uno dei pochi che dicono le cose come stanno. Che tristezza Napolitano! Ricordo sempre le parole di Sergio Bellone: "speriamo che Napolitano non faccia carriera, è il peggior compagno che conosco".
un caro saluto
Boris Bellone

[Sergio Bellone, condannato a 14 anni di carcere dal Tribunale speciale fascista, nel 1940, in quanto iscritto al partito comunista d'Italia. Liberato dopo il 25 luglio 1943, fu tra gli organizzatori della Resistenza in Piemonte, tra le formazioni Garibaldine. Esperto in esplosivi in quanto ingegnere minerario, fu protagonista nel sabotaggio delle linee ferroviarie che collegano l'Italia alla Francia. Nominato responsabile quindi del sabotaggio e controsabotaggio per il Piemonte dal CLNAI. Libertario e terzomondista e anticolonialista, ha lavorato come ingegnere nelle miniere jugoslave dopo la Liberazione. Testimone della grande tolleranza in Kosovo, dove lavorava a fianco di Serbi, Croati, Albanesi e altre minoranze immerso nell'entusiasmo e nella fratellanza. Scandalizzato per l'attacco infame alla Jugoslavia durante il governo D'Alema]

DL Il presidente naplitano sta svolgendo un ruolo molto positivo nel contrastare le manvre secessioniste della Lega. Ma, per quanto riguarda la poltica internazionale… Rinvio a quello che ho scritto nel 1991, in occasione della prima guerra del Golfo (lo si può leggere ora in: «Marx e l bilancio storico del Novecento», La scuola di Pitagora editrice, Napoli 2009):

« In Italia, la spedizione anti-irakena ha coinciso con la fondazione del Partito Democratico della Sinistra e l'emergere nel suo seno di un'agguerrita ala «riformista» che si è distinta per la netta presa di distanza da un'agitazione pacifista subito bollata come demagogica e priva di senso di responsabilità nei confronti della nazione e dei suoi impegni di politica internazionale. Napolitano e i suoi ideologi sono venuti così a collocarsi nel solco di una tradizione che ha conosciuto il suo momento culminante nel corso del primo conflitto mondiale»

lunedì 21 marzo 2011

L'attacco alla Libia e la posizione della Cina. Un confronto con i lettori

Caro Domenico... se avrai tempo e voglia di rispondere, vorrei porti un'obiezione su un punto, a proposito di quanto scrivi.
Mi riferisco all'ultima riunione dell'Onu e all'atteggiamento di Cina e Russia (le metto sullo stesso piano, augurandomi che prima o poi si apra una riflessione sull'enigma Putin). Le giustificazioni che tu adduci, comprensibili e francamente plausibili, non sono però sufficienti per condividere l'atteggiamento di Cina e Russia. Certe riunioni dell'Onu fanno parte della campaga mediatica per addomesticare l'opinione pubblica occidentale. Oggi stesso Napolitano ha sottolineato che l'Italia non è in guerra ma partecipa a una missione Onu. Tutte le guerre imperialiste sono finite per una duplice ragione, la Resistenza trovata n loco e l'orientamento dell'opinione pubblica del paese aggressore, una sorta di mix.
La scelta cinese sa troppo di Realpolitik, è vera la citazione di Mao che fai ma è di difficile comprensione per chi, in Libia, sta resistendo all'ennesima aggressione militare Usa. O no? Sul tema della guerra e del più generale diritto all'autodeterminazione dei popoli è nato il movimento comunista in tutto il mondo, con lo slancio del '17 bolscevico.
E' vero il detto che le uniche guerre che si perdono sono quelle che non si combattono, la stessa resistenza del gruppo dirigente libico lo dimostra, due settimane fa tutti davano tale dirigenza per spacciata. Tra l'altro l'obiettivo degli Usa nel grande Medio Oriente non è la Libia ma la Cina.

Ho letto l'articolo di Losurdo che condivido in larga parte, mi resta difficile invece capire il modo in cui giustifica l'astensione di Russia e Cina. Mi sembra ridicolo sostenere che si sono astenuti avendo in cambio il non intervento via terra delle forze occidentali, così come non si capisce quali interessi nazionali hanno salvaguardato, sarebbe interessante sapere quali sono visto che Losurdo non ce li racconta ma lo sostiene. Cavalieri Tiziano

Caro Professore,
ottimo articolo che in sintesi esprime tutto ciò che pensavo sulla farsa della "rivoluzione" Libica. Tuttavia non mi è chiaro il significato dell'ultimo perido in riferimento alla Cina ed a Mao. In verità sono rimasto molto deluso dalla Cina e dalla politica del compromesso. Un veto avrebbe rappresentato una posizione anti-imperialista netta ed un messaggio chiaro ai popoli in lotta.
Cordiali saluti, Matteo

Caro professore, io ritengo che la neutralità sarebbe stata la decisione più saggia, anche per salvare la faccia...non si tratta solo del governo, ma anche delle opposizioni. Ieri Napolitano stringeva la mano a Gheddafi, oggi improvvisamente Gheddafi diventa il nemico dei diritti dell'astratto individuo libico (dei diritti dell'uomo).
Piergiorgio, 20 marzo 2011 06:05

DL Cominciamo con una considerazione di carattere generale. Da trent’anni il governo di Pechino si attiene alla politica del «basso profilo» (sul piano dei rapporti internazionali), caldamente raccomandata da Deng Xiaoping. E’ bene subito notare che tale politica viene seguita non solo quando sono in gioco gli interessi dell’Irak o della Libia, ma anche quando sono in gioco gli interessi della stessa Cina. Essa esprime regolarmente la sua protesta e la sua indignazione per la vendita di armi a Taiwan (un comportamento che calpesta tutte norme del diritto internazionale), compie anche qualche gesto dimostrativo, ma finisce col riallacciare con Washington persino i rapporti militari (oltre quelli politici e economici). Si potrebbero fare molti altri esempi, ma uno mi sembra particolarmente clamoroso: questa linea è stata seguita in occasione del bombardamento (nel 1999) dell’ambasciata cinese a Belgrado.

La politica del «basso profilo» è opportunista o capitolarda? A me sembra che essa tenga conto saggiamente dei rapporti di forza. I risultati parlano chiaro: nel 1989, dopo piazza Tienanmen, la Repubblica poplare cinese sembrava sull’orlo del crollo, ed era comunque gravemente isolata e stretta in una sorta di cordone sanitario. Oggi la situazione è molto diversa: oltre che sul piano economico, il mutamento nei rapporti di forza comincia (lentamente) a manifestarsi sul piano politico-diplomatico e persino (ancora più lentamente) sul piano militare. D’altro canto, a una politica di «basso profilo» si attiene in qualche modo anche la Russia, che non a caso all’Onu ha votato allo stesso modo della Cina.

E veniamo così all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sul ruolo da essa svolto il dibattito a sinistra è di vecchia data. Negli anni ’60 del Novecento, mentre la rivoluzione anticolonialista sembrava avanzare in modo irresistibile, non mancavano le voci che invitavano a costituire un’Onu dei popoli rivoluzionari, piuttosto che dei governi in larga parte borghesi. Ben si comprende che questo progetto non sia mai stato portato avanti: per altisonanti che possano essere, le proclamazioni non modificano i rapporti di forza.

Dopo la fine della guerra fredda è invece emerso un progetto diverso e contrapposto, ma disgraziatamente ben più realistico, dato che il crollo dell’Urss e del «campo socialista» aveva realmente modificato i rapporti di forza a vantaggio degli Usa. I circoli più aggressivi dell’imperialismo hanno avanzato la proposta di sostituire l’attuale Onu con una cosiddetta «Alleanza delle democrazie», chiamata a promuovere e a legittimare gli interventi contro le «dittature», avvalendosi del poderoso apparato militare della Nato (che continua ad espandersi e che sempre più pretende di essere non un’alleanza militare ben determinata, bensì il braccio armato della «comunità internazionale» in quanto tale). A questa manovra, la cui estrema pericolosità è immediatamente evidente, la Cina contrappone la linea del rafforzamento dell’Onu e del Consiglio di sicurezza: per qualche tempo ha fatto balenare la proposta di una modifica dello Statuto, in base alla quale, per essere valida, la richiesta di veto dovrebbe essere sottoscritta da almeno due membri del Consiglio di sicurezza. Il tentativo è di affermare realmente nella pratica il principio (contenuto già nello Statuto dell’Onu), in base al quale solo il Consiglio di sicurezza di questa organizzazione può legittimare un intervento militare (non la Nato o il G 7 o la statunitense «nazione eletta» da Dio).

Questa linea comporta ovviamente dei prezzi: se il Consiglio di sicurezza fosse regolarmente bloccato dai veti contrapposti, è chiaro che riprenderebbe quota il progetto dell’«Alleanza delle democrazie» con la Nato quale suo braccio armato. In una situazione in cui persino una parte del mondo arabo si è sciaguratamente schierata a favore della «no-fly zone», Cina e Russia hano pensato di limitarsi all’astensione (accompagnata da dichiarazioni di dissenso). Sottolineo: anche la Russia, nonostante che essa non abbia i problemi della Cina, che per i rifornimenti petroliferi dipende in misura non trascurabile dall’Arabia saudita (schierata a favore della «no-fly zone») e che vede le sue linee di comunicazione marittima esposte al pericolo del blocco da parte della flotta Usa.

L’atteggiamento assunto dalla Cina (e dalla Russia) è stato comunque un errore o una manifestazione di opportunismo? E un errore o una manifestazione di opportunismo è la politica del «basso profilo» nel suo compesso? Chi ritiene può affermarlo. Ma, come ho spiegato nell’ultimo capoverso del mio intervento, il compito reale di una forza antimperialista è di sviluppare la sua lotta ideologica e politica nella situazione concreta in cui vive, senza attendersi la salvezza da fuori e da lontano (ieri soprattutto da Mosca e oggi soprattutto da Pechino).

P. S.
Mi sembra qui opportuno un post-scriptum. Chi crede che le mie considerazioni sull’Onu siano dettate dalla contingenza politica e dal «giustificazionismo» nei confronti della Cina, può leggere quello che io ho scritto nell’ultimo paragrafo di un libro pubblicato un anno fa («La non-violenza. Una storia fuori dal mito»).

sabato 19 marzo 2011

Una nuova operazione coloniale contro la Libia

Domenico Losurdo, 18 marzo 2011

Dopo aver bloccato con un veto solitario una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che condannava l’espansionismo coloniale di Israele nella Palestina occupata, ora gli Usa si atteggiano di nuovo a interpreti e campioni della «comunità internazionale». Hanno convocato il Consiglio di sicurezza, ma non per condannare l’intervento delle truppe saudite in Bahrein ma per esigere e infine imporre il varo della «no-fly zone» e di altre misure di guerra contro la Libia.



Peraltro, alcune misure di guerra erano state già intraprese unilateralmente da Washington e da alcuni dei suoi alleati: lo dimostrano l’addensarsi della flotta militare statunitense al largo delle coste libiche e il ricorso al classico strumento colonialista della politica delle cannoniere. Ma Obama non si era fermato qui: più volte nei giorni scorsi aveva intimato minacciosamente a Gheddafi di abbandonare il potere; aveva fatto appello all’esercito libico a inscenare un colpo di Stato. Ma l’aspetto più grave è un altro. Assieme a Gran Bretagna e Francia, gli Usa hanno da un pezzo sguinzagliato i loro agenti per porre i funzionari libici dinanzi a un dilemma: o passare dalla parte dei ribelli oppure essere deferiti alla Corte penale internazionale e trascorrere il resto della loro vita in galera, in quanto responsabili di «crimini contro l’umanità».



Al fine di coprire la ripresa delle più infami pratiche colonialiste, si è scatenato il consueto, gigantesco apparato multimediale di manipolazione e disinformazione. E, tuttavia, basta leggere con un minimo di attenzione la stessa stampa borghese per accorgersi dell’inganno. Giorno dopo giorno si è ripetuto che gli aerei di Gheddafi bombardavano la popolazione civile. Ma ecco cosa scriveva Guido Ruotolo su «La Stampa» del 1 marzo (p. 6): «E’ vero, probabilmente non c’è stato nessun bombardamento». La situazione è radicalmente cambiata nei giorni successivi? Sul «Corriere della Sera» del 18 marzo (p. 3) Lorenzo Cremonesi riferisce da Tobruk: «E come è già avvenuto nelle altre località dove è intervenuta l’aviazione, sono stati per lo pù raid di avvertimento. “Volevano spaventare. Tanto rumore e nessun danno”, ci ha detto per telefono uno dei portavoce del governo provvisorio». Dunque, sono gli stessi rivoltosi a smentire il «genocidio» e i «massacri» invocati come giustificazione dell’intervento «umanitario».



A proposito di rivoltosi. Giorno dopo giorno vengono celebrati quali campioni della democrazia nella sua purezza, ma ecco in che termini la loro ritirata dinanzi alla controffensiva dell’esercito libico è stata raccontata da Lorenzo Cremonesi sul «Corriere della Sera» del 12 marzo (p. 13): «Nella confusione generale anche episodi di saccheggio. Quello più visibile nell’albergo El Fadeel, dove hanno portato via televisioni, coperte, materassi e trasformato le cucine in pattumiere, i corridoi in bivacchi sporchi». Non sembra essere il comportamento proprio di un movimento di liberazione! Il meno che si possa dire è che la visione manichea dello scontro in Libia non ha alcun fondamento.



Ancora. Giorno dopo giorno vengono denunciate le «atrocità» della repressione in Libia. E ora leggiamo quello che sull’«International Herald Tribune» scrive, a proposito del Bahrein, Nicholas D. Kristof: «Nelle scorse settimane ho visto cadaveri di manifestanti, colpiti a breve distanza con colpi d’arma da fuoco, ho visto una ragazza contorcersi per il dolore dopo essere stata bastonata, ho visto il personale di ambulanze picchiato per aver tentato di salvare manifestanti» E ancora: «Un video dal Bahrein sembra mostrare forze di sicurezza che a pochi metri di distanza colpiscono al petto con un candelotto lacrimogeno un uomo di mezza età e disarmato. L’uomo cade a terra e cerca di rialzarsi. Ed ecco allora che lo colpiscono con un candelotto alla testa». Se tutto questo non bastasse, si tenga presente che «negli ultimi giorni le cose vanno molto peggio». Prima ancora che nella repressione, la violenza si esprime già nella vita quotidiana: la maggioranza sciita è costretta a subire un regime di «apartheid».



A rafforzare l’apparato di repressione provvedono «mercenari stranieri» e «carri armati, armi e gas lacrimogeni» statunitensi. Decisivo è il ruolo degli Usa, come chiarsice il giornalista dell’«International Herald Tribune», riferendo di un episodio che è di per sé illuminante: «Alcune settimane fa il mio collega del “New York Times” Michael Slackman fu catturato dalle forze di sicurezza del Bahrein. Egli mi ha raccontato che esse puntarono le armi contro di lui. Temendo che stessero per sparare, egli tirò fuori il passaporto e gridò che era un giornalista americano. A partire da quel momento l’umore cambiò in modo improvviso; il leader del gruppo si avvicinò e prese la mano di Slackman, esclamando con calore: “Non si preoccupi! Noi amiamo gli americani!”».



In effetti in Bahrein è di stanza la Quinta flotta Usa: Non c’è neppure bisogno di dire che essa ha il compito di difendere o imporre la democrazia: ovviamente, non in Bahrein e neppure nello Yemen, ma soltanto … in Libia e nei paesi di volta in volta presi di mira da Washington.



Per ripugnante che sia l’ipocrisia dell’imperialismo, essa non è un motivo sufficiente per passare sotto silenzio le responsabilità di Gheddafi. Se anche storicamente ha avuto il merito di aver spazzato via il dominio coloniale e le basi militari che pesavano sulla Libia, egli non ha saputo costruire un gruppo dirigente sufficientemente largo. Per di più, ha utilizzato i profitti petroliferi per inseguire improbabili progetti «internazionalisti» all’insegna del «Libro verde», piuttosto che per sviluppare un’economia nazionale, moderna e indipendente. E così è stata persa un’occasione d’oro per mettere fine alla struttura tribale della Libia e al dualismo di vecchia data tra Tripolitania e Cirenaica e per contrapporre una solida struttura economico-sociale alle rinnovate manovre e pressioni dell’imperialismo.



E, tuttavia, da un lato abbiamo un leader del Terzo Mondo che in modo rozzo, confuso, contraddittorio e bizzarro persegue una linea di indipendenza nazionale; dall’altro un leader che a Washington esprime in modo elegante, levigato e sofisticato le ragioni del neo-colonialismo e dell’imperialismo: ebbene, solo chi è sordo alla causa dell’emancipazione dei popoli e della democrazia nei rapporti internazionali, oppure solo chi si lascia guidare dall’estetismo piuttosto che dal ragionamento politico può schierarsi con Obama (e Cameron e Sarkozy)!



Ma poi è realmente elegante e fine Obama che, pur insignito del premio Nobel per la pace, neppure per un attimo prende in considerazione la saggia proposta dei paesi latino-americani, l’invito cioè da Chavez ed altri rivolto alle parti in lotta in Libia perché compiano uno sforzo per la composizione pacifica del conflitto e per la salvezza e l’integrità territoriale del paese? Subito dopo il voto all’Onu, andando oltre la risoluzione appena votata, il presidente Usa ha lanciato un ultimatum a Gheddafi e ha preteso di lanciarlo in nome della «comunità internazionale». Da sempre l’ideologia dominante rivela il suo razzismo identificando l’umanità con l’Occidente; ma questa volta dalla «comunità internazionale» sono esclusi non solo i due paesi più popolosi del mondo, ma persino un paese-chiave dell’Unione europea. Attegiandosi a interprete della «comunità internazionale», Obama ha mostrato un’arroganza razzista persino peggiore di quella di cui davano prova nel passato coloro che schiavizzavano i suoi antenati.



E’ elegante e fine Cameron che, per sconfiggere l’opposizione interna alla guerra, ripete ossessivamente che essa risponde agli «interessi nazionali» della Gran Bretagna, come se non fossero già chiari gli appetiti per il petrolio libico? Chi non sa che questi appetiti sono diventati ancora più voraci, una volta che la tragedia del Giappone ha gettato un’ombra pesante sull’energia nucleare?



E che dire poi di Sarkozy? Sui giornali si può leggere tranquillamente che egli, oltre che al petrolio, pensa alle elezioni: quanti libici il presidente francese ha bisogno di ammazzare per far dimenticare i suoi scandali e le sue gaffes e assicurarsi così la rielezione?



I giornalisti e gli intellettuali di corte amano dipingere un Gheddafi isolato e incalzato da un popolo coralmente unito, ma chi ha seguito gli avvenimenti non ha avuto difficoltà a rendersi conto del carattere grottesco di questa rappresentazione. Il recente voto al Consiglio di sicurezza ha smascherato un’altra manipolazione, quella che favoleggia di una «comunità internazionale» unita nella lotta contro la barbarie. In realtà, si sono astenuti, esprimendo forti riserve, Cina, Russia, Brasile, India e Germania! I primi due paesi non sono andati oltre l‘astensione e non hanno posto il veto per una serie di ragioni: intanto, non bisogna perdere di vista il fatto che tuttora non è facile e può comportare problemi di vario genere sfidare la superpotenza solitaria. Ma, ovviamente, non si tratta solo di questo: Cina e Russia hanno ottenuto in cambio la rinuncia all’invio di truppe di terra (e di occupazione coloniale); hanno evitato interventi militari unilaterali di Washington e dei suoi più stretti alleati, come quelli messi in atto contro la Jugoslavia nel 1999 e nell’Irak nel 2003; hanno cercato di contenere le manovre dei circoli più aggressivi dell’imperialismo che vorrebbero delegittimare l’Onu e mettere al suo posto la Nato e l’«Alleanza delle democrazie»; per di più si è aperta una contraddizione nell’ambito dell’imperialismo occidentale guidato dagli Usa, come dimostra il voto della Germania.



Con riferimento in particolare a un paese come la Cina diretto da un partito comunista, va osservato che il compromesso che esso ha ritenuto di accettaree non vincola in alcun modo i popoli del mondo. Come ai suoi tempi ha spiegato Mao Zedong, una cosa sono le esigenze di politica internazionale e i compromessi propri di paesi di orientamento socialista o progressista, altra cosa è invece la linea politica di popoli, classi sociali e partiti politici che non hanno conquistato il potere e non sono quindi impegnati nella costruzione di una nuova società. Una cosa è chiara: l’aggressione che si prepara contro la Libia rende più che mai urgente il rilancio della lotta contro la guerra e l’imperialismo.



Versione francese
Une nouvelle opération coloniale contre la Libye
traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio, da www.mondialisation.ca

Versione portoghese
Nova operação colonial contra a Líbia
Tradução de Ana Maria Dávila, da http://www.conversaafiada.com/

mercoledì 16 marzo 2011

E' uscita l'edizione spagnola del libro su Stalin

Domenico Losurdo, Stalin. Historia y crítica de una leyenda negra, El Viejo Topo

¿Fue Stalin ese «enorme, siniestro, caprichoso y degenerado monstruo humano», como dijo Nikita Kruschov en su famoso Informe secreto? ¿O, como se ha dicho después, el inepto hermano gemelo de Hitler? ¿El dictador sádico, paranoico, antisemita, carente del menor escrúpulo que ha retratado la historiografía dominante?
Domenico Losurdo cree que no. Sin por ello exculpar a Stalin del horror del Gulag, ni negar su responsabilidad en otros crímenes, Losurdo resulta convincente cuando imputa como falsa la acusación de antisemitismo, cuando subraya el genio estratégico y militar del líder soviético o cuando rechaza el paralelismo con el Führer, por citar algunos aspectos que se dan por ciertos sin serlo. Más aún: al contextualizar las decisiones, muchas veces terribles, que tomó Stalin, Losurdo demuestra que es más fácil enlazar los delirios racistas e imperiales de Hitler con sus contemporáneos occidentales y sus precursores, que con el político bolchevique.
Libro que cuestiona la mayor parte de la historiografía actual, Stalin. Historia y crítica de una leyenda negra no dejará indiferente a quien se adentre en sus páginas.

La questione polacca e Stalin

Roberto ha detto...  14 marzo 2011 03:37
Caro compagno Domenico Losurdo,
anzitutto complimenti per la tua accurata risposta. Ora vorrei porre un'altra questione. Fra i molti cavalli di battaglia della storiografia borghese e trockijsta si sente quello dello scioglimento del Partito Comunista di Polacco nel 1938 ad opera del Komintern: si accusa Togliatti di avere partecipato allo scioglimento del Partito Comunista Polacco.
Si insinua inoltre che molti membri del PC di Polonia che erano profughi in URSS, dopo lo scioglimento del loro partito vennero arrestati e deportati nei GULAG con l'accusa di "deviazionismo trockijsta": tra cui molti di questi esponenti furono giustiziati. Dicono che il PC di Polonia fu sciolto con l'accusa di essere diventata una agenzia di spionaggio del dittatore fascista Piduilsky.
Vorrei saperne di più su questa vicenda, perciò chiedo a te.

DL Nel mio libro «Il revisionismo storico» (Laterza) mi sono rifatto a uno storico non sospetto e ho scritto:
«Lo spionaggio polacco, in quel momento considerato tra i migliori in Europa, riesce ad infiltarsi così profondamente nel partito comunista polacco che “ai dirigenti sovietici non resta alcun’altra scelta che sciogliere il partito, per evitare che il servizio segreto polacco registri al completo l’elenco degli iscritti”».

martedì 15 marzo 2011

Un episodio poco conosciuto della destalinizzazione

dal blog di Roger Romain de Courcelles

Il y a 55 ans, le 9 mars 1956, la Géorgie se soulevait contre la déstalinisation.
Le fameux rapport « secret » de Nikita Krouchtchev dénonçant les crimes de Staline, à l’issue du 20ème Congrès du PC soviétique, le 25 février, avait bouleversé la population et le parti communiste en Géorgie. Les dirigeants prirent connaissance du texte du rapport le 5 mars (3ème anniversaire de la mort de Staline). Les rues de T’bilisi, Kutaisi, Telavi, Gori étaient déjà pleines de foules en colère...

mercoledì 9 marzo 2011

Stalin, Israele e altre questioni. Risposte a un lettore

Salve professore,
nel suo libro sfata il mito dell’antisemitismo staliniano mettendo in evidenza il contributo del dirigente sovietico alla creazioni d’Israele ; si può, quindi, considerare Stalin un sionista? Nel suo saggio afferma anche che l’URSS aiutò il neonato stato ebraico nella guerra del 1948, alla luce di ciò Stalin sembra quasi un responsabile dell’oppressione palestinese, poiché dopo quella vittoria gli israeliani impedirono la formazione di uno stato palestinese.
Secondo lei la soluzione dei due stati era giusta nei confronti delle popolazioni native della Palestina? Come giudica l’attacco araba del 1948 a Israele?
Ho visto in un video che lei si dichiara dalla parte dei talebani nella guerra in Afghanistan. Quello che mi chiedo è cosa succederebbe al popolo afghano una volta sconfitti gli americani, sicuramente l’esportazione della democrazia è una baggianata, ma pure il dominio talebano non è che sia proprio il massimo.
Lei cosa ne pensa? Sempre restando in argomento imperialismo, secondo lei può essere definito un attacco imperialista quello sovietico e americano alla Germania nazista? Da quello che so nel Terzo Reich non era in atto una guerra civile come in Italia, il popolo tedesco era tutto con Hitler.Quando l’URSS liberò i territori liberati dal nazismo molti di questi erano sì antifascisti ma anche anticomunisti, bisogna quindi considerare come una forma di socialimperialismo l’esportazione del socialismo in questi stati? Stalin affermava che la rivoluzione doveva nascere in seno ai popoli , mi sembra però che in questo caso non rispettò questa teoria e si avvicinò quasi alla rivoluzione permanente.
Giovanni Sbordi

DL
1) A p. 216 del mio libro su Stalin, citando un eminente storico inglese (Roberts) scrivo: «l’opzione preferita dall’Unione sovietica era quella di “uno Stato indipendente e multinazionale che avrebbe rispettato gli interessi sia degli ebrei che degli arabi”». Resta il fatto che Stalin, nel tentativo di contrastare il colonialismo britannico, ha sottovalutato la pericolosità del colonialismo sionista e della sua carica espansionistica.

2) DL: Nel mio libro «Il linguaggio dell’Impero» (p. 178) parlo di «crescente ridicolizzazione dell’ipotesi di uno Stato nazionale palestinese [e della soluzione dei due Stati] a seguito dell’incessante processo di colonizzazione». Il mio libro è del 2007: nel frattempo la colonizzazione sionista ha conoscuto un ulteriore salto di qualità.

3) L’espreessione «attacco arabo» è scorretta ed è in contraddizione con quello che lei chairisce nella prima domanda. Indipendentemente dall’accertamento (problematico) di cha abbia sparato il primo colpo, occorre non perdere di vista il punto essenziale: sin dagli inizi il progetto sionista è un progetto di espansionismo coloniale e quindi di aggressione.

4) Nell'età napoleonica, per dirla con Marx, «tutte le guerre d'indipendenza condotte contro la Francia, portano l'impronta comune di una rigenerazione che si accoppia con la reazione». Nel mio libro «Il linguaggio dell’Impero» cerco di far tesoro di questa indicazione di Marx per analizzare i movimenti di resistenza e di liberazione nazionale di matrice islamica. L’aspetto della «rigenerazione» prevale nettamente nel caso del Libano degli Hezbollah o dell’Iran.

5) Fu la Germania hitleriana a scatenare l’attacco contro l’Urss con l’intento di sottoporre le popolazioni dell’Unione Sovietica a una colonizzazione di tipo schiavistico. La risposta sovietica, la Grande guerra patriottica, è stata una guerra di liberazione nazionale di proporzioni epiche ed ha gettato le basi per le successive rivoluzioni anticoloniali.

6) Non bisogna sottovalutare la forza del partito comunista e il prestigio dell’Unione Sovietica in paesi come la Bulgaria e la Cecoslovacchia: in questo caso la trasformazione socialista è un processo largamente endogeno. Diverso è il quadro rappresentato dalla Polonia. In questo caso si può parlare di «esportazione della rivoluzione», tenendo però presente che tale «esportazione della rivoluzione» è anche la risposta ad un bisogno drammatico di sicurezza: come sottolineano autorevoli storici statunitensi, l’annientamento atomico di Hiroshima e Nagasaki (a guerra praticamente conclusa) era un pesante avvertimento di Truman a Stalin.

Ancora il dibattito su Stalin

Dopo l'intervento di ieri, ripubblichiamo alcune riflessioni sul libro di Losurdo e su Stalin [SGA].

Dal sito "Réveil Communiste"

Note de lecture d'un nouveau livre de Losurdo
par Gilles Questiaux:

da Mecanopolis
La fabrication de la « légende noire » du stalinisme

Par Faouzi Elmir

lunedì 7 marzo 2011

Stalin, il gulag e il socialismo. Una critica di Jean-Jacques Marie e una risposta

L’historien trotskiste Jean-Jacques Marie a écrit une critique à propos du livre Staline. Histoire et critique d’une légende noire (Janvier 2011, Editions Aden, Bruxelles). Cette critique, «Le Socialisme du Goulag !», a été adressée par un ami de J-J. Marie à la traductrice qui l’a faite suivre à l’auteur. Nous la reproduisons ici avec l’accord des deux mandataires, Jean-Jacques Marie et Michel Barbe, professeur d’histoire agrégé (à la retraite), à Marseille.
La diffusion de la critique et de la réponse de Domenico Losurdo peut contribuer à promouvoir un débat libre et fécond pour ceux qui souhaitent faire un bilan critique de l’histoire du mouvement communiste, et redonner force et actualité au projet communiste de transformation de la société [M.-A. Patrizio, Marseille].

LE SOCIALISME DU GOULAG !
A propos de « Staline, Histoire et critique d’une légende noire » de Domenico Losurdo
par Jean-Jacques Marie

A cœur vaillant rien d’impossible, si l’on en croit les scouts. Domenico Losurdo  dément cette mâle devise. Cœur vaillant il l’est sans aucun doute pour tenter de réhabiliter Staline. Mais l’inanité d’une telle entreprise, dont l’ambition est sans  doute démesurée, saute vite aux yeux...
Risposta
Il pensiero primitivo e Stalin come capro espiatorio
di Domenico Losurdo

Non si potrà mai apprezzare a sufficienza la saggezza del motto attribuito a Georges Clemenceau: la guerra è una cosa troppo seria per affidarla ai generali! Pur nel suo acceso sciovinismo e anticomunismo, il primo ministro francese conservava una coscienza assai lucida sul fatto che gli specialisti (in questo caso gli specialisti della guerra) sono spesso capaci di vedere gli alberi ma non la foresta, si lasciano sopraffare dai dettagli perdendo di vista l’intero; in questo senso, essi sanno tutto tranne ciò che è essenziale. Al detto di Clemenceau si è subito portati a pensare allorché si legge la stroncatura che Jean-Jacques Marie vorrebbe riservare al mio libro su Stalin. A quanto pare, l’autore è uno dei massimi esperti di «trotskismo-logia», e ci tiene a dimostrarlo in ogni circostanza...

Versione francese, di M.-A. Patrizio
La pensée primitive et Staline comme bouc émissaire


Vladimiro Giacché 07 marzo 2011 09:55
Caro Domenico,
questa tua risposta, oltre ad essere del tutto pertinente nel merito, e' una vera e propria lezione di metodo storico.

sabato 5 marzo 2011

Da João Carlos Graça un intervento su Vilfredo Pareto e sul dibattito con Bedeschi

Dear Professor Losurdo,
First of all, I am writing under a certain reservation, because the fact is that I could not watch video 2, only videos 1 and 3, plus the two initial minutes of video 2. Still, I don’t frankly think that affects decisively what I have to say concerning this subject. Also, the comment I have written exceeds 4 thousand characters, so I have to split in two parts.
Pareto’s story is, of course, a very long one, and, to put it as shortly as possible, in my opinion you have “touched the wound” when in the last minutes you have mentioned what you called the dogmatic position. Indeed, and although Pareto himself and all his modern fans accepted that his scheme could be applied to Pareto-the-man, they never really accepted to extend it to Pareto-the-“scientist”, who seems to remain flying “apart and above” his own world-vision…
As a matter of fact, to have an attitude of mefiance vis-à-vis the arguments presented in a discussion, any discussion, and suspect that behind the arguments officially presented by intervenient parties there may be deeper motives, a part of which may remain unconscious to participants themselves… where is there any real novelty in that assumption? Not going too far, it will certainly be enough to remember Pareto’s contemporaries Nietzsche and Freud, some time before him French Revolution’s “Idéologues”, and before them XVIIth/XVIIIth centuries “Moralistes”… But, more important, even when that was not proclaimed, that attitude of systematic suspicion has indeed been adopted by lots and lots of people… so, where is really the big deal here?
Of course, any one who proceeds rationally is supposed to assume that any “ratio ratiotinata”, any reasoned reason is by definition fallible, and is supposed to be submitted to the permanent critic of “ratio ratiotinans”, or reasoning reason, which is itself dialectical and transcendent by definition, and capable of making the world, of reproducing and/or transforming it, inasmuch is captures it… the more so since it is also eminently interpellative à la Brecht: “he who sees what we have come to, what is there still that retains him?” Yes, that’s precisely the point; of course!
So, are we to despair from rationalist world-visions? I don’t really think so, although “reason” itself must extend itself endlessly in order to express the endless transformation of the world. If one assumes an eminently “performative” element in this story, if the “verum” is here indeed the “factum”, the more motives, in that case, to remain within a rationalistic (in the broadest sense possible) scheme of thought and of action.... Well, I repeat this is indeed a long story, but I ask you to accept this as my small contribution to the discussion in more “philosophizing” terms.
Oh and two more things. First, Pareto’s scheme of the so-called “ordinal utility” or “economic optimality” – which, by the way, is how he became first academically recognized: as an economist, not so much as an alleged “sociologist” - has implicit to it a deep logic of exigency of unanimity, or “liberum veto”, which is indeed the quintessence of “aristocratic rebel” or frondeuse procedure: confront, please, with Nietzsche and his “Polish” mythical genealogy in Ecce Homo. This group of arguments, one should notice, is strongly present in nowadays “economic theory of democracy”, along the lines of the so called “public choice theory” (and particularly in Kenneth Arrow’s “theorem of impossibility”). So, Pareto’s consciously anti-democratic leaning, his basic way of seeing things, nowadays has become official theory of the soi disant “democracy” – and that fact alone is, of course, immensely eloquent. Maybe, I dare suggest, Pareto’s “eccedenza teorica” is expressed to our days especially as to that aspect…
Second, Pareto’s notions of perpetual recurrence of the same are proved wrong both in which concerns patterns of distribution of wealth (the celebrated 80-20 rule, for instance, being really nothing more than a fancy fétiche for some) and in which concerns levels of per capita income and correspondent demographic patterns - with populations having today unquestionably much longer life expectancies at birth and much smaller average infant mortalities than one century ago, to mention just the more important aspects. For all of its limitations, I do think it will be interesting for you to watch to this video infra, by Hans Rosling. It’s the trend, says Rosling, not the cycle (corsi I ricorsi). I agree: http://www.youtube.com/watch?v=grcvgg4wWQs
Rosling may be wrong in certain aspects: international trade is very far from being unequivocally good in terms of economic growth, for instance; and economic “aid” has mostly come associated with lots of political strings, definitely too many political strings (Western aid I mean, although significantly not Chinese aid…). But I think he tells us things much more close to the deep truth about the “big facts” of the two last centuries than the cynical, embittered speculations of snobbish count Vilfredo Pareto…
Saudações cordiais, Lisboa, 3 de março de 2011, João Carlos Graça

Morale, politica e storia. Su "Junge Welt" un estratto dall'edizione tedesca del libro su Stalin

sabato 26 febbraio 2011

Da dove ricominciare? Risposta ad alcuni compagni

Caro professore, mi permetto ancora di disturbarla, perchè i suoi giudizi ci sono molto utili e cari e fonte di riflessioni. L’autoritarismo mediatico sembra oggi quasi invincibile. Noi siamo un gruppo di sinceri comunisti che hanno scelto di comune accordo di svolgere prioritariamente un lavoro politico nell’Anpi. Nel tentativo di costruire l’argine principale in difesa della democrazia, della Costituzione e dei diritti dei lavoratori.
L’iniziale successo delle nostre iniziative certamente riguarda alcuni paesi dei nostri monti, Merizzo, Casette e Montignoso, ma lo giudichiamo molto significativo, perchè abbiamo riscontrato un’atmosfera e un’attenzione nuove e una relativamente ampia e vivace partecipazione popolare, in notevole aumento.
Come iscritti abbiamo le crescita del numero delle tessere e un rafforzamento conseguente anche della presenza dei comunisti nell’Associazione e una maggiore partecipazione alle attività. Pensiamo che questa situazione si sia verificata, in funzione del prossimo Congresso Nazionale Anpi che si terrà a Marzo, a Torino. Lei pensa che sia legittimo vedere in questi segnali, una possibile ripresa di iniziativa politica da parte delle sinistre e di rinnovata nostra presenza nella società?
Saluti comunisti
Giorgio Lindi Massimo Gianfranceschi Nando Sanguinetti Mauro Menegoni Mauro Lombardini Dero Giromini Letizia Lindi Sergio Angeloni Romeo Buffoni Nando Giannarelli Iacopo Simi Elena Vatteroni Mary Rasetto Alessandro Muracchioli

DL Cari compagni, il vostro lavoro non solo è positivo e incoraggiante, ma credo possa servire come esempio e stimolo anche per altre realtà. Le iniziative dal basso non mancano, e questo ci fa ben sperare. Il problema è l’unificazione e la centralizzazione: sapete che in questa direzione, e in direzione del riposizionamento e potenziamento di una forza comunista orgnizzata, sono impegnato come Presidente dell’Associazione Marx XXI e come firmatario per l'appello per l'unità dei comunisti.
Con l’augurio di buon lavoro
Domenico Losurdo

Ripubblicato "Hegel e la libertà dei moderni"

Dopo diverse edizioni in lingue straniere, viene ripubblicato anche in Italia, da La scuola di Pitagora editrice, il libro di Domenico Losurdo Hegel e la libertà dei moderni, da tempo esaurito [SGA].

L'edizione inglese e quella cinese


martedì 22 febbraio 2011

Il dibattito tra Losurdo e Bedeschi sul Capitale di Marx

domenica 20 febbraio

DOMENICO LOSURDO e GIUSEPPE BEDESCHI
presentano

Carlo Marx, Il capitale. Riassunto da Gabriele Deville con brevi cenni sul socialismo scientifico e appendice in risposta alla critica del Marchese V. Pareto. Prima traduzione italiana autorizzata dall’autore, Cremona, a cura del giornale “L’Eco del popolo”, 1893.

L’edizione popolare di un testo che ritorna a suscitare interesse in tutti gli ambienti in cui si riflesse di economia, politica e storia è qui discussa da due filosofi, Domenico Losurdo professore ordinario a Urbino e Giuseppe Bedeschi ordinario nella Università “La sapienza” di Roma, divergenti per impostazione, ma profondi conoscitori dell’autore

Parte prima
 

 
Parte seconda
 

 
Parte terza
 

La recensione di Maurizio Brignoli alla Non-violenza su "Recensioni Filosofiche"

Losurdo, Domenico, La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Laterza, Roma-Bari 2010
Recensione di Maurizio Brignoli – 02/01/2011

Il lavoro di Losurdo si propone di indagare i dilemmi, i tradimenti, le delusioni e le tragedie del movimento ispirato alla non-violenza. L’opera inizia con un’analisi dei primi gruppi non violenti sorti negli Stati Uniti agli inizi dell'Ottocento e dei problemi che si sono trovati ad affrontare in riferimento alla schiavitù; diversi seguaci della non resistenza finiranno per equiparare gli schiavisti a demoni o bestie feroci e a giustificare la guerra di secessione come giusta repressione di una ribellione criminale. In questo modo, però, non solo si cede il posto alla violenza, ma ad una violenza ulteriormente alimentata dal furore teologico che paragona gli schiavisti a figli di Satana e i soldati nordisti a strumenti di Dio...

Intervista sul Risorgimento

"Il Roma" di Napoli, venerdì 12 febbraio 2011

mercoledì 16 febbraio 2011

La presentazione della Non-violenza alla Casa del popolo Trionfale di Roma

da comunistiuniti.it

Presentazione del Libro “LA NON VIOLENZA – una storia fuori dal mito”

Introduce: Renato Caputo

Domenica 20 febbraio Domenico Losurdo a Pesaro sul Capitale

BIBLIOTECA OLIVERIANA DI PESARO
Dieci pezzi facili II - 2010/11

DOMENICO LOSURDO e GIUSEPPE BEDESCHI
presentano

Carlo Marx, Il capitale. Riassunto da Gabriele Deville con brevi cenni sul socialismo scientifico e appendice in risposta alla critica del Marchese V. Pareto. Prima traduzione italiana autorizzata dall’autore, Cremona, a cura del giornale “L’Eco del popolo”, 1893.

L’edizione popolare di un testo che ritorna a suscitare interesse in tutti gli ambienti in cui si riflesse di economia, politica e storia è qui discussa da due filosofi, Domenico Losurdo professore ordinario a Urbino e Giuseppe Bedeschi ordinario nella Università “La sapienza” di Roma, divergenti per impostazione, ma profondi conoscitori dell’autore

Palazzo Montani Antaldi, ore 17 s.t.

domenica 13 febbraio 2011

Marx XXI: Domenico Losurdo al convegno sulla storia del PCI, Roma 18-19 febbraio

Pubblicata la versione in francese del libro su Stalin. Dibattiti e presentazioni del libro

Domenico LOSURDO: Staline: histoire et critique d'une légende noire, Aden, Bruxelles 2011
Traduit de l'italien par Marie-Ange Patrizio
Postface de Luciano Canfora

Il fut un temps où d’illustres hommes d’État –comme Churchill– et des intellectuels de premier plan –Hannah Arendt ou Thomas Mann pour ne citer qu’eux– avaient pour Staline, et pour le pays qu’il guidait, du respect, de la sympathie et même de l’admiration. Avec l’éclatement de la Guerre froide d’abord, et surtout, ensuite, avec le Rapport Khrouchtchev, Staline devient, du jour au lendemain, un "monstre", comparable peut-être seulement à Hitler. Le contraste radical entre ces attitudes à l’égard du "petit père des peuples" devrait pousser l’historien non pas à trancher en faveur d’une de ces images mais bien à les étudier toutes, en analysant les conflits et les intérêts qui sont à l’origine de ces prises de positions. C’est ce que réalise Domenico Losurdo, en revenant scrupuleusement sur les tragédies du XXe siècle et en déconstruisant et contextualisant nombre des accusations et louanges adressées à Staline. Cet essai est une approche à la fois historique, historiographique et philosophique –qui, comme en Italie à sa sortie, ne manquera pas de susciter de vives polémiques.

Domenico LOSURDO est professeur d’histoire de la philosophie à l’Université d’Urbino. Il est notamment l’auteur de Révisionnisme en histoire, problèmes et mythes (Albin Michel) et de Fuir l’histoire (Delga). Son premier livre aux Éditions Aden, Le péché originel du XXe siècle, a rencontré un vif succès d’estime.


Rencontre avec Domenico Losurdo
Le 9 février, les auditeurs de Radio Galère ont pu écouter une longue conversation avec le philosophe italien Domenico Losurdo au sujet de son ouvrage « Staline, Histoire et critique d’une légende noire » dont la traduction française vient d’être publiée aux Editions Aden.
Cette émission peut être réécoutée sur le site de Radio Galère (http://www.radiogalere.org) ou téléchargée dans les archives sonores de Comaguer: http://www.dotspirit.com/ > membre : comaguer > code d’accès : copainguer > mot de passe : salvador13


Marseille, Samedi 26 février à 14h
Bibliothèque municipale à vocation régionale de l’Alcazar, salle de conférence
Présentation nationale de la traduction française de l’ouvrage
du philosophe italien Domenico Losurdo

Staline: Histoire et critique d’une légende noire

Proposée par le département Civilisation

venerdì 11 febbraio 2011

"Widerspruch" recensisce l'edizione tedesca del Nietzsche

Domenico Losurdo
Nietzsche der aristokratische Rebell, aus dem Italienischen von Erdmute Brielmayer, hg. und mit einer Einführung von Jan Rehmann, Berlin 2009 (Argument Verlag), 2 Bd., geb., 1104 S., 98.- Eur

„Intellektuelle Biographie“ nennt Losurdo sein voluminöses Werk über Nietzsche treffend im Untertitel. Soll heißen: Die wirklichen Lebensumstände sind darin weitgehend ausgespart; im Zentrum steht die intellektuelle Entwicklung Nietzsches und zwar im Zusammenhang ihrer Zeit und ihrer geschichtlichen Umstände. Durch diese Art der Kontextualisierung steht Losurdos Darstellung im Gegensatz zum heutigen, im Zeichen der Postmoderne üblichen Verständnis. Sie ist eine Ohrfeige für alle Versuche, Nietzsche als Zeitgenossen zu behandeln, dessen „experimentelle“, „perspektivische“, „ironisch-vieldeutige“ Denkweise unmittelbar auf die Gegenwart bezogen werden könnte. Losurdo nimmt Nietzsche stattdessen wörtlich. Er bezieht seine Aussagen auf die Geschichte der Französischen Revolution, das Aufkommen der Arbeiterbewegung, den Stimmungsumschwung nach 1848, den Deutsch-französischen Krieg, die Reichsgründung, die Kolonisation oder die Aufhebung der Sklaverei in Amerika und bestimmt seine (klassenmäßige) Position. Nietzsche vertritt nicht nur das Interesse des herrschenden Bürgertums gegen die aufkommende Sozialdemokratie, sondern zugleich das Interesse eines zukünftigen, um die Weltherrschaft kämpfenden gegen das gegenwärtige Bürgertum, das seiner Ansicht nach von Moral, Mitleid und Pazifismus angekränkelt ist und sich um Harmonie und die reformerische Lösung sozialer Konflikte bemüht. Seine aggressive und auf die Verwirklichung des „Übermenschen“ zielende Elitetheorie wird mit dem Begriff des „aristokratischen Rebellentums“ bezeichnet.
Losurdo betreibt Ideologiekritik im klassischen Sinne und bleibt damit – in methodischer Hinsicht – der Marxschen Tradition verpflichtet. Was ihn von den früheren Interpretationen unterscheidet, die der gleichen Tradition verpflichtet sind, ist der überwältigende Materialreichtum und die politische Distanz, mit der er diesen Reichtum ausbreitet. Losurdo hasst das Objekt seiner Darstellung nicht mehr. Die Neugierde und das Interesse der Erkenntnis haben das Interesse der polemischen Verurteilung verdrängt. Darüber hinaus besitzt Losurdo ein Gespür für das Faszinierende an Nietzsches Philosophie und ist bereit, von ihr auch zu lernen. (865 f., 907, 926 f., 926 f.)
Originell ist die Konsequenz, mit der Nietzsche beständig auf Marx bezogen wird, umso mehr, als beide Autoren keinerlei Notiz voneinander genommen haben. Losurdo stellt diese Beziehung über eine dreifache Vermittlung her. Erstens durch die Gegenüberstellung ihrer Stellungnahmen zu historischen Ereignissen und Persönlichkeiten (Reformation und Revolution, Napoleon und Bismarck etc.), zweitens durch den Vergleich ihrer Begriffe (wie z.B. des Begriffs der Ideologie, 436 ff.), ihrer Wertmaßstäbe oder ihrer Antworten auf aktuelle Probleme („soziale Frage“, „Judenfrage“). Drittens wird Nietzsche weit über seine Freund-Feindschaft zu Schopenhauer und Wagner hinaus als Leser und Kritiker von Hegel und Goethe, Heine und Carlyle, Stirner, D. F. Strauss, Ranke, Darwin oder Dühring dargestellt: alles Autoren, die auch Marx und Engels gelesen und kritisiert haben. Aus den gegensätzlichen Rezeptionen vervollständigt sich das Bild der beiden Theorien und ihrer Zukunftsperspektiven. Dabei erstaunt, dass sich die Beschreibung der Phänomene zuweilen, wie etwa der Geschichte als „Stände- und Klassenkampf“ oder des modernen Lohnarbeiters als „Lohnsklaven“, bis in die Wortwahl hinein sehr nahe kommen. In der Einordnung und Beurteilung der Phänomene gehen die Wege freilich weit auseinander.
Folgt man Losurdos Interpretation, so lässt sich die oft bewunderte Differenziertheit und Raffinesse Nietzsches doch letztlich auf sehr einfache und handfeste, zudem vom Geiste des Nationalismus und der Judenfeindschaft inspirierte Dichotomien reduzieren. Auf der einen Seite steht das Tiefe, Tragische oder Dionysische, das aus dem älteren Griechentum abgeleitet, zum Programm der Gesundung des „deutschen Wesens“ (als Bildungsoffensive nach der Reichsgründung 1870) erhoben wird, auf der anderen Seite der oberflächliche Optimismus der Aufklärung, die „Heiterkeit“, der „Merkantilismus“ und „Pazifismus“, die in Sokrates ihren Ahnherren haben und über die Juden und Christen Eintritt in die französische Zivilisation gefunden haben (115 ff.). So ist die Geburt der Tragödie auch ein Manifest gegen die Moderne, gegen die die deutsche Kultur zum entschiedenen Widerstand aufgerufen wird. Der große „Unzeitgemäße“, als der sich Nietzsche sein Leben lang in Szene setzt, ist er dennoch nicht. In Losurdos „komparativer“ Sicht erscheint er vielmehr als Spiegel und Sprachrohr aller reaktionären, gegen die Moderne gerichteten Tendenzen, die das europäische Geistesleben der zweiten Jahrhunderthälfte aufzuweisen hat.
„Wer Nietzsche … wörtlich nimmt“, schrieb Thomas Mann 1945, der „ist verloren“. Die Postmoderne, die Nietzsches Verbindung zum Faschismus (im Gegensatz zu Thomas Mann) ignoriert, hat diesen Satz gerne aufgenommen und von den „Masken“ gefaselt, hinter denen der Denker auf der Bühne sein wahres Antlitz verbirgt. Gerade eine der umstrittensten Aussagen Nietzsches, dass nämlich jede höhere Kultur Sklaven voraussetze und die Mehrheit der Menschen nur die Funktion von Werkzeugen für die Ermöglichung von Eliten habe, ist gar nicht „metaphorisch“, sondern durchaus wörtlich gemeint. Das macht Losurdo dadurch plausibel, dass er sie auf den anti-abolitionistischen Diskurs bezieht, der im Zusammenhang mit der Abschaffung der Sklaverei in Amerika geführt wurde. (380 ff.) U.a. merkt er dabei an, dass Nietzsches Rechtfertigung der Sklaverei im Namen der „höheren Kultur“ schon von Linguet vorweggenommen wurde, einem französischen Kritiker der Aufklärung, den Marx bereits in den Theorien über den Mehrwert abgefertigt hatte.
An der Unterscheidung der drei Entwicklungsstufen Nietzsches, der „metaphysischen“ (des Frühwerks), der „aufgeklärten“ (von Menschliches-Allzumenschliches) und der „immoralistischen“ (seit Jenseits von Gut und Böse), wie sie in der Nietzsche-Literatur üblich ist, hält auch Losurdo fest, wobei er innerhalb der ersten eine weitere Differenzierung vornimmt. Im Gegensatz zu den anderen Interpretationen werden allerdings nicht nur theorie-immanente Merkmale herangezogen, sondern veränderte politische Frontstellungen ins Spiel gebracht. Produktiv wurde dabei vor allem Nietzsches Enttäuschung über die (in seinen Augen) vertane Chance der Erneuerung des Deutschtums im Zweiten Reich, die (angebliche) Nachgiebigkeit Bismarcks gegenüber der Sozialdemokratie und schließlich das Zurückschrecken vor der „großen Politik“, die Kolonien erwirbt und die Weltherrschaft anstrebt. Das Verbindende und einheitsstiftende Moment dieser drei oder vier Entwicklungsepochen ist die auf verschiedenen Stufen erneuerte „Revolutionskritik“ und der Entwurf einer Gesellschaftsordnung, die jenseits von Menschenrechten und Mitleidsethik, von Demokratie und Sozialismus steht.
Neu ist auch das Licht, das Losurdo auf Nietzsches Verhältnis zu den Juden wirft, wobei er explizit von (kulturell motivierter) „Judenfeindschaft“ und nicht von (rassisch bedingtem) „Antisemitismus“ spricht. Dabei unterscheidet er dreierlei „Typen“ von Juden. Während sich Nietzsches Attacken auf den Typus des Pöbels, des Moralapostels und Ressentiment-Priesters und den Typus des (subversiven) Intellektuellen und Zeitungsschreiber durch das ganze Werk hindurch ziehen, scheinen im Spätwerk die Hochachtung vor den Juden als Repräsentanten von „Geist“ und „Geld“ sowie die Abwehr des dummen Antisemitismus die Oberhand zu gewinnen. Losurdos These dagegen ist: Nietzsches Versuch, die jüdischen Kapitalisten mit den preußischen Junkern zu amalgamieren und seine Hoffung auf eine „europäische Rasse“, in der auch die Juden integriert sind, ist seiner Perspektive auf den bevorstehenden Endkampf um die Weltherrschaft untergeordnet, zu dem die assimilierten Juden ihr Teil beitragen sollen. Selbst seine Abneigung gegen den Hofprediger Stöcker entspringt nicht in erster Linie dessen Antisemitismus. Ausschlaggebend ist vielmehr dessen christlich motiviertes Engagement, das ihn (im Verein mit Wilhelm II. und Papst Leo XIII.) für die Aufhebung der Sklaverei in den afrikanischen Kolonien und die Linderung des Arbeiter-Elends durch Sozialgesetzgebung eintreten ließ. (545 ff.)
So stark Losurdos Argumentation gegen die postmoderne „Hermeneutik der Unschuld“ ist, so wenig können seine Argumente gegen Lukács überzeugen, der – ebenso wie Ritter, Hobsbawm, Elias, Mayer u.a. – Nietzsche als Vorläufer und Wegbereiter des Faschismus darstellt. Richtig ist Losurdos Argument, dass Irrationalismus, Sozialdarwinismus, Eugenik oder Rassetheorien keine deutsche Spezialität, sondern in anderen europäischen Ländern ebenso verbreitet waren und sogar (wie im Falle Gobineaus, Daltons, Chamberlains u.a.) von dorther importiert wurden. Aber das wusste Lukács auch, der trotz seiner selbstgewählten Konzentration auf Deutschland auch die französischen und englischen Quellen behandelte und den Irrationalismus expressis verbis als „internationale Erscheinung in der imperialistischen Epoche“ darstellte. Richtig ist auch Losurdos Anmerkung, dass man den deutschen Faschismus aus seinen geschichtlichen Umständen (Niederlage im Ersten Weltkrieg, Demütigung durch den Versailler Friedensvertrag, Wirtschaftskrise) begreifen und nicht ursächlich aus der Ideologie und der „Zerstörung der Vernunft“ ableiten kann, aber das versteht sich für einen Marxisten doch von selbst. Lukács’ Absicht war es nicht, eine Kausalkette von Nietzsche zu Hitler zu konstruieren; sein Ausgangspunkt war vielmehr das Staunen darüber, dass ein kultiviertes und gebildetes Volk, ein Volk, das Goethe und Hegel hervorgebracht hat, sich anfällig zeigen konnte für die Schundideologie der Nazis. Zur Erklärung dieses Phänomens spielt Nietzsche mit seinen Elite-, Menschenzüchtungs-, Macht- und Vernichtungsphantasien, wie Losurdo ja selbst glänzend belegt, eine prominente Vermittlerrolle.
Nicht überzeugend erscheint auch Losurdos Zurückweisung eines deutschen „Sonderwegs“, den er als einen diabolischen „Mythos“ (608, 812) bezeichnet, dem sich nicht einmal die marxistisch-inspirierte Geschichtsschreibung entziehen konnte. Nicht überzeugend deshalb, weil doch eigentlich sein ganzes Buch von diesem Sonderweg handelt, der freilich nicht in der „ideologischen Konstellation“, sondern in der geschichtlichen Konstellation Deutschlands liegt: in der verspäteten Entwicklung des Kapitalismus, der Schwäche des Bürgertums, dem Fehlschlagen der Revolution und der Nationalstaatsgründung „von oben“ ohne demokratischer Legitimation „von unten“. Sieht man von seiner „komparativen Analyse“ der reaktionären Ideologie-Prozesse ab, so besteht Losurdos Verdienst m. E. gerade darin, Nietzsche zugleich als das Produkt dieses Sonderwegs wie auch als Rebellen dagegen interpretiert zu haben.
Konrad Lotter


Domande e risposte su Stalin

Sono un giovane studente romano di 15 anni e da qualche tempo mi interesso di storia del novecento e politica. Ho letto il suo libro su Stalin, che ho trovato molto interessante e che mi ha permesso di comprendere il valore storico di questo personaggio, comunque le scrivo questa lettera per sottoporle alcune osservazioni e dubbi.

1) Nel suo libro non cita la testimonianza dell'ambasciatore americano Joseph E Davis:
A Sua Eccellenza il Segretario di Stato
n° 57 Mosca, 17 febbraio 1937 (Riservato)
... Con l'interprete al mio fianco, ho seguito attentamente le deposizioni; debbo confessare che ero prevenuto contro l'attendibilità delle deposizioni di questi accusati. L'unanimità delle loro confessioni, la lunga prigionia subìta con la possibilità della coercizione usata verso di loro o verso le loro famiglie suscitavano in me dei gravi dubbi. Ma giudicando con obiettività e basandomi sulla mia esperienza, sono dovuto arrivare, sia pure malvolentieri, alla conclusione che lo Stato era riuscito a dimostrare quanto desiderava o per lo meno a provare l'esistenza di una estesa cospirazione a danno del Governo Sovietico da parte di dirigenti politici … Presumere che tutto il processo fosse una montatura equivarrebbe ad ammettere l'esistenza di un creativo grande quanto Shakespeare e con la capacità di regìa di un Belasco. Lo sfondo storico e le attuali circostanze dànno inoltre una certa attendibilità alle deposizioni. Il ragionamento fatto da Sokolnikov e da Radek a giustificazione delle loro attività e il risultato ottenuto sono perfettamente logici. I particolari venuti alla luce hanno veramente confermato le accuse e il comportamento degli accusati ha avuto il suo peso nel mio giudizio....Gli accusati minori, che erano solo degli esecutori, hanno raccontato i particolari dei delitti.
Considerate le prove prodotte, penso che qualunque Tribunale di qualsiasi giurisdizione non poteva far altro che giudicare colpevoli di violazione delle leggi gli accusati.
Ho parlato con quasi tutti i membri del Corpo Diplomatico di qui e, con una sola eccezione, tutti sono del parere che è stata chiaramente dimostrato l’esistenza di un complotto per rovesciare il Governo ,,, Joseph E. Davies
Oppure la dichiarazione di un ambasciatore francese presente a Mosca in quegli anni:
"Tuchacevskij...aveva effettivamente preso il comando di un movimento che mirava a soffocare il partito e ad instaurare una dittatura militare"
Robert Coulundre Ambasciatore francese a Mosca dal 36 al 38 - 1950
Per caso non le ritiene attendibili?

2) Spesso viene rivolta a Stalin l'accusa di non tollerare linee politiche diverse dalla sue, lei è a conoscenza di persone che in alcune occasioni presero posizioni diverse da quelle del presidente senza essere epurate?
3) Il testamento politico di Lenin a mio parere conta poco niente, lo stesso Trockij nè sminuì il valore:

Vladimir Ilic non ha lasciato nessun “testamento”, e lo stesso carattere dei suoi rapporti col partito, come il carattere del partito stesso, escludevano la possibilità di un tale “testamento”. La stampa dell’emigrazione, la stampa estera borghese e quella menscevica di solito ricordano come “testamento” una lettera di Vladimir Ilic (tanto alterata da essere irriconoscibile) contenente consigli di carattere organizzativo. Il XIII Congresso ha esaminato con grande attenzione anche questa lettera, come tutte le altre, e ne ha tratto le conclusioni conformi alle condizioni e alle circostanze del momento. Qualsiasi chiacchiera sull’occultamento o sulla violazione del “testamento” è una maligna invenzione ed è interamente diretta contro l’effettiva volontà di Vladimir Ilic e gli interessi del partito da lui creato.
L. Trotski Articolo “A proposito del libro di Eastman – Dopo la morte di Lenin – Bolscevik n°16, 1° settembre 1925

Inoltre sembra che Stalin dopo essere venuto a conoscenza del testamento si dimise per due volte dalla sua carica, ma per due volti i compagni di partito, compresi Trockij , Kamanev e Zinon'ev,votarono contro tale provvedimento. Lei ne sa qualcosa?

"Blaterare 'si può', ma occorre avere il senso della misura. Si dice che in questo 'testamento' il compagno Lenin proponesse al congresso che, data la 'rudezza' di Stalin, si dovesse pensare a sostituirlo con un altro compagno nella carica di segretario generale. È assolutamente vero; sì, io sono rude, compagni nei riguardi di coloro che in modo rude e perfido distruggono e scindono il partito. Questo non l'ho nascosto, né lo nascondo. Forse ci vorrebbe una certa dolcezza nei riguardi degli scissionisti, ma non da me la otterrete. Alla prima seduta dell'assemblea plenaria del CC dopo il XIII Congresso ho chiesto all'assemblea plenaria del CC di esimermi dalla carica di segretario generale. Il congresso stesso ha discusso la questione. Ogni delegazione l'ha discussa, e tutte le delegazioni, all'unanimità, compresi Trotzki, Kamenev e Zinoviev, hanno imposto al compagno Stalin di restare al suo posto. Che cosa potevo dunque fare? Fuggire dal mio posto? Non è nel mio carattere; non sono mai fuggito da nessun posto e non ho il diritto di farlo, poiché questa sarebbe una diserzione. Come ho già detto prima, non sono libero di disporre di me; quando il partito impone una cosa devo sottomettermi. Un anno dopo ho di nuovo chiesto all'assemblea plenaria di essere esonerato dalla carica, ma di nuovo mi è stato imposto di restare. Che cosa dunque potevo fare?
Quanto alla pubblicazione del 'testamento', il congresso ha deciso di non pubblicarlo, perché era indirizzato al congresso e non era destinato alla stampa... L'opposizione punta tutte le sue carte sul 'testamento' di Lenin. Ma basta solo leggerlo questo 'testamento' per comprendere che le loro carte valgono nulla. Al contrario, il 'testamento' di Lenin è fatale per gli attuali capi dell'opposizione. È un fatto, invero, che Lenin nel suo 'testamento' accusa Trotzki di 'non bolscevismo', e degli errori di Kamenev e Zinoviev al tempo dell'Ottobre dice che non si tratta di errori 'casuali'. Che cosa significa ciò? Significa che politicamente non si può aver fiducia né in Trotzki, che è malato di 'non bolscevismo', né in Kamenev e Zinoviev, i cui errori non sono 'casuali' e possono ripetersi e si ripeteranno. È caratteristico il fatto che nel 'testamento' non vi sia né una parola, né un accenno agli errori di Stalin. Si parla solo della rudezza di Stalin. Ma la rudezza non è né può essere un difetto della linea o della posizione politica di Stalin" (Stalin, Opere complete, vol. X, pp. 185-189).

3) Un'altra accusa che si fa a Stalin è quella di non aver usufruto della democrazia popolare propria di uno stato socialista; però da ciò che riferisce la giornalista americana Anna Lee Strong alla costituzione sovietica del '36 ci fu un contributo sostanziale del popolo sovietico. Nel suo libro non fa mai riferimento a questo, forse la giornalista in questione non è una fonte imparziale?

Il progetto…. della Costituzione fu presentato al popolo stampato in 60 milioni di copie. Questo progetto fu discusso in 527 mila assemblee, cui presero parte 36 milioni di persone. Per mesi e mesi ogni giornale fu pieno di lettere dei lettori sul progetto di Costituzione; furono proposti circa 154 mila emendamenti…..
Da “L’era di Stalin”

4) Dopo la Seconda Guerra mondiale , i paesi liberati dall'Armata Rossa erano a maggioranza comunista o il socialismo venne imposto? Sembra che ci furono delle elezioni per determinare quale dovesse essere il futuro del paese,ma queste elezioni alla fine furono truccate per far vincere i comunisti, sa qualcosa in proposito?

5) Lo scrittore Aleksandr Solgenitsin venne internato in un Gulag , da quel che sembra, solo per aver criticato Stalin in una lettera intercettata. Non mi sembra verosimile che sia stato incarcerato solo per questo motivo, lei conosce meglio i fatti?

Spero che tra tutte i suoi impegni riesca a rispondere a queste domande, comunque la ringrazio in anticipo e le chiedo se ha in programma la scrittura di un nuovo libro.
Cordiali Saluti, Andrea Mingo

DL
1) In più occasioni il mio libro accenna al fatto che diplomatici e uomini di Stato occidentali hanno avallato la versione di Stalin. Ma sui diversi capi d'accusa contro Stalin io mi sono preoccupato di far intervenire nuove testimonianze, comprese quelle di Trotskij e dei suoi seguaci!
2) Almeno sul piano militare è significativa la testimonianza che io riporto nelle prime pagine del libro:
A giudicare dalla testimonianza dell’ammiraglio Nikolai Kusnezov, il leader supremo [Stalin] «apprezzava in modo particolare quei compagni che ragionavano con la loro testa e non esitavano ad esprimere il loro punto di vista senza compromessi».
E' presumibile che anche sulla Costituzione si sia sviluppato un ampio dibattito. La situazione comincia a cambiare con con l'attentato terroristico che costa la vita a quello strettissimo collaboratore di Stalin che era Kirov
3) Sul «Testamento» di Lenin, mi sono già espresso su questo blog. Qualunque sia il significato di quel «Testamento», non spetta a un leader scegliere il suo successore...
4) Occorre fare opportune distinzioni. Non c'è dubbio che il Partito comunista e l'Urss godessero di largo o larghissimo consenso in un paese come la Cecoslovacchia; più problematica era la situazione della Polonia.
5) Non ho particolare informazioni sul caso specifico. Ma si può fare una considerazione di carattere generale: La spregiudicatezza e la strapotenza multimediale dell'Occidente trasformano anche un singolo caso di «dissenso» in una campagna e in un'agitazione politica martellanti, che vanno ben al di là dell'«opinione». Anche questa circostanza ha reso difficile nel «socialismo reale» il passaggio dallo stato dì eccezione alla normalità, fermo restando che non si devono perdere di vista gli errori e i limiti ideologici e politici dei gruppi dirigenti di ogni singolo paese e del movimento comunista nel suo complesso.

giovedì 10 febbraio 2011

Stalin e la fanta-storia

Caro compagno e professore Losurdo,
ho letto con attenzione e passione molti dei tuoi testi e ti ringrazio per il tuo importante contributo storico. Ti scrivo perché leggendo l’enciclopedia storica uscita qualche anno fa con Repubblica sono rimasto colpito da alcune affermazioni del Salvadori rispetto a Stalin:
- si dice che dopo il Molotov – Ribentropp abbia consegnato a Hitler un migliaio di antifascisti tedeschi che si erano rifugiati in URSS
- si afferma che l’Unione Sovietica vendette petrolio all’Italia sotto embargo per la guerra in Etiopia
- si accenna al tentativo di Stalin di allearsi con Germania, Italia e Giappone per spartirsi l’impero inglese.
Vorrei sapere se questi fatti sono veri e la tua opinione a riguardo, Cordialmente e con stima
Andrea Gnemmi

DL E’ la cosa più semplice di questo mondo fare su Stalin le affermazioni più strampalate; si tratta poi di vedere quale documentazione viene apportata, senza in alcun modo accontentarsi del «si dice» Veniamo ai problemi sollevati:
1) Sui comunisti tedeschi ha già risposto in modo documentato ed efficace un lettore del blog, che ha rinviato agli studi di un’eminente studiosa francese, Annie Lacroix-Riz (http://www.dailymotion.com/video/xztbh_le-choix-de-la-defaite_newsundefined e
2) Sul punto due non sono particolarmente informato; ma si tenga presente che a fianco della resistenza etiopica contro l’aggressione fascista hanno combattutto militanti comunisti italiani, che avevano come punto di riferimento l’Urss di Stalin.
3) Le cose stanno esattamente al contrario. Hitler si decide definitivamente per l’aggressione contro l’Urss anche a causa del rifiuto di Stalin di partecipare ai mirabolanti piani nazisti di spartizione dell’Impero inglese.