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venerdì 11 febbraio 2011

Domande e risposte su Stalin

Sono un giovane studente romano di 15 anni e da qualche tempo mi interesso di storia del novecento e politica. Ho letto il suo libro su Stalin, che ho trovato molto interessante e che mi ha permesso di comprendere il valore storico di questo personaggio, comunque le scrivo questa lettera per sottoporle alcune osservazioni e dubbi.

1) Nel suo libro non cita la testimonianza dell'ambasciatore americano Joseph E Davis:
A Sua Eccellenza il Segretario di Stato
n° 57 Mosca, 17 febbraio 1937 (Riservato)
... Con l'interprete al mio fianco, ho seguito attentamente le deposizioni; debbo confessare che ero prevenuto contro l'attendibilità delle deposizioni di questi accusati. L'unanimità delle loro confessioni, la lunga prigionia subìta con la possibilità della coercizione usata verso di loro o verso le loro famiglie suscitavano in me dei gravi dubbi. Ma giudicando con obiettività e basandomi sulla mia esperienza, sono dovuto arrivare, sia pure malvolentieri, alla conclusione che lo Stato era riuscito a dimostrare quanto desiderava o per lo meno a provare l'esistenza di una estesa cospirazione a danno del Governo Sovietico da parte di dirigenti politici … Presumere che tutto il processo fosse una montatura equivarrebbe ad ammettere l'esistenza di un creativo grande quanto Shakespeare e con la capacità di regìa di un Belasco. Lo sfondo storico e le attuali circostanze dànno inoltre una certa attendibilità alle deposizioni. Il ragionamento fatto da Sokolnikov e da Radek a giustificazione delle loro attività e il risultato ottenuto sono perfettamente logici. I particolari venuti alla luce hanno veramente confermato le accuse e il comportamento degli accusati ha avuto il suo peso nel mio giudizio....Gli accusati minori, che erano solo degli esecutori, hanno raccontato i particolari dei delitti.
Considerate le prove prodotte, penso che qualunque Tribunale di qualsiasi giurisdizione non poteva far altro che giudicare colpevoli di violazione delle leggi gli accusati.
Ho parlato con quasi tutti i membri del Corpo Diplomatico di qui e, con una sola eccezione, tutti sono del parere che è stata chiaramente dimostrato l’esistenza di un complotto per rovesciare il Governo ,,, Joseph E. Davies
Oppure la dichiarazione di un ambasciatore francese presente a Mosca in quegli anni:
"Tuchacevskij...aveva effettivamente preso il comando di un movimento che mirava a soffocare il partito e ad instaurare una dittatura militare"
Robert Coulundre Ambasciatore francese a Mosca dal 36 al 38 - 1950
Per caso non le ritiene attendibili?

2) Spesso viene rivolta a Stalin l'accusa di non tollerare linee politiche diverse dalla sue, lei è a conoscenza di persone che in alcune occasioni presero posizioni diverse da quelle del presidente senza essere epurate?
3) Il testamento politico di Lenin a mio parere conta poco niente, lo stesso Trockij nè sminuì il valore:

Vladimir Ilic non ha lasciato nessun “testamento”, e lo stesso carattere dei suoi rapporti col partito, come il carattere del partito stesso, escludevano la possibilità di un tale “testamento”. La stampa dell’emigrazione, la stampa estera borghese e quella menscevica di solito ricordano come “testamento” una lettera di Vladimir Ilic (tanto alterata da essere irriconoscibile) contenente consigli di carattere organizzativo. Il XIII Congresso ha esaminato con grande attenzione anche questa lettera, come tutte le altre, e ne ha tratto le conclusioni conformi alle condizioni e alle circostanze del momento. Qualsiasi chiacchiera sull’occultamento o sulla violazione del “testamento” è una maligna invenzione ed è interamente diretta contro l’effettiva volontà di Vladimir Ilic e gli interessi del partito da lui creato.
L. Trotski Articolo “A proposito del libro di Eastman – Dopo la morte di Lenin – Bolscevik n°16, 1° settembre 1925

Inoltre sembra che Stalin dopo essere venuto a conoscenza del testamento si dimise per due volte dalla sua carica, ma per due volti i compagni di partito, compresi Trockij , Kamanev e Zinon'ev,votarono contro tale provvedimento. Lei ne sa qualcosa?

"Blaterare 'si può', ma occorre avere il senso della misura. Si dice che in questo 'testamento' il compagno Lenin proponesse al congresso che, data la 'rudezza' di Stalin, si dovesse pensare a sostituirlo con un altro compagno nella carica di segretario generale. È assolutamente vero; sì, io sono rude, compagni nei riguardi di coloro che in modo rude e perfido distruggono e scindono il partito. Questo non l'ho nascosto, né lo nascondo. Forse ci vorrebbe una certa dolcezza nei riguardi degli scissionisti, ma non da me la otterrete. Alla prima seduta dell'assemblea plenaria del CC dopo il XIII Congresso ho chiesto all'assemblea plenaria del CC di esimermi dalla carica di segretario generale. Il congresso stesso ha discusso la questione. Ogni delegazione l'ha discussa, e tutte le delegazioni, all'unanimità, compresi Trotzki, Kamenev e Zinoviev, hanno imposto al compagno Stalin di restare al suo posto. Che cosa potevo dunque fare? Fuggire dal mio posto? Non è nel mio carattere; non sono mai fuggito da nessun posto e non ho il diritto di farlo, poiché questa sarebbe una diserzione. Come ho già detto prima, non sono libero di disporre di me; quando il partito impone una cosa devo sottomettermi. Un anno dopo ho di nuovo chiesto all'assemblea plenaria di essere esonerato dalla carica, ma di nuovo mi è stato imposto di restare. Che cosa dunque potevo fare?
Quanto alla pubblicazione del 'testamento', il congresso ha deciso di non pubblicarlo, perché era indirizzato al congresso e non era destinato alla stampa... L'opposizione punta tutte le sue carte sul 'testamento' di Lenin. Ma basta solo leggerlo questo 'testamento' per comprendere che le loro carte valgono nulla. Al contrario, il 'testamento' di Lenin è fatale per gli attuali capi dell'opposizione. È un fatto, invero, che Lenin nel suo 'testamento' accusa Trotzki di 'non bolscevismo', e degli errori di Kamenev e Zinoviev al tempo dell'Ottobre dice che non si tratta di errori 'casuali'. Che cosa significa ciò? Significa che politicamente non si può aver fiducia né in Trotzki, che è malato di 'non bolscevismo', né in Kamenev e Zinoviev, i cui errori non sono 'casuali' e possono ripetersi e si ripeteranno. È caratteristico il fatto che nel 'testamento' non vi sia né una parola, né un accenno agli errori di Stalin. Si parla solo della rudezza di Stalin. Ma la rudezza non è né può essere un difetto della linea o della posizione politica di Stalin" (Stalin, Opere complete, vol. X, pp. 185-189).

3) Un'altra accusa che si fa a Stalin è quella di non aver usufruto della democrazia popolare propria di uno stato socialista; però da ciò che riferisce la giornalista americana Anna Lee Strong alla costituzione sovietica del '36 ci fu un contributo sostanziale del popolo sovietico. Nel suo libro non fa mai riferimento a questo, forse la giornalista in questione non è una fonte imparziale?

Il progetto…. della Costituzione fu presentato al popolo stampato in 60 milioni di copie. Questo progetto fu discusso in 527 mila assemblee, cui presero parte 36 milioni di persone. Per mesi e mesi ogni giornale fu pieno di lettere dei lettori sul progetto di Costituzione; furono proposti circa 154 mila emendamenti…..
Da “L’era di Stalin”

4) Dopo la Seconda Guerra mondiale , i paesi liberati dall'Armata Rossa erano a maggioranza comunista o il socialismo venne imposto? Sembra che ci furono delle elezioni per determinare quale dovesse essere il futuro del paese,ma queste elezioni alla fine furono truccate per far vincere i comunisti, sa qualcosa in proposito?

5) Lo scrittore Aleksandr Solgenitsin venne internato in un Gulag , da quel che sembra, solo per aver criticato Stalin in una lettera intercettata. Non mi sembra verosimile che sia stato incarcerato solo per questo motivo, lei conosce meglio i fatti?

Spero che tra tutte i suoi impegni riesca a rispondere a queste domande, comunque la ringrazio in anticipo e le chiedo se ha in programma la scrittura di un nuovo libro.
Cordiali Saluti, Andrea Mingo

DL
1) In più occasioni il mio libro accenna al fatto che diplomatici e uomini di Stato occidentali hanno avallato la versione di Stalin. Ma sui diversi capi d'accusa contro Stalin io mi sono preoccupato di far intervenire nuove testimonianze, comprese quelle di Trotskij e dei suoi seguaci!
2) Almeno sul piano militare è significativa la testimonianza che io riporto nelle prime pagine del libro:
A giudicare dalla testimonianza dell’ammiraglio Nikolai Kusnezov, il leader supremo [Stalin] «apprezzava in modo particolare quei compagni che ragionavano con la loro testa e non esitavano ad esprimere il loro punto di vista senza compromessi».
E' presumibile che anche sulla Costituzione si sia sviluppato un ampio dibattito. La situazione comincia a cambiare con con l'attentato terroristico che costa la vita a quello strettissimo collaboratore di Stalin che era Kirov
3) Sul «Testamento» di Lenin, mi sono già espresso su questo blog. Qualunque sia il significato di quel «Testamento», non spetta a un leader scegliere il suo successore...
4) Occorre fare opportune distinzioni. Non c'è dubbio che il Partito comunista e l'Urss godessero di largo o larghissimo consenso in un paese come la Cecoslovacchia; più problematica era la situazione della Polonia.
5) Non ho particolare informazioni sul caso specifico. Ma si può fare una considerazione di carattere generale: La spregiudicatezza e la strapotenza multimediale dell'Occidente trasformano anche un singolo caso di «dissenso» in una campagna e in un'agitazione politica martellanti, che vanno ben al di là dell'«opinione». Anche questa circostanza ha reso difficile nel «socialismo reale» il passaggio dallo stato dì eccezione alla normalità, fermo restando che non si devono perdere di vista gli errori e i limiti ideologici e politici dei gruppi dirigenti di ogni singolo paese e del movimento comunista nel suo complesso.

giovedì 10 febbraio 2011

Stalin e la fanta-storia

Caro compagno e professore Losurdo,
ho letto con attenzione e passione molti dei tuoi testi e ti ringrazio per il tuo importante contributo storico. Ti scrivo perché leggendo l’enciclopedia storica uscita qualche anno fa con Repubblica sono rimasto colpito da alcune affermazioni del Salvadori rispetto a Stalin:
- si dice che dopo il Molotov – Ribentropp abbia consegnato a Hitler un migliaio di antifascisti tedeschi che si erano rifugiati in URSS
- si afferma che l’Unione Sovietica vendette petrolio all’Italia sotto embargo per la guerra in Etiopia
- si accenna al tentativo di Stalin di allearsi con Germania, Italia e Giappone per spartirsi l’impero inglese.
Vorrei sapere se questi fatti sono veri e la tua opinione a riguardo, Cordialmente e con stima
Andrea Gnemmi

DL E’ la cosa più semplice di questo mondo fare su Stalin le affermazioni più strampalate; si tratta poi di vedere quale documentazione viene apportata, senza in alcun modo accontentarsi del «si dice» Veniamo ai problemi sollevati:
1) Sui comunisti tedeschi ha già risposto in modo documentato ed efficace un lettore del blog, che ha rinviato agli studi di un’eminente studiosa francese, Annie Lacroix-Riz (http://www.dailymotion.com/video/xztbh_le-choix-de-la-defaite_newsundefined e
2) Sul punto due non sono particolarmente informato; ma si tenga presente che a fianco della resistenza etiopica contro l’aggressione fascista hanno combattutto militanti comunisti italiani, che avevano come punto di riferimento l’Urss di Stalin.
3) Le cose stanno esattamente al contrario. Hitler si decide definitivamente per l’aggressione contro l’Urss anche a causa del rifiuto di Stalin di partecipare ai mirabolanti piani nazisti di spartizione dell’Impero inglese.

Reagan e la lotta di classe internazionale

Gentile Professor Losurdo,
se le fosse possibile sprecare tempo per quella che ha indubbiamente le dimensioni di una bagatella, le vorrei chiedere un parere sull'iniziativa intrapresa dalla rivista Libertiamo, l'aggregatore Tocqueville e, insieme ad altri, parlamentari come Benedetto della Vedova e Antonio Martino, iniziativa volta a chiedere che nelle città italiane vengano intitolate vie a Ronald Reagan, defunto presidente degli USA.
Più che un commento sull'iniziativa in sé, la pregherei di farne uno sulla ricostruzione storica che i promotori fanno sia della vita di Reagan sia del contesto storico in cui agì.
A tal proposito mi permetto di riprodurre, più sotto, una scheda tratta dal sito The Right Nation, che esemplifica tale ricostruzione.
La ringrazio vivamente per l'eventuale tempo che vorrà dedicarmi.
Cordiali saluti.
Domenico D'Amico

di Stefano Magni, da therightnation.it

DL A p. 239 del mio libro su Stalin riferisco di un articolo pubblicato dall’«International Herald Tribune»:

«L’autore [Safire] riferisce compiaciuto “in che modo una campagna Cia di sabotaggi dei computer, sfociata [nel 1974] in una enorme esplosione in Siberia – il tutto organizzato da un economista di modi gentili, chiamato Gus Weiss – aiutò gli Stati Uniti a vincere la guerra fredda”».

Nel 1974 presidente era Nixon o Ford. La campagna di sabataggio si intensifica con Reagan.
E’ un punto su cui conviene riflettere. Non pochi a sinistra hanno una visione assai primitiva del conflitto politico-socale. Non riescono a scorgerlo quando esso assume una forma essenzialmente economica e vede come protagonista un paese in lotta per lo sviluppo e l’indipendenza (anche tecnologica), ed ecco allora che spiegano il crollo dell’Urss semplicemente con l’«implosione». Oppure non riescono a comprendere il profondo significato antimperialista della lotta condotta dal Partito Comunsta Cinese per spezzare il monopolio tecnologico dell’Occidente.
Eppure si tratta della lotta di classe forse più importante di questo inizio del XXI secolo…

martedì 8 febbraio 2011

Un CNL contro Berluconi?

Giorgio Lindi presidente Anpi Carrara, 1 febbraio 2011
Caro Professore, mentre la ringrazio per il suo intervento, sono di nuovo a chiederle lumi; questa volta in merito alla proposta fatta in questi giorni da Massimo D'Alema. Il problema dell'autoritarismo mediatico o, più semplicemente, del berlusconismo che pur vivendo momenti difficili, per i noti problemi personali e per le politiche inconcludenti, non è almeno a oggi ancora stato battuto. Per battere il berlusconismo mi domando se la proposta che D'Alema fa, rivolta anche a soggetti "strani" (Casini, Fini ed altri), possa essere percorribile per creare il cosiddetto fronte unitario democratico che permetterebbe il ritorno a una logica normale della battaglia politica. Per essere semplici, mi sembra che si ripetano, mutatis mutandis, le condizioni per la quali un tempo venne proclamato capo del CLN alta Italia, il generale Cadorna, espressione dei ceti moderati se non reazionari, ma attraverso il quale l'unità antifascista riuscì a togliere di mezzo il primo ostacolo cioè il nazifascimo e a far crescere una coscienza politica, dopo venti anni di dittatura. E' riproponibile una nuova forma unitaria di questo tipo, come sembra dire D'Alema, aprendosi ai ceti moderati e conservatori, ma rimettendo in gioco anche le esigue, purtroppo, forze della sinistra classista? Sarebbe molto importante e illuminante il suo pensiero in merito. In particolare per noi che pensiamo che soggetto autentico di questa ipotesi potrebbe essere l'Anpi.
Cordialmente la salutiamo

DL Come filosofo e storico ho speso messo in guardia contro il gioco ovvero contro la seduzione delle analogie. Non c’è nessuna analogia tra l’Italia di oggi e l’Italia del 1921-22. La «marcia su Roma», il colpo di Stato fascista, fu a suo tempo salutato dall’opinione pubblica liberale italiana e internazionale, scossa e angosciata dalla rivoluzione d’ottobre e dal «pericolo comunista». Ancora nel 1933 Churchill dichiarava: «Il genio romano impersonato da Mussolini, il più grande legislatore vivente, ha mostrato a molte nazioni come si può resistere all’incalzare del socialismo e ha indicato la strada che una nazione può seguire quando sia coraggiosamente condotta».
Oggi il contesto internazionale è radicalmente diverso. Almeno in Occidente è dileguato il «pericolo comunista». Non che siano dileguate le angosce: gli Usa, e al loro rimorchio l’Unione Europea, guardano con crescente preoccupazione all’ascesa della Cina e contro di essa, se sul piano militare può servire all’occorrenza il formidabile arsenale di guerra di cui dispone l’imperialismo, sul piano ideologico è già di grande utilità l’incessante bombardamento multimediale contro la «violazione dei diritti dell’uomo» e in nome della «democrazia» e della superiore civiltà dell’Occidente. In queste condizioni, l’avvento di una dittatura fascista in Italia o in un altro paese dell’Unione Europea sarebbe per l’imperialismo un clamoroso autogol.
Ciò non significa che la situazione nel nostro paese non sia grave. Il peso politico immediato della ricchezza e la tendenza verso il bonapartismo soft, che caratterizzano nel suo complesso l’odierno capitalismo, assumono un volto particolarmente odioso e più che mai repellente: non c’è nulla che il denaro non possa permettersi! Contro tutto ciò può essere opportuna e necessaria una politica di alleanze, ma il problema principale è quello di ricostituire la soggettività ideologica e politica dei comunisti e di un’autentica sinistra.

Un front uni anti-fasciste contre Berlusconi?
su mondialisation.ca
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio


lunedì 31 gennaio 2011

Il referendum alla Fiat e le trasformazioni geoeconomiche mondiali

Giorgio Lindi presidente Anpi, Carrara
Caro Losurdo,
Il risultato del referendum dei lavoratori della Fiat ha suscitato un > grande interesse e richiede un’analisi approfondita.
Come va valutata la sconfitta del “no” che appare più numerica che > politica? Non può essere considerata una riscoperta inattesa della > classe operaia, un invito a prendere posizioni nette, anche di > contrapposizione, a livello sindacale e un richiamo alle forze > politiche ad avere più coraggio e fiducia nei lavoratori e nelle lotte?
Il 54 % dei “sì” è stato promosso a livello padronale, in nome delle > “modernità e della modernizzazione ed è stato ottenuto grazie > all’appoggio dei mass media nazionali che hanno oscurato e mistificato > il senso antioperaio dell’accordo e a quei sindacati, come Cisl e Uil, > che un tempo difendevano gli interessi e i diritti dei lavoratori.Da > sempre le forze conservatrici utilizzano l’idea di “modernità” e di > “modernizzazione” per screditare le lotte dei lavoratori a difesa dei > loro diritti e troviamo che questa idea sia già presente nel fascismo e > nella cultura di destra, nel Futurismo, in un sindacalista come > D’Aragona, ecc.
Possiamo considerare un prima reazione positiva ai risultati della > Fiom, l’appello degli intellettuali, perchè vengano ripensate, in modo > che tengano conto dei diritti dei lavoratori, nuove forme delle > “relazioni industriali”?
Quanto avviene oggi in Cina, diventata ormai la seconda potenza > economica mondiale, influenza in modo radicale l’ economia a livello > mondiale e pone ai nostri paesi problemi di sviluppo che mai si erano > posti prima. Anche India e Brasile si propongono come grandi potenze > industriali ed economiche. Ci sono tra i tre paesi elementi comuni o si > tratta di sviluppi differenti, che presuppongono finalità differenti > nella progettazione delle rispettive società e dei rapporti con il > mondo occidentale e industrializzato?

DL Il referendum alla Fiat è un esempio illuminante di «democrazia». E’ come se agli operai fosse stato detto: votate pure liberamente, ma se votate in modo «sbagliato», siete condannati alla disoccupazione e alla fame! Sul piano nazionale Marchionne esprime lo stesso atteggiamento assunto da Bush (e Obama) sul piano internazionale. A suo tempo anche gli abitanti di Gaza sono stati chiamati a esprimersi liberamente: avendo votato in modo «sbagliato», sono ora costretti a subire la fame più nera e persino la morte per inedia, mentre i piloti israeliani sono autorizzati ad esercitarsi al tiro al bersaglio contro i palestinesi che danno prova di non comprendere le regole del gioco democratico e della modernità.
Contro il comportamento di Marchionne e della Fiat comincia finalmente a manifestarsi un sussulto di indignazione, ed è bene che a tale proposito si sviluppi il fronte unito il più largo possibile; spetta ai comunisti spiegare che la democrazia di Marchionne non è diversa dalla democrazia di Bush (e Obama).
Cina, Brasile e India presentano un elemento comune: sono tre paesi che hanno un passato coloniale o semi-coloniale e che ora cercano l’indipendenza e il riscatto anche sul piano economico dopo averli conseguiti sul piano politico.

Ma ora vediamo le differenze. La Cina è stata la protagonista di una delle più grandi rivoluzioni della storia mondiale. Il Brasile è impegnato in un modo o nell’altro nel processo rivoluzionario con cui l’America Latina si sta scuotendo di dosso il peso della dottrina Monroe. L’India è stata invece la beneficiaria di una sorta di indipendenza octroyée: il movimento di emancipazione dei popoli coloniali, che ha preso le mosse dalla rivoluzione di Ottobre e che poi ha conosciuto un impetuoso sviluppo grazie alla vittoria della Grande guerra patriottica in Urss e della Guerra di indipendenza anti-giapponese in Cina, ha inflitto sì la capitolazione a Germania, Giappone e Italia, ma ha anche costretto alla ritirata la Gran Bretagna. Proprio perché l’India ha conseguito un’indipendenza octroyée, non mancano in quel paese forze che vorrebbero assumere l’eredità del tramontato impero inglese.
E’ evidente che nell’ambito dei paesi che hanno alle spalle un passato coloniale o semi-coloniale la Cina occupa un posto di assoluto rilievo. E non solo perché essa è guidata da un Partito Comunista.
Alla vigilia della conquista del potere Mao dichiarava: Washington desidera che la Cina si «riduca a vivere della farina americana», finendo così col «diventare una colonia americana». E cioè Mao era consapevole che la lotta anticolonialista stava passando dalla fase politico-militare alla fase politico-economica. Questa consapevolezza non mancava agli esponenti più lucidi dell’imperialismo Usa. Agli inizi degli anni ’60 un collaboratore dell’amministrazione Kennedy, e cioè Walt W. Rostow, esprimeva trionfalmente la sua convinzione che, grazie all’embargo decretato da Washington, lo sviluppo economico della Cina era stato ritardato almeno per «decine di anni». Questa lotta non è cessata. La sinistra più primitiva non lo comprende; ma gli storici futuri consideraranno la lotta condotta dalla Cina per spezzare il monopolio occidentale dell’alta tecnologia come la più imporatante lotta di classe sviluppatasi tra XX e XXI secolo, come il colpo più grave inferto ad un’infausta tradizione di colonialismo e neocolonialismo.

Risposta a una studentessa

Annna ha detto... 27 gennaio 2011 06:21
Salve professore, sono una studentessa di 20 anni con forti simpatie comuniste. In una discussione, una mia amica di Falce Martello, cioè trozkijsta, ha fatto diverse accuse contro Stalin.
“Stalin non voleva la rivoluzione socialista in Spagna. Pierre Brouè in proposito scrisse un libro che dimostra che Stalin tradi la rivoluzione spagnola. La parola d’ordine dei comunisti era GRANAR LA GUERRA non fare la rivoluzione”. “Togliatti fece la svolta di Salerno perché la decise a Mosca sotto la supervisione di Stalin”. “Stalin ruppe con Tito perché Tito voleva aiutare i partigiani greci dell’EAM e Stalin allora ruppe con la Yugoslavia”. “Stalin ha frenato fino all’ultimo la vittoria della rivoluzione cinese facendo le trattative col Kuomintang”. “Stalin a Yalta voleva spartirsti il mondo in modo che Mosca tenne sotto controllo tutto l’EST europeo”. “L’URSS non sostenne la rivoluzione cubana perché Stalin a Yalta decise che Cuba doveva restata sotto il protettorato USA”...
Mentre attendo le tue risposte ti mando un grande saluto comunista.

DL Per rispondere puntualmente ad ogni questione che sollevi ci vorrebbe un trattato! Posso dire qua che a suo tempo Friedrich Engels si faceva beffe della «superstizione» che «riconduceva la rivoluzione» all’attività e alla volontà di un «pugno di agitatori». Questa «superstizione» si presenta in forma ancora più accentuata in coloro che fanno dipendere il successo o la sconfitta della rivoluzione in Spagna, in Italia, in Grecia, in Cina, a Cuba, dunque in tutto il mondo, dalla volontà di un solo «agitatore» che sarebbe Stalin! Sia pure in forma negativa, il culto della personalità diventa qui semplicemente grottesco. A conferma del carattere assolutamente primitivo di questo modo di argomentare, basta riflettere su alcuni elementi:
1) A Cuba la rivoluzione scoppia nel 1959 quando Stalin era morto da 6 anni.
2) Nella Spagna del 1936-1939 battersi per la vittoria nella guerra contro gli eserciti del golpista Franco e di Mussolini e di Hitler signifcava battersi per la vittoria per l’appunto della rivoluzione.
3) In Cina la rivoluzione contro il Kuomindang l’ha guidata Mao Zedong, il quale è stato il primo a criticare Kruscev, quando questi ha preteso di infangare Stalin.

venerdì 28 gennaio 2011

I comunisti al potere e all'opposizione: il KKE e il ruolo della Cina

Janosch Schnider 26 gennaio 2011 04:12
Spettabile professor Losurdo,
Ho avuto modo di apprezzare il racconto della Cina da lei redatto in occasione di un recente viaggio in questo paese. Al contempo osservo con grande interesse e stima l'avanzata del Partito Comunista Greco (KKE) nel panorama politico ellenico, capace di conquistare un consenso molto importante.
Alla luce dei seguenti fatti rimango però senza parole: Il KKE, offeso per il fatto che il PCC abbia relazioni con il PASOK e l'Internazionale Socialista cambia linea (ancora pochi mesi fa c'era stato un incontro cordiale fra PCC e KKE): sul giornale del KKE si pubblica un articolo in cui si sostiene che il PCC di comunista ha solo il nome e che i rapporti capitalisti sono in piena espansione in Cina: http://inter.kke.gr/News/2010news/2010-11-22-kina
E come se non bastasse in un recente documento dell'Ufficio Politico del KKE si legge pure: "Gli adattamenti della dottrina e della struttura della NATO riflette l'insorgere o l'intensificazione di nuove contraddizioni interimperialiste per esempio tra gli Stati Uniti e la Cina". Quindi la Cina sarebbe un paese imperialista in concorrenza con l'imperialismo USA!
Da quanto so io la Cina partecipa attivamente al "risanamento" ellenico attraverso una serie di investimenti pubblici: In particolare Cina e Grecia lavorano insieme per costruire al porto commerciale del Pireo il più grande centro di distribuzione e di transito tra Asia ed Europa. Infatti è la società cinese Cosco Pacific, una delle maggiori al mondo, che ha ottenuto la concessione, dopo molte contestazioni sindacali greche. Che i greci abbiano assunto posizioni di dogmatismo ultra-ideologico? È legittimo chiedersi se gli interessi dei proletari cinesi sono veramente diversi da quelli dei proletari del resto del mondo?
Cordiali saluti

DL Condivido anch’io la stima per il Partito Comunista Greco. E’ anche per questo che sorvolo sull’accusa rivolta alla Cina di restaurazione del capitalismo (è un’accusa che dobbiamo far valere anche per il Vietnam e oggi anche per Cuba?) e addirittura di perseguire una politica imperialista (in realtà gli Usa non hanno rinunciato al progetto di smembramento del grande paese asiatico, come dimostra l’appoggio fornito ai circoli separatisti di Taiwan, del Tibet e del Xinjang).
Voglio soffermarmi soprattutto su un punto. A suo tempo Mao Zedong ha richiamato l’attenzione su una questione centrale: non si può confondere la politica estera di un Partito comunista al potere con la linea politica di un Partito comunista all’opposizione, diversamente non si comprende nulla della storia del movimento comunista, oppure si riduce questa storia a una sequela interminabile di tradimenti: Non c’è Partito comunista al potere che non abbia stipulato accordi e compromessi con questo o quel paese, con questa o quella forza politica; ma ciò non è minamente vincolante per una forza rivoluzionaria all’opposizione.
Nel documento del PCG allegato al messaggio di Janosch si lamenta il fatto che il Partito Comunista Cinese voglia stabilire rapporti con l’Internazionale socialista. Io penso che l’eventuale successo di questa inizitiva gioverebbe molto alla causa della lotta contro i pericoli di guerra alimentati dall’imperialismo USA; ma non per questo ho intenzione di aderire all’Internazionale socialista; al contrario mi sento impegnato nella ricostruzione in Italia di un autentico partito comunista.
Lo scandalo per i rapporti del PCC con partiti che non sono comunisti tradisce una nostalgia per l’Internazionale Comunista, che certo ha scritto pagine gloriose di storia ma che Stalin ha tuttavia avuto ragione di sciogliere. Riporto qui un brano, desunto da un mio saggio di prossima pubblicazione:

«Risulta così sempre più inadeguato lo strumento organizzativo tradizionale (l’Internazionale) in cui a lungo si è riconosciuto il movimento rivoluzionario. A fondamento di tale tradizione agisce la visione che già conosciamo: la rivoluzione socialista sembra scaturire da un’unica contraddizione, quella che vede contrapporsi sul piano mondiale due blocchi omogenei, la borghesia e il proletariato; ed è una visione che trova la sua espressione più concentrata nella Terza Internazionale, che tende a presentarsi come un «partito bolscevico mondiale», ferreamente organizzato e centralizzato al di là dei confini nazionali e statali.
Ben si comprende che nessuna Internazionale abbia mai realizzato una rivoluzione. Ciò vale per l’Associazione internazionale degli operai fondata da Marx nel 1864. Sei anni dopo, mentre è in corso la guerra franco-prussiana, essa fa appello agli «operai francesi» a non abbandonarsi a illusioni rivoluzionarie, a tener conto dei reali rapporti di forza e soprattutto a non lasciarsi «sviare dalle memorie nazionali del 1792» (MEW XVII, 277-8). In effetti, la Comune di Parigi vede la sua nascita a partire dall’intrecciarsi della contraddizione borghesia/proletariato con la crisi nazionale provocata dall’evidenziarsi dell’espansionistico prussiano e dall’incapacità della borghesia francese a fronteggiarlo. Alcuni decenni più tardi la rivoluzione d’ottobre scoppia sull’onda della denuncia del «tradimento» della Seconda Internazionale. Tre anni dopo Lenin traccia un bilancio storico e teorico che mette in evidenza un punto essenziale: una situazione rivoluzionaria presuppone contraddizioni così molteplici e acute da provocare «una crisi di tutta la nazione (che coinvolga cioè sfruttati e sfruttatori)» (LO XXXI, 74). In ultima analisi i bolscevichi avevano vinto perché si erano rivelati l’unica forza politica capace di dare una risposta allo sfacelo economico, politico e sociale provocato dalla guerra e dal crollo dell’Antico regime. Fondata nel 1919 allo scopo esplicito di propagare la rivoluzione russa anche all’Occidente, la Terza Internazionale non riesce in nessun caso ad essere all’altezza del suo programma. Sì, una gigantesca ondata rivoluzionaria si sviluppa a partire dalla disfatta inflitta al progetto hitleriano di edificare le «Indie tedesche» in Europa orientale e divampa a livello planetario sino alla dissoluzione del sistema coloniale; ma questa ondata ha luogo solo dopo lo scioglimento dell’Internazionale decretato da Stalin nel 1943 ed è alimentata da rivoluzioni che, contrariamente alle attese del 1919, vedono fondersi indissolubilmente conflitto sociale e conflitto nazionale. Infine, è appena il caso di dire che la Quarta Internazionale si rivela solo come la replica farsesca della tragedia della Terza».

Il "Giorno della Memoria" e la questione palestinese

Mirko Goddi 27 gennaio 2011 17:39
Caro prof. Losurdo,nel giorno della memoria constato con estrema tristezza che a sinistra si moltiplicano coloro che mettono sullo stesso piano nazismo e comunismo.
Leggo nella rete sempre molti commenti che ripropongono la narrazione da guerra fredda della politica sovietica malgrado questa sia finita da anni ormai. Lo Stalin antisemita è diventato un classico,cosi come il mettere sullo stesso piano le morti per carestia in Ucraina e lo sterminio pianificato della Shoah. Addirittura ho letto persone che indicavano gli Stati Uniti come fiancheggiatori della Cina nello "sterminio" del popolo tibetano. Siamo ormai al ridicolo. Non penso che la colpa sia tutta delle persone che scrivono queste cose,perchè anch' io sono stato spesso vittima di false informazioni,penso tuttavia che sia determinante il ruolo di molti intellettuali che magari si rivendicano come liberi di fronte a qualsivoglia idea di partito o movimento e di fatto sono sgherri prezzolati del sistema.
La saluto


DL Delle leggende relative all’«antisemitismo» di Stalin e all’Ucraina mi sono ampiamente occupato nel libro su Stalin, e della leggenda relativa al Tibet mi sono ampiamente occupato nel libro su «La non-violenza». Dà da pensare il fatto che nessuno ha provato a smentirmi… Per quanto riguarda il giorno della memoria, è giusto e doveroso rendere omaggio alle vittime della «soluzione finale», ma occorre tener presente che non ci sono vittime eterne e carnefici eterni. E’ quello che in particolare ho sottolineato nel mio libro «Il linguaggio dell’Impero» (Laterza). In questo libro ho fatto notare che oggi il popolo martire per eccellenza è il popolo palestinese. Certo, non siamo in presenza di una nuova «soluzione finale». Per fortuna la storia non è l’eterno ritorno dell’identico! Ma non per questo è lecito bagattellizzare quella che un grande intellettuale palestinese (Said) ha definito la tragedia delle vittime delle vittime. Riporto un paragrafo da «Il linguaggio dell’Impero»...
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domenica 23 gennaio 2011

La questione comunista in Germania. Un intervento di Andreas Wehr


15.01.2011 / Thema / Seite 10
Die Sache mit dem Kommunismus
Position. Eine Zukunft hat die Partei Die Linke nur, wenn sie ihre Vergangenheit nicht aufgibt
von Andreas Wehr

Dem Kampf um den Begriff Kommunismus kann die Partei Die Linke nicht ausweichen. Tut sie es dennoch, trennt sie sich von ihrer eigenen Geschichte, denn diese ist die Geschichte des Sozialismus, und ihr Gründungsdokument ist das »Manifest der Kommunistischen Partei« von Karl Marx und Friedrich Engels. Verzichtet sie auf die Verteidigung des Begriffs, isoliert sie sich in Deutschland gegenüber vielen, die als Mitglieder der Partei Die Linke oder außerhalb stehend sich als Kommunisten sehen. Kämpft sie nicht, isoliert sie sich international. In der Europäischen Linkspartei arbeitet sie mit zahlreichen kommunistischen Parteien zusammen, etwa mit der Frankreichs und der italienischen Rifondazione Comunista. Nicht anders ist es in der Konföderalen Fraktion der Vereinten Europäischen Linken/Nordische Grüne Linke (GUE/NGL) im Europäischen Parlament. Ihr gehören auch die Abgeordneten der griechischen kommunistischen Partei und die der portugiesischen sowie der tschechischen Kommunisten an...
Leggi tutto (in tedesco) da andreaswehr.eu

Cina e "diritti umani": una risposta a "Democracy Now!"

Ringraziamo Vladimiro Giacché per aver segnalato questa lettera [SGA].

da: peaceandfreerom.org
Human Rights in China: A Response to Democracy Now
Posted by eruyle on January 21, 2011

China, Human Rights and the Role of Washington: Response to a Debate,
An Open Letter to Democracy Now!

Dear Democracy Now!
I have been a fan of Democracy Now since it’s inception, and I use it as a primary source of news. That’s why I have been consistently disappointed with your commentary on news about China. The latest example is your coverage of the visit of Chinese President Hu Jintao to the United States (China, Human Rights and the Role of Washington: A Debate, DN Jan 20, 2011)...

venerdì 21 gennaio 2011

Nuove risposte ai lettori e un saggio su filosofia della storia e morale

João Carlos Graça, Lisboa, 19 de Janeiro de 2010 - 19 gennaio 2011 05:17
Dear Professor Losurdo
Congratulations for this publication in Portuguese, and of course thank you for that. Still, I must make a request that your Controstoria del Liberalismo be translated as Contra-história do Liberalismo and not (assuredly not) as Contra-história da Democracia (sic!).
I would abstain from this remark (that may well be taken as picky), had it not so likely fallen into the category of "Leitfehler", or meaningful errors. It is not necessary to be a maniac of philology to understand how much this may reveal of subordination to the dominant ideology even by those claiming (and really wanting) to oppose it. Seldom has a traduttora been, if against her will, so much a traditora...
Be as it may, that ought to be emended for the sheer sake of truth - always an important thing, as you yourself so brightly underline in the interview. Please accept my respectful
Saudações cordiais

Rafael Granados desde la Espagna 17 gennaio 2011 04:30
Tiene toda la razón Pedro Aguiar, cuando afirma que antonino franca,repite todos los "cliches revisionistas".La posición ideologica de antonino está claramente en la linea pro-kulak de Bujarin- cita a Roy mededeiev,admirador de bujarin y de sus posiciones anticomunistas, asi como de sus traiciones a la Urss al lado de Yezov, Frinovsky y Tujachevsky(vid Grover furr).Por supuesto , no falta el consabido "mantra" alusivo a los "crimenes de Stalin" que repite a diario toda la prensa liberal y conservadora de todo el mundo.

adendda 17 gennaio 2011 04:44:
Cabe añadir que aquí en España, como ocurre en Italia ó en Brasil, todas las publicaciones de la "izquierda alternativa", sean libertarias. troskistas, ecosocialistas, etc, etc, son patologicamente antistalinistas,pues eso las hace "respetables" ante la burguesia y ante su potencial clientela izquierdista.
Por supuesto la imagen que construyen de stalin poco tiene que ver con la verdad histórica del stalin real, especialmente del stalin como hombre de estado y no solo como revolucionario bolchevique,situaciones que aunque no son totalmente disociables, conviene poner en planos distintos.
Nuestros "izquierdistas" del siglo XXI, olvidan que junto a una "dialectica de clases" existe una "dialectica de estados".
Esta es una de las razones principales por la que Stalin es una figura totalmente incomprendida y odiada por nuestra beatífica "izquierda" multicolor del siglo XXI.

João Carlos Graça Lisboa, 20 de Janeiro de 2011
Dear All,
Antonino Infranca's review is a complete mess and a low quality text, full of prejudice and confusions. It definitely doesn’t do justice to Professor Losurdo’s Stalin. Let me refer some aspects that have more stroked my attention.
First moment, Infranca conglobates ethics and politics completely, under one single category: “questione fondamentale ed etico-politica”… Next moment, in a straightforward inversion, he chooses to oppose them completely, or rather repeats the infamous Arendtian imposture, according to which communism (but now communism itself!, not just Stalin, far from that) was supposed to erase morals vis-à-vis politics: “per un’errata concezione filosofica, nella quale la morale è subordinata alla politica”, etc. Since I know that you, Professor Losurdo, have directly addressed the issue of Arendt’s absurd claim in one of your works (was it in Il Linguaggio?, or in La Non Violenza?), I dare invite you to please write something about this subject. I do think that everyone could easily gain a lot from that.
Stalin is, of course (and à la Arendt) approximated by Infranca with Hitler, if with some caveat; and also (à la Courtois-Werth) with Pol Pot and Kim Il Sung: nothing really so different from the usual, daily-basis “pulp fiction”. Where Infranca decidedly seems more “rive gauche” is probably in the fact that he is somehow prone to think of the history of the Novecento as an endless series of disgraces, massacres, catastrophes, etc., and so now Roosevelt and Churchill come join the rest of the bunch in the enormous gallery of demons. The universal history, once the stage for the progressive triumph of reason, now becomes nothing but the “universal history of infamy”…
One last note: as to the fact of allegedly Stalin’s “alliance with Hitler” having been the cause of so many disgraces, since it “significò l’abbandono al loro destino dei comunisti dell’Europa Occidentale e degli ebrei pollachi”, I dare recommend you all to listen to Madam Annie Lacroix-Riz bravissima conference on Le Choix de la Défaite, here: http://www.dailymotion.com/video/xztbh_le-choix-de-la-defaite_newsundefined and here: http://www.historiographie.info/multimedia.html
Cordiali saluti a tutti,

DL Cari amici e compagni,
Grazie per la segnalazione della svista, in cui è incorsa la traduttrice brava e generosa, alla quale va tutta la mia gratitudine. Ovviamente, la svista non è priva di significato e pertanto è stata corretta al più presto.
Del problema di cui qui si tratta mi sono occupato in varie occasioni.
Forse la critica più dura ad Hannah Arendt l’ho formulata nel libro sulla «Non-violenza», dove però mi occupo soprattutto dell’atteggiamento filisteo da lei assunto nei confronti della lotta di emancipazione degli afroamericani e dei popoli coloniali.
Qui di seguito troverete il link a un mio saggio di critica della categoria di totalitarismo. Ritengo ora opportuno aggiungere un altro mio saggio, che riguarda forse più direttamente il tema qui sollevato.

Domenico Losurdo
Filosofia della storia contra morale?
«Rivista di storia della filosofia», n. 2/1997, pp. 257-281

La catastrofe o le catastrofi del Novecento sono il risultato del sacrificio della morale sull’altare della filosofia della storia: questo il bilancio storico comune ad autori tra loro pur così diversi come la Arendt, Löwith, Berlin, Bobbio. Ed è un bilancio che chiama pesantemente in causa Hegel e Marx...

domenica 16 gennaio 2011

Sulla rivista brasiliana "Margem Exquerda" una recensione allo Stalin di Domenico Losurdo. Con una replica di Pedro Aguiar

Domenico Losurdo, Stálin. História crítica de uma lenda negra, Revan, Rio de Janeiro 2010
Recensione di Antonino Infranca, “Margem Esquerda” n. 15

La pubblicazione di questo libro ha suscitato polemiche fortissime all’interno della sinistra italiana, al punto da causare una crisi all’interno della redazione di Liberazione, il quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista. Ovviamente non si può considerare il libro in sé, né il suo autore, la causa di queste polemiche, perché Losurdo è uno studioso di grande rigore e disciplina scientifica e il libro, infatti, è senza dubbio interessante e meritevole di attenzione, semmai è l’argomento del libro, cioè la figura del grande dittatore russo a dividere la sinistra italiana. Dietro la polemica su Stalin e lo stalinismo c’è una questione fondamentale ed etico-politica: la questione della democrazia. Infatti la figura di Stalin è soltanto una scusa per affrontare la questione etica del marxismo: cosa ha a che fare un personaggio come Stalin con un movimento politico emancipatore come il comunismo?...
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2010-12-20 - Opera Mundi
O Estado, de vilão a salvador das pátrias, na revista Margem Esquerda
Pedro Aguiar, da boitempo.com

Lá para meados da década de 1990, não havia muitas dúvidas de que a economia ideal era a de livre-mercado, que a iniciativa privada era mais eficiente que o poder público para gerenciar produção e serviços, e que o Estado era um problema - não a solução - para o desenvolvimento. Hoje já parecem longe os dias em que uma aparência de consenso foi forjada em torno dessas ideias nos círculos acadêmicos, intelectuais, na imprensa e na gestão pública - o que quem continuou no campo crítico denominou de "pensamento único" [...]  Entre as resenhas, bem a calhar, Plínio Jr. comenta A Crise Estrutural do Capital, do húngaro István Mészáros, e Iasi trata da nova obra da historiadora Virgínia Fontes, O Brasil e o Capital-Imperialismo: teoria e história. Já Antonino Infranca repete os clichês revisionistas ao tratar do livro de Domenico Losurdo sobre Stalin (Stálin – História crítica de uma lenda negra, Revan), embora alegue justamente abordar a figura histórica e não o indivíduo...
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martedì 11 gennaio 2011

Sullo studio comparato dell'universo concentrazionario. Una risposta

Caro prof Losurdo,
sono uno studente universitario di 26 anni. E' da 2 anni che sto seguendo le sue ricerche sulla storia del movimento comunista, di cui apprezzo la sua dovuta rigorosità e onestà documentaria.
Ultimamente ho letto dei libri che trattano dei comunisti italiani che furono rinchiusi in URSS nei GULAG durante l'era di Stalin. I libri sono i seguenti:
- G. Lehner, F. Bigazzi, CARNEFICI E VITTIME. I CRIMINI DEL PCI IN UNIONE SO0VIETICA, Mondadori, Milano, 2006
- E. Dundovich - F. Gori, ITALIANI NEI LAGER DI STALIN, laterza, Roma-Bari, 2006
- E. Dandovich - F. Gori - E. Guercetti, REFLECTIONS OF THE GULAG, Feltrinelli Editore, Milano, 2003
Mi piacerebbe sapere da lei se fonti affidabili e se è vero che i documenti che riportano sono autentici in cui dimostrano che centinaia di comunisti italiani furono rinchiusi ingiustamente nei GULAG in condizioni disumane. O magari se si tratta di libri che riprendono l'agit-prop anticomunista.
Nel frattempo che attendo le sue risposte le mando un grande saluto e le auguro un buon inizio anno
FRANCESCO 02 gennaio 2011 09:25

DL Francamente, è un argomento che conosco poco, ma sulla metodologia con cui esso viene di solito affrontato qualcosa mi sento di dire:
1) Nel mio libro su Stalin ho scritto che la storia della Russia sovietica è caratterizzata da tre guerre civili: la terza, quella che dilania gli stessi bolscevichi, finisce col coinvolgere anche i comunisti che erano giunti in Unione Sovietica provenienti da altri paesi.
2) Anche in questo caso può essere utile la comparatistica. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, gli esuli tedeschi che, in fuga dalla Germania nazista, si erano rifugiati in Francia (nel paese dei diritti dell’uomo) sono arrestati e rinchiusi in campi di concentramento orribili. Ad essere colpita da questa misura è anche Hannah Arendt, la quale riferisce che i detenuti hanno l’impressione di essere destinati a «crepare»; sono così disperati che hanno persino la tentazione del «suicidio» come «azione collettiva» di protesta (cfr. il mio libro «Il linguaggio dell’Impero», cap. I, § 10).
L’internamento degli esuli antifascisti tedeschi era stata decisa dal governo della Francia «democratica» come misura di sicurezza: si temeva che fra di essi potessero esserci anche spie tedesche; e dunque, per non correre rischi, era meglio rinchiudere tutti in campi di concentramento.
Di ciò nessuno parla, mentre per l’Urss ogni occasione è buona per denunciare il carattere inguaribilmente sanguinario di Stalin (e del comunismo): la consueta «sinistra» non fa nulla per prendere le distanze dalla mitologia borghese.

domenica 2 gennaio 2011

Ancora sulla Cina. Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori

Renato ha detto... 26 dicembre 2010 01:49
Temo che le influenze politiche abbiano ultimamente condizionato l'assegnazione dello stesso nobel per la letteratura, sempre più spesso dato a dissidenti (filo-occidentali e semi sconosciuti) di governi progressisti, a critici ideologici del socialismo reale sino ad arrivare all'ultimo assegnato a uno scrittore noto negli ultimi anni quasi esclusivamente per i suoi violentissimi attacchi contro tutti i paesi del Sud America che si sforzano di non essere più il cortile di casa degli Usa.
Per quanto concerne il premio nobel per la pace, purtroppo, anche prima della seconda guerrra mondiale era assegnato per motivi ideologici molto discutibili. A partire dal primo, assegnato al noto campione della pace Nicola II, a tutti i seguenti assegnati prima del 1914 a "pacifisti" che poi appoggiarono senza eccezioni la prima guerra mondiale. Verrebbe quasi da dar ragione a Trotskij che sconsolato, di fronte al sostegno dato dai "pacifisti" del tempo alla prima guerra mondiale, osservava nella sua autobiografia che i pacifisti (almeno certi) sono tali solo quando la guerra non c'è.

DAVIDE ha detto...  22 dicembre 2010 14:24
Egregio prof Losurdo, una volta discutendo in chat con un mio amico comunista (anche io lo sono) parlavamo sulla Cina: lui l'ha attacca in quanto capitalista ed io la difendo in quanto socialista. Come ultimo messaggio (questa volta tramite Facebook) mi ha scritto la seguente cosa: "Fukujama si sbagliava, dato che a Cuba non c'è il capitalismo. Ci sono elementi di capitalismo, certo, questo è inevitabile, ma prevale ancora la proprietà statale (anche se il ruolo dirigente del proletariato sull'economia è molto marginale). In Cina invece, nonostante il controllo statale sul credito, la maggior parte delle aziende è privata. E il ruolo dirigente del proletariato è praticamente nullo" Poi dopo mi ha scritto: "Io dico che un operaio della Fiat comanda in fabbrica quanto un operaio della sede cinese della Honda. Cioè niente. A Cuba invece ci sono ancora comitati di fabbrica che applicano un minimo di gestione "dal basso" (solo nelle aziende ancora pubbliche, ovviamente, e comunque sempre meno) " Mi piacerebbe sapere da lei (che la considero uno dei più grandi intellettuali marxisti di oggi) come gli potrei rispondere nel metodo e nel merito di ciò che il mio amico mi ha affermato.

DL: Mi permetto di rispondere congiuntamente a due interventi che richiamano di nuovo l’attenzione sulla natura politica e sociale della Cina.

Dobbiamo considerarlo un paese «autoritario» o «totalitario», come sembra ritenere, forse con qualche incertezza, il lettore giapponese? Vediamo alcuni dati di fatto incontestabili:
1) I ceti intellettuali cinesi si formano largamente all’estero (e in modo particolare negli Usa). Sono sempre più numerosi gli studenti che conseguono la laurea o il dottorato all’estero e che trascorrono in Occidente o in Giappone prolungati periodo di studio (e talvolta di lavoro) prima di far ritorno in patria.
2) Le università cinesi pullulano letteralmente di visiting professors (soprattutto statunitensi). Docenti madrelinguisti provenienti dai diversi paesi anglofoni sono capillarmente presenti nelle scuole cinesi di ogni ordine e grado. Non mancano gli istituiti scolastici, professionali e culturali, privati e di proprietà occidentale.
3) Gli autori occidentali più significativi dell’Occidente sono regolarmente tradotti e spesso invitati a fare conferenze in Cina. Nel mio libro sulla non-violenza cito il caso del calunnioso attacco lanciato contro il governo della Repubblca Popolare di Cina da Dworkin nel corso del suo seminario a Pechino.
Sarebbe bello se il popolo statunitense fosse esposto all’influenza della cultura cinese (e internazionale) nella stessa misura in cui il poplo cinese è esposto all’influenza della cultura statunitense (e internazionale). Se si verificasse questo miracolo, il popolo statunitense non continuerebbe a credere alla leggenda secondo cui l’Irak di Saddam ha collaborato con i terroristi dell’11 settembre ed era in possesso della bomba atomica!
Piuttosto che far ricorso a categorie discutibili e grevemente ideologiche, conviene prendere atto che in Cina c’è il monopolio comunista del potere politico e che il grande paese asiatico non è ancora riuscito a realizzare il «monopartitismo competitivo» che caratterizza le cosiddette «democrazie occidentali» (ho chiarito il concetto di «monopartitismo competitivo» nel mio libro: «Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale»).
Un punto occorre tuttavia tener presente. Lo chiarisco facendo riferimento a un’indagine promossa da una famosa società demoscopica statunitense (Pew Global Survey). Alla domanda «Sei soddisfatto del tuo Paese?», in Cina risponde positivamente l’87% della popolazione, in Brasile (il secondo paese in questa classifica) il 50%, in India il 45%, negli Usa il 30% e in Italia il 16% (cfr. Federico Fubini su «Corriere della Sera» del 19 dicembre, p. 27).

E veniamo ora alla seconda osservazione: in Cina vige il capitalismo? Come ho cercato di spiegare nell’articolo che ho scritto di ritorno per l’appunto della Cina e che si può leggere in questo stesso blog, persino nelle aziende private è considerevole il peso che il partito comunista esercita a partire anche «dal basso». Mi sembra comunque un errore metodologico perdere di vista quello che avviene «dall’alto». A dirigere il paese non è certo la borghesia capitalistica. E i risultati si vedono. Riprendo dall’«International Herald Tribune» del 28 dicembre (p. 18) una notizia minuscola ma assai significativa: «Il salario minimo crescerà a Pechino del 21% a partire dal 1 gennaio […], dopo un 20% di incremento appena sei mesi fa». Dopo aver liberato centinaia di milioni di persone dalla miseria più nera, i dirigenti cinesi sono ora impegnati a innalzare il livello dei salari e ad accelerare lo sviluppo delle regioni relativamente meno sviluppate (nel 2010 il tasso di crescita del Tibet e del Xinjiang risulta superiore alla media nazionale). In queste condizioni parlare di capitalismo significa procedere ad un’apologia che questo sistema di sfruttamento non merita in alcun modo.

Pubblicata in Francia l'intervista di Domenico Losurdo sul partito comunista

La contre-révolution en cours et l’exigence sociale et politique de la reconstruction du Parti Communiste
Interview de Domenico Losurdo par Sara Milazzo pour l’ernesto on line
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio
da: Comité Valmy

Nous sommes à Urbino, avec le professeur D. Losurdo, professeur d’histoire de la philosophie à l’Université « Carlo Bo », philosophe de renommée internationale et président de l’association Marx XXI. Il nous reçoit en un moment où nous sommes confrontés à une attaque du capital (contre tout le monde du travail, contre la démocratie, contre la Constitution issue de la Résistance) qui est une des plus aigues et dangereuses de toute l’histoire de notre république...

martedì 28 dicembre 2010

Esce in Svezia un ritratto intellettuale di Domenico Losurdo

Porträtt

Domenico Losurdo - samtidsintellektuell kritiker i marginalen
Skrivet av David Brolin, Tidningen Kulturen 2010-12-06 kl. 00:00   

Europeiska intellektuella med genomslag i vårt land tenderar att på ett eller annat sätt ha försänkningar i den postmoderna traditionen. Inte sällan har de sin hemvist i Frankrike. Men det finns andra språkområden och andra intellektuella för den som vågar lämna allfarvägarna. Italien är inte bara hemland för den uppburne filosofen Giorgio Agamben och den före detta fängslade postmarxisten Antonio Negri. Här verkar också en helt annan typ av filosof. Det är knappast en överdrift att utnämna Domenico Losurdo till en av vår tids stora samtidsintellektuella. Losurdo är född 1941 i den italienska södern, Mezzogiorno, och utbildad vid universiteten i Urbino och Tübingen. Han är marxistisk samtidskritiker, engagerad i Rifondazione Comunista, filosofihistoriker och filosofiprofessor vid Urbino...
Leggi tutto (in svedese)

Ritratto: Domenico Losurdo
UNA CRITICA DEL PRESENTE
David Brolin, “TIDNINGEN KULTUREN” (“Rivista di Cultura”)


Gli intellettuali europei con maggiore incidenza nel nostro paese sono di solito collegati alla tradizione postmoderna e risiedono per lo più in Francia. Ma per coloro che osano uscire dai sentieri già battuti esistono altre anche aree linguistiche da esplorare. L’Italia, ad esempio, non è soltanto il paese dello stimato filosofo Giorgio Agamben e del postmarxista Antonio Negri, reduce dall’esperienza del carcere. Vi è attivo anche un tipo molto diverso di filosofo. E non è affatto un’esagerazione definire Domenico Losurdo come uno dei maggiori intellettuali contemporanei. Losurdo è nato nel 1941 nel Mezzogiorno d’Italia e si è formato presso le Università di Urbino e Tubinga. E’ un marxista critico contemporaneo, impegnato in passato nel Partito della Rifondazione Comunista, ed è storico della filosofia ad Urbino...
Leggi tutto (la traduzione italiana è di Tuula Haapiainen, che ringraziamo)

L'intervento di Domenico Losurdo al Convegno organizzato da Unesco e Fondation Péri

La raison à l’épreuve des grandes crises historiques
Intervention de Domenico Losurdo lors du colloque «la raison et ses combats»

La lettera di uno studente giapponese. L'Asia, la Cina e la geopolitica

Pubblichiamo molto volentieri questa lettera (invitando i lettori a sorvolare sugli errori dovuti alla lingua, che non sono essenziali). Essa consente infatti di approfondire alcune tematiche sulle quali Domenico Losurdo tornerà presto [SGA].

Roma, 24 dic. 2010
Chiarissimo professor,

mi permetto di scriverle. Sono studente giapponese, ora soggiorno a Roma da due mesi per completare una tesi di dottorato sulla storia dell’arte del primo novecento. Da quando un incontro casuale a un saggio di Lei in traduzione (se non sbagliato, intitolato “Lenin and Herrenvolk Democracy”) tre anni fa, mentre ricercando del mio proprio campo, leggevo alcuni suoi libri e il suo blog.
Io non conosco bene sia la filosofia tedesca che la storia del marxismo italiano, ma mi sembra che la Sua prospettiva della storia novecentesca sia molta adatta e brillante. A proposito dei suoi libri, Ho letto solo “Antonio Gramsci: dal liberalismo al ‘comunismo critico’” (in giapponese) e “La fuga della storia?”. Ma tutti e due mi sono interessati. Nei suoi libri ci sono molti gravi problemi come la “autofobia” delle sinistre, la controcritica sul “anti-stalinismo” e il mass-media ipocrita nel campo liberal-democratico, etc. Ma ritengo che la piu’ importante sia la considerazione sulla Cina.
In effetti, non potrebbe accettare una parte della Sua opinione sulla Cina. Forse Lei sopravvaluta i dirigenti del Partito Comunista Cinese. Mi pare che il PCC sia più o meno autoritario (se non “totalitario”) e soltano diriga lo suo Stato senza una teoria “socialista”. Tuttavia, mi oppongo con Lei alla campagna anti-cinese dalle potenze grandi (incluso il Giappone). Perché possiamo reclamare un diritto di manifestare i nostri Dalai-Lamafilo oppure Liu Xiaobofilo, prima di fare il proprio dovere storico al passato della Cina colonizzato? Tale situazione mondiale è molto assurda e ingiusta. Noi dobbiamo imparare la storia nel suo complesso. Per quanto riguarda sono profondamente d’accordo con Lei.
A proposito, a che cosa Lei sta pensando sul Giappone? Se si può dire sullo “sciovinismo” della Cina, ma questo atteggiamento è assai provocato da quello del mio paese. Nei ultimi tempi, la atomosfera xenofobica contro la Cina e la Corea del Nord diffonde rapidamente nel mio paese. Storicamente, ambedue sono stati dominati del Giappone prima della Seconda Guerra Mondiale. Il campo reazionario di nuovo incita il sentimento espansionista gridando talvolta i “problemi dei diritti umani” in questi paesi. Certo, il Partito Comunista Giapponese esiete. Tuttavia ora il PCG sta volgendo contro loro come il Partito Democratico e il Partito Liberal-Democratico, due grandi partiti reazionari che attacano la Cina! Secondo me, Lei e i suoi compagni dovreste fare più l’atttenzione sul ruolo del Giappone nella strategia statiunitese alla Cina.
Qui vorrei presentarLe un saggio in inglese sul mondo intellettuale giapponese negli ultimi tempi. Si può vederlo su Internet. (http://japanfocus.org/-Gavan-McCormack/3435).
Un storico notevole australiano sulla storia del Giappone contemporaneo, citando alcuni considerazioni di un militante pensatore di “Coreano-in-Giappone”, ha rivelato una miseria e povertà nel Giappone che il “progressista” o la “sinistra-liberale” (Se c’è il esperto di Giappone attuale tra Loro, io suggerisco di leggere direttamente i saggi del sig. Kim Gwang-sung, per sapere una specie di “Ideologia Giapponese”): In Giappone, un critico sospettuoso che ha dichiarato ripetutamente una posizione del suo “filo-sinistra”, mentre approvando sostenzialmente la politica reazionista o sciovinista del governo. Però non pochi intellettuali della “sinistra” in senso lato si unirono intorno a Lui. Magari non sia già accaduto il fenomeno di questo genere in Italia!
Adesso io leggo i primi capitoli del “Stalin”, traducendo personale in giapponese per i miei amici nel paese. Ma Le chiedo scusa per il mio brutto italiano. Porgo i miei migliori saluti. T. O.

P. S.
Secondo “la Repubblica” di oggi, Pierluigi Bersani ha paragonato il primo ministro Berlusconi con Kim Il-sung, ex-capo della Corea del Nord. Ma lui (o questo quotidiano) comprende davvero qualcosa di storia dura della Corea dal secondo ottocento? Non dovrebbero citarlo alla leggera come un esempio del “dittatore malissimo”. Berlusconi è Berlusconi: lui è soltanto il ricco dei ricchi o l’imperatore dell’Italia (e come dire, sig. Bersani sia un buffone di sua maestà). Mentre Kim è un tipo del “dittatore” ma perlomeno il fondatore di uno nuovo Stato anti-colonialista. Certo, ci sono i grave problemi nel suo paese, come l’armamento nucleare o la divinizzazione senza limite della “Dinastia dei Kim”. Tuttavia mi ricordo alcune parole di un intellettuale della Corea del Sud: “Io odio Kim Il-sung e il suo regime, però almeno lui e’ stato uno dei grandi eroi della indipendenza dal imperialismo giapponese. Perciò nostra razza si può ridere esclusivamente di lui. Noi coreani, sia del nord che del sud, rifiutiamo per sempre di far riderlo dall’altre nazioni”.

In Messico una recensione all'edizione in spagnolo di "Fuga dalla storia?"

EL COMUNISMO Y LAS FUGAS DE LA HISTORIA: DOMÉNICO LOSURDO
di JAIME ORTEGA REYNA, "Revista Memoria", agosto 2010

Doménico Losurdo es uno de los filósofos marxistas más polémicos de los últimos años. Si bien el cenit de la polémica que encabeza se da con la publicación de su libro sobre la “leyenda negra” que se ha construido en torno a la figura de José Stalin, en el texto que a continuación reseñamos se avizoran ya puntos candentes en torno a la historia del movimiento comunista a escala mundial. ¿Fuga en la historia?: la revolución rusa y la revolución china hoy se compone de artículos que Losurdo publicó mensualmente en un periódico comunista de su país, Italia...

mercoledì 22 dicembre 2010

Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori 4

Arianna ha detto... 14 dicembre 2010 12:55
Egregio prof Losurdo, sono una compagna comunista che ha sempre seguito i tuoi lavori.
Per curiosità, sfogliando il sito bordighiano CHE FARE mi sono imbattuta nel seguente articolo sulla Cina: http://www.che-fare.org/archivcf/cf64/compromesso%20maoista%20e%20denghista.htm
Mi piacerebbe sapere da lei il suo punto di vista su quest'articolo.

DL: Gli elementi di continuità sono messi in evidenza anche dai bordighisti, per i quali però la Cina non ha mai seguito un orientamento socialista, neppure negli anni di Mao. E questo medesimo giudizio essi formulano a proposito dell’esperienza storica del «socialismo reale» nel suo complesso. Tutto è in ultima analisi «borghese». Questo modo di atteggiarsi non è affatto esclusivo della «sinistra». Come dimostro nel mio libro su Stalin, al momento dell’introduzione della Nep è tutta la grande stampa occidentale a celebrare il ritorno del capitalismo e il definitivo fallimento del programma di trasformazione socialista della Russia.
A sua volta Kautsky non attende la Nep per denunciare il carattere «borghese» della rivoluzione bolscevica. Per dimostrare questo riprendo una pagina delo mio «Stalin. Storia e critica di una leggenda nera»:

«Pochissimi mesi o poche settimane dopo l’ottobre 1917, senza perdere altro tempo, Kautsky sottolinea come i bolscevichi non mantengano o non siano in grado di mantenere nessuna delle promesse da loro agitate al momento della conquista del potere: «Già ora il governo dei Soviet si è visto costretto a diversi compromessi di fronte al capitale […] Ma più che davanti al capitale russo, la repubblica dei Soviet dovette indietreggiare davanti a quello tedesco e riconoscerne le pretese. E’ ancora incerto quando il capitale dell’Intesa tornerà a introdursi in Russia; tutto dà l’idea che la dittatura del proletariato abbia soltanto annientato il capitale russo, per cedere il posto a quelli tedesco e americano».
I bolscevichi erano giunti al potere promettendo «la propagazione, sotto l’impulso dell’esperienza russa, della rivoluzione nei paesi capitalistici». Ma che fine aveva fatto questa prospettiva «grandiosa e affascinante»? Ad essa era subentrato un programma di «pace immediata a tutti i costi». Siamo nel 1918 e, paradossalmente, la critica di Kautsky a Brest-Litovsk non è molto diversa da quella che abbiamo visto in particolare in Bucharin.
Al di là dei rapporti internazionali, ancora più catastrofico è, sempre agli occhi di Kautsky, il bilancio della rivoluzione d’ottobre sul piano più propriamente interno: «Spazzando via i resti del capitalismo essa ha espresso più puramente e più fortemente che non mai la forza della proprietà privata della terra. Essa ha fatto del contadino, finora interessato allo sfacelo della grande proprietà privata terriera, un energico difensore della proprietà privata creata di recente, e ha consolidato la proprietà privata dei mezzi di produzione e la produzione di merci». [pp. 105-6 del mio libro].

Non pochi saranno stupiti di questa convergenza dei bordighisti con Kaustky. Conviene allora rileggere (o leggere) Lenin: «colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai» (LO XXII, 353).

Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori 3

João Carlos Graça, Lisboa, 11 dicembre 2010 20:40 Dear Professor Losurdo

First of all, thank you for managing to discuss on a high level and "for the sake of argument" such a sordid subject as this one.
I add to what you said that the "official" definition of various regimes as "totalitarian", "despotic", "tyrannical", etc. is mostly a matter of a ex post, tautological reasoning. It is not the nature of the regime of Milosevic, for instance, that defines him as a tyrant. It is the fact that he behaved "badly" (from the point of view of Western interests), and that the West waged a war against him, that tautologically implies the conclusion that he was a totalitarian tyrant, etc. The same goes obviously for Ahmadinedjad, Chávez, Mugabe... even Putin and Medvedev, if they persist in the errors of their ways, not recognizing the real masters of the universe...
As to single party regimes, such as Saddam's Iraq or today's China, the thing is acknowledgedly different. But we ought to at least consider the possibility of instauring formally multi-party regimes out of an invasion and occupation, such as with today's Iraq and Afghanistan, in order to put in perpective the importance of the distinction between formally single-party and formally multi-party regimes: in which possible senses are today's Iraq and Afghanistan arguably "democracies"?...
All this, of course, leaving aside the consideration of today's "bipartisan democracies" as a case of de facto "bicephalous monopartidism" (see your Democrazia i Bonapartismo); or the fact that, for instance, multi-party India is indeed the country of castes (or is it Nietzsche's "innocence of becoming"?), of millions of "slumdogs", etc. - by vivid contrast with the Confucian-Marxian comparatively democratic ethos of China's communist mandarins.
All this doesn't conflict either with your assertion (which I absolutely support) that even against definitely non-democratic regimes aggressive war would be in any case an unsustainable option, and indeed an insufferable hypocrisy and a horrendous crime.
All of this, finally, leaves aside the fact that people like Kissinger, Peres and others have also won the Nobel Peace Prize! So, how come this dirty institution has managed to have the importance that is has even among the Western Left (if these words are supposed to mean anything other than a contradiction in terms)?
My apologies for not being able to write in Italian (in spite of managing to read it), and so having to use English as "lingua franca".
Saudações cordiais

DL: Saluto e sottoscrivo in pieno il contributo fornito da João Carlos Graça sui temi del «Nobel per la pace», del «totalitarismo» e della Cina. Su quest’ultimo, in particolare, vorrei sottolineare che tra la politica di Deng e quella di Mao ci sono elemnti di discontinuità ma anche di continuità. Riprendo qui un pagina del mio libro «Fuga dalla storia»:


Sedici anni dopo [nel 1956], Mao invita a non dimenticare che, nonostante l’avvento del partito comunista al potere, il quadro della Cina è ancora contrassegnato in primo luogo dal sottosviluppo:
«Bisogna che tutti i quadri e il popolo tutto si ricordino continuamente che la Cina è sì un grande paese socialista, ma anche e al tempo stesso è un paese povero ed economicamente arretrato. Si tratta di un’enorme contraddizione. Se vogliamo che il nostro paese divenga ricco e potente, allora occorrono alcuni decenni di sforzi ostinati».
In questo momento sembra individuare la contraddizione principale non già nel conflitto tra borghesia e proletariato, come farà soprattutto negli anni della Rivoluzione Culturale, ma nella sfasatura tra socialismo e arretratezza. Ma allora quale atteggiamento bisogna assumere nei confronti della borghesia nazionale?
«Quanto poi alla nostra politica nelle città, a prima vista dà un po' l'impressione di essere di destra: infatti abbiamo conservato i capitalisti e gli abbiamo concesso anche un interesse fisso per sette anni. E dopo sette anni come ci regoleremo? Quando arriverà il momento vedremo il da farsi. La cosa migliore è lasciare aperto il discorso e dargli ancora un po' di interessi. Sborsando un po' di denaro ci compriamo questa classe [...] Comprandoci questa classe l'abbiamo privata del suo capitale politico così che non ha nulla da dire [...] Questo capitale politico dobbiamo espropriarlo fino in fondo e continuare a farlo finché gliene sarà rimasta anche una sola briciola. Ecco perché non si può dire neanche che la nostra politica nella città è di destra».
Si tratta dunque di distinguere tra espropriazione economica e espropriazione politica della borghesia. Solo quest’ultima dev’essere condotta sino in fondo, mentre la prima, se non è contenuta in limiti ben precisi, rischia di compromettere lo sviluppo economico chiamato a garantire l’integrità territoriale e la rinascita del paese e, dunque, il rispetto del patto sociale in base al quale i comunisti hanno conquistato il potere. Nell’estate del 1958, Mao ribadisce il suo punto di vista di fronte all’ambasciatore, piuttosto diffidente, dell’Unione Sovietica: «In Cina ci sono ancora capitalisti, ma lo Stato è sotto la direzione del partito comunista».

Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori 2

11 dicembre 2010 20:40 Anonimo ha detto...
Per quanto riguarda il premi Nobel (anche se quello per l'economia è fasullo, non essendo stato istituito per volontà di Nobel), va detto che quelli per le varie discipline vengono assegnati da istituzioni norvegesi comunque competenti (Accademia delle scienze etc.), anche se le scelte sono qualche volta discutibili e dettate dall'opportunità. Quello per la Pace viene assegnato invece da una commissione del Parlamento norvegese, e riflette orientamenti politici, strumentalizzazioni, pressioni da parte degli stati e così via, per cui il suo valore effettivo è ampiamente sovrastimato. Si vuol dare la surrettizia sensazione che abbia fondamenti "scientifici", come gli altri, mentre invece spesso è un mero strumento di battaglia politica.

DL: Anche sui premi Nobel c’è sostanziale convergenza. Ad essere sottoposto a ferreo controllo politico è quello «per la pace», che, a partire per lo meno dalla seconda metà del Novecento, ha funzionato egregiamente come strumento della guerra fredda vecchia e nuova. Ciò non toglie che anche per una disciplina come l’economia si faccia oggettivamente sentire il peso dell’ideologia dominante.

Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori 1

Renato ha detto... 17 dicembre 2010 09:22
Ho qualche dubbio sul pacifismo del movimento comunista nel suo complesso e in particolare di Lenin. Certo è verissimo che Lenin si è battuto contro la violenza della guerra imperialista, ma al contempo ha condotto una polemica altrettanto dura contro i "socialpacifisti", socialisti a parole e pacifisti nei fatti, secondo la nota definizione dello stesso Lenin. Ovvero contro quella componente del movimento socialista internazionale, capitanata da Kautsky, che rifiutava tanto la guerra imperialista, quanto la concezione della componente leninista che propugnava la trasformazione della guerra imperialista in guerre civile rivoluzionaria.

DL: Sul tema della violenza mi pare che ci sia convergenza. Non c’è dubbio che Lenin chaimi a trasformare la guerra imperialista in rivoluzione (in guerra civile rivoluzionaria): in questo caso si tratta di scegliere non tra violenza e non-violenza, bensì tra violenza bellica e violenza rivoluzionaria (e i «socialpacifisti», da Kautsky a Turati) preferivano tollerare la continuazione della violenza bellica. In ogni caso, come ho sottolineato nel mio libro sulla non-violenza, in Lenin non c’è la celebrazione del valore pedagogico e morale della guerra, indipendentemente persino dai suoi obiettivi. In Lenin non si può leggere quello che si legge invece in un classico del pensiero liberale (Tocqueville): «Non voglio affatto parlare male della guerra; la guerra apre quasi sempre la mente di un popolo e innalza il suo animo».

martedì 21 dicembre 2010

E' uscita l'edizione brasiliana del libro su Stalin

E' da poco uscita dalla casa editrice Revan l’edizione brasiliana del libro su Stalin ed è in corso la pubblicazione spagnola. Ripubblichiamo per l'occasione la recensione di Miguel Urbano [SGA].

DOMENICO LOSURDO: STALIN. HISTORIA CRITICA DE UMA LENDA NEGRA, REVAN

Houve um tempo em que estadistas ilustres ¿ como Churchill e De Gasperi ¿ e intelectuais de primeiro plano, como Croce, Arendt, Bobbio, Thomas Mann, Kojève, Laski ¿ olharam com respeito, simpatia e até com admiração para Stalin e para o país liderado por ele. Com o início da Guerra Fria, primeiro, e depois, sobretudo, com o Relatório Kruschiov, Stalin virou um ¿monstro¿, talvez comparável apenas a Hitler. Daria prova de falta de visão quem quisesse identificar nessa virada o momento da revelação definitiva e última da identidade do líder soviético, deixando de lado com desenvoltura os conflitos e os interesses nas origens da virada. O contraste radical entre as diversas imagens de Stalin deveria levar o historiador não mais a absolutizar uma dessas imagens, mas a problematizar todas. Neste volume ¿ ensaio histórico, historiográfico e filosófico ao mesmo tempo ¿, Domenico Losurdo faz precisamente isso, ao analisar as tragédias do século XX, fazendo comparações em todo setor e desconstruindo e contextualizando muitas das acusações feitas a Stalin, o que não deixará de suscitar vivas polêmicas.

di Miguel Urbano Rodrigues, da http://www.odiario.info/

venerdì 10 dicembre 2010

Sul Premio Nobel a Liu Xiaobo

Un manifesto di guerra
Domenico Losurdo

Versione francese
Un manifeste de guerre - Sur le prix Nobel à Liu Xiaobo
Trad. di Marie-Ange Patrizio, su http://www.ism-france.org/

Trasmesso in diretta da tutte le più importanti reti televisive del mondo, il discorso pronunciato dal presidente del Comitato Nobel in occasione del conferimento del premio per la pace a Liu Xiaobo si presenta come un vero e proprio manifesto di guerra. Il concetto fondamentale è chiaro quanto sgangherato e manicheo: le democrazie non si sono mai fatte guerra e non si fanno guerra tra di loro; e dunque per far trionfare una volta per sempre la causa della pace occorre diffondere la democrazia su scala planetaria. Colui che così parla ignora la storia, ignora ad esempio la guerra che tra il 1812 e il 1815 si sviluppa tra Gran Bretagna e Usa. Sono due paesi «democratici» e per di più fanno entrambi parte del «pragmatico» e «pacifico» ceppo anglosassone. Eppure tale è il furore della guerra che Thomas Jefferson paragona a «Satana» il governo di Londra e giunge persino a dichiarare che Gran Bretagna e Usa sono impegnati in una «guerra eterna» (eternal war), la quale è destinata a concludersi con lo «sterminio (extermination) di una o dell’altra parte».
Identificando causa della pace e causa della democrazia, il presidente del Comitato Nobel abbellisce la storia del colonialismo, che ha visto spesso paesi «democratici» promuovere l’espansionismo, facendo ricorso alla guerra, alla violenza più brutale e persino a pratiche genocide. Ma non si tratta solo del passato. Col suo discorso il presidente del Comitato Nobel ha legittimato a posteriori la prima guerra del Golfo, la guerra contro la Jugoslavia, la seconda guerra del Golfo, tutte condotte da grandi «democrazie» e in nome della «democrazia».
Ora, il più grande ostacolo alla diffusione universale della democrazia è rappresentato dalla Cina, che dunque costituisce al tempo stesso il focolaio più pericoloso di guerra; lottare con ogni mezzo per un «regime change» a Pechino è una nobile impresa al servizio della pace: questo è il messaggio che da Oslo è stato trasmesso e bombardato in tutto il mondo, ed è stato trasmesso e bombardato mentre la flotta militare Usa non cessa di «esercitarsi» a poca distanza dalle coste cinesi.
A suo tempo, un illustre filosofo «democratico» e occidentale, John Stuart Mill, ha difeso le guerre dell’oppio contro la Cina come un contributo alla causa della libertà, della «libertà «dell'acquirente» prima ancora che «del produttore o del venditore». E’ sulla scia di questa infausta tradizione colonialista che si sono collocati i signori della guerra di Oslo. Il manifesto lanciato dal presidente del Comitato Nobel deve suonare come un campanello d’allarme per tutti coloro che hanno realmente a cuore la causa della pace.

Il Premio Nobel per la guerra e Chi è Liu Xiaobo, "Junge Welt", 10 dicembre 2010