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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

mercoledì 22 dicembre 2010

Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori 3

João Carlos Graça, Lisboa, 11 dicembre 2010 20:40 Dear Professor Losurdo

First of all, thank you for managing to discuss on a high level and "for the sake of argument" such a sordid subject as this one.
I add to what you said that the "official" definition of various regimes as "totalitarian", "despotic", "tyrannical", etc. is mostly a matter of a ex post, tautological reasoning. It is not the nature of the regime of Milosevic, for instance, that defines him as a tyrant. It is the fact that he behaved "badly" (from the point of view of Western interests), and that the West waged a war against him, that tautologically implies the conclusion that he was a totalitarian tyrant, etc. The same goes obviously for Ahmadinedjad, Chávez, Mugabe... even Putin and Medvedev, if they persist in the errors of their ways, not recognizing the real masters of the universe...
As to single party regimes, such as Saddam's Iraq or today's China, the thing is acknowledgedly different. But we ought to at least consider the possibility of instauring formally multi-party regimes out of an invasion and occupation, such as with today's Iraq and Afghanistan, in order to put in perpective the importance of the distinction between formally single-party and formally multi-party regimes: in which possible senses are today's Iraq and Afghanistan arguably "democracies"?...
All this, of course, leaving aside the consideration of today's "bipartisan democracies" as a case of de facto "bicephalous monopartidism" (see your Democrazia i Bonapartismo); or the fact that, for instance, multi-party India is indeed the country of castes (or is it Nietzsche's "innocence of becoming"?), of millions of "slumdogs", etc. - by vivid contrast with the Confucian-Marxian comparatively democratic ethos of China's communist mandarins.
All this doesn't conflict either with your assertion (which I absolutely support) that even against definitely non-democratic regimes aggressive war would be in any case an unsustainable option, and indeed an insufferable hypocrisy and a horrendous crime.
All of this, finally, leaves aside the fact that people like Kissinger, Peres and others have also won the Nobel Peace Prize! So, how come this dirty institution has managed to have the importance that is has even among the Western Left (if these words are supposed to mean anything other than a contradiction in terms)?
My apologies for not being able to write in Italian (in spite of managing to read it), and so having to use English as "lingua franca".
Saudações cordiais

DL: Saluto e sottoscrivo in pieno il contributo fornito da João Carlos Graça sui temi del «Nobel per la pace», del «totalitarismo» e della Cina. Su quest’ultimo, in particolare, vorrei sottolineare che tra la politica di Deng e quella di Mao ci sono elemnti di discontinuità ma anche di continuità. Riprendo qui un pagina del mio libro «Fuga dalla storia»:


Sedici anni dopo [nel 1956], Mao invita a non dimenticare che, nonostante l’avvento del partito comunista al potere, il quadro della Cina è ancora contrassegnato in primo luogo dal sottosviluppo:
«Bisogna che tutti i quadri e il popolo tutto si ricordino continuamente che la Cina è sì un grande paese socialista, ma anche e al tempo stesso è un paese povero ed economicamente arretrato. Si tratta di un’enorme contraddizione. Se vogliamo che il nostro paese divenga ricco e potente, allora occorrono alcuni decenni di sforzi ostinati».
In questo momento sembra individuare la contraddizione principale non già nel conflitto tra borghesia e proletariato, come farà soprattutto negli anni della Rivoluzione Culturale, ma nella sfasatura tra socialismo e arretratezza. Ma allora quale atteggiamento bisogna assumere nei confronti della borghesia nazionale?
«Quanto poi alla nostra politica nelle città, a prima vista dà un po' l'impressione di essere di destra: infatti abbiamo conservato i capitalisti e gli abbiamo concesso anche un interesse fisso per sette anni. E dopo sette anni come ci regoleremo? Quando arriverà il momento vedremo il da farsi. La cosa migliore è lasciare aperto il discorso e dargli ancora un po' di interessi. Sborsando un po' di denaro ci compriamo questa classe [...] Comprandoci questa classe l'abbiamo privata del suo capitale politico così che non ha nulla da dire [...] Questo capitale politico dobbiamo espropriarlo fino in fondo e continuare a farlo finché gliene sarà rimasta anche una sola briciola. Ecco perché non si può dire neanche che la nostra politica nella città è di destra».
Si tratta dunque di distinguere tra espropriazione economica e espropriazione politica della borghesia. Solo quest’ultima dev’essere condotta sino in fondo, mentre la prima, se non è contenuta in limiti ben precisi, rischia di compromettere lo sviluppo economico chiamato a garantire l’integrità territoriale e la rinascita del paese e, dunque, il rispetto del patto sociale in base al quale i comunisti hanno conquistato il potere. Nell’estate del 1958, Mao ribadisce il suo punto di vista di fronte all’ambasciatore, piuttosto diffidente, dell’Unione Sovietica: «In Cina ci sono ancora capitalisti, ma lo Stato è sotto la direzione del partito comunista».

Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori 2

11 dicembre 2010 20:40 Anonimo ha detto...
Per quanto riguarda il premi Nobel (anche se quello per l'economia è fasullo, non essendo stato istituito per volontà di Nobel), va detto che quelli per le varie discipline vengono assegnati da istituzioni norvegesi comunque competenti (Accademia delle scienze etc.), anche se le scelte sono qualche volta discutibili e dettate dall'opportunità. Quello per la Pace viene assegnato invece da una commissione del Parlamento norvegese, e riflette orientamenti politici, strumentalizzazioni, pressioni da parte degli stati e così via, per cui il suo valore effettivo è ampiamente sovrastimato. Si vuol dare la surrettizia sensazione che abbia fondamenti "scientifici", come gli altri, mentre invece spesso è un mero strumento di battaglia politica.

DL: Anche sui premi Nobel c’è sostanziale convergenza. Ad essere sottoposto a ferreo controllo politico è quello «per la pace», che, a partire per lo meno dalla seconda metà del Novecento, ha funzionato egregiamente come strumento della guerra fredda vecchia e nuova. Ciò non toglie che anche per una disciplina come l’economia si faccia oggettivamente sentire il peso dell’ideologia dominante.

Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori 1

Renato ha detto... 17 dicembre 2010 09:22
Ho qualche dubbio sul pacifismo del movimento comunista nel suo complesso e in particolare di Lenin. Certo è verissimo che Lenin si è battuto contro la violenza della guerra imperialista, ma al contempo ha condotto una polemica altrettanto dura contro i "socialpacifisti", socialisti a parole e pacifisti nei fatti, secondo la nota definizione dello stesso Lenin. Ovvero contro quella componente del movimento socialista internazionale, capitanata da Kautsky, che rifiutava tanto la guerra imperialista, quanto la concezione della componente leninista che propugnava la trasformazione della guerra imperialista in guerre civile rivoluzionaria.

DL: Sul tema della violenza mi pare che ci sia convergenza. Non c’è dubbio che Lenin chaimi a trasformare la guerra imperialista in rivoluzione (in guerra civile rivoluzionaria): in questo caso si tratta di scegliere non tra violenza e non-violenza, bensì tra violenza bellica e violenza rivoluzionaria (e i «socialpacifisti», da Kautsky a Turati) preferivano tollerare la continuazione della violenza bellica. In ogni caso, come ho sottolineato nel mio libro sulla non-violenza, in Lenin non c’è la celebrazione del valore pedagogico e morale della guerra, indipendentemente persino dai suoi obiettivi. In Lenin non si può leggere quello che si legge invece in un classico del pensiero liberale (Tocqueville): «Non voglio affatto parlare male della guerra; la guerra apre quasi sempre la mente di un popolo e innalza il suo animo».

martedì 21 dicembre 2010

E' uscita l'edizione brasiliana del libro su Stalin

E' da poco uscita dalla casa editrice Revan l’edizione brasiliana del libro su Stalin ed è in corso la pubblicazione spagnola. Ripubblichiamo per l'occasione la recensione di Miguel Urbano [SGA].

DOMENICO LOSURDO: STALIN. HISTORIA CRITICA DE UMA LENDA NEGRA, REVAN

Houve um tempo em que estadistas ilustres ¿ como Churchill e De Gasperi ¿ e intelectuais de primeiro plano, como Croce, Arendt, Bobbio, Thomas Mann, Kojève, Laski ¿ olharam com respeito, simpatia e até com admiração para Stalin e para o país liderado por ele. Com o início da Guerra Fria, primeiro, e depois, sobretudo, com o Relatório Kruschiov, Stalin virou um ¿monstro¿, talvez comparável apenas a Hitler. Daria prova de falta de visão quem quisesse identificar nessa virada o momento da revelação definitiva e última da identidade do líder soviético, deixando de lado com desenvoltura os conflitos e os interesses nas origens da virada. O contraste radical entre as diversas imagens de Stalin deveria levar o historiador não mais a absolutizar uma dessas imagens, mas a problematizar todas. Neste volume ¿ ensaio histórico, historiográfico e filosófico ao mesmo tempo ¿, Domenico Losurdo faz precisamente isso, ao analisar as tragédias do século XX, fazendo comparações em todo setor e desconstruindo e contextualizando muitas das acusações feitas a Stalin, o que não deixará de suscitar vivas polêmicas.

di Miguel Urbano Rodrigues, da http://www.odiario.info/

venerdì 10 dicembre 2010

Sul Premio Nobel a Liu Xiaobo

Un manifesto di guerra
Domenico Losurdo

Versione francese
Un manifeste de guerre - Sur le prix Nobel à Liu Xiaobo
Trad. di Marie-Ange Patrizio, su http://www.ism-france.org/

Trasmesso in diretta da tutte le più importanti reti televisive del mondo, il discorso pronunciato dal presidente del Comitato Nobel in occasione del conferimento del premio per la pace a Liu Xiaobo si presenta come un vero e proprio manifesto di guerra. Il concetto fondamentale è chiaro quanto sgangherato e manicheo: le democrazie non si sono mai fatte guerra e non si fanno guerra tra di loro; e dunque per far trionfare una volta per sempre la causa della pace occorre diffondere la democrazia su scala planetaria. Colui che così parla ignora la storia, ignora ad esempio la guerra che tra il 1812 e il 1815 si sviluppa tra Gran Bretagna e Usa. Sono due paesi «democratici» e per di più fanno entrambi parte del «pragmatico» e «pacifico» ceppo anglosassone. Eppure tale è il furore della guerra che Thomas Jefferson paragona a «Satana» il governo di Londra e giunge persino a dichiarare che Gran Bretagna e Usa sono impegnati in una «guerra eterna» (eternal war), la quale è destinata a concludersi con lo «sterminio (extermination) di una o dell’altra parte».
Identificando causa della pace e causa della democrazia, il presidente del Comitato Nobel abbellisce la storia del colonialismo, che ha visto spesso paesi «democratici» promuovere l’espansionismo, facendo ricorso alla guerra, alla violenza più brutale e persino a pratiche genocide. Ma non si tratta solo del passato. Col suo discorso il presidente del Comitato Nobel ha legittimato a posteriori la prima guerra del Golfo, la guerra contro la Jugoslavia, la seconda guerra del Golfo, tutte condotte da grandi «democrazie» e in nome della «democrazia».
Ora, il più grande ostacolo alla diffusione universale della democrazia è rappresentato dalla Cina, che dunque costituisce al tempo stesso il focolaio più pericoloso di guerra; lottare con ogni mezzo per un «regime change» a Pechino è una nobile impresa al servizio della pace: questo è il messaggio che da Oslo è stato trasmesso e bombardato in tutto il mondo, ed è stato trasmesso e bombardato mentre la flotta militare Usa non cessa di «esercitarsi» a poca distanza dalle coste cinesi.
A suo tempo, un illustre filosofo «democratico» e occidentale, John Stuart Mill, ha difeso le guerre dell’oppio contro la Cina come un contributo alla causa della libertà, della «libertà «dell'acquirente» prima ancora che «del produttore o del venditore». E’ sulla scia di questa infausta tradizione colonialista che si sono collocati i signori della guerra di Oslo. Il manifesto lanciato dal presidente del Comitato Nobel deve suonare come un campanello d’allarme per tutti coloro che hanno realmente a cuore la causa della pace.

Il Premio Nobel per la guerra e Chi è Liu Xiaobo, "Junge Welt", 10 dicembre 2010

giovedì 9 dicembre 2010

Mercoledì 15 dicembre Losurdo discute il libro su Stalin a Roma

Mercoledì 15 dicembre alle ore 18.30, a Roma presso i Magazzini popolari di Casalbertone in Via Baldassarre Orero 61 si svolgerà la presentazione del libro di Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di un leggenda nera, edito da Carocci.
Interverranno: Domenico Losurdo (preside della facoltà di Scienze della formazione Università di Urbino e presidente dell'associazione Marx XXI); Danilo Ruggieri per Comunisti uniti e Sergio Cararo della Rete dei comunisti.

L'iniziativa, organizzata da Comunisti Uniti, Magazzini popolari di Casalbertone e Rete dei Comunisti muove dall'interrogativo se possa resistere a un'accurata analisi storica il modo in cui l'ideologia dominante, da oltre 50 anni, presenta la figura storica di Stalin, come un «enorme, cupo, capriccioso, degenerato mostro umano».
C'è stato un tempo, invece, in cui statisti illustri - quali Churchill e De Gasperi - e intellettuali di primissimo piano - quali Croce, Arendt, Bobbio, Thomas Mann - hanno guardato con rispetto, simpatia e persino con ammirazione a Stalin e al paese da lui guidato. Con lo scoppio della guerra fredda prima e soprattutto col Rapporto Chruscev poi, Stalin diviene invece un mostro, paragonabile forse solo a Hitler.
Il contrasto radicale fra le diverse immagini di Stalin dovrebbe spingere lo storico non già ad assolutizzarne una, considerandola la rivelazione ultima e definitiva dell'identità di Stalin, ma a problematizzarle tutte, indagando i conflitti e gli interessei che si celano dietro ognuna di esse. Ed è quanto ha fatto nel suo libro e cercheranno di fare ulteriormente i relatori della presentazione analizzando le tragedie del Novecento con una comparatistica a tutto campo e decostruendo e contestualizzando diverse delle accuse mosse a Stalin.










Una cronaca della presentazione della Non-violenza a Torino

"Libero Pensiero", n. 54, Dicembre 2010, p. 24

16 dicembre: Domenico Losurdo presenta la Non-violenza a La Chaux-de-Fonds (Svizzera)

Club 44 - Centre de culture, d'information et de rencontre
64, rue de la Serre, La Chaux-de-Fonds, CH

En partenariat avec la Società Dante Alighieri et en collaboration avec Payot Libraire

Jeudi 16 Décembre 20h15 - Conférence
Domenico Losurdo: La non-violence. Une histoire hors du mythe

Nous connaissons les larmes et le sang provoqués par les projets de transformation du monde à travers la guerre ou la révolution. D’ailleurs, à partir du Capitalisme comme religion, publié par Walter Benjamin en 1921, la philosophie du XXe siècle s’est engagée dans la critique de la violence.
Mais que savons-nous des dilemmes, des trahisons, des déceptions et des véritables tragédies dans lesquelles sont tombés les mouvements inspirés par l’idée de la non-violence? Il peut être très instructif de parcourir l’histoire fascinante des organisations chrétiennes qui, dans les premières décennies du XIXe siècle voulaient combattre (sans recourir à la violence) les fléaux de l’esclavage et de la guerre, jusqu’aux protagonistes et aux mouvements qui – par passion ou par calcul – ont agité le drapeau de la non-violence: L. Tolstoï, Gandhi, M. L. King, le Dalaï Lama etc. Pour une relecture de figures fortes de l’anti-violence, hors du mythe!

Entrée CHF 15.– / AVS, AI, chômeurs CHF 10.– / étudiant CHF 5.–
Membres du Club 44 et de la Società Dante Alighieri: entrée libre.

lunedì 6 dicembre 2010

L'intervento di Domenico Losurdo al convegno di Urbino sul comunismo

Urbino, 2 dicembre 2010

Due nuovi saggi di Domenico Losurdo

HEGEL, MARX E L’ONTOLOGIA DELL’ESSERE SOCIALE
La natura è presente nella filosofia della storia e nella filosofia politica di Hegel. La storia della libertà è nel filosofo di Stoccarda anche la storia della progressiva liberazione del lavoro (materiale). Perché è così diffusa l’interpretazione in chiave coscienzialistica di Hegel? Critica dell’idealismo e ontologia dell’essere sociale. Il marxismo ha bisogno di un’ontologia dell’essere sociale.
di Domenico Losurdo, "Critica Marxista", 5; 2010 (ringraziamo la rivista per aver concesso la riproduzione del saggio)
Nel capitolo conclusivo dei Manoscritti economico-filosofici, Marx così sintetizza il suo giudizio su Hegel: «La cosa principale è che l’oggetto della coscienza non è altro che autocoscienza, o che l’oggetto è soltanto l’autocoscienza oggettivata, l’autocoscienza come oggetto». Di conseguenza: «Il lavoro che Hegel soltanto conosce e riconosce è il lavoro spirituale, astratto» (MEW I Erg.Bd., 574-5)...

Materialismo della prima e materialismo della seconda natura. Rileggendo Timpanaro che legge Marx e Engels
di Domenico Losurdo, in La lezione di un maestro, a cura di Nuccio Ordine, Liguori, Napoli. Con contributi di Nuccio Ordine, Michele Feo, Giovanni Jervis, Alessandro Pagnini, Piergiorgio Parroni, Fabio Stok, Luigi Blasucci, Domenico Losurdo, Luca Baranelli, Piergiorgio Bellocchio, Luciano Canfora (ringraziamo i curatori e la casa editrice per aver concesso la riproduzione del saggio)

1. Timpanaro e il distacco critico dal «marxismo occidentale»
Nell'interrogarci sul rapporto che Timpanaro istituisce col marxismo, ci imbattiamo in una questione preliminare: dobbiamo intendere per «marxismo» la teoria di Marx o, piuttosto, la teoria di Marx e Engels?...

lunedì 29 novembre 2010

Rationalisme: Les révolutions ont toujours été taxées de folie

Par Domenico Losurdo, L'Humanité, le 20 Novembre 2010
Texte traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio.

Comment expliquer la grande crise historique qui débute avec la Révolution française et qui, un quart de siècle plus tard, se conclut (provisoirement) avec le retour des Bourbons ? Friedrich Schlegel et la culture de la Restauration n’ont de cesse de dénoncer la «maladie politique» et le «fléau contagieux des peuples» qui font rage à partir de 1789...
Leggi tutto

Una segnalazione da Vladimiro Giacché

Caro Domenico...

Ti invio un link ad uno scritto di orintamento troskista sulla Cina; proprio per questo i riconoscimenti che contiene sono tanto piu' interessanti [VG]:

The Chinese Economic Miracle – Triumph for Capitalism or the Planned Economy?

Jonathan Clyne, 03/11/2010, su tanit.com: towards a new international tendency

venerdì 26 novembre 2010

Domani la presentazione della non-violenza alla CdP Trionfale di Roma

Roma, 27 novembre. Presentazione del Libro "La non violenza - una storia fuori dal mito", di Domenico Losurdo (Ass. Marx XXI)*
ore 17.00 - 23.30 c/o Casa del Popolo Trionfale, Piazzale degli Eroi n.9 (fermata Metro A Cipro)

"La violenza continua ad essere in agguato persino nelle sue forme più brutali. Recentemente si poteva leggere sul «Corriere della Sera» un illustre storico israeliano evocare tranquillamente la prospettiva di «un’azione nucleare preventiva da parte di Israele» contro l’Iran. Il paradosso è che, per essere efficace, la lotta per la pace deve saper smascherare la trasformazione, promossa dall’imperialismo, della parola d’ordine della non-violenza in un’ideologia chiamata a giustificare la prevaricazione e la legge del più forte nei rapporti internazionali, e in ultima analisi la guerra." (Stralci da un intervista a Domenico Losurdo)

A SEGUIRE CENA POPOLARE DI SOTTOSCRIZIONE

L'iniziativa è co-promossa dalla Casa del Popolo Trionfale, Magazzini Popolari CasalBertone e Comunisti Uniti. Per Comunisti uniti interverrà Renato Caputo.

La controrivoluzione di fase e l’esigenza sociale e politica della ricostruzione del partito comunista

intervista a Domenico Losurdo a cura di Sara Milazzo per l'Ernesto Online

Siamo ad Urbino, con il professor Domenico Losurdo, ordinario di storia della filosofia presso l’università “Carlo Bo” di Urbino, filosofo di fama internazionale e presidente dell’associazione Marx XXI. Ci ha gentilmente concesso il suo tempo perché è fondamentale conoscere il punto di vista di un intellettuale in questo momento di congiuntura in cui siamo di fronte ad un attacco del capitale (contro l'intero mondo del lavoro, contro la democrazia, contro la Costituzione nata dalla Resistenza) che è tra i più alti e pericolosi dell'intera nostra storia repubblicana...

venerdì 19 novembre 2010

Sabato 27 novembre presentazione della Non-violenza a Roma

Organizzano: CdP Trionfale, Magazzini Popolari CasalBertone, Comunisti Uniti 2.0


lunedì 8 novembre 2010

L'intervento di Domenico Losurdo al convegno di Urbino su Guerra e Violenza


Domenico Losurdo al convegno di "Historical Materialism" su Crisis and Critique

Seventh Historical Materialism annual conference
Crisis and Critique
11-14 November 2010 at SOAS and ULU, London, WC1

Giovedì 11 novembre, h. 15.45, University of London Union, Malet StreetDomenico Losurdo: Non-Violence: A History without Myth

Il programma completo

domenica 7 novembre 2010

La guerra civile sovietica. Una risposta a un compagno

Compagno Losurdo,
sono uno studente comunista di Milano di 22 anni.
Mi piacerebbe sapere da lei se si può sfatare l'accusa di Chruscev contenuta nel Rapporto segreto secondo cui durante le grandi purghe dei 139 membri del Comitato Centrale 98 furono arrestati e fucilati.
Poi ultimamente ho anche sentito un altro cavallo di battaglia anticomunista: ossia quello dei comunisti tedeschi che Stalin consegnò ha Hitler. In proposito ho letto recentemente il testo della Bauber Neuman. Mi piacerebbe sapere da lei documentariamente se si possono sfatare sia le accuse di Chruscev sia il cavallo di battaglia della Neuman sui comunisti tedeschi che Stalin consegnò a Hitler.
Un saluto a pugno chiuso
Mario, 29 ottobre 2010 12:21
 
Se anche in casi del genere la cautela è d’obbligo, devo dire che sul secondo punto non sono sufficientemente documentato, Per quanto riguarda il primo punto, il problema va posto diversamente:
come è avvenuto che lo scontro politico all’interno del gruppo dirigente bolscevico sia sfociato in una guerra civile senza esclusione di colpi da una parte e dall’altra? A rispondere a questo interrogativo è impegnato tutto il secondo capitolo del mio libro su Stalin.
Si tratta in effetti di una guerra civile. Trotskij non si limita a salutare con calore l’attentato che costa la vita a Kirov, il più stretto collaboratore di Stalin. C’è di più: Trotskij bolla Stalin come uno zar e un Nicola II redivivo e persno come uno strumento di Hitler; e dunque gl oppositori avevano non solo il diritto ma anche il dovere di far ricorso a tutti i mezzi (compresa la lotta armata) per porre fine a questa situazione. Paradossalmente, gli odierni «trotskisti» sono i peggiori denigratori di Trotskij allorché dipingono lui e i suoi seguaci come agnelli, anzi come pecore, che senza opporre resistenza si lasciano portare docilmente al macello dal macellaio insediato al Cremlino!
Domenico Losurdo

venerdì 5 novembre 2010

L'intervento di Domenico Losurdo al convegno di Urbino su Carl Schmitt

Urbino, 21 ottobre 2010
Aula Magna Rettorato, Palazzo Bonaventura, Via Saffi, 2
Facoltà di Sociologia - Facoltà di Scienze della Formazione
Dipartimenti DiSSPI e DipSum
Tavola rotonda: Il nomos e il nuovo ordine europeo

Parte prima



Parte seconda

venerdì 29 ottobre 2010

Un nuovo scambio di idee con alcuni lettori

extropolitca ha detto... 23 ottobre 2010 06:49
Il problema, per certi esponenti dell'ideologia marxista, è che la realtà dei fatti non conta. Conta solo l'ideologia.
Quindi abbiamo questo post in cui si da colpa al colonialismo europeo per la situazione di decadimento intellettuale, civile, economico e politico dell'a Cina del XIX secolo. La Ribellione Taiping non ha nulla a che fare con questo? I 20 milioni di morti dovuti ad essa non hanno avuto nessun effetto sulla Cina?
Scienza della Formazione insegna a formare persone autonome e mature o droni dello stato incapaci di senso critico?

Angela Zurzolo ha detto... 23 ottobre 2010 07:30Salve Professore. Mi sono permessa di scrivere sul mio blog un articolo contenente le mie opinioni relativamente al suo articolo. Spero non si offenda.

Risponde Domenico Losurdo
Pretendere che l’ideologia agisca solo nel discorso degli altri e non nel proprio è la definizione stessa del dogmatismo! Quanto alla rivolta dei Taiping, essa non può essere separata dalle guerre dell’oppio. Ecco quello che scrivo nel mio libro su Stalin, richiamandomi a illustri storici (occidentali):

Con una lunga storia alle spalle, che l’aveva vista per secoli o per millenni in posizione eminente nello sviluppo della civiltà umana, ancora nel 1820 la Cina vantava un Pil che costituiva il 32,4% del Prodotto interno lordo mondiale; nel 1949, al momento della sua fondazione, la Repubblica Popolare Cinese è il paese più povero, o tra i più poveri, del mondo. A determinare questo crollo pauroso è l’aggressione colonialista e imperialista che inizia con le guerre dell’oppio. Celebrate in termini enfatici anche dai più illustri rappresentanti dell’Occidente liberale (si pensi a Tocqueville e a J. S. Mill), queste guerre infami aprono un capitolo decisamente tragico per il grande paese asiatico. Il deficit nella bilancia commerciale cinese provocato dalla vittoria dei «narcotraficantes britannici», la terribile umiliazione subita («Donne cinesi vengono avvicinate e stuprate» dagli invasori. «Le tombe sono violate in nome della curiosità scientifica. Il minuscolo piede fasciato di una donna è asportato dalla sua tomba») e la crisi evidenziata dall’incapacità del paese di difendersi dalle aggressioni esterne svolgono un ruolo di primo piano nel determinare la rivolta dei Taiping (1851-1864), i quali pongono all’ordine del giorno la lotta contro l’oppio. E’ «la guerra civile più sanguinosa nella storia mondiale, con una stima dai venti ai trenta milioni di morti». Dopo aver contribuito potentemente a provocarla, l’Occidente ne diventa il beneficiario, dato che può estendere il suo controllo su un paese attanagliato da una crisi sempre più profonda e sempre più indifeso. Si apre un periodo storico che vede «la Cina crocifissa» (ai carnefici occidentali si sono nel frattempo aggiunti Russia e Giappone). Sì: «Man mano che ci si avvicina alla fine del XIX secolo, la Cina sembra diventare la vittima di un destino contro cui non può lottare. E' una congiura universale degli uomini e degli elementi. La Cina degli anni 1850-1950, quella delle più terribili insurrezioni della storia, il bersaglio dei cannoni stranieri, il paese delle invasioni e delle guerre civili, è anche il paese dei grandi cataclismi naturali. Senza dubbio il numero delle vittime nella storia del mondo non è stato mai tanto elevato».
L'abbassamento generale e drastico del tenore di vita, la disgregazione dell'apparato statale e governativo, assieme alla sua incapacità, corruzione e crescente subalternità e assoggettamento allo straniero, tutto ciò rende ancora più devastante l'impatto di alluvioni e carestie: «La grande fame nella Cina del Nord del 1877-1878 […] uccide più di nove milioni di persone». E’ una tragedia che tende a verificarsi periodicamente: nel 1928, i morti ammontano a «quasi tre milioni nella sola provincia dello Shanxi». Non cè scampo né alla fame né al freddo: «Si bruciano le travi delle case per potersi riscaldare».
Non si tratta solo di una devastante crisi economica: «Lo Stato è quasi distrutto». Un dato è di per sé significativo: «130 guerre si sviluppano tra 1300 signori della guerra tra il 1911 e il 1928»; le contrapposte «cricche militari» sono talvolta appoggiate da questa o quella potenza straniera. D’altro canto, «le ripetute guerre civili tra il 1919 e il 1925 possono essere considerate come nuove guerre dell’oppio. La posta in gioco è il controllo della sua produzione e del suo trasporto». Al di là dei corpi armati dei signori della guerra, dilaga il banditismo vero e proprio, alimentato dai disertori dell’esercito e dalle armi vendute dai soldati. «Si calcola che attorno al 1930 i banditi in Cina ammontino a 20 milioni, il 10% della popolazione maschile complessiva». Per un altro verso è facile immaginare il destino che incombe sulle donne. Nel complesso, è la dissoluzione di ogni legame sociale: «Talvolta il contadino vende la moglie e i figli. La stampa descrive le colonne di giovani donne così vendute che percorrono le strade, inquadrate dai trafficanti, nello Shanxi devastato dalla fame del 1928. Esse diventeranno schiave domestiche o prostitute». Solo a Shanghai ci sono «circa 50 mila prostitute regolari». E sia le attività di brigantaggio che il giro della prostituzione possono contare sull’appoggio o sulla complicità delle concessioni occidentali, che sviluppano a tale proposito «lucrose attività». La vita dei cinesi vale ormai ben poco, e gli oppressi tendono a condividere questo punto di vista con gli oppressori. Nel 1938, nel tentativo di frenare l’invasione giapponese, l’aviazione di Chiang Kai-sheck fa saltare le dighe del Fiume Giallo: 900 mila contadini muoiono annegati mentre altri 4 milioni sono costretti alla fuga. Circa quindici anni prima Sun Yat-Sen aveva espresso il timore che si potesse giungere «fino all’estinzione della nazione e all’annientamento della razza»; sì, forse i cinesi si apprestavano a subire la fine inflitta ai «pellerossa» sul continente americano.

Di questa storia dell’orrore colonialista, a cui ha posto fine la fondazione della Repubblica Popopolare Cinese, non tiene alcun conto l’articolo di Angela Zurzolo, che è sottile e interessante ma che non spiega l’essenziale: perché è lecito infliggere la galera a coloro che negano il martirio inflitto dal Terzo Reich al popolo ebraico mentre invece è doveroso attribuire il premio Nobel per la Pace a coloro che negano il martirio inflitto dal colonialismo occidentale al popolo cinese?
A di sopra dell’articolo campeggia un motto di Aldo Moro: «Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta». Il motto è indubbiamente saggio, ma dà prova di dogmatismo chi pretende che esso valga per gli altri ma per se stesso!
D.L.

mercoledì 27 ottobre 2010

Uno scambio di idee con Pietro Ancona

Illustre Professore,
nel suo bel libro "Stalin, una leggenda nera" lei parla di "strage di San Bartolomeo" e di prima o seconda guerra civile". Non capisco a che cosa si riferisce. Vorrebbe avere la gentilezza di spiegarmi che cosa furono questi eventi durante l'era di Stalin?
Le assicuro che la lettura del suo libro mi ha aperto la mente su moltissime cose. Credo che la diffamazione di Breznev e del ventesimo congresso abbia avuto un ruolo decisivo nella caduta della Unione Sovietica realizzata poi con Gorbacev e sopratutto Eltsin che sembra un vero e proprio agente degli USA assieme al ministro degli esteri georgiano poi diventato Presidente nel suo paese Savernaze.
Grazie in anticipo del chiarimento, Pietro Ancona


«Notte di San Bartolomeo» è l’espressione usata da Bucharin, allorché egli mette in guardia contro l’orrore che sarebbe stato inevitabilmente provocato da una collettivizzazione delle campagne fondamentalmente imposta dall’alto. Nella storia dell’Unione Sovietica è il momento tragico per eccellenza: corretta era la previsione di Buchrain; ma corretta era anche l’analisi di Stalin, secondo cui senza la collettivizzazione delle campagne sarebbe stato impossibile assicurare regolari rifornimenti alimentari alle truppe e sconfiggire l’aggressione imperialista che si profilava all’orizzonte.
Sono io invece a distinguere tre guerre civili nella storia del paese scaturito dalla rivoluzione d’ottobre: la prima è contro i Bianchi; la seconda si sviluppa nelle campagne a seguito della collettivizzazione; la terza infuria all’interno dello stesso movimento comunista.
Cordialmente, Domenico Losurdo
P. S.: Della Georgia parlo nel mio libro sulla «Non-violenza»


Professore,
le sono grato dei chiarimenti che ha voluto darmi con una sollecitudine che mi ha piacevolmente sorpreso. Naturalmente può pubblicare sul suo blog e ne sono persino lusingato.
Il suo libro su Stalin mi ha aiutato a riconciliarmi con il comunismo. Io sono sempre stato socialista ma il mio socialismo era anche quello dell'Avanti! che nel 1953 pubblicava il paginone centrale listato di nero con dentro due articoli uno di Pietro Nenni e l'altro di Rodolfo Morandi sormontati da un titolo "Gloria a Stalin". Credo che il danno del ventesimo congresso sia stato enorme se è vero che da allora e per circa cinquanta anni il comunismo è diventato una roba criminalizzata anche dentro la sinistra.
Sono tornato recentemente a guardare con occhi diversi al comunismo prima di tutto con il suo libro e poi attraverso i contatti casuali con persone che vengono dall'est europeo a fare gli schiavi in Italia e che rimpiangono la sicurezza che offrivano i loro paesi ed i servizi di raistoria. Un servizio sulla fabbrica sovietica (mentre qui si parlava di Fabbrica Italia di Marchionne) del 1969 mi ha riaperto gli occhi e poi servizi sul ruolo di Stalin a Teheran e Jalta e sulla Germania Est (Ostalghia, lo trova in internet).
C'è stato recentemente un servizio sull’Ucraina che riproporranno in Rai Storia oggi alle 19 http://www.progettosteadycam.it/pagine/ita/dettaglio_guidatv.lasso?id=7279
In FB ho propagandato il suo libro trovando terreno favorevole in moltissime persone stufe del liberismo che ha contaminato ed ammalorato la sinistra italiana. C'è una grande nostalgia nel popolo di sinistra di recuperare per intero i valori per i quali si siamo battuti nei primi decenni del socialismo italiano. La cosidetta "modernità" si è svelata un imbroglio!
Con stima, Pietro Ancona (Palermo)

mercoledì 20 ottobre 2010

Anche in inglese e in francese l'intervento su Liu Xiaobo

What the Nobel Prize jury didn’t tell us
Who is Liu Xiabobo?
by Domenico Losurdo da voltairenet.org

Ce que le jury Nobel vous cache
Qui est Liu Xiaobo ?
Quelques jours après l’attribution du prix Nobel de la paix à Liu Xiaobo, la presse occidentale n’a toujours pas informé ses lecteurs des idées qu’il défend. Et pour cause ! Le Nobel de la paix a été décerné à un nostalgique de la colonisation qui ne voit de salut que dans l’écrasement de sa propre culture par les armées occidentales.
par Domenico Losurdo*


En 1988, Liu Xiaobo déclara dans une interview que la Chine avait besoin d’être soumise à 300 années de domination coloniale pour pouvoir devenir un pays décent, de type évidemment occidental. En 2007, Liu Xiaobo a réaffirmé sa thèse et a invoqué une privatisation radicale de toute l’économie chinoise...
Leggi tutto da canempechepasnicolas.over-blog.com, trad. fr. di Marie-Ange Patrizio

martedì 19 ottobre 2010

Un convegno su Carl Schmitt giovedì 21 ottobre a Urbino

Urbino, 21 ottobre 2010, ore 9.00 – 20.00
Aula Magna Rettorato, Palazzo Bonaventura, Via Saffi, 2
Facoltà di Sociologia - Facoltà di Scienze della Formazione
Dipartimenti DiSSPI e DipSum

IL NOMOS DELLA TERRA 60 ANNI DOPO
L’Europa di Carl Schmitt

ore 17.00 – 20.00 Tavola rotonda: Il nomos e il nuovo ordine europeo

Presiede e coordina GUIDO MAGGIONI Università di Urbino

Partecipano

ANTONIO BALDASSARRE
DOMENICO LOSURDO
STELIO MANGIAMELI
MARIO TRONTI
DANILO ZOLO




martedì 12 ottobre 2010

Il «Nobel per la pace» a un campione del colonialismo e della guerra

di Domenico Losurdo

Nel 1988 Liu Xiaobo dichiarò in un’intervista che la Cina aveva bisogno di essere sottoposta a 300 anni di dominio coloniale per poter diventare un paese decente, di tipo ovviamente occidentale. Nel 2007 Liu Xiaobo ha ribadito questa sua tesi e ha invocato una privatizzazione radicale di tutta l’economia cinese.
Riprendo queste notizie da un articolo di Barry Sautman e Yan Hairong pubblicato sul «South China Morning Post» (Hong Kong) del 12 ottobre.
Non si tratta di un giornale allineato sulle posizioni di Pechino, che anzi in questo stesso articolo viene criticato per aver colpito un’opinione sia pure «ignobile» con la detenzione piuttosto che con la critica.
Da parte mia vorrei fare alcune osservazioni. Anche sui manuali di storia occidentali si può leggere che, a partire dalle guerre dell’oppio, inizia il periodo più tragico della storia della Cina: un paese di antichissima civiltà è letteralmente «crocifisso» – scrivono storici eminenti; alla fine dell’Ottocento, la morte in massa per inedia diviene noioso affare quotidiano. Ma, secondo Liu Xiaobo, questo periodo coloniale è durato troppo poco; avrebbe dovuto durare tre volte di più! Il meno che si possa dire è che siamo in presenza di un «negazionismo» ben più spudorato di quello rimproverato ai vari David Irving. Ebbene, l’Occidente non esita a rinchiudere in galera i «negazionisti» delle infamie perpetrate ai danni del popolo ebraico, ma conferisce il «Premio Nobel per la pace» ai «negazionisti» delle infamie a lungo inflitte dal colonialismo al popolo cinese! Purtroppo, in modo non molto diverso si atteggia spesso la sinistra occidentale, che si è ben guardata dal condannare l’arresto a suo tempo di David Irving e di altri esponenti della stessa corrente ancora in stato di detenzione, ma che in questi giorni inneggia a Liu Xiaobo.
Quest’ultimo, peraltro, non si è limitato a esprimere opinioni, sia pure «ignobili» (come riconosce il South China Morning Post»). Dopo aver invocato nel 1988 tre secoli di dominio coloniale in Cina, l’anno dopo è ritornato di corsa (di sua spontanea iniziativa?) dagli Usa in Cina, per partecipare alla rivolta di Piazza Tienanmen e impegnarsi a realizzare il suo sogno. E’ un sogno per la cui realizzazione egli continua a voler operare, come dimostra la sua celebrazione (in un’intervista del 2006 a una giornalista svedese) della guerra Usa per l’esportazione della democrazia in Iraq. Come si vede, siamo in presenza di un personaggio che contro il suo paese invoca direttamente il dominio coloniale e, indirettamente la guerra d’aggressione. E’ un sogno che gli ha procurato al tempo stesso la detenzione nelle galere cinesi e il «Premio Nobel per la Pace».

sabato 9 ottobre 2010

Il Nobel della guerra ai signori del «Nobel per la pace»

di Domenico Losurdo

Nelle scorse settimane un acceso dibattito ha avuto luogo in Australia. In un saggio pubblicato su «Quarterly Essay» e parzialmente anticipato su «Australian», Hugh White ha messo in guardia contro inquietanti processi in atto: all’ascesa della Cina Washington risponde con la tradizionale politica di «contenimento», rafforzando minacciosamente il suo potenziale e le sue alleanze militari; Pechino a sua volta non si lascia facilmente intimidire e «contenere»; tutto ciò può provocare una polarizzazione in Asia tra schieramenti contrapposti e far emergere «un rischio reale e crescente di guerra di larghe proporzioni e persino di guerra nucleare». L’autore di questa messa in guardia non è un illustre sconosciuto: ha alle spalle una lunga carriera di analista dei problemi della difesa e della politica estera e fa parte in qualche modo dell’establishment intellettuale. Non a caso il suo intervento ha provocato un dibattito nazionale, al quale ha partecipato lo stesso primo ministro, la signora Julia Gillard, che ha ribadito la necessità del legame privilegiato con gli Usa. Ma i circoli australiani oltranzisti sono andati ben oltre: occorre impegnarsi a fondo per una Grande allenza delle democrazie contro i despoti di Pechino. Non c’è dubbio: l’ideologia della guerra contro la Cina fa leva su una ideologia di vecchia data che giustifica e anzi celebra le aggressioni militari e le guerre dell’Occidente in nome della «democrazia» e dei «diritti umani». Ed ecco che ora il «Premio Nobel per la pace» viene conferito al «dissidente» cinese Liu Xiaobo: un tempismo perfetto, tanto più perfetto se si pensa alla guerra commerciale contro la Cina minacciata questa volta in modo aperto e solenne dal Congresso statunitense...
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Le Nobel de la guerre aux messieurs du «Nobel de la paix»
Versione francese tradotta da Marie-Ange Patrizio, da voltairenet


Versione portoghese tradotta Margarida Ferreira, da odiario.info

Ancora su antisemitismo ed ebreicidio

Alcuni lettori hanno sollecitato un approfondimento del tema. Ecco la replica di Losurdo [SGA].

Si può discutere delle modalità con cui esso viene messo in atto, ma sulla realtà dell’ebreicidio non ci sono dubbi. Come scrivo nell’articolo riportato in questo blog (Condanna dell’ebreicidio e condanna delle infamie coloniali del Terzo Reich.Vera e falsa critica del negazionismo), tale realtà finisce con l’emergere anche dall’esposizione di un campione del negazionismo qual è David Irving. E’ vero, per l’ebreicidio non c’è un ordine scritto, come per il Kommisarbefehl, cioè per l’«ordine commissariale» del Führer che impone l’esecuzione immediata dei quadri comunisti e sovietici fatti prigionieri. Ma non mancano le prese di posizione ufficiale, che accennano in modo trasparente alla necessità dell’ebreicidio. Prima ancora dello scoppio della guerra, il 30 gennaio 1939, Hitler dichiara: «Se l’ebraismo internazionale riuscisse, in Europa o altrove, a precipitare i popoli in una guerra mondiale, il risultato non sarebbe la bolscevizzazione dell’Europa e la vittoria del giudaismo, ma lo sterminio della razza ebraica (Vernichtung der jüdischen Rasse) in Europa». Più tardi, a guerra ormai scatenata, Hitler si è vantato della giustezza della sua «previsione».
Involontariamente, gli stessi negazionisti sono costretti a riconoscere l’essenziale. Così scrivo nell’articolo citato:

“Pur «coperta da eufemismi sottili», l’«intera attività omicida dei nazisti» era comunque chiamata a uccidere «senza distinzioni di classe sociale, di sesso o di età»; le stesse squadre speciali riuscivano a portare a termine il loro compito «soltanto sotto l’effetto dell’alcool». Tali ammissioni sono però gravemente indebolite dalla tesi secondo cui Hitler era forse all’oscuro di tutto! Eppure, è lo stesso Irving ad osservare che il Führer considerava «eccellente» e meritevole della più ampia diffusione il proclama con cui il generale W. von Reichenau chiariva ai suoi soldati un punto essenziale: occorreva esigere «un duro ma giusto tributo dai subumani ebrei»”.

Dunque, l’ebreicidio è fuori discussione. Il problema è di non dimenticare il nesso che, nella politica hitleriana, sussiste tra ebreicidio, liquidazione a tutti i costi del bolscevismo e decimazione e schiavizzazione dei popoli coloniali (a cominciare dai popoli slavi e dell’Unione sovietica). Chi dimentica questo nesso, critica un negazionismo per cadere in un altro. E’ quello che spiego ancora una volta nel mio articolo: Condanna dell’ebreicidio e condanna delle infamie coloniali del Terzo Reich.Vera e falsa critica del negazionismo.

lunedì 4 ottobre 2010

Appuntamenti

Nella sezione Appuntamenti le iniziative alle quali Domenico Losurdo sarà presente in ottobre e novembre. Oltre ai dibattiti di Vasto, Urbino e Torino (FestivalStoria), la prestigiosa inaugurazione delle giornate mondiali della filosofia a Parigi (Unesco) [SGA].

Socialismo di mercato o capitalismo?

di Domenico Losurdo

Dedicato a coloro che parlano di restaurazione del capitalismo in Cina.

Commentando un libro di Richard McGregor, in un articolo pubblicato su «The New York Revew of Books» del 13 ottobre, Ian Johnson sottolinea la necessità, per chiunque voglia comprendere la realtà della Cina, di analizzare il ruolo del Partito comunista:

«Il nostro fallimento nel far ciò ha condotto ad uno spettacolare fraintendimento della Cina; si pensi in particolare alla visione in base alla quale il governo avrebbe privatizzato l’economia […] Ancora oggi quasi tutte le aziende cinesi di una certa importanza e dimensione restano nelle mani del governo […] Tutte hanno segretari di Partito che le amministrano assieme ai manager aziendali. Per le questioni importanti, come la scelta dei dirigenti e le acquisizioni all’estero, riunioni di Partito precedono le riunioni aziendali, che di solito approvano le decisioni del Partito […] Anche per quanto riguarda le aziende minori, che sono state “dismesse” dal Partito, il controllo del governo continua ad essere pervasivo anche se meno pressante […] Le aziende si sentono anche obbligate ad allinearsi alle politiche del governo, dd esempio ai piani di sviluppare le regioni povere della Cina».

Dedicato a coloro che celebrano i «liberi sindacati» indiani in contrapposizione al «sindacato di Stato» cinese.

Su «Die Zeit» del 30 settembre Georg Blume si occupa della pessima figura dell’India in occasione della preparazione dei Giochi del Commonwealth. Qual è la ragione di fondo del clamoroso fallimento del tentativo di replicare lo staordinario successo dei Giochi olimpici di Pechino?


«Decisivi sono gli operai. In Cina i lavoratori migranti che edificarono lo stadio olimpico non erano più persone prive di diritti: nella stragrande maggioranza essi avevano contratti regolari, ricevevano un pasto tre volte al giorno e avevano un tetto solido sopra la loro testa. Negli ultimi dieci anni i loro salari sono saliti di oltre il cento per cento.
I lavoratori edili indiani possono solo sognare tali benefici. A New Delhi essi abitano sotto teloni di stoffa e nella sporcizia delle strade. Le mogli devono preparare i loro pasti. E, allorché nelle ultime settimane si sono scatenate le piogge monsoniche, essi per paura delle inondazioni si sono rifugiati nel villaggio degli atleti. Oggi la ricca India si vergogna per la sporcizia degli alloggiamenti.
Tutto ciò mette in evidenza il grande problema dello sviluppo in India. La crescita ha beneficiato le masse ancor meno che in Cina. L’India le lascia imputridire nella miseria. Di ciò è testimonianza il fatto che ogni anno in India a causa della denutrizione muoiono due milioni di bambini sotto i cinque anni. I loro padri potrebbero essere i lavoratori edili dei Giochi del Commonwealth».

Su Ahmadinejad e l'antisemitismo

Dopo l'intervento su Fidel Castro e l'Iran, alcuni lettori avevano scritto chiedendo precisazioni. Ecco la risposta di Domenico Losurdo [SGA].

L’Iran organizzò a Teheran (10-12 dicembre 2006) una Conferenza internazionale sul tema: «Discutere l’Olocausto: una prospettiva internazionale».
Ora una cosa è storicizzare l’ebreicidio e denunciare l’uso politico che ne fa Israle ai fini della legittimazione del suo espansionismo e delle sue pratiche colonialiste e razziste; una cosa del tutto diversa è bagattelizzare o negare l’ebreicidio. A Teheran c’era purtroppo anche Robert Faurisson che, preso da foga negazionista, giunse sino al punto di affermare: «Giammai Hitler ha ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione» (Robert Faurisson, Vittorie revisioniste, Effepi, Genova, 2007, p. 12). Certo, queste dichiarazioni sono di Faurisson non di Ahmadinejad: resta il fatto che il secondo ha compiuto un grave errore invitando il primo.
Questa mia critica a Faurisson non intende in alcun modo gustificare le persecuzioni amministrative e giudiziarie che egli, assieme ad altri negazionisti, subisce. A p. 265 del Linguaggio dell’Impero è scritto: «Mentre Irving, nel momento in cui scrivo, è in carcere, Keegan [che giustifica o celebra lo sterminio dei pellerossa] e altri autori del suo stesso orientamento godono di grande prestigio e dell’ospitalità sulla più accreditata stampa internazionale: è un motivo in più per essere scettici sulla via giudiziaria alla verità storica».
La «verità storica», cioè, dev’essere indagata liberamente. Mentre condanno in quanto liberticide le persecuzioni (peraltro selettive) contro i «negazionisti», ritengo necessario criticare sino in fondo le loro distorsioni storiche: si veda il mio saggio Condanna dell’ebreicidio e condanna delle infamie coloniali del Terzo Reich. Vera e falsa critica del negazionismo, in «L’Ernesto. Rivista comunista», 2007, pp. 82-85 [D.L.].

Anche in francese l'intervento su Castro e l'Iran

Traduzione di Marie-Ange Patrizio.


Je ne sais pas jusqu’à quel point l’interwieveur a compris et rapporté correctement la pensée de Fidel Castro ; il est permis de nourrir quelque doute à ce propos. En tous cas j’ai exposé mon point de vue dans le livre : Le langage de l’Empire. Lexique de l’idéologie américaine (Laterza, 2007). Je rapporte ici certains passages...
Leggi tutto (da voltairenet.org)

martedì 28 settembre 2010

La recensione di Enzo Traverso alla Non-violenza

LE ARMI NON VIOLENTE
di Enzo Traverso, "il manifesto", 25.09.2010
In questo ultimo libro Domenico Losurdo affronta «Il mito della non violenza». L'autore evidenza tuttavia il fatto che il rifiuto delle armi non è stato sempre una scelta coerente del pacifismo. Nel Novecento sono stati infatti molti i non-violenti che hanno sostenuto «guerre giuste». Nel saggio è però assente una analisi puntuale delle tesi sull'uso della violenza come necessario strumento per conseguire l'emancipazione dall'oppressione

Alcuni anni fa, quando è iniziata la sciagurata guerra occidentale contro l'Iraq, i balconi di case e palazzi italiani si sono ornati di bandiere arcobaleno che invocavano «pace», le stesse di molti manifestanti che cercavano di impedire il decollo dei bombardieri dalle basi americane del Mediterraneo. Il loro messaggio era chiaro, bisognava opporsi a una guerra di conquista. Queste bandiere, tuttavia, non sono state inalberate né in Iraq né in Afghanistan, e neppure in Libano o in Palestina, dove gli eroi, tra chi condanna l'invasione di truppe straniere, sono invece i martiri e i combattenti che (con motivazioni e ideologie diverse, sulle quali ci sarebbe ovviamente molto da discutere) usano le armi. Per chi non condivide il pessimismo antropologico di tanta parte del pensiero conservatore - e di quelli che, come Wolfgang Sofsky, pensano ci si debba rassegnare alla malvagità e alla violenza, ontologicamente inscritte nella natura umana -, il pacifismo appare come un ideale nobile. Il progetto kantiano di «pace perpetua» - la fissazione di un ordine capace di mettere fine per sempre alla guerra - è ancor oggi dibattuto da giuristi e filosofi politici. Il problema è come mettere fine alle guerre. Per i marxisti si tratta di rimuovere le cause della violenza che risiedono nel capitalismo e nell'imperialismo, fonti di oppressione nazionale, sfruttamento e spaventose disuguaglianze sociali. I pacifisti pensano invece di poter conquistare pace e giustizia praticando la non-violenza come modello etico (in Occidente ispirandosi soprattutto ai valori del cristianesimo). Nella loro storia, questi due percorsi non sono tuttavia lineari. Entrambi sono costellati di contraddizioni e irti di ostacoli. Nel suo ultimo libro - La non-violenza. Una storia fuori dal mito (Laterza, pp. 287, euro 22) -, Domenico Losurdo non si interessa al primo (quello del «partito di Lenin») ma piuttosto al secondo (quello del «partito di Gandhi»), tracciando una storia del pacifismo «fuori dal mito»...

martedì 21 settembre 2010

Sabato prossimo Domenico Losurdo alla Festa della solidarietà di Ostende


De la crise d'aujourd'hui au socialisme de demain
con Domenico Losurdo, nell'ambito di "ManiFiesta"
Sabato 25 settembre 2010, ore 13:00, Centrum Staf Versluys, Bredene Aan Zeene (Ostende)

En 1989, après la chute du mur de Berlin, on annonçait « la fin de l’histoire » : le capitalisme avait triomphé et le libéralisme n’allait plus être remis en question en tant que courant idéologique dominant. Deux décennies plus tard, on n’en est plus aussi sûr ! Et la crise financière et économique mondiale pousse beaucoup de gens à retourner aux idées de Marx : le socialisme, après tout, ce ne serait peut-être pas aussi insensé qu’on a voulu nous le faire croire !
Le président du PTB, Peter Mertens, en parlera en compagnie du philosophe et historien marxiste italien Domenico Losurdo, professeur à l’université d’Urbino, et de Karim Zahidi, porte-parole de la Table ronde des socialistes.
Le débat est organisé en collaboration avec l’Institut d'études marxistes (INEM), Chrétiens pour le socialisme et la Table ronde des socialistes.

lunedì 20 settembre 2010

La geopolitica di Internet

di Domenico Losurdo
(Pubblicato su «Belfagor. Rassegna di varia umanità», diretta da Carlo Ferdinando Russo, 31 luglio 2010, pp. 489-494).

Google sfida il governo della Repubblica popolare cinese: la grande stampa di «informazione» si spella le mani per applaudire il rigore morale e il coraggio di una multinazionale pronta a pagare un prezzo elevato in termini economici pur di non sottostare alle imposizioni della censura e di ribadire il diritto umano alla libera informazione. Per la verità, sia pure largamente minoritaria, si avverte anche qualche voce improntata ad una maggiore cautela: sono solo nobili motivazioni a spiegare la mossa di Google oppure agiscono anche considerazioni di altra natura? Forse, il gran gesto potrebbe essere il colpo di teatro di un’accorta campagna di public relations: volgere le spalle clamorosamente a un mercato sì assai promettente ma in cui agguerrita e vincente è la concorrenza locale può alla fine giovare all’immagine e ai profitti della multinazionale americana, spianandole la strada per un’espansione in altri paesi e a livello mondiale…E, dunque, nello scenario tratteggiato in Italia dagli organi di stampa più «anticonformisti», accanto ai diritti umani emerge il calcolo utilitario. Continua invece ad essere assente la geopolitica che pure, ad uno sguardo più attento, risulta essere l’autentica protagonista.
Per rendersene conto, facciamo un salto all’indietro di quasi sessanta anni, concentrandoci su una vicenda, qui ricostruita a partire da un recente articolo di Alessandra Farkas sul «Corriere della Sera»...


Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio

A geopolítica da Internet (versione portoghese su resistir.info)

sabato 11 settembre 2010

Castro e l'Iran

Riceviamo e pubblichiamo [SGA].

Gentile prof. Losurdo,
Leggo dalle agenzie di stampa che anche Fidel Castro sembra essersi unito al coro pro-Israele e anti-Iran. Per quanto lei possa saperne, la notizia è vera? Come la giudica? [MO]

08-09-10  IRAN: FIDEL CASTRO CRITICA AHMADINEJAD, ''ANTISEMITA''
(ASCA) - Roma, 8 set - Fidel Castro ha criticato il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad per i suoi comportamenti giudicati ''antisemiti''. Lo rende noto la BBC.
L'ex leader cubano, nel corso di un'intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg (personalmente invitato da Fidel a Cuba) dell'Atlantic magazine, ha dichiarato che l'escalation dei rapporti contrastanti tra Iran e Occidente potrebbe condurre ad una guerra nucleare.
Per quanto riguarda gli ebrei, Fidel Castro ha dichiarato che ''la loro esistenza e' stata molto piu' difficile della nostra. Non c'e' niente che puo' essere paragonato all'Olocausto'', ha spiegato l'ex presidente.
Per Castro, l'Iran dovrebbe, per la pace del mondo, ''riconoscere l'unica storia sull'antisemitismo e cercare di comprendere il motivo per cui gli israeliani temono per la loro esistenza''.

Non so fino a che punto l’intervistatore abbia compreso e riportato correttamente il pensiero di Fidel Castro: a tale proposito è lecito nutrire qualche dubbio. In ogni caso il mio punto di vista io l’ho espresso nel libro: Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana (Laterza, 2007). Riporto qui alcuni brani [DL]:

[...] Più radicale sembra essere la posizione del presidente iraniano Ahmadinejad, secondo cui, in quanto Stato «artificiale», Israele sarebbe destinato a dileguare. E’ una presa di posizione spesso bollata in Occidente quale sintomo della volontà di replicare l’ebreicidio; ma questa lettura è un espediente polemico. E’ ben più vicino alla verità chi, scrivendo su un giornale insospettabile di antisemitismo (l’«International Herald Tribune»), ha osservato che ci troviamo dinanzi al rinvio ad una presunta «inevitabilità storica» piuttosto che all’«enunciazione di una politica». Conviene allora ricordare che ad aver messo in dubbio l’opportunità e la legittimità della fondazione di Israele sono personalità quanto mai illustri dell’Occidente: in privato Karl Popper non esitava a parlare di «disastroso errore»; ancora più significativo è il giudizio della Arendt...

giovedì 9 settembre 2010

Anche in inglese l'intervento di Losurdo sulla Cina

La traduzione è di John Catalinotto - lecturer alla City University of New York e noto intellettuale marxista
statunitense - che ringraziamo [SGA].


An educational trip to China. Reflections of a philosopher
By Domenico Losurdo
© All rights reserved. Publication or reproduction without the consent of the author is forbidden.

From July 3 to July 16, 2010, I had the privilege of visiting several cities in China and seeing some of the social realities there. (I didn't see all of China, only four cities.) Invited by the Chinese Communist Party, I was part of a delegation that also included representatives of the Communist parties of Portugal, Greece and France and the German Left Party. From Italy, in addition to me, were Vladimiro Giacché and Francesco Maringiò. The text that follows is neither diary nor narrative; it consists of reflections stimulated by an extraordinary experience...

martedì 7 settembre 2010

La superiorità morale di Gheddafi rispetto a Fini

Sia pure con ritardo, il presidente della Camera si è accorto del carattere «ducesco» del presidente del Consiglio ma naturalmente, al fine di rimuovere il più possibile il suo passato, ha preferito far ricorso ad un linguaggio diverso da quello qui da me utilizzato. Su un punto, però, la continuità con il passato è emersa più nitida che mai: mi riferisco al rifiuto di Fini di fare i conti con le infamie del colonialismo e alla sua permanente pretesa di ergersi a campione dell’Occidente contro i «barbari». E’ un atteggiamento ben funzionale alla preparazione della guerra contro l’Iran e alla campagna in corso perché Abu Mazen finisca col subire pienamente il protettorato coloniale (camuffato da «pace») che Netanyahu, con l’appoggio di Obama e anche dei nostri Fini e Berlusconi, vuole imporre al popolo palestinese.
A conferma di tutto ciò riporto una pagina del mio libro Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana, pubblicato da Laterza nel 2007 [DL]

[...] Chi assume posizione netta contro la politica di Israele è facilmente sospettato di antisemitismo; ma perché far valere a senso unico questa ermeneutica del sospetto? Si prenda, per quanto riguarda l’Italia, un politico di primo piano quale Gianfranco Fini. La sua marcia di avvicinamento allo «Stato ebraico» è iniziata diversi anni fa allorché di Mussolini ha ritenuto opportuno criticare soltanto la legislazione antisemita: «Fino al 1938, cioè fino a un minuto prima della firma delle leggi razziali [antisemite], io credo che sia molto difficile giudicare il fascismo in modo complessivamente negativo». E le leggi razziali a danno degli «indigeni» (arabi e neri) nell’impero coloniale fascista? E i massacri in Etiopia? E l’impiego massiccio di iprite e gas asfissianti, i campi di concentramento? Come si vede, del fascismo è criticato solo l’antisemitismo, mentre non c’è alcuna presa di distanza dall’espansionismo e dal razzismo coloniale. Si potrebbe pensare che dichiarazioni sopra riportate rinviino ad una fase intermedia dell’evoluzione di Fini. Non è così. Eccolo nel 2004, già vice premier, lanciarsi in una celebrazione acritica della conquista e dell’occupazione della Libia, dove «gli italiani hanno portato, insieme alle strade e al lavoro, anche quei valori, quella civiltà, quel diritto che rappresenta un faro per l’intera cultura, non soltanto per la cultura occidentale». Disgraziatamente, non si è sollevata alcuna ondata di protesta a ricordare che la vicenda decantata dall’illustre uomo politico è contrassegnata da massacri su larga scala e ha visto affacciarsi, persino in «ufficiali distinti e di animo generoso», la tentazione della «soluzione finale».
Il fatto è che l’eminente uomo politico con un passato fascista alle spalle è tutt’altro che isolato nel suo atteggiamento. Vediamo in che modo argomenta un famoso scrittore. Nel denunciare le manifestazioni filo-palestinesi e anti-israeliane, Alberto Arbasino mette in guardia contro «questo antisemitismo viscerale che scoppia e dilaga all’improvviso». Per quanto riguarda invece le «spedizioni» italiane «in Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia», si può stare tranquilli: a torto, ci siamo «addossati, in quanto italiani, tante grosse colpe». Come si vede, la stessa personalità che condanna in quanto antisemite le manifestazioni a favore del popolo palestinese, non ha difficoltà a riabilitare l’intera tradizione coloniale italiana, da Giolitti a Mussolini. Alcune domande s’impongono: l’elemento prevalente in questo atteggiamento è la rottura con l’antisemitismo o piuttosto la continuità col razzismo coloniale? Chi s’identifica con la marcia a mano armata dei coloni italiani in Libia o in Etiopia difficilmente può sollevare obiezioni nei confronti del processo di colonizzazione ed espropriazione delle terre palestinesi. […] A questo punto conviene vedere in che modo un leader arabo (Gheddafi) ha risposto a Fini: «Ora è diventato antifascista, e questa è una cosa giusta. So che ha anche chiesto scusa agli ebrei, per quello che è stato fatto dai fascisti italiani agli ebrei. Se facesse la stessa cosa anche verso i libici, chiedendo scusa ai libici, in questo caso potrebbe essere elogiato».

lunedì 6 settembre 2010

Domande e risposte sulla Cina e su Mao

Gentile e caro professore, abbiamo letto con attenzione e piacere i suoi scritti sul viaggio in Cina e stiamo ancora discutendo sul suo “Destra e sinistra” e ci permettiamo di chiederle qualche chiarimento in merito ai gruppi dirigenti e, quindi, alla necessità di nuovi. Lei pensa che il maoismo sia un ciclo chiuso? Non era Mao a dire che avremo bisogno di mille rivoluzioni culturali? E’ superata la visione di Deng Siao Ping che affermava che il gatto sia rosso o nero, basta che prenda i topi? In un altro passo lei dice che intorno al 2050potremo assistere al superamento da parte della Cina degli Usa dal punto di vista dei beni di consumo. Una prospettiva del genere pone però, immediatamente, il problema dell’ambiente e dell’accaparramento delle risorse energetiche e delle materia prime.
In “Stella rossa sulla Cina”, anni anni fa Edgar Snow rivolge a Mao una domanda precisa, perché la Cina rossa non crea con gli stati dell’Unione Sovietica, gli stati sovietici. La risposta di Mao fu che non appariva possibile finché i popoli dell'uno e dell’altro stato non fossero stati d’accordo e unitari nell’avviare questo processo
Questo modo concreto rifiuta la maniera utopica e idealistica di affrontare i problemi. Questa costante deve essere tenuta sempre presente e pensiamo che rappresenti una critica indiretta al troskismo sulla sottovalutazione della questione nazionale. Basti pensare alle critiche che furono rivolte da molti alla Russia staliniana contro lo slogan della grande guerra patriottica che invece riteniamo intuizione geniale che riuscì a cementare i grandi popoli dell’Urss in difesa del socialismo.
Giorgio Lindi - Sergio Angeloni - Massimo Gianfranceschi - Giulia Severi - Elena Vatteroni - Marry Rasetto - Letizia Lindi - Iacopo Simi - Arianna Ussi - Ferdinando Giannarelli - Daniele Maffione - Romeo Buffoni

Cari compagni e amici,
cerco di rispondere sinteticamente ai problemi enormi che sollevate, rinviando per l’eventuale approfondimento ad altri miei testi:
1) Non si può ridurre l’eredità di Mao, che ha diretto la Cina per tre decenni, agli anni della Rivoluzione culturale. Comunque, anche in quegli anni il Partito Comunista Cinese ha tenuto presente il problema dello sviluppo delle forze produttive e si è impegnato a inseguire e raggiungere i paesi più avanzati: è un punto che la sinistra occidentale ha sempre ignorato (si veda in questo blog il mio saggio «Come nacque e come morì il marxismo occidentale»).
2) Ma il problema dello sviluppo delle forze produttive non si può risolvere solo facendo appello all’entusiasmo politico di massa. Questo entusiasmo non può essere di durata infinita. E, dunque, soprattutto in un paese del Terzo Mondo occorre saper introdurre la tecnologia e il management più avanzati: ciò comporta un compromesso con le forze capitaliste, ma queste possono essere tenute sotto controllo: E’ necessario altresì il ricorso agli incentivi materiali e a un’adeguata organizzazione del lavoro, facendo valere sul serio il principio socialista della retribuzione secondo il lavoro realmente erogato. C’è un problema di efficienza anche per un paese che intende avanzare sulla via del socialismo: è questo il significato dello slogan di Deng Xiaoping, così spesso frainteso e vilipeso.
3) Lo sviluppo della Cina comprometterà l’equilibrio ecologico del pianeta? In realtà, non pochi osservatori hanno messo in evidenza che in Cina la principale fonte di inquinamento è l’agricoltura (e la zootecnia). Se poi pensiamo ai paesi più arretrati del Terzo Mondo, dove è la legna sottratta alla campagna e ai boschi ad alimentare il fuoco destinato a cuocere gli alimenti e a riscaldare l’ambiente, ci rendiamo conto del contributo essenziale fornito dal sottosviluppo alla crisi ecologica. Ad alleviare e risolvere questa crisi può contribuire lo sviluppo della tecnologia verde, un settore in cui la Cina è all’avanguardia (rinvio a tale proposito al cap. VIII, § 6 del mio libro sulla non-violenza).
4) Infine. Siamo d’accordo che la causa dell’universalismo e dell’internazionalismo è avanzata concretamente nel Novecento attraverso le lotte di liberazione nazionale e anticoloniale. Di questo esaltante capitolo di storia i due momenti epici per eccellenza sono stati in Europa la battaglia di Stalingrado (e la Grande guerra patriottica) e in Asia la Lunga Marcia (e la Guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese): a tale proposito rinvio ovviamente al mio libro su Stalin.
Domenico Losurdo

Una recensione a Die Deutschen sui "Marxistische Blätter"

Wie hälst du`s mit der Nation?
di Sabine Kebir, "Marxistische Blätter" 4/10

Domenico Losurdo: Die Deutschen. Sonderweg eines unverbesserlichen Volkes? Mit einem Vorwort von Andreas Wehr, Kai Homilius Verlag, Berlin 2010, 110 Seiten, 7,50 Euro

Der „deutsche Sonderweg“ ist wohl der bedeutendste Topos der Selbstkritik, den eine Mehrheit der Deutschen heute teilt. Bürgerliche Kreise verstehen darunter vor allem, dass Deutschland Ort der Entwicklung des meist rassistischen – vor allem antisemitischen – Denkens gewesen ist, das schließlich zum Holocaust führte. Linke verbinden mit dem deutschen Sonderweg zudem noch die Vorstellung, dass der extreme Rassismus auf die starken antidemokratischen Traditionen Deutschlands zurückzuführen ist. Beides hat zur Einengung des Nationsbegriffs auf deutsche Ethnizität geführt, was bis heute in Teilen des Staatsbürgerrechts wirksam ist. Dies und der im Holocaust gipfelnde Rassismus ist der Grund, weshalb sich in Deutschland auch Linke vom Nationenbegriff distanzieren und schnell relativ unkritische Positionen gegenüber der Globalisierung und der konkreten Entwicklung der Europäischen Union einnehmen. Dabei gibt es kaum ein Land der Welt, in dem sich, trotz aller Globalisierungstendenzen, die Menschen geschlossen oder in verschiedene Gruppen geteilt, nicht durchaus einer Nation zugehörig fühlen...

venerdì 3 settembre 2010

Stato ed economia privata: un articolo del New York Times sulla Cina

Su segnalazione di Vladimiro Giacchè, che ringraziamo, rinviamo a questo articolo uscito sul NYT il 29 agosto [SGA].

China Fortifies State Businesses to Fuel Growth
New York Times, Sunday, 29 Aug 2010
By: Michael Wines
 
During its decades of rapid growth, China thrived by allowing once-suppressed private entrepreneurs to prosper, often at the expense of the old, inefficient state sector of the economy.
Now, whether in the coal-rich regions of Shanxi Province, the steel mills of the northern industrial heartland, or the airlines flying overhead, it is often China’s state-run companies that are on the march...