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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

sabato 23 aprile 2011

La lettera di Hu Jintao a Fidel Castro

Il segretario del Partito Comunista di Cina Hu Jintao ha inviato una lettera al comandante Fidel Castro, in cui ribadisce il sostegno della Cina a Cuba socialista, anche in caso di intervento esterno
da lernesto.it

Pechino, 19 aprile 2011
Stimato compagno Fidel Castro Ruz,

Il VI Congresso del Partito Comunista di Cuba, che si è celebrato nel 50° anniversario della Dichiarazione del carattere socialista della Rivoluzione Cubana, è stato un congresso che raccoglie l'eredità del passato e si proietta nel futuro. Durante i 50 anni trascorsi, come fondatore e promotore della rivoluzione e della costruzione di Cuba, Lei, senza avere alcuna paura delle pressioni esterne, ha diretto il popolo cubano salvaguardando la sovranità e la dignità nazionale, proseguendo con fermezza sulla strada del socialismo, ottenendo successi nella costruzione del socialismo che hanno richiamato l'attenzione di tutti. Per queste ragioni, Lei ha guadagnato non solo il rispetto e l'appoggio del popolo cubano, ma anche l'ammirazione dei popoli del mondo...

lunedì 18 aprile 2011

Su Junge Welt l'intervento di Domenico Losurdo sulla guerra contro la Libia

Rassistische Arroganz
Der Krieg gegen Libyen wird im Namen der »internationalen Gemeinschaft« geführt. Dabei machen bevölkerungsreichste Länder und ein EU-Schlüsselstaat nicht mit
Von Domenico Losurdo, "Junge Welt", 09.04.2011/Seite 3
Aus dem Italienischen von Erdmute Brielmayer

Mit einem einsamen Veto hatten die USA eine UN-Resolution blockiert, die den kolonialen Expansionismus Israels im besetzten Palästina verurteilte. Und jetzt spielen sie sich erneut als Wortführer und Vertreter der »internationalen Gemeinschaft« auf. Sie haben den Sicherheitsrat der UNO einberufen, aber nicht etwa, um die Intervention der saudiarabischen Truppen in Bahrain zu verurteilen, sondern um die Anordnung der Flugverbotszone und andere militärische Aktionen gegen Libyen zu fordern und durchzusetzen...

Riceviamo e pubblichiamo: una lettera al Presidente Napolitano sulla guerra alla Libia

Caro Prof., di seguito una lettera che ho spedito alla Presidenza della Repubblica. credo possa essere pubblicata sul tuo blog.
un caro saluto, Boris Bellone

All’attenzione del Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano.
Caro Presidente,
Le scrivo come figlio di Sergio Bellone, perseguitato politico antifascista condannato, nel 1940 all’età di 25 anni, dal TS fascista a 14 anni di reclusione solo perché iscritto al Partito Comunista d’Italia. Figlio di Virgilio, classe 1880, socialista e poi comunista dalla scissione di Livorno del 1921, amico di Antonio Gramsci. Mio nonno, figlio di contadini della dura valle di Susa, unico di 7 figli che si impegnò nello studio diventando Preside di una scuola statale, educò mio padre e lo fece studiare al Politecnico di Torino nonostante il licenziamento per “scarso adattamento al regime fascista”, non si arrese mai, mai scese a compromessi con i fascisti.
Ebbene caro Presidente, mio padre Sergio dopo la caduta del fascismo il 25 luglio del 1943 fu liberato e uscito dal carcere insieme a Terracini, fu naturalmente tra gli organizzatori della Resistenza, già dal 9 settembre in valle di Susa. Come ingegnere minerario si impegnò nel sabotaggio delle linee ferroviarie tra Italia e Francia e poi fu nominato dal CLNAI responsabile del sabotaggio e contro sabotaggio in Piemonte.
Finita la guerra il Partito lo invitò (l’amico Pajetta insistette) a costruire il socialismo in Jugoslavia e così iniziò a lavorare come ingegnere minerario nelle miniere dell’Istria e anche del Kosovo (nella famosa miniera di Trepča, nazionalizzata da Tito e ora in mano di nuovo delle multinazionali del Belgio e della Francia. “Per carità per motivi umanitari, certo non per postcolonialismo”- ma ci prendiamo in giro?).
Mio padre è mancato il 7 dicembre 2000, ha dovuto sopportare il bombardamento della Jugoslavia, “promosso” dal Presidente del Consiglio D’Alema, del 24 marzo 1999. Forse ha anticipato la morte per la rabbia che un “compagno” abbia dato il colpo di grazia alla Jugoslavia, dove era riuscito il progetto terzomondista. Lei certamente ricorda l’entusiasmo di Tito, Nehru e Nasser, fondatori del movimento dei non-allineati.
Perché distruggere la Jugoslavia, perché ribaltare la Storia con le foibe, luogo di martirio degli Slavi dal 1922, poco dopo il trattato di Rapallo del 1918, e non degli Italiani?
Lei sa benissimo che è un falso storico. Lei sa benissimo che nel 1922 a Torino i fascisti uccidevano sindacalisti, operai, gente comune per annientare l’opposizione e la classe operaia e facevano lo stesso in Slovenia e Croazia, gettando la gente nelle foibe. Lei sa benissimo che i criminali di guerra italiani non sono stati mai condannati da alcun tribunale, mentre il tribunale dell’Aja ha fatto morire in carcere il Presidente della Repubblica jugoslava Milošević, liberamente eletto e deposto da un colpo di stato camuffato. Lei sa benissimo, ma per qualche opportunità politica ha preferito consegnare (mi auguro perché male informato) perfino a un criminale di guerra italiano la medaglia di “italianità” come vittima delle foibe titine, suscitando lo stupore e, se mi permette, l’indignazione degli antifascisti. L’esercito di Liberazione europeo più importante e glorioso, come quello comandato da Tito, deve essere rispettato! E invece sentiamo oggi dire che era un esercito di criminali! Noi siamo stati criminali! Noi! Con la pretesa di “civilizzare” gli Slavi, a fianco dei tedeschi!
I profughi italiani dell’Istria sono la conseguenza prima del fascismo e poi della scelta libera di quegli italiani che non volevano vivere nel comunismo. Non furono cacciati, se ne andarono di propria volontà, con i documenti regolari. Confondere alcuni episodi cruenti, sia pur gravi, di fine conflitto con la successiva decisione di alcune centinaia di migliaia di persone di tornare in Italia, in tempi lunghissimi, non spinti dalle baionette, è una operazione di revisionismo storico che ritengo particolarmente grave e fonte di nuovo razzismo e odio verso gli Slavi. Un ritorno a certe idee del 1941?
Mi ha fatto molto male anche il suo incitamento alla guerra contro la Libia. La Costituzione Italiana non prevede l’uso della guerra per risolvere i conflitti. E l’ONU non ha il diritto di consentire l’aggressione a uno stato sovrano, anzi suo compito sarebbe quello di sostenere ogni possibile mediazione nei conflitti. Palese è poi la menzogna che le forze ostili a Gheddafi siano dei civili inermi, e quindi che sia necessaria una no-fly zone per proteggere le popolazioni civili: si sta semplicemente cercando di distruggere l’esercito libico. Per non parlare della protezione della popolazione civile: come è possibile farlo se si lancaino bombe all’uranio impoverito? (6mila i morti tra la popolazione libica, calcolati al Politecnico di Torino, in 10 anni, come conseguenza dell’uranio impoverito).
Non ho particolare stima per il colonnello Gheddafi, cui riconosco peraltro meriti per la sua azione anticolonialistica in tempi precedenti, ma è evidente che Gheddafi è il solito pretesto per entrare in conflitto con Paesi la cui unica colpa è quella di voler gestire autonomamente le proprie risorse naturali e energetiche.
L’Italia non può permettersi di tornare ai vecchi propositi colonialistici. E non mi dica che il conflitto è legato al risorgimento del Nord-Africa. Sarkozy certo non è il Garibaldi di Tripoli! E Berlusconi sarebbe Cavour?
Spero che queste mie parole possano aprire una breccia nelle Sue convinzioni. Mio padre Sergio ha il diritto di essere ascoltato!

Boris Bellone, Direttivo ANPPIA-Torino - direttivo Ass. naz. Del Libero Pensiero “Giordano Bruno” –Torino -docente di Scienze nella scuola statale- Via Carli 74 - San Giorio di Susa (To) -t.3209441222

mercoledì 13 aprile 2011

"Un livre qui fera date.". Continua il dibattito su Stalin in Francia

j'ai lu la présentation obscure du livre de D.Losurdo - "Staline - histoire et critique..." dans l'Huma, et je trouve que mon opinion, même si elle peut ne pas être partagée, a au moins le mérite d'être plus claire. Je vous la communique ici et je voudrais vous demander de la transmettre à Losurdo. (j'avais adressé ce texte à la librairie "Le point du jour", rue Gay Lussac à Paris 5e, où j'ai acheté le livre, mais où aussi sont vendus mes livres sur Staline destinés à un public large, c'est-à-dire, non scientifique - ce qui explique mon exposé concentré, afin de permettre de retenir plus facilement des éléments de base d'une histoire controversée).
Ringraziamo Michel Collon e l'autrice dell'intervento [SGA].

di Lênsta Petit

Le livre de Domenico Losurdo "Staline - histoire et critique d'une légende noire" (500 pages), avec ses 1.000 citations de 270 auteurs aussi divers que H. Arendt, Babeuf, Boukharine, Chen Jian, Dimitrov, Freud, Gandhi, Gramsci, Jefferson, Kerenski, Lincoln, Mao Tze Dong, Zhang Shu Guang, A. Zinoviev, et bien sûr, Churchill et F.
Roosvelt; les théoriciens Kant, Hegel, Marx, Engels, Lénine, Staline; et leurs détracteurs Trotski, Hitler, Goebbels, Khrouchtchev, Gorbatchev... est à la hauteur de sa démarche scientifique. Se basant sur des analyses (certaines très originales et intéressantes) psycho-philosophiques, c’est un livre à prendre au sérieux.
Losurdo s'est posé la tâche d'appuyer ses études sur des citations provenant exclusivement de gens opposés à Staline et au bolchévisme et qui, ayant de toute façon été obligés de reconnaître certains faits réels, lui fournissent le matériau de sa démonstration.
Cette démarche est appuyée dans la post-face de Luciano Canfora par le raisonnement que "des personnages historiques dont le mythe fut une partie essentielle de leur agir (et de leur "être perçu" par les autres), plus que jamais est-il nécessaire d’avoir recours au jugement, limitatif mais non obnubilé des non-disciples, des personnes qui sont (…) non proches et même adversaires."
Oui, mais cela comporte certains inconvénients. D'une part, l’auteur utilise leur langage, qui même démonté reste confirmé donc comme catégories établies. D'autre part, si Losurdo n'avait pas travaillé par lui-même sur certaines questions, il en accepte la version dominante et adopte une démarche comparative entre les actions des bolchéviks et le même comportement chez les hommes politiques de l'impérialisme qui ont eu des actions et des politiques analogues.
Même si l’auteur arrive à accuser ces derniers par le fait que c’est par l’idéologie de la "supériorité de la race des seigneurs" qu’ils ont agi ainsi et non pas poussés par l’urgence d’assurer leur sécurité, ni sous la pression de l’état d’exception où se sont trouvés les premiers dans une guerre civile ininterrompue de 1919 à 1939, conduite avec férocité tout au long de la construction de la société socialiste, cette démarche me gêne.
Par ailleurs, le fait que l’auteur évite de se fonder sur "la lutte des classes", en cherchant à insérer sa démonstration dans une grille de lecture philosophique purement théorique, il arrive à certaines conclusions qui ne sont pas exactes. Par exemple, on est surpris de lire, p. 396-397, que "Staline essaie de façon répétée de passer de l’état d’exception à une condition de relative normalité (…) et d’un socialisme « sans dictature de prolétariat »" (!). Il est difficile d’attribuer à Staline un essai d’abandon du fondement-même du bolchévisme qui déclare haut et fort l’impossibilité de construire le socialisme "sans dictature de prolétariat" dans une société où la lutte des classes n’a pas disparu. On y oublie la thèse de Staline de "la loi dialectique obligatoire de passage de l’ancien au nouveau par explosion des vieilles structures dans une société composée de classes antagonistes, à l’opposé des sociétés sans classes antagonistes qui, pour avancer, peuvent entreprendre les transformations nécessaires, ce qui écarte la nécessite d’explosion." Ce que l’on peut affirmer en effet, c’est que Staline préférait l’expression "démocratie populaire" pour l’opposer à "la démocratie bourgeoise", plutôt que la formule de Marx de "dictature de prolétariat" qui devait s’opposer à "la dictature de la bourgeoisie". Mais ceci ne change pas le contenu et la dynamique fondée sur la "lutte des classes" dans les sociétés de classes antagonistes… C’est précisément cet abandon après Staline qui explique les lignes qui suivent un peu plus loin sur la même page du livre : "les bolchéviks sont en définitive écrasés par l’avènement de cette relative normalité, qui est aussi le résultat de leur action" (mais on omet de dire "révisionniste").
Certaines appellations introduites (la "Seconde guerre de trente ans", ou "la Seconde Période des désordres") ne me paraissent pas réutilisables. De même, dire que la troisième guerre civile (celle des les années trente) est un "conflit mortel qui oppose les bolchéviks" ne me paraît pas une conclusion logique du développement qui le sous-tend à partir de l'idée que puisque dans les années trente Trotski avait recruté (depuis son exil!) dans les milieux des bolchéviks et même "parmi les fils de hauts dirigeants", comme il est dit dans le livre, la guerre civile avait opposé des bolchéviks. Il est évident qu’avec sa campagne démagogique contre la "trahison de la révolution par Staline", les communistes n'étant pas toujours à la hauteur pour comprendre la réalité complexe du processus de création d’une nouvelle société, peuvent être trompés. Mais le livre-même nous apprend que les plus actifs n'étaient pas de vrais communistes, mais des opposants qui avaient infiltré l'appareil d'Etat, chose que Trotski (nous dit l'auteur) recommande avec force depuis son exil en les poussant à "se donner une formation solide ... et militer avec sérieux et conscience dans le parti"… D'ailleurs le Parti bolchévique avait dénoncé les "non-communistes à la carte du parti".
Je pense que mes quelques remarques n'enlèvent rien aux qualités du livre.
Je reprends quelques lignes du texte pour donner une idée de l'ambiance générale qui s'en dégage :
p. 408-409 - Dans l'ensemble, le portrait caricatural de Staline, tracé d'abord par Trotski, puis par Khrouchtchev, ne joue plus d'un grand crédit.* Des recherches d'éminents scientifiques insoupçonnables d'indulgence envers "le culte de la personnalité", émerge de nos jours le portrait d'un politicien (il faut dire "homme politique", mais c'est un problème de traduction) qui s'exhausse et s'affirme aux sommets de l'URSS - en premier lieu par le fait que, pour ce qui est de la compréhension des modalités de fonctionnement du système soviétique, "il dépasse de très loin ses camarade de lutte" (cité Chevelniouk, 1998), d'un dirigent au "talent politique exceptionnel" et "extrêmement doué" (Medvedev, 2006), d'un homme d'Etat qui sauve la nation russe de l'esclavagisme et de la décimation à laquelle elle était destinée par le Troisième Reich, non seulement grâce à son habile stratégie militaire, mais aussi par ses discours de guerre "magistraux", (...) qui dans des moments tragiques et décisifs, réussissent à stimuler la résistance nationale (Roberts, 2006); d'une personnalité non dépourvue de qualités même sur le plan théorique, comme le démontre la perspicacité avec laquelle il traite la question nationale dans l'essai de 1913, et "l'effet positif" de sa contribution sur la linguistique (Graciosi, 2007).
* (Ailleurs, Losurdo dit que H. Arendt et R. Conquest ne se comportent pas en historiens, mais ont écrit une littérature reflétant l’acharnement situé dans le sillage de la Guerre froide... - qui n'est plus d'actualité).
p. 397 - tout de suite après la mort de Staline est "réglé" le problème de succession: la liquidation de Béria est une sorte de règlement de comptes de style mafieux, c'est une violence privée qui ne fait aucune référence ni à l'ordre juridique de l'Etat, ni au statut du parti...

Pour conclure, je pense c'est un livre qui fera date.

martedì 12 aprile 2011

Il People's Daily: negli Stati Uniti gravi abusi dei diritti umani

Ringraziamo Vladimiro Giacché per la segnalazione [SGA].
US has serious human rights abuses: China
By People's Daily Online April 11, 2011

The United States, the world's richest state, is beset by rampant gun violence, serious racism, and an increasing portion of its population have become poorer, a report released yesterday by China on U.S. human rights said.
The U.S., under siege with all its human rights problems, is in no position to criticize other countries' human rights, the report released by the State Council's Information Office said.
Washington has taken human rights as a "political instrument to defame other governments' image and seek its own strategic interests", Beijing said.
In breakdown, the report lists high incidence of gun-related bloodshed crimes in the U.S. resulting from its outrageous gun ownership policy. It has 12,000 registered gun murder cases a year, and tens of hundreds people are shot to death or get injured in gunfights, the highest in the world.
In the U.S. the violation of citizens' civil and political rights by the government is severe, the report said. Between October 2008 to June 2010, more than 6,600 travelers were subject to electronic device searches, half of them are American citizens.
And, abuse of force and violence, and torturing suspects in order to get their confession is serious in the U.S. law enforcement, the report said.
The US regards itself as "the beacon of democracy." However, its democracy is largely based on money, the report writes. According to a report from The Washington Post on October 26, 2010, U.S. House and Senate candidates shattered fundraising records for a midterm election, taking in more than $1.5 billion. The midterm election, held in November, cost $3.98 billion, the most expensive political rally in the US history. Various interest groups have actively spent on the event, the report said.
While advocating Internet freedom, the US in fact imposes strict restriction on cyberspace. On June 24, 2010, the US Senate Committee on Homeland Security and Governmental Affairs approved the Protecting Cyberspace as a National Asset Act, which will give the American federal government "absolute power" to shut down the Internet under a declared national emergency rule.
Economically, unemployment rate in the United States has been stubbornly high. Proportion of Americans living in poverty has risen to a new high. The US Census Bureau reported in September that a total of 44 million Americans found themselves in poverty. The share of residents in poverty climbed to 14.3 percent in 2009, the report said.
Also, Americans living in hunger and starvation increased sharply. A report issued by the U.S. Department of Agriculture in November showed that 14.7 percent of US households were food insecure in 2009. And, the number of families in homeless shelters increased 7 percent to more than 170, 000, it said.
On the global stage, the U.S. has a "notorious record of international human rights violations", said the report. The U.S.-led wars in Iraq and Afghanistan have already caused huge civilian casualties.
Prior to Beijing's releasing the human rights report, a U.S. State Department report on global human rights released on Friday said that Beijing had stepped up restrictions on activists, lawyers and online bloggers, and tightened controls on civil society to maintain stability.
A Chinese Foreign Ministry spokesman dismissed the U.S. report as meddling in China's internal affairs. Two days later, Beijing released its own report on U.S. human rights problems.
"The United States ignores its own severe human rights problems, ardently promoting its so-called ‘human rights diplomacy', treating human rights as a political tool to vilify other countries and to advance its own strategic interests," Beijing report said.
"The United States is the world's worst country for violent crimes," it said. "Citizens' lives, property and personal safety do not receive the protection they should."

Riceviamo e pubblichiamo

Caro Domenico,

non ne posso più: periodicamente stati uniti e alleati europei vanno a bombardare un paese che li infastidisce per il solito motivo (intende gestire le sue risorse a modo suo). Sembrano le campagne dell'impero romano, o di quello ottomano, in quanto a periodicità e apparente pazzia. Ma sono ancora più atroci per la sproporzione delle forze in campo. Sembrerebbe un rito collettivo, in cui tutti vanno contro uno solo, dalla prima volta contro l'Iraq, alla Jugoslavia, fino adesso alla Libia.
E' sempre lo stesso modello, campagna mediatica, universalismo da strapazzo, distruzione di infrastrutture, guerra chimica e/o nucleare, embargo o sanzioni, truppe di terra spesso del luogo...
E invece qui da noi nulla: lavoriamo, viaggiamo, viviamo, non c'è guerra.
Gli effetti collaterali siamo noi, persone normali costrette a vergognarsi del fatto di essere occidentali. Questa volta non ci sono stati neppure manifestazioni,perché?
E gli intellettuali? Come sempre tu e pochi altri.
Tamara (da Torino)

lunedì 11 aprile 2011

Orwell, la Guerra Fredda e il "totalitarismo". Un intervento di João Carlos Graça

João Carlos Graça, Lisboa, 9 de Abril de 2011,


Dear Professor Losurdo,

Regardless of considerations on the case of Orwell‐the‐man (in which I am surely not an expert), one thing seems clear to me by this moment. During the Cold War period, Orwell’s narrative has definitely been absorbed as part of what we may term as the “Western narrative”, and somehow transformed into its Left branch. Whereas on the Western Right we have what one might call the “Truman story” (“the commies are coming down, we have to either contain them or even roll them back”, etc.), on the Western Left tends to prevail the “Orwell story”: “the alleged «commies» are not true commies, they’re not coming down and indeed they have somehow made a pact with our elites. Their elite, in a secret understanding with ours, keeps their masses under strict, violent control, and to this control is a central piece the maintenance of a state of endless war, besides on a triangular basis, with shifting, unprincipled systems of alliances, which at any rate are an excellent way for each elite to mobilize its own masses in its favour, captivate them”, etc., more or less according to a logic à la Leo Strauss...
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Riceviamo e pubblichiamo

antonio capitanio 08 aprile 2011 00:02
Buongiorno ho scritto questo articolo perchè leggendo i commenti al suo appello a favore della RPC, mi è sembrato che anche tra molti comunisti ci sia confusione e scarsa capacità di leggere la storia in chiave materialistica. Se ha pochi minuti potrebbe leggerlo, poichè credo sarebbe un cosa auspicabile se tra i comunisti si riuscisse a trovare un punto di vista da cui partire sul Socialismo reale cinese come base per le lotte future. Saluti, Antonio Capitanio

La Repubblica Popolare Cinese è il proletariato cinese che si erge a classe sociale dominante sulla borghesia imperialista occidentale.
L'economia cinese è quello che Deng ha chiamato "Socialismo di mercato", pianificazione e controllo all'interno dell'economia socialista statale, mercato per il capitale straniero, che comunque non può speculare con il capitale finanziario perchè il credito è saldamente nelle mani dello Stato e del Partito, ma solo reinvestire i profitti nella produzione o consumare, in tutti i casi a vantaggio dello sviluppo delle forze produttive, cosa a cui punta il partito e a cui tutti i comunisti dovrebbero badare maggiormente nel giudicare il Socialismo cinese. Una economia che non conosce i cicli tanto "cari" a noi occidentali di sovrapproduzione e recessione da decenni ha come presupposto il fatto che in Cina 1) non esiste una classe di sfruttatori "staccacedole" (rentier) alla occidentale che possidono i mezzi di produzione e il denaro, e 2) il Proletariato non deve vendere sul "libero mercato" (che in questo senso non c'è) le sue braccia come merce. Lo Stato (o le Province) impone il prezzo del lavoro artificialmente al di sopra del livello di sussistenza e il Proletariato cinese gode di un livello di benessere ormai sconosciuto alla stragrande maggiorparte degli operai occidentali). Tutto ciò è stato possibile solo al PCC (da Mao passando per Deng, Zu Enlai, Jiang Zemin fino a Hu jintao) e al suo Socialismo basato su una comprensione del Marxismo scientifica che ne ha colto il significato principale, che all'interno del mercato mondiale l'unico modo per il Socialismo di dimostrare la sua superiorità sul capitalismo è lo sviluppo delle forze produttive. I comunisti devono guardare alla Cina e alle conquiste del Proletariato cinese con spirito emulativo, tenendo conto delle condizioni specifiche dei rispettivi paesi con le rispettive storie.

venerdì 8 aprile 2011

Baptiste Eychart recensisce lo Stalin su l'Humanité

Histoire
Le stalinisme au-delà de la démonologie
Pour le philosophe italien Domenico Losurdo, la construction d'une analogie entre Staline et Hitler vise à escamoter le rôle des régimes capitalistes dans la montée du nazisme.
Baptiste Eychart le 7 Avril 2011

Staline. Histoire et critique d'une légende noire, de Domenico Losurdo, traduit de l'italien par Marie-Ange Patrizio, Éditions Aden, 2011, 531 pages, 30 euros.

Domenico Losurdo, fort de ses recherches et de ses réflexions antérieures sur la pensée libérale et sur le révisionnisme en histoire, entame une nouvelle étape dans sa démystification des constructions idéologiques dominantes. Sans avoir la moindre mansuétude pour les diverses répressions que Staline a menées de longues années durant, Losurdo, à travers ce Staline. Histoire et critique d'une légende noire, s'intéresse à la figure historique du dirigeant soviétique en tant que cette dernière est organisatrice de tout un discours sur le XXe siècle et l'expérience de construction du socialisme. Un discours hégémonique qui, bien que se voulant « historique » et « critique », relève plus de la démonologie selon la démonstration de Losurdo...

giovedì 7 aprile 2011

Il Risorgimento e le rivoluzioni tra '700 e '800

L'intervento di Domenico Losurdo ai "Venerdì della politica" della Società di Studi Politici
Napoli, Palazzo Serra di Cassano, 12 febbraio 2011


Pubblicato anche in Francia lo scambio tra Domenico Losurdo e Giulietto Chiesa

« Rassembler les idées et les forces » dans la lutte contre les guerres coloniales

par Domenico Losurdo et Giuletto Chiesa
mercredi 6 avril 2011, par Comité Valmy, Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio

Cher Losurdo,

Merci beaucoup de votre commentaire sur la guerre. Malheureusement, vous aurez remarqué qu’une tranche non négligeable de ce qui reste de la gauche, s’est rangée en faveur de la guerre. Et le front ex-pacifiste même s’est étiolé en nombre de ruisselets, souvent d’eaux usées, de soutiens divers au droit occidental d’apporter notre démocratie aux peuples arriérés et tribaux...
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martedì 5 aprile 2011

L'intervento di Giulietto Chiesa sulla guerra contro la Libia e la risposta di Losurdo

04 aprile 2011 16:10
Giulietto Chiesa ha detto...

Caro Losurdo, molte grazie per il suo commento sulla guerra. Purtroppo, avrà notato, una discreta fetta della rimanente sinistra, oltre a Napolitano, si è schierata a favore della guerra. E anche il fronte ex pacifista si è sfilaccianto in molti rivoletti, spesso liquamosi, di sostenitori vari del diritto occidentale di portare la nostra democrazia ai popoli arretrati e tribali. Ho l'impressione che bisogni ricominciare a raccogliere le idee e le forze, prima che l'Impero morente ci collochi tutti nel cestino delle cose da gettare nel camino.
Cordiali saluti, Giulietto Chiesa

Caro Chiesa,
sono felice della nostra consonanza non solo sul carattere colonialista della guerra contro la Libia ma anche sullo stato confusionale della sinistra. Non c’è dubbio: «occorre ricominciare a raccogliere le idee e le forze»! In attesa di dare un contributo più articolato in questa direzione, mi limito a due osservazioni rapidissime:
1) Quella che un tempo era la sinistra, ha dimenticato persino la grammtica e la sintassi del discorso politico. Allorché siamo chiamati a rispondere ad una guerra come quella in corso, si tratta non di fare un confronto tra la Libia di Gheddafi e l’Occidente di Obama, Cameron e Sarkozy, bensì di analizzare la natura della contraddizione che ha condotto alla guerra. Questo ci insegna la storia del colonialismo. Ad esempio, quando si impegnava nella conquista dell’Algeria, la Francia della monarchia di luglio era probabilmente una società più «liberale» e più «moderna» del paese arabo. Resta il fatto che per assoggettare l’Algeria, un autore quale Tocqueville lanciava una terribile una parola d'ordine: «Distruggere tutto ciò che rassomiglia ad un’aggregazione permanente di popolazione o, in altre parole, ad una città. Credo sia della più alta importanza non lasciar sussistere o sorgere alcuna città nelle regioni controllate da Abd-el-Kader» (il leader della resistenza). E cioè, pur più «liberale» e più «moderna» delle sue vittime, la Francia esprimeva il colonialismo in tutta la sua barbarie bellicista e genocida.
2) Tutti ricordiamo che in Italia (e in Occidente) una certa sinistra radicale ha lanciato a suo tempo la parola d’ordine del «ritorno a Marx» (espungendo indirettamente Lenin e la sua analisi dell’imperialismo). Ormai è sempre più chiaro che il presunto «ritorno a Marx» è in realtà un approdo a (Leonida) Bissolati, il socialista «riformista» che un secolo fa prese posizione a favore della missione civilizzatrice dell’Italia in Libia! E dunque, persino sul piano geografico chiara è la linea di continuità che da Bissolati conduce a…
Ma, come ho già detto, si tratta di due riflessioni a caldo, sull’onda dell’indignazione non solo morale ma anche intellettuale per la miseria della sinistra. Resta il compito, difficile ma ineludibile, del «raccogliere le idee e le forze» nella lotta contro le guerre coloniali. Spero che questo nostro scambio di idee possa servire di stimolo.
Con un cordiale saluto, Domenico Losurdo

lunedì 4 aprile 2011

Anche in francese l'intervento sulla "neo-lingua" dell'impero

«Un avion des insurgés a été abattu»
Orwell, l’OTAN et la guerre contre la Libye
par Domenico Losurdo, Traduction Marie-Ange Patrizio da voltairenet.org e mondialisation.ca
Les mots ont-ils encore un sens ? En lisant des articles sur la guerre de Libye dans la presse anglo-saxonne et italienne, Domenico Losurdo a été frappé par l’inversion des signifiés. La propagande de l’OTAN, comme celle imaginée par George Orwell dans son célèbre roman d’anticipation, passe d’abord par un grossier trucage sémantique

En 1949, tandis que fait rage une guerre froide qui risque de se transformer d’un moment à l’autre en holocauste nucléaire,George Orwell publie son dernier livre et plus célèbre roman : 1984. Si le titre donne dans l’anticipation, la cible est clairement constituée par l’Union Soviétique, représentée comme le « Grand frère » totalitaire, qui rend vaine toute possibilité de communication, en subvertissant le langage et en créant une « novlangue » (newspeak), dans le cadre de laquelle tout concept se renverse en son contraire. En publiant son roman l’année même de la fondation de l’OTAN (l’organisation militaire qui prétendait défendre même la cause de la morale et de la vérité), Orwell apportait ainsi sa brave contribution à la campagne de l’Occident. Il ne pouvait certes pas imaginer que sa dénonciation allait se révéler beaucoup plus pertinente pour décrire la situation advenue, quelques années seulement après 1984, avec la fin de la Guerre froide et le triomphe des USA.
Leggi tutto da voltairenet.org
Leggi tutto da mondialisation.ca

domenica 3 aprile 2011

La polemica su Stalin arriva in Brasile

Resposta à crítica de Jean-Jacques Marie publicada no blog do Comitê Valmi, de Paris, e reproduzida na revista francesa La quinzaine littéraire
O pensamento primitivo e Stalin de bode expiatório

Domenico Losurdo
Tradução [revista] de Lucilia Ruy para a Fundação Maurício Grabois

sabato 2 aprile 2011

Orwell, la Nato e la guerra contro la Libia

Domenico Losurdo, 2 aprile 2011

Nel 1949, mentre infuria una guerra fredda che rischia di trasformarsi da un momento all’altro in olocausto nucleare, George Orwell pubblica il suo ultimo e più celebre romanzo: 1984. Se anche il titolo è avveniristico, il bersaglio è chiaramente costituito dall’Unione Sovietica, raffigurata come il «Grande fratello» totalitario, che vanifica la stessa possibilità di comunicazione, stravolgendo il linguaggio e creando una «neo-lingua» (newspeak), nell’ambito della quale ogni concetto si rovescia nel suo contrario. Pubblicando il suo romanzo l’anno stesso della fondazione della Nato (l’organizzazione militare che pretendeva di difendere anche la causa della morale e della verità), Orwell dava così il suo bravo contributo alla campagna dell’Occidente. Egli non poteva certo immaginare che la sua denuncia sarebbe risultata molto più calzante per descrivere la situazione venutasi a creare, pochi anni dopo il «1984», con la fine della guerra fredda e il trionfo degli Usa. Come la strapotenza militare, così la strapotenza multimediale dell’Occidente non sembra più incontrare nessuno ostacolo: lo stravolgimento della verità viene imposto con un bombardamento multimediale incessante e onnipervasivo, di carattere assolutamento totalitario. E’ quello che emerge con chiarezza dalla guerra in corso contro la Libia.
Guerra
E’ vero, è all’opera il più potente apparato militare mai visto nella storia; certamente non mancano le vittime civili dei bombardamenti della Nato; vengono utilizzate armi (all’uranio impoverito) il cui impatto è destinato a prolungarsi nel tempo; oltre agli Usa, nello scatenamento delle ostilità e nella conduzione delle operazioni militari si distinguono due paesi (Francia e Inghilterra), che hanno alle spalle una lunga storia di espansione e dominio coloniale in Medio Oriente e in Africa; siamo in un’area ricca di petrolio e i più autorevoli esperti e mezzi di informazione sono già impegnati ad analizzare il nuovo assetto geopolitco e geoeconomico. E, tuttavia – ci assicurano Obama, i suoi collaboratori e i suoi alleati e subalterni – non di guerra si tratta, ma di un’operazione umanitaria che mira a proteggere la popolazione civile e che per di più è autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu.
In realtà, come nei confronti delle sue vittime, anche nei confronti della verità la Nato procede in modo assolutamente sovrano. In primo luogo è da notare che le operazioni militari dell’Occidente sono iniziate prima e senza l’autorizzazione dell’Onu. Sul «Sunday Mirror» del 20 marzo Mike Hamilton rivelava che già da «tre settimane» erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS); fra di loro figuravano «due unità speciali, chiamate “Smash” a causa della loro capacità distruttiva». Dunque, l’aggressione era già iniziata, tanto più che a collaborare con le centinaia di soldati britannici erano «piccoli gruppi della Cia», nell’ambito di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra» e dall’«ammnistrazione Obama» incaricata, sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo», di «rifornire i ribelli e dissanguare l’esercito di Gheddafi» (Mark Mazzettti, Eric Schmitt e Ravi Somaiya in «International Herald Tribune» del 31 marzo). Si tratta di operazioni tanto più rilevanti, in quanto condotte in un paese già di per sé fragile a causa della sua struttura tribale e del dualismo di lunga data tra Tripolitania e Cirenaica.
In secondo luogo, anche quando si rivolgono all’Onu, gli Usa e l’Occidente continuano a riservarsi il diritto di scatenare guerre anche senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza: è quello che è avvenuto, ad esempio, nel 1999 in occasione della guerra contro la Jugoslavia e nel 2003 in occasione della seconda guerra contro l’Irak. Ora nessuna persona sensata definirebbe democratico un governo che si rivolgesse al Parlamento con questo discorso: vi invito a votarmi la fiducia, ma anche senza la vostra fiducia io continuerei a governare come meglio ritengo… E’ in questi termini che gli Usa e l’Occidente si rivolgono all’Onu! E cioè, le votazioni che si svolgono nel Consiglio di sicurezza sono regolarmente viziate dal ricatto a cui costantemente fanno ricorso gli Usa e l’Occidente.
In terzo luogo: appena strappata al Consiglio di sicurezza (grazie al ricatto appena visto) la risoluzione desiderata, gli Usa e l’Occidente si affrettano a interpretarla in modo sovrano: l’autorizzazione per imporre la «no fly zone» in Libia diviene di fatto l’autorizzazione a imporre una sorta di protettorato.
Per potente che sia, l’apparato multimediale degli aggressori non riesce ad occultare la realtà della guerra. E, tuttavia, la neo-lingua si ostina a negare l’evidenza: preferisce parlare di operazione di polizia internazionale. Ma è interessante notare la storia alle spalle di questa categoria. Riallacciandosi alla dottrina Monroe, da lui reinterpretata e radicalizzata, nel 1904 Theodore Roosevelt (presidente degli Usa) teorizza un «potere di polizia internazionale» che la «società civilizzata» deve esercitare sui popoli coloniali e che, per quanto riguarda l'America Latina, spetta agli Usa. Siamo così ricondotti alla realtà del colonialismo e delle guerre colonialismo, alla realtà che invano la neo-lingua cerca di rimuovere.
In prima fila nel promuovere la neolingua e lo stravolgimento della verità è disgraziatanente il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napoletano, più eloquentemente di ogni altro impegnato a dimostrare che quella in corso contro la Libia…non è una guerra! Se appena rievocasse i ricordi della militanza comunista che è alle sue spalle, egli capirebbe che la tentata rimozione della guerra è in realtà una confessione. Come a suo tempo ha spiegato Lenin, le grandi potenze non considerano guerre le loro spedizioni coloniali, e ciò non soltanto a causa dell’enorme sproporzione di forze tra le due parti in campo, ma anche perché le vittime «non meritano nemmeno l'appellativo di popoli (sono forse popoli gli asiatici e gli africani?)» (Opere complete, vol. 24, pp. 416-7).
Civili
La guerra, anzi l’operazione di «polizia internazionale», scatenata contro la Libia mira a proteggere i «civili» dal massacro progettato da Gheddafi. Sennonché, la neo-lingua è immediatamente smentita dagli stessi organi di stampa che sono impegnati a diffonderla. Il «Corriere della Sera» del 20 marzo riporta con evidenza la foto di un aereo che precipita in fiamme dal cielo di Bengasi. Sia la didascalia della foto sia l’articolo relativo (di Lorenzo Cremonesi) spiegano che si tratta di un «caccia» pilotato da uno dei «piloti più esperti» a disposizione dei ribelli e abbattuto dai «missili terra-aria di Gheddafi». Ben lungi dall’essere disarmati, i rivoltosi dispongono di armi sofisticate e di attacco e per di più risultano assistiti sin dall’inizio dalla Cia e da altri servizi segreti, da «un’ampia forza occidentale che agisce nell’ombra» e da corpi speciali britannici famosi o famigerati a causa della loro «capacità distruttiva». Sarebbero questi i «civili»? Ora poi, con l’intervento di una poderosa forza internazionale a fianco dei rivoltosi, è semmai il fronte contrapposto a risultare sostanzialmente disarmato.
Ma può essere opportuna un’ulteriore riflessione sulla categoria qui in discussione. Come osserva un docente (Avishai Margalit) dell’Università ebraica di Gerusalemme, nel conteggio ufficiale degli «attacchi terroristi ostili» il governo israeliano include anche il «lancio di pietre». E – si sa – contro i «terroristi» non ci può fermare a mezza strada. Sulla più autorevole stampa statunitense («International Herald Tribune») possiamo leggere di «scene orripilanti di morte», che si verificano «allorché un carro armato e un elicottero israeliani aprono il fuoco su un gruppo di dimostranti palestinesi, compresi bambini, nel campo di rifugiati di Rafah». Sì, anche un bambino che lancia pietre contro l’esercito di occupazione può essere considerato e trattato quale «terrorista». Un’avvocatessa israeliana (Leah Tsemel) impegnata a difendere i palestinesi riferisce di un «bambino di dieci anni ucciso vicino a un check point all’uscita di Gerusalemme da un soldato a cui aveva semplicemente lanciato una pietra» (su tutto ciò cfr. D. Losurdo, Il linguaggio dell’Impero, Laterza, Roma-Bari, 2007, cap. I, § 13). Qui la neo-lingua celebra i suoi trionfi: un pilota esperto che combatte alla guida di un aereo militare è un «civile», ma un bambino che lancia pietre contro l’esercito di occupazione è chiaramente un «terrorista»!
Giustizia internazionale
Se i campioni della lotta contro i bambini «terroristi» e palestinesi possono dormire sonni tranquilli, coloro che si schierano contro i «civili» all’opera in Libia saranno deferiti alla Corte penale internazionale. A rischiare di essere deferiti (e condannati) non saranno soltanto i militari e i politici che comandano l’apparato militare. No, ad essere preso di mira è uno schieramento molto più ampio. Spiegavano Patrick Wintour e Julian Borger su «The Guardian» già del 26 febbraio: «Ufficiali britannici stanno contattando personale libico di grado elevato per metterlo alle strette: abbandonare Muammar Gheddafi o essere processati assieme a lui per crimini contro l’umanità». In effetti, su questo punto non si stancano di insistere i governanti di Londra e occidentali in genere. Essi considerano la Corte penale Internazionale alla stregua di Cosa nostra, ovvero alla stregua di un «tribunale» mafioso. Ma il punto più importante e più rivoltante è un altro: ad essere minacciati di essere rinchiusi in carcere per il resto della loro vita sono funzionari libici, ai quali non viene rimproverato alcun reato. E ciè, dopo essere intervenuti in una guerra civile e averla probabilmente attizzata e comunque alimentata, dopo aver dato inizio all’intervento militare ben prima della risoluzione dell’Onu, Obama, Cameron, Sarkozy ecc. continuano a violare le norme del diritto internazionale, minacciando di colpire con la loro vendetta e la loro violenza, anche dopo la fine delle ostilità, coloro che non si arrendono immediatamente alla volontà di potenza, di dominio e di saccheggio espressa dal più forte. Sennonché, la neo-lingua oggi in vigore trasforma le vittime in responsabili di «crimini contro l’umanità» e i responsabili di crimini contro l’umanità in artefici della «giustizia internazionale».
Non c’è dubbio: assieme a un apparato di distruzione e di morte senza precedenti nella storia oggi infuria la neo-lingua, ovvero il linguaggio dell’Impero.


venerdì 1 aprile 2011

Anche in tedesco la risposta sulla Cina e la guerra contro la Libia

Wie soll man die chinesische Haltung bei der Abstimmung im Sicherheitsrat über die Intervention in Libyen interpretieren?
von Domenico Losurdo
Uebersetz. von Einar Schlereth, tlaxcala-int.org

In diesen Tagen habe ich, wie vorherzusehen, zahlreiche Kommentare von Lesern, Freunden und Kameraden erhalten. Über den Krieg gegen Lybien behalte ich mir vor, gesonderte Beiträge zu schreiben. Hier beschränke ich mich auf einige Beobachtungen in Bezug auf die Haltung Chinas.

Bildunterschrift: Botschafter Li Baodong, ständiger Vertreter Chinas bei der UNO, übernahm den Vorsitz im Sicherheitsrat bei der Abstimmung über die Resolution 1973.UN Photo/John McIlwaine
Der Kritik, die ich in verschiedenen Mails lese, scheint ein Artikel/Interview zu antworten, der vor ein paar Tagen in Global-Times (chinesische Tageszeitung auf Englisch) erschienen ist. Dort berichtet man einige wesentliche Fakten, um die Frage zu verstehen:
a) „Mehr als die Hälfte der Erdölimporte Chinas kommen heute aus dem Nahen Osten“;
b) beim Versuch, dieser Situation abzuhelfen, hat China vor einiger Zeit begonnen, strategische Ölreserven anzulegen, aber man ist in diesem Bereich noch sehr weit zurück. Im Fall einer Blockade der Exporte durch die Erdöl-produzierenden Länder, könnte China nur höchstens zwei Wochen durchhalten, während die USA strategische Reserven für 400 Tage haben!...

giovedì 31 marzo 2011

Voltairenet riprende l'articolo di Franco Bechis sui retroscena della guerra contro la Libia. Intanto i commandos USA, inglesi e francesi sono già a terra

La France préparait depuis novembre le renversement de Kadhafi

Selon le journaliste de la droite libérale italienne Franco Bechis, la révolte de Benghazi aurait été préparée depuis novembre 2010 par les services secrets français. Comme le remarque Miguel Martinez du site internet progressiste ComeDonChisciotte, ces révélations, encouragées par les services secrets italiens, doivent se comprendre comme une rivalité au sein du capitalisme européen.
Le Réseau Voltaire précise que Paris a rapidement associé Londres à son projet de renversement du colonel Kadhafi (force expéditionnaire franco-britannique). Ce plan a été modifié dans le contexte des révolutions arabes et pris en main par Washington qui a imposé ses propres objectifs (contre-révolution dans le monde arabe et débarquement de l’Africom sur le continent noir). La coalition actuelle est donc la résultante de ces ambitions distinctes, ce qui explique ses contradictions internes.

Retroscena/ Clamoroso: "Sarko' ha manovrato la rivolta libica"
Libero, Mercoledí 23.03.2011
"Prima tappa del viaggio. Venti ottobre 2010, Tunisi. Qui - scrive Franco Bechis su LIBERO - e' sceso con tutta la sua famiglia da un aereo della Lybian Airlines Nouri Mesmari, capo del protocollo della corte del colonnello Muammar El Gheddafi. E' uno dei piu' alti papaveri del regime libico, da sempre a fianco del colonnello. L'unico - per capirci - che insieme al ministro degli Esteri Mussa Koussa aveva accesso diretto alle residence del rai's senza bisogno di bussare. L'unico a potere varcare la soglia della suite 204 del vecchio circolo ufficiale di Bengasi, dove il colonnello libico ha ospitato con grandi onori il premier italiano Silvio Berlusconi durante le visite ufficiali in Libia...
Leggi tutto (da affaritaliani)

Guido Olimpio, Corriere della Sera, 31 marzo 2011

sabato 26 marzo 2011

Ancora sulla Cina e la guerra contro la Libia

In questi giorni, come era prevedibile, mi sono giunti numerosi commenti di lettori, amici e compagni. Sulla guerra contro Libia mi riservo di fare altri interventi. Qui mi limito ad alcune osservazioni relative all’atteggiamento assunto dalla Cina:
1) Alle critiche che leggo in diversi messaggi sembra rispondere un articolo-intervista apparso alcuni giorni fa su «Global Times» (quotidiano cinese in lingua inglese). Vi si riportano alcuni dati essenziali per comprendere la questione: a) «più della metà delle importazioni petrolifere della Cina provengono oggi dal Medio Oriente»; b) nel tentativo di ovviare a questa situazione, da qualche tempo la Cina ha cominciato ad accumulare riserve strategiche di petrolio, ma in questo campo è ancora piuttosto indietro. In caso di blocco delle esportazione dai paesi produttori di petrolio, la Cina potrebbe resistere al massimo per due settimane, mentre gli USA hanno riserve strategiche per 400 giorni! Se a ciò si aggiungono le migliaia di chilometri da attraversare (per le navi che trasportano il petrolio in Cina) e la presenza minacciosa della flotta Usa lungo tutto questo percorso, è evidente che «la sicurezza economica della Cina» – per citare sempre «Global Times» – è ancora piuttosto fragile.
E’ in questo contesto geopolitico e economico che è intervenuta la crisi libica. A sostenere la «no-fly zone» sono state purtroppo la Lega araba e in primo luogo l’Arabia Saudita, il paese dal quale proviene una parte assai cospicua del petrolio medio-orientale importato dalla Cina. E’ evidente che i dirigenti cinesi si sono posti un interrogativo: conviene rompere con l’Arabia saudita (già irritata per l’atteggiamento morbido assunto da Pechino nei confronti dell’Iran) e con gli stessi «ribelli» libici (condivido a questo proposito l’osservazione di Maurizio), facendo ricorso ad un veto che peraltro, come dimostra l’esperienza storica (Jugoslavia e Irak), non è in grado di bloccare l’intervento militare degli Usa e dell’Occidente?
Possiamo discutere il modo in cui i dirigenti cinesi hanno ritenuto di rispondere a tale interrogativo, ma esso è ineludibile. (Detto tra parentesi, la situazione geopolitica di Venezuela e Cuba è del tutto diversa, e non solo per la presenza di larghi giacimenti di petrolio e di gas nel primo paese!). Sarebbe ben strano un «internazionalismo» pronto ad esporre un paese di oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone ad una devastante crisi economica (che fra l’altro – apro qui un’altra parentesi – colpirebbe in modo pesante anche Venezuela e Cuba!).
Il fatto è che certi compagni (da me assai stimati) assumono un atteggiamento che io considero contraddittorio: con lo sguardo rivolto al passato non hanno difficoltà a comprendere i compromessi anche più sgradevoli stipulati dai protagonisti del movimento comunista internazionale (Lenin e Brest-Litowsk; Stalin e il patto di non-aggressione con Hitler; Mao e gli accordi prima con Chiang-Kai-sheck e poi, con modalità diverse, con Nixon); ma, con lo sguardo rivolto al presente, per molto meno quei compagni hanno la tendenza a scandalizzarsi.
Infine. Mi sembra calzante l’osservazione «dialettica» di João Carlos Graça: è giusto analizzare in modo spregiudicato la politica estera della Cina, augurandosi che il grande paese asiatico faccia sentire maggiormente il suo peso sul piano internazionale; ma cosa fa la sinistra per rafforzare il prestigio, il soft power e quindi la capacità di azione dei dirigenti cinesi sul piano internazionale?
Domenico Losurdo

Encore sur la Chine et la guerre contre la Libye
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio, da mondialisation.ca

venerdì 25 marzo 2011

Effetti collaterali...

Ringraziamo Boris Bellone per la segnalazione.

MISSILI CRUISE ALL'URANIO IMPOVERITO SULLA LIBIA: STUDIO SULLE CONSEGUENZE
DI MASSIMO ZUCCHETTI, Politecnico di Torino
I cruise lanciati sulla Libia contengono Uranio impoverito. Sono state calcolate le conseguenze dell'inquinamento radioattivo. Fino a seimila morti.

Le questioni che riguardano l’Uranio impoverito e la sua tossicità hanno talvolta, negli anni recenti, esulato dal campo della scienza. Lo scrivente[1] si occupa di radioprotezione da circa un ventennio e di uranio impoverito dal 1999. Dopo un’esperienza di pubblicazione di lavori scientifici su riviste, atti di convegni internazionali e conferenze in Italia, sul Uranio impoverito, questo articolo cerca di fare una stima del possibile impatto ambientale e sulla salute dell’uso di uranio impoverito nella guerra di Libia (2011). Notizie riguardanti il suo utilizzo sono apparse nei mezzi di informazione fin dall’inizio del conflitto.[2]
Per le sue peculiari caratteristiche fisiche, in particolare la densità che lo rende estremamente penetrante, ma anche il basso costo (il DU costa alla produzione circa 2$ al kg) e la scomodità di trattarlo come rifiuto radioattivo, il DU ha trovato eccellenti modalità di utilizzo in campo militare...
Leggi tutto, da comedonchisciotte

"... alle spiagge di Tripoli"

"From the Halls of Montezuma,

To the shores of Tripoli;
We fight our country's battles
In the air, on land, and sea;
First to fight for right and freedom
And to keep our honor clean:
We are proud to claim the title
Of United States Marine..."

L'inno dei Marines è stato scritto nel 1911. Le "spiagge di Tripoli" citate sono quelle verso le quali i Marines si recarono nella loro prima prova del fuoco, agli inizi dell'800, durante la prima delle Barbary War. Evidentemente, c'è nostalgia... [SGA].

giovedì 24 marzo 2011

Sempre più evidenti le menzogne dell’imperialismo

By Huang Xiangyang, «China Daily», 2011-03-22
«L’azione militare congiunta delle potenze occidentali contro le forze del colonnello Gheddafi equivale a una guerra non dichiarata contro una nazione sovrana». «I discorsi sulle “indicicibili atrocità” commesse da Gheddafi hanno un suono simile alle accuse (di alcuni anni fa) relative allo sviluppo delle armi di distruziione di massa ad opera di Saddam Hussein».

Völkerrecht contra Bürgerkrieg
Ob man Diktatoren zum Teufel jagen soll, ist die eine Frage - selbstverständlich soll man das, so gut es geht. Man muss sich aber auch dem trostlosen Befund aussetzen: Die Intervention der Alliierten in Libyen steht auf brüchigem normativem Boden.
Von Reinhard Merkel, «Frankfurter Allgemeine Zeitung», 22. März 2011 2011-03-22
"Gheddafi non combatte contro civili. E’ illegale l’intervento militare dell’Occidente nella guerra civile libica"
[Ringraziamo Andreas Wehr per la segnalazione, DL]

di Andrea Malaguti, Stampa di lunedì 21 marzo 2011, pagina 7

by Mike Hamilton, Sunday Mirror 20/03/2011

Carissimo Prof.
condivido quanto dici su Libia e Obama. Sembri mio padre Sergio. Sei purtroppo uno dei pochi che dicono le cose come stanno. Che tristezza Napolitano! Ricordo sempre le parole di Sergio Bellone: "speriamo che Napolitano non faccia carriera, è il peggior compagno che conosco".
un caro saluto
Boris Bellone

[Sergio Bellone, condannato a 14 anni di carcere dal Tribunale speciale fascista, nel 1940, in quanto iscritto al partito comunista d'Italia. Liberato dopo il 25 luglio 1943, fu tra gli organizzatori della Resistenza in Piemonte, tra le formazioni Garibaldine. Esperto in esplosivi in quanto ingegnere minerario, fu protagonista nel sabotaggio delle linee ferroviarie che collegano l'Italia alla Francia. Nominato responsabile quindi del sabotaggio e controsabotaggio per il Piemonte dal CLNAI. Libertario e terzomondista e anticolonialista, ha lavorato come ingegnere nelle miniere jugoslave dopo la Liberazione. Testimone della grande tolleranza in Kosovo, dove lavorava a fianco di Serbi, Croati, Albanesi e altre minoranze immerso nell'entusiasmo e nella fratellanza. Scandalizzato per l'attacco infame alla Jugoslavia durante il governo D'Alema]

DL Il presidente naplitano sta svolgendo un ruolo molto positivo nel contrastare le manvre secessioniste della Lega. Ma, per quanto riguarda la poltica internazionale… Rinvio a quello che ho scritto nel 1991, in occasione della prima guerra del Golfo (lo si può leggere ora in: «Marx e l bilancio storico del Novecento», La scuola di Pitagora editrice, Napoli 2009):

« In Italia, la spedizione anti-irakena ha coinciso con la fondazione del Partito Democratico della Sinistra e l'emergere nel suo seno di un'agguerrita ala «riformista» che si è distinta per la netta presa di distanza da un'agitazione pacifista subito bollata come demagogica e priva di senso di responsabilità nei confronti della nazione e dei suoi impegni di politica internazionale. Napolitano e i suoi ideologi sono venuti così a collocarsi nel solco di una tradizione che ha conosciuto il suo momento culminante nel corso del primo conflitto mondiale»

lunedì 21 marzo 2011

L'attacco alla Libia e la posizione della Cina. Un confronto con i lettori

Caro Domenico... se avrai tempo e voglia di rispondere, vorrei porti un'obiezione su un punto, a proposito di quanto scrivi.
Mi riferisco all'ultima riunione dell'Onu e all'atteggiamento di Cina e Russia (le metto sullo stesso piano, augurandomi che prima o poi si apra una riflessione sull'enigma Putin). Le giustificazioni che tu adduci, comprensibili e francamente plausibili, non sono però sufficienti per condividere l'atteggiamento di Cina e Russia. Certe riunioni dell'Onu fanno parte della campaga mediatica per addomesticare l'opinione pubblica occidentale. Oggi stesso Napolitano ha sottolineato che l'Italia non è in guerra ma partecipa a una missione Onu. Tutte le guerre imperialiste sono finite per una duplice ragione, la Resistenza trovata n loco e l'orientamento dell'opinione pubblica del paese aggressore, una sorta di mix.
La scelta cinese sa troppo di Realpolitik, è vera la citazione di Mao che fai ma è di difficile comprensione per chi, in Libia, sta resistendo all'ennesima aggressione militare Usa. O no? Sul tema della guerra e del più generale diritto all'autodeterminazione dei popoli è nato il movimento comunista in tutto il mondo, con lo slancio del '17 bolscevico.
E' vero il detto che le uniche guerre che si perdono sono quelle che non si combattono, la stessa resistenza del gruppo dirigente libico lo dimostra, due settimane fa tutti davano tale dirigenza per spacciata. Tra l'altro l'obiettivo degli Usa nel grande Medio Oriente non è la Libia ma la Cina.

Ho letto l'articolo di Losurdo che condivido in larga parte, mi resta difficile invece capire il modo in cui giustifica l'astensione di Russia e Cina. Mi sembra ridicolo sostenere che si sono astenuti avendo in cambio il non intervento via terra delle forze occidentali, così come non si capisce quali interessi nazionali hanno salvaguardato, sarebbe interessante sapere quali sono visto che Losurdo non ce li racconta ma lo sostiene. Cavalieri Tiziano

Caro Professore,
ottimo articolo che in sintesi esprime tutto ciò che pensavo sulla farsa della "rivoluzione" Libica. Tuttavia non mi è chiaro il significato dell'ultimo perido in riferimento alla Cina ed a Mao. In verità sono rimasto molto deluso dalla Cina e dalla politica del compromesso. Un veto avrebbe rappresentato una posizione anti-imperialista netta ed un messaggio chiaro ai popoli in lotta.
Cordiali saluti, Matteo

Caro professore, io ritengo che la neutralità sarebbe stata la decisione più saggia, anche per salvare la faccia...non si tratta solo del governo, ma anche delle opposizioni. Ieri Napolitano stringeva la mano a Gheddafi, oggi improvvisamente Gheddafi diventa il nemico dei diritti dell'astratto individuo libico (dei diritti dell'uomo).
Piergiorgio, 20 marzo 2011 06:05

DL Cominciamo con una considerazione di carattere generale. Da trent’anni il governo di Pechino si attiene alla politica del «basso profilo» (sul piano dei rapporti internazionali), caldamente raccomandata da Deng Xiaoping. E’ bene subito notare che tale politica viene seguita non solo quando sono in gioco gli interessi dell’Irak o della Libia, ma anche quando sono in gioco gli interessi della stessa Cina. Essa esprime regolarmente la sua protesta e la sua indignazione per la vendita di armi a Taiwan (un comportamento che calpesta tutte norme del diritto internazionale), compie anche qualche gesto dimostrativo, ma finisce col riallacciare con Washington persino i rapporti militari (oltre quelli politici e economici). Si potrebbero fare molti altri esempi, ma uno mi sembra particolarmente clamoroso: questa linea è stata seguita in occasione del bombardamento (nel 1999) dell’ambasciata cinese a Belgrado.

La politica del «basso profilo» è opportunista o capitolarda? A me sembra che essa tenga conto saggiamente dei rapporti di forza. I risultati parlano chiaro: nel 1989, dopo piazza Tienanmen, la Repubblica poplare cinese sembrava sull’orlo del crollo, ed era comunque gravemente isolata e stretta in una sorta di cordone sanitario. Oggi la situazione è molto diversa: oltre che sul piano economico, il mutamento nei rapporti di forza comincia (lentamente) a manifestarsi sul piano politico-diplomatico e persino (ancora più lentamente) sul piano militare. D’altro canto, a una politica di «basso profilo» si attiene in qualche modo anche la Russia, che non a caso all’Onu ha votato allo stesso modo della Cina.

E veniamo così all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sul ruolo da essa svolto il dibattito a sinistra è di vecchia data. Negli anni ’60 del Novecento, mentre la rivoluzione anticolonialista sembrava avanzare in modo irresistibile, non mancavano le voci che invitavano a costituire un’Onu dei popoli rivoluzionari, piuttosto che dei governi in larga parte borghesi. Ben si comprende che questo progetto non sia mai stato portato avanti: per altisonanti che possano essere, le proclamazioni non modificano i rapporti di forza.

Dopo la fine della guerra fredda è invece emerso un progetto diverso e contrapposto, ma disgraziatamente ben più realistico, dato che il crollo dell’Urss e del «campo socialista» aveva realmente modificato i rapporti di forza a vantaggio degli Usa. I circoli più aggressivi dell’imperialismo hanno avanzato la proposta di sostituire l’attuale Onu con una cosiddetta «Alleanza delle democrazie», chiamata a promuovere e a legittimare gli interventi contro le «dittature», avvalendosi del poderoso apparato militare della Nato (che continua ad espandersi e che sempre più pretende di essere non un’alleanza militare ben determinata, bensì il braccio armato della «comunità internazionale» in quanto tale). A questa manovra, la cui estrema pericolosità è immediatamente evidente, la Cina contrappone la linea del rafforzamento dell’Onu e del Consiglio di sicurezza: per qualche tempo ha fatto balenare la proposta di una modifica dello Statuto, in base alla quale, per essere valida, la richiesta di veto dovrebbe essere sottoscritta da almeno due membri del Consiglio di sicurezza. Il tentativo è di affermare realmente nella pratica il principio (contenuto già nello Statuto dell’Onu), in base al quale solo il Consiglio di sicurezza di questa organizzazione può legittimare un intervento militare (non la Nato o il G 7 o la statunitense «nazione eletta» da Dio).

Questa linea comporta ovviamente dei prezzi: se il Consiglio di sicurezza fosse regolarmente bloccato dai veti contrapposti, è chiaro che riprenderebbe quota il progetto dell’«Alleanza delle democrazie» con la Nato quale suo braccio armato. In una situazione in cui persino una parte del mondo arabo si è sciaguratamente schierata a favore della «no-fly zone», Cina e Russia hano pensato di limitarsi all’astensione (accompagnata da dichiarazioni di dissenso). Sottolineo: anche la Russia, nonostante che essa non abbia i problemi della Cina, che per i rifornimenti petroliferi dipende in misura non trascurabile dall’Arabia saudita (schierata a favore della «no-fly zone») e che vede le sue linee di comunicazione marittima esposte al pericolo del blocco da parte della flotta Usa.

L’atteggiamento assunto dalla Cina (e dalla Russia) è stato comunque un errore o una manifestazione di opportunismo? E un errore o una manifestazione di opportunismo è la politica del «basso profilo» nel suo compesso? Chi ritiene può affermarlo. Ma, come ho spiegato nell’ultimo capoverso del mio intervento, il compito reale di una forza antimperialista è di sviluppare la sua lotta ideologica e politica nella situazione concreta in cui vive, senza attendersi la salvezza da fuori e da lontano (ieri soprattutto da Mosca e oggi soprattutto da Pechino).

P. S.
Mi sembra qui opportuno un post-scriptum. Chi crede che le mie considerazioni sull’Onu siano dettate dalla contingenza politica e dal «giustificazionismo» nei confronti della Cina, può leggere quello che io ho scritto nell’ultimo paragrafo di un libro pubblicato un anno fa («La non-violenza. Una storia fuori dal mito»).

sabato 19 marzo 2011

Una nuova operazione coloniale contro la Libia

Domenico Losurdo, 18 marzo 2011

Dopo aver bloccato con un veto solitario una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che condannava l’espansionismo coloniale di Israele nella Palestina occupata, ora gli Usa si atteggiano di nuovo a interpreti e campioni della «comunità internazionale». Hanno convocato il Consiglio di sicurezza, ma non per condannare l’intervento delle truppe saudite in Bahrein ma per esigere e infine imporre il varo della «no-fly zone» e di altre misure di guerra contro la Libia.



Peraltro, alcune misure di guerra erano state già intraprese unilateralmente da Washington e da alcuni dei suoi alleati: lo dimostrano l’addensarsi della flotta militare statunitense al largo delle coste libiche e il ricorso al classico strumento colonialista della politica delle cannoniere. Ma Obama non si era fermato qui: più volte nei giorni scorsi aveva intimato minacciosamente a Gheddafi di abbandonare il potere; aveva fatto appello all’esercito libico a inscenare un colpo di Stato. Ma l’aspetto più grave è un altro. Assieme a Gran Bretagna e Francia, gli Usa hanno da un pezzo sguinzagliato i loro agenti per porre i funzionari libici dinanzi a un dilemma: o passare dalla parte dei ribelli oppure essere deferiti alla Corte penale internazionale e trascorrere il resto della loro vita in galera, in quanto responsabili di «crimini contro l’umanità».



Al fine di coprire la ripresa delle più infami pratiche colonialiste, si è scatenato il consueto, gigantesco apparato multimediale di manipolazione e disinformazione. E, tuttavia, basta leggere con un minimo di attenzione la stessa stampa borghese per accorgersi dell’inganno. Giorno dopo giorno si è ripetuto che gli aerei di Gheddafi bombardavano la popolazione civile. Ma ecco cosa scriveva Guido Ruotolo su «La Stampa» del 1 marzo (p. 6): «E’ vero, probabilmente non c’è stato nessun bombardamento». La situazione è radicalmente cambiata nei giorni successivi? Sul «Corriere della Sera» del 18 marzo (p. 3) Lorenzo Cremonesi riferisce da Tobruk: «E come è già avvenuto nelle altre località dove è intervenuta l’aviazione, sono stati per lo pù raid di avvertimento. “Volevano spaventare. Tanto rumore e nessun danno”, ci ha detto per telefono uno dei portavoce del governo provvisorio». Dunque, sono gli stessi rivoltosi a smentire il «genocidio» e i «massacri» invocati come giustificazione dell’intervento «umanitario».



A proposito di rivoltosi. Giorno dopo giorno vengono celebrati quali campioni della democrazia nella sua purezza, ma ecco in che termini la loro ritirata dinanzi alla controffensiva dell’esercito libico è stata raccontata da Lorenzo Cremonesi sul «Corriere della Sera» del 12 marzo (p. 13): «Nella confusione generale anche episodi di saccheggio. Quello più visibile nell’albergo El Fadeel, dove hanno portato via televisioni, coperte, materassi e trasformato le cucine in pattumiere, i corridoi in bivacchi sporchi». Non sembra essere il comportamento proprio di un movimento di liberazione! Il meno che si possa dire è che la visione manichea dello scontro in Libia non ha alcun fondamento.



Ancora. Giorno dopo giorno vengono denunciate le «atrocità» della repressione in Libia. E ora leggiamo quello che sull’«International Herald Tribune» scrive, a proposito del Bahrein, Nicholas D. Kristof: «Nelle scorse settimane ho visto cadaveri di manifestanti, colpiti a breve distanza con colpi d’arma da fuoco, ho visto una ragazza contorcersi per il dolore dopo essere stata bastonata, ho visto il personale di ambulanze picchiato per aver tentato di salvare manifestanti» E ancora: «Un video dal Bahrein sembra mostrare forze di sicurezza che a pochi metri di distanza colpiscono al petto con un candelotto lacrimogeno un uomo di mezza età e disarmato. L’uomo cade a terra e cerca di rialzarsi. Ed ecco allora che lo colpiscono con un candelotto alla testa». Se tutto questo non bastasse, si tenga presente che «negli ultimi giorni le cose vanno molto peggio». Prima ancora che nella repressione, la violenza si esprime già nella vita quotidiana: la maggioranza sciita è costretta a subire un regime di «apartheid».



A rafforzare l’apparato di repressione provvedono «mercenari stranieri» e «carri armati, armi e gas lacrimogeni» statunitensi. Decisivo è il ruolo degli Usa, come chiarsice il giornalista dell’«International Herald Tribune», riferendo di un episodio che è di per sé illuminante: «Alcune settimane fa il mio collega del “New York Times” Michael Slackman fu catturato dalle forze di sicurezza del Bahrein. Egli mi ha raccontato che esse puntarono le armi contro di lui. Temendo che stessero per sparare, egli tirò fuori il passaporto e gridò che era un giornalista americano. A partire da quel momento l’umore cambiò in modo improvviso; il leader del gruppo si avvicinò e prese la mano di Slackman, esclamando con calore: “Non si preoccupi! Noi amiamo gli americani!”».



In effetti in Bahrein è di stanza la Quinta flotta Usa: Non c’è neppure bisogno di dire che essa ha il compito di difendere o imporre la democrazia: ovviamente, non in Bahrein e neppure nello Yemen, ma soltanto … in Libia e nei paesi di volta in volta presi di mira da Washington.



Per ripugnante che sia l’ipocrisia dell’imperialismo, essa non è un motivo sufficiente per passare sotto silenzio le responsabilità di Gheddafi. Se anche storicamente ha avuto il merito di aver spazzato via il dominio coloniale e le basi militari che pesavano sulla Libia, egli non ha saputo costruire un gruppo dirigente sufficientemente largo. Per di più, ha utilizzato i profitti petroliferi per inseguire improbabili progetti «internazionalisti» all’insegna del «Libro verde», piuttosto che per sviluppare un’economia nazionale, moderna e indipendente. E così è stata persa un’occasione d’oro per mettere fine alla struttura tribale della Libia e al dualismo di vecchia data tra Tripolitania e Cirenaica e per contrapporre una solida struttura economico-sociale alle rinnovate manovre e pressioni dell’imperialismo.



E, tuttavia, da un lato abbiamo un leader del Terzo Mondo che in modo rozzo, confuso, contraddittorio e bizzarro persegue una linea di indipendenza nazionale; dall’altro un leader che a Washington esprime in modo elegante, levigato e sofisticato le ragioni del neo-colonialismo e dell’imperialismo: ebbene, solo chi è sordo alla causa dell’emancipazione dei popoli e della democrazia nei rapporti internazionali, oppure solo chi si lascia guidare dall’estetismo piuttosto che dal ragionamento politico può schierarsi con Obama (e Cameron e Sarkozy)!



Ma poi è realmente elegante e fine Obama che, pur insignito del premio Nobel per la pace, neppure per un attimo prende in considerazione la saggia proposta dei paesi latino-americani, l’invito cioè da Chavez ed altri rivolto alle parti in lotta in Libia perché compiano uno sforzo per la composizione pacifica del conflitto e per la salvezza e l’integrità territoriale del paese? Subito dopo il voto all’Onu, andando oltre la risoluzione appena votata, il presidente Usa ha lanciato un ultimatum a Gheddafi e ha preteso di lanciarlo in nome della «comunità internazionale». Da sempre l’ideologia dominante rivela il suo razzismo identificando l’umanità con l’Occidente; ma questa volta dalla «comunità internazionale» sono esclusi non solo i due paesi più popolosi del mondo, ma persino un paese-chiave dell’Unione europea. Attegiandosi a interprete della «comunità internazionale», Obama ha mostrato un’arroganza razzista persino peggiore di quella di cui davano prova nel passato coloro che schiavizzavano i suoi antenati.



E’ elegante e fine Cameron che, per sconfiggere l’opposizione interna alla guerra, ripete ossessivamente che essa risponde agli «interessi nazionali» della Gran Bretagna, come se non fossero già chiari gli appetiti per il petrolio libico? Chi non sa che questi appetiti sono diventati ancora più voraci, una volta che la tragedia del Giappone ha gettato un’ombra pesante sull’energia nucleare?



E che dire poi di Sarkozy? Sui giornali si può leggere tranquillamente che egli, oltre che al petrolio, pensa alle elezioni: quanti libici il presidente francese ha bisogno di ammazzare per far dimenticare i suoi scandali e le sue gaffes e assicurarsi così la rielezione?



I giornalisti e gli intellettuali di corte amano dipingere un Gheddafi isolato e incalzato da un popolo coralmente unito, ma chi ha seguito gli avvenimenti non ha avuto difficoltà a rendersi conto del carattere grottesco di questa rappresentazione. Il recente voto al Consiglio di sicurezza ha smascherato un’altra manipolazione, quella che favoleggia di una «comunità internazionale» unita nella lotta contro la barbarie. In realtà, si sono astenuti, esprimendo forti riserve, Cina, Russia, Brasile, India e Germania! I primi due paesi non sono andati oltre l‘astensione e non hanno posto il veto per una serie di ragioni: intanto, non bisogna perdere di vista il fatto che tuttora non è facile e può comportare problemi di vario genere sfidare la superpotenza solitaria. Ma, ovviamente, non si tratta solo di questo: Cina e Russia hanno ottenuto in cambio la rinuncia all’invio di truppe di terra (e di occupazione coloniale); hanno evitato interventi militari unilaterali di Washington e dei suoi più stretti alleati, come quelli messi in atto contro la Jugoslavia nel 1999 e nell’Irak nel 2003; hanno cercato di contenere le manovre dei circoli più aggressivi dell’imperialismo che vorrebbero delegittimare l’Onu e mettere al suo posto la Nato e l’«Alleanza delle democrazie»; per di più si è aperta una contraddizione nell’ambito dell’imperialismo occidentale guidato dagli Usa, come dimostra il voto della Germania.



Con riferimento in particolare a un paese come la Cina diretto da un partito comunista, va osservato che il compromesso che esso ha ritenuto di accettaree non vincola in alcun modo i popoli del mondo. Come ai suoi tempi ha spiegato Mao Zedong, una cosa sono le esigenze di politica internazionale e i compromessi propri di paesi di orientamento socialista o progressista, altra cosa è invece la linea politica di popoli, classi sociali e partiti politici che non hanno conquistato il potere e non sono quindi impegnati nella costruzione di una nuova società. Una cosa è chiara: l’aggressione che si prepara contro la Libia rende più che mai urgente il rilancio della lotta contro la guerra e l’imperialismo.



Versione francese
Une nouvelle opération coloniale contre la Libye
traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio, da www.mondialisation.ca

Versione portoghese
Nova operação colonial contra a Líbia
Tradução de Ana Maria Dávila, da http://www.conversaafiada.com/