martedì 27 gennaio 2015
giovedì 22 gennaio 2015
Un'intervista su "La Sinistra assente"
|
La sinistra assente Intervista con Domenico Losurdo
a cura di Francesco Algisi
Domenico Losurdo
è professore emerito di Storia della filosofia presso l'Università
degli Studi di Urbino. Autore di numerose pubblicazioni – tra le quali
ricordiamo "Controstoria del liberalismo" (Laterza, 2006), "Stalin.
Storia e critica di una leggenda nera" (Carocci, 2008), "La lotta di
classe" (Laterza, 2013), "Nietzsche, il ribelle aristocratico" (Bollati
Boringhieri, 2014, II edizione) – ha recentemente dato alle stampe "La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra"
(Carocci, 2014). Al pari dei precedenti, anche quest'ultimo saggio si
legge con grande profitto. Su alcuni dei temi affrontati nel testo,
abbiamo rivolto alcune domande all'Autore.
Prof. Losurdo, lei scrive che
"ogni leader sgradito a Washington, che si tratti di Castro, Gheddafi o
Saddam Hussein, sa che deve guardarsi quotidianamente e in ogni istante
della giornata dalle trame e dai tentativi di assassinio orchestrati
dalla CIA" (pag.127). Questo fatto incontestabile giustifica, a suo
avviso, il mancato (o comunque "problematico") sviluppo "di rapporti
realmente democratici all'interno dei paesi più deboli" (pag.136) e
costretti "a vivere sotto l'incubo dell'aggressione" (pag.194) da parte
degli USA?
Rispondo formulando a mia volta una domanda: il pericolo del ripetersi negli USA di attentati terroristici «giustifica» la decisione di rinchiudere a Guantanamo, senza processo e anzi senza neppure una notificazione del reato contestato, persone della più diversa età (compresi ragazzini e vegliardi) e di torturarle sistematicamente? E «giustifica» la decisione di procedere, grazie ai droni, a esecuzioni extragiudiziarie senza curarsi neppure dei cosiddetti «danni collaterali»? Nonostante l'11 settembre, i rischi corsi dai presidenti statunitensi sono ben inferiori a quelli cui erano e sono esposti Castro, bersaglio di innumerevoli tentativi di assassinio, o Gheddafi, in effetti catturato, selvaggiamente torturato e poi assassinato. Possiamo ben criticare il modo in cui Castro, Gheddafi ecc. fronteggiano lo stato d'eccezione, ma senza mai dimenticare che lo stato d'eccezione è imposto loro dall'imperialismo (da considerare il principale responsabile)... |
martedì 20 gennaio 2015
Dal razzismo antisemita al razzismo antiarabo
In questi giorni, coloro stessi che hanno incoraggiato il sedicente
Stato Islamico a distruggere con i mezzi più barbari la Libia di
Gheddafi e la Siria di Assad (due paesi di orientamento laico e
all'insegna della tolleranza religiosa), ora sfruttano l'indignazione
suscitata dall'attacco terroristico di Parigi per scatenare una
crociata, essa stessa fondamentalista, contro il mondo arabo e islamico.
In questo quadro si colloca la celebrazione e santificazione di Oriana
Fallaci, i cui argomenti non fanno altro che rivolgere contro il mondo
arabo e islamico gli argomenti classici dell'antisemitismo
anti-ebraico.Già alcuni anni prima dell'11 settembre un autore
statunitense di dichiarato orientamento conservatore, Samuel Huntington,
era costretto a riconoscere:
«In Europa occidentale, l'antisemitismo verso gli ebrei è stato in larga parte soppiantato dall'antisemitismo verso gli arabi».
Sull'islamofobia ovvero sull'«antisemitismo verso gli arabi» della Fallaci riprendo un paragrafo dal mio libro Il linguaggio dell'Impero. Lessico dell'ideologia americana, Laterza (DL).
«In Europa occidentale,
l’antisemitismo verso gli ebrei è stato in larga parte soppiantato
dall’antisemitismo verso gli arabi» (Samuel P. Huntington)
L’odierna campagna anti-araba e islamofoba individua già nel
Corano le radici dei misfatti addebitati all’odierno radicalismo
islamico. Vale la pena allora di riflettere su un testo classico di
uno dei più famigerati antisemiti (Theodor Fritsch): Le mie prove
contro Jahvé1.
Al posto di Jahvé è ai giorni nostri subentrato Allah! Diamo la
parola alla Fallaci: «Allah non ha nulla a che fare col Dio del
Cristianesimo. Nulla. Non è un Dio buono, non è un Dio Padre. E’
un Dio cattivo […]. E non insegna ad amare: insegna a odiare»2.
E ora apriamo il capitolo secondo del «classico» appena citato
dell’antisemitismo. Balza subito agli occhi il titolo: «La
crudeltà e la misantropia di Jahvé»! A dimostrare queste
caratteristiche provvederebbe la sorte dall’Antico Testamento
riservata agli abitanti di Canaan, sterminati al fine di far posto al
popolo eletto. La conclusione è chiara: «lo spirito della vendetta
e dell’odio», proprio dell’ebraismo, è in irrimediabile
contrasto con «lo spirito della mitezza e della bontà», proprio
del cristianesimo3.
Ma vediamo come si sviluppa ulteriormente la requisitoria ai giorni
nostri pronunciata contro Allah, questo «Dio Padrone»: «Gli esseri
umani non li tratta come figli. Li tratta come sudditi, come schiavi
[…] Non insegna ad essere liberi: insegna a ubbidire»4.
E di nuovo ci imbattiamo nella ripresa in senso anti-arabo e
anti-islamico di un tema centrale dell’antisemitismo propriamente
detto, che con Dühring rimprovera all’ebraismo di rappresentare
Dio solo come «signoria», dinanzi alla quale al fedele non resta
altro che assumere un «atteggiamento sottomesso». Il culto di Jahvé
produce un «uomo servile per natura», il quale si prosterna
tremebondo ad «un signore arbitrario»; il risultato è una «servitù
teologicamente consacrata» (göttliche Knechtschaft)5.
In conclusione, l’ebraismo è «una religione servile», che ispira
una «morale servile» e che non conosce «uomini liberi»6.
Sul banco degli imputati Allah ha preso il posto di Jahvé, ma per il
resto non si notano grandi differenze. «Se questo Corano è tanto
giusto e fraterno e pacifico, come la mettiamo con la storia
dell’Occhio-per-Occhio-e-Dente-per-Dente?»7
– si chiede con appassionata retorica Oriana Fallaci, che ignora
però di plagiare Marr: «’Occhio per occhio, dente per dente’,
afferma la religione di Jahvé»8.
La portabandiera dell’odierna islamofobia si rivela meno informata
del patriarca dell’antisemitismo: la legge del taglione il Corano
la desume, in forma forse indebolita, da un testo sacro all’Occidente
ebraico-cristiano, e cioè dall’Antico Testamento, dov’essa
ricorre insistentemente: «vita per vita, occhio per occhio, dente
per dente, mano per mano, piede per piede, ustione per ustione,
ferita per ferita, lividura per lividura» (Esodo, XXI, 23-5; cfr.
anche Levitico, XXIV, 19-20; Deuteronomio, XIX, 21).
Così anche per la «guerra santa». L’Antico Testamento celebra le
«guerre del Signore» (1 Samuele, XVIII, 17; XXV, 28; Numeri,
XXI, 14). Il motivo, che oggi viene spesso evocato per mettere in
stato d’accusa il mondo arabo e islamico, è stato a lungo agitato
contro gli ebrei ad opera dell’antisemitismo propriamente detto.
Riportando e sottoscrivendo il testo di un altro esponente di primo
piano dell’antisemitismo tedesco (Adolf Wahrmund), Theodor Fritsch
vede nell’ebraismo collocato in Occidente un esercito nemico pronto
a condurre «la guerra santa» contro gli stessi popoli che lo
ospitano9.
La religione impedisce ai seguaci di Maometto di accettare lo Stato
laico e moderno: è il cavallo di battaglia dell’odierna
islamofobia: lo ritroviamo, con qualche variante, nei «classici»
dell’antisemitismo. In Dühring possiamo leggere: come può lo
Stato moderno, fondato sul principio dell’«uguaglianza», essere
accettato lealmente da coloro che si considerano «gli eletti»,
ovvero «l’aristocrazia dell’umanità voluta da Dio»?10
Come possono i fedeli di una religione tutta attraversata dalla
dicotomia popolo eletto/gentili obbedire con lealtà e sincerità
alle autorità del paese in cui vivono e riconoscere realmente come
loro concittadini i suoi abitanti? Ovvero, per dirla con Marr:
l’«ebraismo» ha il torto di rivendicare «la partecipazione
politica egualitaria alla legislazione e amministrazione di quello
Stato che esso nega teocraticamente»11.
Quest’ultimo termine ci fa sobbalzare. Ai giorni nostri non si
contano le denunce contro la funesta teocrazia, che impedirebbe ad
arabi ed islamici di comprendere le ragioni della modernità e della
laicità. E di nuovo obbligata è la lettura di Dühring: per gli
ebrei «la religione è tutto», ed essi sono ossessionati dal «culto
della teocrazia», dall’«idolo di una teocrazia»12.
Sì – incalza Marr – a caratterizzare il giudaismo è il
«fanatismo teocratico» ovvero il «fanatismo
veterotestamentario della religione di Jahvé»13.
Ci imbattiamo in un sostantivo che ci dà da pensare. Oggi, è
divenuto una sorta di sport popolare denunciare l’intolleranza e il
fanatismo del mondo arabo e islamico. Nulla di nuovo sotto il sole!
Oltre a Marr conviene rileggere Dühring: «il maomettanesimo, e
ancor più il giudaismo, deve opprimere o essere oppresso, non c’è
una terza possibilità»; solo se rinnegassero se stesse, le due
religioni «potrebbero essere tolleranti sul serio»14.
Ed ora diamo la parola a Chamberlain: estranei alla modernità, i
semiti non sono in grado di apprezzare l’idea di tolleranza cara ai
«popoli indo-europei»; dove incontriamo «il divieto della libertà
di pensiero, il principio dell’intolleranza nei confronti delle
altre religioni, il fanatismo infuocato», possiamo esser certi che
abbiamo a che fare con idee o stirpi semitiche (che si tratti degli
ebrei o degli arabi)15.
In modo analogo argomentano i circoli antisemiti inglesi i quali,
subito dopo la rivoluzione d’ottobre, la spiegano con lo scatenarsi
contro la Russia cristiana di un «fanatismo ebraico» così
esaltato, da trovare paralleli solo tra «le sette più radicali
dell’islam»16.
Siamo in presenza di un motivo che, con lo sguardo ovviamente rivolto
in primo luogo all’ebraismo, diviene in Hitler la chiave di lettura
della storia universale. Sì, l’«impazienza fanatica» esprime
l’«essenza giudaica»: bisogna «dolorosamente prendere atto che
nel mondo antico, molto più libero, il terrore spirituale è
sopraggiunto con l’avvento del cristianesimo», esso stesso
ebraico; d’altro canto, il fanatismo ebraico continua a
manifestarsi con il marxismo e il socialismo17.
In sintesi. La «tolleranza ariana» che Chamberlain contrapponeva
all’«intolleranza semitica»18
è divenuta oggi la tolleranza occidentale che celebra i suoi trionfi
sull’intolleranza islamica!
1
Fritsch 1911.
2
Fallaci 2005b, p. 3.
3
Fritsch 1911, pp. 54-5.
4
Fallaci 2005b, p. 3.
5
Dühring 1897, pp. 55 e 156-7.
6
Dühring 1881, pp. 24 e 30-1.
7
Fallaci 2002a, p. 88.
8
Marr 1879, p. 10.
9
Fritsch 1893, p. 105.
10
Dühring 1881, p. 109.
11
Marr 1879, p. 21.
12
Dühring 1881, pp. 49 e 46; Dühring 1897, p. 64.
13
Marr 1879, pp. 15 e 26.
14
Dühring 1881, p. 97.
15
Chamberlain 1937, p. 493.
16
Kadish 1992, pp. 28-9.
17
Hitler 1939, pp. 506-7.
18
Chamberlain 1937, p. 509.
giovedì 15 gennaio 2015
Siamo tutti Charlie?
Riprendo da International Solidarity Movement - Italia [DL].
Perché non
siamo Charlie a partire da una sentenza di morte arrivata a Gideon
Levy
Domenica mentre
Parigi si accingeva a tenere la grande manifestazione a difesa dei
valori
dell'occidente,
l’AURDIP (Association des Universitaires pour le Respect du Droit International
en Palestine) ha emesso questo comunicato: «L’AURDIP s’associe à l’AFPS pour
dénoncer la provocation obscène que constitue la participation de Benjamin
Netanyahou à la “marche républicaine” organisée à Paris après les attentats
meurtriers contre le journal Charlie Hebdo et une épicerie
casher».
Sempre domenica
appariva su Haaretz un articolo di Gideon Levy, Meanwhile, Gideon Levy receives a
death threat,
che così inizia:
«Una lettera
minacciosa inviata a Haaretz mostra che non sono solo gli estremisti islamici
che cercano di impedire la libertà di stampa con la violenza.
“La corte
europea per i crimini antisemiti. La squadra esecutiva della
Corte.
“Re:
Procedimenti contro i partecipanti ad attività
anti-israeliane.
“La Corte è
stata richiesta di esaminare le attività contro Israele del giornalista Gideon
Levy.
“Il testimone
numero 1 ha mostrato l'articolo ‘Lowest deeds from loftiest heights’ (Haaretz,
July 15, 2014)…Il
chairman della corte: La corte è stata convinta che si tratta di propaganda
filo-nazista. Una volta che questo è stato provato, la corte non ha nessuna
discrezionalità sul verdetto, quindi il sopracitato imputato è condannato a
morte. Data la dimensione del danno causato, la sua eliminazione deve avvenire
rapidamente. Morte per accidente: veleno, vespe, serpenti, virus,
etc.
“P.S: La corte
Pulsa Denura non ha nessuna connessione con i sistemi di sicurezza
israeliani… Questa
corte è alla caccia dei nemici di Israele ovunque siano e i verdetti saranno
eseguiti dalle squadre di esecuzione della corte”.
Questa lettera,
scritta in inglese, è arrivata la scorsa settimana a Haaretz, in una busta
spedita da Tel Aviv. Questa lettera non è stata scritta da un musulmano. Al
fondo era scritto: “Orange pips significano morte.” Pips sono stati attaccati
nel retro della lettera.
Il titolo di una
storia di Sherlock Holmes è “The Five Orange Pips,” e tratta di una lettera di
minaccia di morte. Questa non è la prima minaccia contro un giornalista, né
l'ultima».
L'articolo
‘Lowest deeds from loftiest heights’ inizia così: «Gli eroici piloti di Israele premono
bottoni e joysticks, combattendo il popolo più debole e indifeso. Sono tra i
soldati più addestrati e brillanti…Per anni sono addestrati per il loro
lavoro, in elettronica e in avionica, strategia e tattiche, e naturalmente a
volare. Sono la gioventù più raffinata di Israele, destinata alla
grandezza…Sono
quelli che diventati piloti, i mgliori piloti, ora stanno commettendo gli atti
peggiori, i più crudeli, i più spregevoli».
Gideon Levy
durante l'operazione Protective Edge è stato insultato e minacciato a più
riprese, è stato costretto, nell'unica democrazia in Medio Oriente, a girare con
una scorta, il 22 dicembre è stato tenuto per ore in arresto in Cisgiordania
dall'IDF, insieme al suo fotografo. Ora siamo a una delirante sentenza di
morte.
La
manifestazione di Parigi è stata un'altra iniziativa di distrazione di
massa per
giustificare e proseguire le guerre in corso e per introdurre ulteriori misure
repressive. Si respira un clima di revanscimo fascista e
neocoloniale.
La cosa
importante, come ha scritto Olivia Zemor (CAPJPO-EuroPalestine), è quella di
rimanere attivi, di unire le forze contro tutti i massacri, contro tutte le
ingiustizie, contro tutte le forme di razzismo e contro tutti gli sforzi di
limitare il nostro sostegno agli oppressi, dopo che le grandi potenze hanno
cantato lo stesso inno alla libertà di espresione.
Non
rinunceremo, non ci ritireremo nei nostri gusci, non ci faremo intimidire o
paralizzare dalla nausea.
In solidarietà
con Gideon Levy.
ISM-Italia,
sabato 10 gennaio 2015
Dopo Parigi: l'Occidente come baluardo della libertà di espressione e dei diritti individuali?
Sull’onda dell’attacco terroristico di Parigi, i media occidentali in coro si atteggiano a campioni della libertà di espressione. Che ipocrisia ripugnante! Riporto qui una pagina dal mio libro: «La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra» [DL].
... Vediamo quale sorte nel corso della guerra contro la Jugoslavia è stata riservata alla libertà di stampa e di espressione. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1999, a conclusione di un’azione preordinata e rivendicata dai più alti comandi, gli aerei statunitensi ed europei distruggevano l’edificio della televisione serba, uccidendo e ferendo gravemente decine di giornalisti e impiegati che vi lavoravano. Non si tratta affatto di un caso isolato: «Nel momento probabilmente più difficile per il fronte dei ribelli, la NATO torna a bombardare pesantemente l’area di Tripoli nel tentativo di frenare la propaganda di Gheddafi»; le bombe colpivano questa volta la televisione libica, messa a tacere mediante la distruzione delle strutture e l’uccisione dei giornalisti (Cremonesi 2011d). Oltre a violare la Convenzione di Ginevra del 1949, che vieta gli attacchi deliberati contro la popolazione civile, tali comportamenti calpestavano la libertà di stampa e la calpestavano sino al punto di condannare a morte i giornalisti televisivi jugoslavi e libici colpevoli di non condividere l’opinione dei vertici della NATO e di ostinarsi a condannare l’aggressione subita dal loro paese.
È nota la risposta che a tutto ciò amano fornire i vertici politici e militari dell’Occidente nonché i difensori d’ufficio dell’Impero: schierandosi a favore di Milosevic o di Gheddafi (e indirettamente della loro politica «genocida») i giornalisti serbi e libici non si limitavano a esprimere un’opinione ma istigavano a un reato e quindi commettevano un crimine. Avrebbe potuto essere l’occasione per un dibattito sul ruolo della stampa e dei media in generale: qual è il confine che separa la libertà di opinione e di informazione dall’incitamento al crimine? Per fare solo un esempio, non c’è dubbio che le testate giornalistiche, le radio, le televisioni cilene, alla vigilia dell’11 settembre messesi al servizio della CIA e da essa lautamente finanziate, hanno svolto un ruolo golpista e criminale, si sono rese corresponsabili dei crimini perpetrati dal regime imposto da Augusto Pinochet e dai governanti di Washington (Chierici 2013, p. 39). Questo dibattito non ha mai avuto luogo. Se si fosse svolto, prima di essere assassinati, i giornalisti serbi avrebbero potuto obiettare ai loro accusatori: quali responsabili di crimini dovevano essere bollati, nella loro stragrande maggioranza, i giornalisti occidentali; essi giustificavano o celebravano l’azione della NATO (scatenata contro la Jugoslavia senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e quindi contraria al diritto internazionale) e i suoi bombardamenti (spesso all’uranio impoverito), che sistematicamente distruggevano infrastrutture civili e non risparmiavano persone innocenti e donne e bambini. E in modo analogo, con qualche piccola variante, prima di essere assassinati, avrebbero potuto argomentare i giornalisti libici.
Al dibattito è stato preferito il ricorso alle bombe, in ultima analisi il ricorso al plotone di esecuzione. A decidere sovranamente cos’è un’opinione e cos’è un reato sono l’Occidente e la NATO, coloro che dispongono dell’apparato militare (e multimediale) più potente; i più deboli possono esprimere la loro opinione solo a loro rischio e pericolo. Cosa pensare di una «libertà di espressione» che può essere sovranamente cancellata dai padroni del mondo proprio quando essa sarebbe più necessaria, in occasione di guerre e di aspri conflitti?
In tema di libertà di espressione e di stampa c’è una circostanza che dà da pensare: fra i giornalisti ai giorni nostri più famosi sono da annoverare Julian Assange, che con WikiLeaks ha portato alla luce fra l’altro alcuni crimini di guerra commessi dai contractors statunitensi in Irak, e Gleen Greenwald, che ha richiamato l’attenzione sulla rete universale di spionaggio messa in piedi dagli USA: il primo, tempestivamente accusato di violenza sessuale e timoroso di essere estradato oltre Atlantico, si è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra; il secondo, pur non essendo sottoposto ad alcun provvedimento giudiziario, sembra terrorizzato e a Rio de Janeiro «vive cambiando in continuazione tetto, numeri di telefono ed e-mail» (Molinari 2013b). È da aggiungere che la fonte del primo giornalista (Bradley Manning) è in carcere, dove rischia di trascorrere il resto della sua vita, mentre la fonte del secondo (Edward Snowden), pur rifugiato a Mosca, non si sente affatto al sicuro e vive in una sorta di clandestinità.
***
I media occidentali in coro esprimono la loro indignazione per il comportamento dell’ISIS. E di nuovo ripugnante risulta loro ipocrisia. Il fondamentalismo islamico non solleva obiezioni quando infuria contro la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad, cioè contro i paesi presi di mira dall’Occidente. Sempre dal mio libro «La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra» riprendo un paragrafo [DL]:
È nota la risposta che a tutto ciò amano fornire i vertici politici e militari dell’Occidente nonché i difensori d’ufficio dell’Impero: schierandosi a favore di Milosevic o di Gheddafi (e indirettamente della loro politica «genocida») i giornalisti serbi e libici non si limitavano a esprimere un’opinione ma istigavano a un reato e quindi commettevano un crimine. Avrebbe potuto essere l’occasione per un dibattito sul ruolo della stampa e dei media in generale: qual è il confine che separa la libertà di opinione e di informazione dall’incitamento al crimine? Per fare solo un esempio, non c’è dubbio che le testate giornalistiche, le radio, le televisioni cilene, alla vigilia dell’11 settembre messesi al servizio della CIA e da essa lautamente finanziate, hanno svolto un ruolo golpista e criminale, si sono rese corresponsabili dei crimini perpetrati dal regime imposto da Augusto Pinochet e dai governanti di Washington (Chierici 2013, p. 39). Questo dibattito non ha mai avuto luogo. Se si fosse svolto, prima di essere assassinati, i giornalisti serbi avrebbero potuto obiettare ai loro accusatori: quali responsabili di crimini dovevano essere bollati, nella loro stragrande maggioranza, i giornalisti occidentali; essi giustificavano o celebravano l’azione della NATO (scatenata contro la Jugoslavia senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e quindi contraria al diritto internazionale) e i suoi bombardamenti (spesso all’uranio impoverito), che sistematicamente distruggevano infrastrutture civili e non risparmiavano persone innocenti e donne e bambini. E in modo analogo, con qualche piccola variante, prima di essere assassinati, avrebbero potuto argomentare i giornalisti libici.
Al dibattito è stato preferito il ricorso alle bombe, in ultima analisi il ricorso al plotone di esecuzione. A decidere sovranamente cos’è un’opinione e cos’è un reato sono l’Occidente e la NATO, coloro che dispongono dell’apparato militare (e multimediale) più potente; i più deboli possono esprimere la loro opinione solo a loro rischio e pericolo. Cosa pensare di una «libertà di espressione» che può essere sovranamente cancellata dai padroni del mondo proprio quando essa sarebbe più necessaria, in occasione di guerre e di aspri conflitti?
In tema di libertà di espressione e di stampa c’è una circostanza che dà da pensare: fra i giornalisti ai giorni nostri più famosi sono da annoverare Julian Assange, che con WikiLeaks ha portato alla luce fra l’altro alcuni crimini di guerra commessi dai contractors statunitensi in Irak, e Gleen Greenwald, che ha richiamato l’attenzione sulla rete universale di spionaggio messa in piedi dagli USA: il primo, tempestivamente accusato di violenza sessuale e timoroso di essere estradato oltre Atlantico, si è rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra; il secondo, pur non essendo sottoposto ad alcun provvedimento giudiziario, sembra terrorizzato e a Rio de Janeiro «vive cambiando in continuazione tetto, numeri di telefono ed e-mail» (Molinari 2013b). È da aggiungere che la fonte del primo giornalista (Bradley Manning) è in carcere, dove rischia di trascorrere il resto della sua vita, mentre la fonte del secondo (Edward Snowden), pur rifugiato a Mosca, non si sente affatto al sicuro e vive in una sorta di clandestinità.
***
I media occidentali in coro esprimono la loro indignazione per il comportamento dell’ISIS. E di nuovo ripugnante risulta loro ipocrisia. Il fondamentalismo islamico non solleva obiezioni quando infuria contro la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad, cioè contro i paesi presi di mira dall’Occidente. Sempre dal mio libro «La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra» riprendo un paragrafo [DL]:
Il ritorno delle donne di conforto» e della schiavitù sessuale
Proprio a tale proposito la barbarie del sussulto neocolonialista attualmente in corso si rivela con particolare evidenza. In Medio Oriente le rivoluzioni anticoloniali hanno comportato un netto avanzamento dell’emancipazione femminile, imposta però a una società civile ancora largamente egemonizzata da costumi patriarcali e maschilisti tanto più pervicaci in quanto santificati da una secolare tradizione religiosa. È su questa cultura e questi ambienti che l’Occidente ha fatto leva per riaffacciarsi prepotentemente su un’area da esso a lungo dominata. I risultati sono devastanti: in Libia «la sezione costituzionale della Corte suprema di Tripoli reintroduce la poligamia in nome della legge musulmana». Non si tratta di una svolta inaspettata. Nel «discorso della vittoria» da lui pronunciato il 28 ottobre 2011, il leader imposto dagli aerei NATO e dai miliziani e dal denaro delle monarchie del Golfo si era affrettato «ad annunciare che nella “nuova Libia” ogni uomo avrebbe avuto il diritto di sposare sino a quattro mogli nel pieno rispetto del Corano». Sì:
«A suo dire, era questo uno dei tanti provvedimenti mirati a cancellare per sempre il retaggio della dittatura di Gheddafi. Quest’ultimo, specie nella prima fase più socialista e “nasseriana” del suo quarantennio al potere, aveva cercato di concedere alcune migliorie allo status delle donne, introducendole massicciamente nel mondo del lavoro e appunto limitando, per quanto era possibile in una società tribale come quella libica, la poligamia» (Cremonesi 2013a).
Socialismo, nasserismo? È quello che di più odioso vi può essere agli occhi dell’Occidente neoliberista e neocolonialista; sennonché, la controrivoluzione neocoloniale è al tempo stesso la controrivoluzione antifemminista.
Tra la massa di profughi, a soffrire in modo tutto particolare sono le donne, spesso destinate a essere vendute quali «spose». Vediamo quello che avviene in Giordania: «Tanti tassisti di Amman ormai si sono industriati. Attendono i ricchi sauditi e dei paesi del Golfo all’aeroporto o di fronte agli hotel a cinque stelle. Basta poco per capire cosa vogliono». Le ragazze e le donne siriane sono ricercate per la loro bellezza. E per di più:
«Costano poco, bambine di 15 o 16 anni cedute dalle famiglie per cifre che possono restare nei limiti dei 1. 000 o 2. 000 euro. Una quisquilia, noccioline per gli uomini d’affari del Golfo. Sono abituati a spendere ben di più. Una notte in compagnia di prostitute ucraine in un albergo a Dubai può costare anche il doppio» (Cremonesi 2012b).
E così, i membri dell’aristocrazia corrotta e parassitaria al potere nei paesi del Golfo, da sempre appoggiata dall’Occidente, possono trarre un duplice vantaggio dalla politica di destabilizzazione da loro perseguita in Siria: indeboliscono un regime laico e anzi blasfemo per il fatto di promuovere l’emancipazione delle donne; possono procurarsi a prezzi di svendita donne, ragazze e bambine di bellezza fuori del comune. Va da sé che, nelle aree della Siria conquistate dai «ribelli», le donne sono costrette a subire il ritorno all’Antico regime: esse devono coprire interamente il loro corpo e sono condannate alla segregazione e alla schiavitù domestica.
Ma la tragedia delle donne medio-orientali non ha ancora toccato il suo culmine. Lo scoppio e l’aggravarsi della crisi in Siria hanno fatto emergere la terribile realtà della «jihad del sesso», che qui conviene descrivere a partire sempre dalle corrispondenze della più autorevole stampa occidentale. Convinte da autorità religiose e da predicatori fondamentalisti, soprattutto in Tunisia «prostitute bambine» e «ragazze di famiglie povere, minorenni e spesso analfabete» raggiungono clandestinamente la Siria per offrirsi ai guerrieri islamisti e allietarli tra una battaglia e l’altra, in modo da garantirsi l’accesso al Paradiso. Il lavoro delle «schiave tunisine» è duro: «Molte di loro hanno avuto rapporti sessuali anche con venti, trenta, cento mujaheddin». Alcune restano incinte, e la tragedia così si aggrava: «Nel Maghreb rurale, nei villaggi del Sud tunisino, una madre senza marito è solo una prostituta», per questa ragione spesso non più riconosciuta e rinnegata dagli stessi genitori. Ma chi sono i responsabili di tutto ciò? Non si tratta solo del fondamentalismo tunisino: a incitare alla «guerra santa del sesso» è anche uno «sceicco» dell’Arabia saudita (il paese che non bada a spese per armare i ribelli). D’altro canto, come i guerrieri, cosi le bambine e la ragazze chiamate a offrir loro conforto sessuale raggiungono la Siria «via Libia o Turchia»; e, «secondo un rapporto dell’ONU», a provvedere alle spese di trasporto sono i «soldi del Qatar» (Battistini 2013).
Dunque, oltre ai guerrieri islamici veri e propri, che provengono da ogni angolo del mondo e dallo stesso Occidente, a destabilizzare e a tentare di rovesciare il regime siriano, protagonista di un importante processo di emancipazione della donna, sono ragazze e bambine (soprattutto tunisine) che subiscono una totale de-emancipazione. Siamo portati a pensare alle comfort women, alle donne coreane e cinesi nel corso della seconda guerra mondiale costrette a prostituirsi ai militari dell’esercito di occupazione giapponese bisognosi di «conforto». Se le comfort women propriamente dette erano commiserate dal popolo di appartenenza, le protagoniste o meglio le vittime della «guerra santa del sesso» sono disprezzate e persino ripudiate dal loro stesso popolo. Non c’è dubbio che l’Occidente è corresponsabile di questa infamia, promossa da predicatori e autorità dell’Arabia saudita, finanziata dal Qatar, resa possibile dalla complicità di Turchia e Libia. Si tratta di paesi che godono del sostegno politico o per lo meno della benevola tolleranza di Washington e di Bruxelles. La Turchia fa persino parte della NATO, e il suo governo «mantiene aperto il confine della Siria e consente ai combattenti [islamici] di avere un porto franco nel Sud del paese, mentre armi, denaro contante e altri rifornimenti affluiscono sul campo di battaglia» (Arango 2013). Tra questi «rifornimenti» rientrano evidentemente anche le ragazze e le bambine destinate alla prostituzione sacra e bellica.
Se in questo caso, ad alimentare la «jihad del sesso» sono in teoria delle «volontarie», in altri casi emerge in tutta chiarezza la violenza della schiavizzazione sessuale. Leggiamo ancora sul «Corriere della Sera»:
«I miliziani delle brigate islamiche in Siria hanno un sistema tutto loro per scegliere le donne curde. In genere avviene ai posti di blocco. Salgono sui bus civili con i mitra puntati, si fanno consegnare la lista dei passeggeri dal conduttore e cercano i nomi non arabi. Individuate le più giovani e carine le obbligano a scendere, le fanno genuflettere e poggiando il palmo della mano sulla loro testa le dichiarano “halal”, che nella tradizione indica la carne macellata secondo la legge coranica, così vengono “islamizzate”, purificate, pronte per congiungersi carnalmente con i cavalieri della guerra santa. Violenza di uno solo o di gruppo: le ragazze sono considerate “spose temporanee”. Possono essere trattenute per poche ore, oppure settimane. Alcune tornano a casa, altre alla fine vengono uccise […] A detta di Ipek Ezidxelo, 30 anni, attivista del Partito di Unione Democratica (Pyd), il più importante movimento armato nelle regioni curde siriane, gli estremisti qaedisti, specie gli afgani, ceceni e libici, farebbero a gara per catturare vive le combattenti curde» (Cremonesi 2013b).
Ora più che mai siamo portati a pensare alle comfort women, ora più che mai la realtà della schiavitù sessuale è sotto i nostri occhi in tutta la sua ripugnanza! E di nuovo emerge il ruolo poco lusinghiero dell’Occidente, scarsamente interessato a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sulla tragedia delle donne curde e ancora meno interessato a bloccare l’afflusso in Siria degli stupratori provenienti dalla Libia «liberata» dalla NATO...
mercoledì 7 gennaio 2015
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Domenico Losurdo
è professore emerito di Storia della filosofia presso l'Università
degli Studi di Urbino. Autore di numerose pubblicazioni – tra le quali
ricordiamo "Controstoria del liberalismo" (Laterza, 2006), "Stalin.
Storia e critica di una leggenda nera" (Carocci, 2008), "La lotta di
classe" (Laterza, 2013), "Nietzsche, il ribelle aristocratico" (Bollati
Boringhieri, 2014, II edizione) – ha recentemente dato alle stampe "