
pp. 111-18; pubblicato anche su www.marx21.it e www.materialismostorico.it
4.1. Un terrorismo dell’indignazione
coniugato al passato
Oltre che al presente, il terrorismo
dell’indignazione può essere coniugato al passato. È possibile per così dire
impiccare a un’immagine, vera o falsa e comunque accuratamente e
strumentalmente selezionata, un concorrente, un potenziale nemico, un nemico da
screditare o, più esattamente, da additare al pubblico ludibrio dell’opinione
pubblica internazionale. Nel ricordare ogni anno la tragedia di Piazza
Tienanmen, agli inizi di giugno i media occidentali ripropongono
immancabilmente il fotogramma del giovane cinese che, disarmato, fronteggia con
coraggio un carro armato dell’esercito. Il messaggio che si vuole trasmettere è
chiaro: a sfidare la prepotenza e il dispotismo è un combattente della libertà
al quale l’Occidente non si stanca di rendere omaggio e che solo in Occidente
può trovare la sua patria elettiva.
Ma realmente tutto è così evidente?
Realmente non c’è spazio per il dubbio e la sfumatura? Voler riflettere un po’,
prima di introiettare e far proprio il messaggio manicheo che viene proposto o
che si cerca di imporre, è solo sinonimo di atteggiamento sofistico e di
sordità alle ragioni della morale? Il terrorismo dell’immediata percezione e
indignazione è in agguato. Chi voglia evitare di cadere in trappola farebbe
bene a esitare per un attimo e a porsi alcune domande, prima di giungere a una
conclusione non solo frettolosa ma soprattutto imposta prepotentemente
dall’esterno. Anche a volersi attenere agli anni più recenti, innumerevoli sono
le foto che potrebbero assurgere a simbolo di violenza e di crudeltà. I grandi
mezzi di informazione impegnati nella ricerca di immagini suscettibili di
risvegliare o tener desta la coscienza morale dell’umanità avrebbero solo
l’imbarazzo della scelta: potrebbero richiamare alla memoria le umiliazioni, le
vessazioni e le torture subite dagli irakeni detenuti nella prigione
statunitense di Abu Ghraib; oppure potrebbero riprendere il volto emaciato dei
detenuti (senza processo) di Guantanamo, impegnati in uno sciopero della fame
spezzato dalle autorità carcerarie con una degradante alimentazione forzata e
largamente ignorato dai media occidentali. Oppure, se si vuole qualcosa di più
forte, perché non dare spazio alla figura del «ribelle» che in Siria degusta il
fegato estratto dal cadavere del soldato del regime odiato e combattuto
dall’Occidente?
Ci si vuole concentrare esclusivamente
sugli avvenimenti di piazza Tienanmen? Prendiamo atto che è già avvenuta una
prima selezione. Ma ecco subito intervenire una seconda. Sempre in relazione a
quegli avvenimenti, si potrebbe far ricorso alla foto, che circola su Internet,
del soldato cinese arso vivo dai manifestanti e poi impiccato a un traliccio. A
voler rinunciare alle immagini visive, in modo da concedere un minimo di spazio
alla riflessione, ci si potrebbe affidare alle descrizioni contenute nei Tienanmen Papers, in
Occidente pubblicati con grande clamore e in seguito a una presunta operazione
clandestina e celebrati come la rivelazione definitiva delle infamie che invano
il regime al potere in Cina cerca di occultare. Grazie alla lettura ci
imbattiamo in circostanze e particolari inaspettati:
«Improvvisamente è
sopraggiunto di corsa un giovane, ha gettato qualcosa in un autoblindo ed è
fuggito via. Alcuni secondi dopo lo stesso fumo verde-giallastro è stato visto
fuoriuscire dal veicolo, mentre i soldati si trascinavano fuori e si
distendevano a terra, in strada, tenendosi la gola agonizzanti. Qualcuno ha
detto che avevano inalato gas venefico. Ma gli ufficiali e i soldati nonostante
la rabbia sono riusciti a mantenere l’autocontrollo».
Basterebbe concentrare l’attenzione
sugli spasmi e l’agonia dei soldati colpiti dal gas venefico per far cambiare
radicalmente direzione alle correnti della commozione e dell’indignazione: la
prima si rivolgerebbe all’Esercito popolare di liberazione (che nonostante
tutto riesce a «mantenere l’autocontrollo»), la seconda investirebbe i
manifestanti, non solo tutt’altro che disarmati ma pronti a far ricorso ad armi
chimiche. Continuiamo a leggere:
«Più di cinquecento camion dell’esercito sono stati incendiati in
corrispondenza di decine di incroci […] Su viale Chang’an un camion
dell’esercito si è fermato per un guasto al motore e duecento rivoltosi hanno
assalito il conducente picchiandolo a morte […] All’incrocio Cuiwei, un camion
che trasportava sei soldati ha rallentato per evitare di colpire la folla.
Allora un gruppo di dimostranti ha cominciato a lanciare sassi, bombe molotov e
torce contro di quello, che a un certo punto si è inclinato sul lato sinistro
perché uno dei suoi pneumatici si è forato a causa dei chiodi che i rivoltosi
avevano sparso. Allora i manifestanti hanno dato fuoco ad alcuni oggetti e li
hanno lanciati contro il veicolo, il cui serbatoio è esploso. Tutti e sei i
soldati sono morti tra le fiamme» (Nathan, Link 2001, pp. 435 e 444-45).
Soffermiamoci un attimo sull’ultimo
episodio: soldati si vedono condannati a morte nel momento stesso in cui
cercano di risparmiare la vita e la stessa salute dei loro aggressori. Ecco un
altro possibile simbolo della crudeltà umana, che però verrebbe a essere
raffigurata non dal partito comunista al potere in Cina, bensì dai «dissidenti»
coccolati e appoggiati dall’Occidente.
Ma immaginiamo che, per una ragione
qualsiasi, a essere considerata particolarmente emblematica sia la figura del
giovane cinese che fronteggia il carro armato. Ebbene, tale fotogramma fa parte
di una sequenza. Come reagisce il carrista al giovane disarmato che lo sfida:
lo travolge e lo schiaccia, lo falcia con la mitragliatrice o, invece, lo
evita? A tale proposito, i Tienanmen Papers danno la parola a un membro della leadership di
Pechino:
«Abbiamo visto tutti le
immagini del giovane uomo che blocca il carro armato. Il nostro carro armato ha
ceduto il passo più e più volte, ma lui stava sempre lì in mezzo alla strada, e
anche quando ha tentato di arrampicarsi su di esso i soldati si sono trattenuti
e non gli hanno sparato. Questo la dice lunga! Se i militari avessero fatto
fuoco, le ripercussioni sarebbero state molto diverse. I nostri soldati hanno
eseguito alla perfezione gli ordini del Partito centrale. E’ stupefacente che
siano riusciti a mantenere la calma in una situazione del genere!» (Nathan,
Link 2001, p. 486).
Se si venisse a sapere
dell’ostinazione del giovane disarmato a sfidare il carrista che con
altrettanta ostinazione s’impegna a salvare la vita e l’incolumità dello
sfidante, forse in tal caso il rispetto, la simpatia e l’ammirazione dello
spettatore ideale non si rivolgerebbero esclusivamente in una direzione. Una
cosa è certa: nel riproporre l’immagine del giovane che sfida il carro armato e
nell’eliminare l’immagine del carrista impegnato a evitare di investirlo, i
media occidentali procedono a una terza selezione. E, dunque, ben lungi
dall’essere sinonimo di evidenza immediata, il fotogramma assurto a emblema
della tragedia di Piazza Tienanmen non è né immediato né ha un significato di
per sé evidente. Non è immediato perché è il risultato di una selezione così
accurata da essere triplice. Non ha un significato di per sé evidente perché,
nonostante l’accurata e molteplice selezione alle sue spalle, esso, a ben
guardarlo o a ben inquadrarlo, potrebbe avere un significato ben diverso e
persino opposto rispetto a quello che l’ideologia dominante gli attribuisce: in
circostanze analoghe, nei territori palestinesi occupati, il carrista
israeliano (e occidentale) dà prova del medesimo autocontrollo del carrista
cinese?
Negli ultimi anni a gettare nuova luce
sugli avvenimenti di Piazza Tienanmen hanno provveduto voci insospettabili e
autorevoli. L’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt ha ricordato che a Pechino l‘intervento
militare fu deciso a causa del prolungarsi indefinito di una situazione
intollerabile (i manifestanti bloccavano
l’attività di governo e respingevano ogni compromesso). Soprattutto: i soldati
chiamati a ristabilire l’ordine «hanno dapprima resistito, ma essi furono
attaccati con pietre e bottiglie molotov e si sono difesi con le armi che
avevano» (Schmidt 2012). E questa versione
dei fatti è indirettamente confermata dall’allora ambasciatore statunitense a
Pechino: il ricorso alle truppe fu deciso solo allorché «il governo si trovava
ormai a essere privo di opzioni, al di là dell’assalto militare». Ma si
trattava di una decisione chiaramente presa di malavoglia: i primi soldati
inviati a sgomberare la piazza «facevano pensare più a una crociata di bambini
che a una strategia militare». Erano «truppe disarmate». Dall’altro lato: «una
folla adirata aveva distrutto dieci veicoli militari». I soldati furono
costretti a ritirarsi. L’attaché militare statunitense, il generale Jack Leide, poteva
commentare con professionale soddisfazione: il fiasco dell’Esercito popolare di
liberazione era «una versione cinese della ritirata di Napoleone da Mosca»
(Lilley 2004, pp. 309 e 311-12). Inevitabile era un rinnovato tentativo di
sgomberare la piazza, ma è bene non perdere di vista un punto essenziale: «Deng
non ordinò un massacro». Nella misura del possibile egli cercava di evitare lo
spargimento di sangue o di ridurlo al minimo. In effetti, le scene descritte
dall’allora ambasciatore statunitense sono eloquenti: ecco un soldato saltare
dal suo mezzo cingolato per evitare di essere «bruciato vivo». Oppure: studenti
«che portavano con sé taniche di benzina cercarono, nell’angolo Nord della
piazza, di dare alle fiamme veicoli dell’esercito ma furono arrestati dai soldati»
(Lilley 2004, pp. 316, 318 e 320).
Allorché ripropongono, almeno una volta
all’anno, il fotogramma di cui ci stiamo occupando, i media occidentali
denunciano al tempo stesso la censura esercitata dalle autorità cinesi. In
effetti, queste compiono sforzi disperati per cercare di bandire le immagini
dell’«incidente di Piazza Tienanmen». Sennonché, a questo punto s’impone la
domanda forse più inquietante: a manipolare la verità di più e più in
profondità è la censura cinese o l’apparente mancanza di censura di cui
l’Occidente si vanta? Nel primo caso abbiamo senza dubbio a che fare con una
mutilazione della verità: un pezzo viene cancellato. Nel secondo caso, ben
lungi dall’essere cancellato, quel pezzo, quel fotogramma, risultato di un
triplice processo di selezione, viene ossessivamente mostrato e esibito, e
tuttavia questa verità è ora solo un momento del falso complessivo. Peggio,
tale verità è ora parte integrante non solo del falso, ma di un falso che mira
a inibire la riflessione e l’argomentazione razionale e a produrre, come una
sorta di riflesso condizionato, un’indignazione manipolata e suscettibile di
essere strumentalizzata per fini inconfessabili. È già all’opera la prima
funzione bellica della società dello spettacolo (la demonizzazione del nemico o
del potenziale nemico), mentre è in agguato la seconda, la riduzione a
spettacolo della violenza esercitata in nome della causa umanitaria dei diritti
dell’uomo. Forse lo storico futuro collocherà l’immagine del giovane cinese che
fronteggia il carro armato accanto alle immagini o alle «notizie» relative
all’affondamento dell’incrociatore Maine, del piroscafo Lusitania e delle navi
affondate a Pearl Harbor o «attaccate» nel Golfo del Tonchino; e forse lo
storico futuro si interrogherà sulla carica di violenza insita in un’immagine
che pretende di voler raffigurare la condanna della violenza in quanto tale.
4.2. Il «dispotismo illuminato» a
Piazza Tienanmen
Sì, la verità dell’immagine del giovane che
fronteggia il carro armato è solo un momento del falso complessivo. Mediante il
terrorismo dell’immediata percezione e indignazione mira a impedire la
riflessione e l’interrogazione: se non la causa della non-violenza, il
movimento di Piazza Tienanmen rappresentava in modo inequivocabile la causa
della democrazia? Non pochi dei manifestanti guardavano con simpatia e
ammirazione a Zhao Ziyang. Prima di ascendere ai vertici della dirigenza
cinese, questi «si era fatto notare reprimendo le ultime turbolenze della
sinistra radicale» nel Sichuan; al momento della crisi della primavera del 1989
egli era fautore di «una soluzione “neo-autoritaria”, paternalista e
tecnocratica» (Domenach, Richer 1995, pp. 697 e 550). Si trattava di un
dirigente noto e apprezzato (in certi circoli cinesi e internazionali) quale campione
di un «dispotismo illuminato» (Minqi Li 2008, p. XI). Non ci sono dubbi: «Zhao
non era un democratico. In quegli anni mirava a promuovere l’economia di
mercato con il pugno di ferro». Nelle agitazioni in corso egli vedeva e cercava
la sua grande occasione:
«Le “masse” in buona parte
erano state autorizzate da esponenti riformisti del PCC a dimostrare, ed erano
state condotte alle manifestazioni con camion e autobus delle fabbriche, degli
uffici pubblici, dei ministeri. Allo stesso modo il supporto logistico agli
studenti era stato offerto da funzionari e imprenditori privati vicini a Zhao
Ziyang» (Ferraro 2001).
Quest’ultimo – sottolineano due
autori statunitensi – era da considerare «probabilmente il leader cinese più
filo-americano nella storia recente»(Bernstein,
Munro 1997, p. 39). Ma cosa ammirava egli negli Stati Uniti e cosa la dirigenza
statunitense apprezzava in lui? A stimolare il rapporto simpatetico tra le due
parti era l’amore della libertà o piuttosto il decisionismo neoliberista,
pronto all’occorrenza a far ricorso anche a misure «neo-autoritarie» e persino
«dispotiche»?
A questo punto ci si può porre una domanda
ulteriore: la rivolta di Piazza Tienanmen è stata un avvenimento del tutto
interno alla Cina? Un colloquio è rivelatore. Allorché, qualche tempo dopo la
tragedia, gli inviati del presidente Bush sr. si recavano a Pechino per
conferire con Deng Xiaoping, questi si lamentava con loro per il fatto che gli
USA risultavano «profondamente coinvolti» negli avvenimenti di piazza Tienanmen
e aggiungeva: «Per essere franchi, ciò poteva persino condurre alla guerra»
(Kissinger 2011, pp. 418-19). A parlare in tal modo era uno statista noto per
il suo pragmatismo e la sua prudenza, un teorico del «basso profilo» sulla
scena internazionale che per di più in quel momento aveva tutto l’interesse a
ricucire i rapporti con Washington, anche al fine di sfuggire all’isolamento
diplomatico e commerciale. E a riportare tale dichiarazione è un campione della
Realpolitik che non sente il bisogno di respingere un’accusa così dura e che
non riferisce di una risposta polemica da parte degli interlocutori
statunitensi del leader cinese.
Non solo Deng non viene smentito, ma la sua
lettura dei fatti è oggi indirettamente confermata da un autorevole testimone. Si
tratta dell’allora ambasciatore statunitense in Cina. Egli ricorda che in quei
giorni «dieci appartamenti dell’Ambasciata furono colpiti da più di cento
pallottole» sparate dall’esercito cinese impegnato a dare la caccia – questa la
versione delle autorità di Pechino – a «un cecchino che aveva ucciso un soldato
di una colonna in ritirata». L’ambasciatore statunitense riferisce di aver
commentato subito dopo la sparatoria: «Penso che i cinesi stiano tentando di
inviarci un messaggio» (Lilley 2004, p. XII). Già, ma quale?
Lo possiamo desumere da altri particolari
di questa testimonianza. Mentre il confronto tra studenti e governo cinese si
inaspriva, ecco l’«attaché militare» dell’ambasciata statunitense a Pechino
prendere accordi e lavorare fianco a fianco «con le sue controparti nelle
ambasciate australiana, britannica, canadese, francese, tedesca e giapponese».
Con quale obiettivo?
«Essi si divisero la città in
settori e si scambiarono informazioni ottenute grazie a pattuglie. Alla fine di
maggio, in risposta all’attenuarsi della crisi, gli attaché militari delle
diverse ambasciate istituirono posti di ascolto a tempo pieno in luoghi della
città precedentemente scelti. Con una mossa lungimirante, il generale Jack
Leide, l’attaché militare dell’ambasciata statunitense, si dette da fare per
ottenere e ottenne il permesso di affittare stanze di albergo per i controllori
USA. Oltre a una stanza al Fuxingmen Hotel sulla parte occidentale della città,
prenotammo due stanze laterali al Peking Hotel, immediatamente a Nord-Est di
piazza Tienanmen, che ci consentivano una chiara visione della piazza. Inoltre
Leide equipaggiò i suoi uomini con radiotelefoni portatili (walkie-talkies) contrabbandati dall’estero. Era una violazione del protocollo
diplomatico, per il fatto che alle missioni diplomatiche non è consentito di
mantenere all’interno della Cina la loro radio privata di comunicazioni, ma nel
commettere tale violazione mi sono tuttavia sentito a mio agio» (Lilley 2004,
p. 306).
L’attività promossa dagli attaché
militari delle ambasciate dei più importanti paesi (occidentali o
filo-occidentali), dispiegata grazie a strumenti vietati e illegalmente
contrabbandati e diretta da un «lungimirante» generale statunitense, mirava
solo a seguire in diretta la crisi o anche a influenzarla? Facendo tesoro
dell’«eccellente» conoscenza del «mandarino» di alcuni suoi membri, «il nostro
[statunitense] staff diplomatico a Pechino aveva stabilito solidi rapporti con
membri dell’esercito, del movimento studentesco e della classe intellettuale»;
e tali rapporti erano suscettibili di conseguire cospicui «dividendi» (Lilley
2004, pp. 314 e 306). Quali possono essere i «dividendi» derivanti dal rapporto
con membri e settori dell’esercito cinese?
Come chiarisce il risvolto di copertina del
suo libro, l’autore di questa testimonianza «ha prestato servizio per circa
trenta anni nella CIA a Tokyo, Taiwan, Hong Kong, Laos, Bangkok, Cambogia e
Pechino prima di entrare agli inizi degli anni ’80 nel Dipartimento di Stato e
di iniziare una brillante carriera diplomatica». Era solo un caso che a
dirigere l’attività frenetica appena vista fosse un diplomatico con una
consolidata esperienza di agente della CIA alle sue spalle? In quei giorni era
presente nella capitale cinese anche Gene Sharp (Engdahl 2009, p. 93), il
teorico delle rivoluzioni colorate. Siamo in presenza di un’altra casuale
coincidenza? E come spiegare allora che, sempre in quel periodo di tempo,
Winston Lord, ex-ambasciatore a Pechino e consigliere di primo piano del futuro
presidente Clinton, non si stancasse di ripetere che la caduta del regime
comunista in Cina era «una questione di settimane o mesi» (Bernstein, Munro
1997, p. 95)? E a cosa mirava la contraffazione della «testata del “Quotidiano
del popolo”», l’organo ufficiale del Partito comunista cinese (Nathan, Link
2001, p. 324), e chi era il responsabile di una operazione così sofisticata e
suscettibile di lacerare in due frazioni contrapposte il Partito al potere e lo
Stato in quanto tale?
Ci ritorna in mente la messa in guardia di
Deng Xiaoping, non contraddetta né da Kissinger né da alcun membro della
delegazione statunitense: gli USA si erano resi responsabili di un’operazione
che poteva «condurre alla guerra». E cosa poteva essere questa operazione,
questo casus belli,
se non un tentativo di colpo di Stato pilotato dall’esterno e mirante forse a
portare al potere «il leader cinese più filo-americano», quello pronto a far
ricorso a un «dispotismo illuminato» in chiave neoliberista? Visti
retrospettivamente, gli incidenti di piazza Tienanmen del 1989 si presentano
come la prova generale dei colpi di Stato camuffati ovvero delle «rivoluzioni
colorate», che si sarebbero susseguite negli anni successivi.