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lunedì 31 ottobre 2011

Il libro su Stalin e una recensione polemica. Una risposta a un lettore

ROBERTO ha detto...
Caro compagno Losurdo, visitando il sito di Antonio Moscato ho trovato una sua critica al libro che hai scritto su Stalin: http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=610%3Ale-ossessioni-di-losurdo&catid=6%3Ail-dibattito-sul-qsocialismo-realeq&Itemid=15. Mi piacerebbe sapere da lei compagno Losurdo cosa ne pensa di questo articolo di Moscato nel metodo e nel merito. 28 ottobre 2011 18:51
Domenico Losurdo
Caro compagno,
sei tu che, dopo aver messo a confronto il mio libro e la recensione, devi giudicare se la recensione contiene una sola risposta al mio libro.
Ad esempio: nel mio libro si afferma che Stalin e Trotskij si lanciano reciprocamente l'accusa di tradimento (e che, così argomentando, fanno ricorso a una categoria del tutto inadeguata). A dimostrazione del fatto che anche Trotskij fa ricorso a questa categoria, faccio citazioni precise e determinando rinviando a scritti di Trotskij precisi e determinati.
1) Trotskij accusa o sospetta Stalin di aver accelerato la morte di Lenin con «ferocia mongolica» (p. 23 del mio libro).
2) Trotskij accusa Stalin di essere un «agente provocatore al servizio di Hitler» (p.88 del mio libro).
Trotskij accusa Stalin di essere «il maggiordomo di Hitler» (p. 270 del mio libro).
Tra virgolette sono da me riportate le espressioni testuali di Trotskij.
Vediamo ora cosa obietta il recensore:
«Losurdo è ossessionato dall’idea che ci sia una specularità tra i due dirigenti [Stalin e Trotskij]: in realtà quando cominciano i grandi processi Trotskij in una lettera dice che se Stalin all’inizio della sua battaglia per il socialismo in un paese solo si fosse reso conto di cosa avrebbe dovuto fare per difendere quella scelta sbagliata, probabilmente si sarebbe sparato. Lungi dal demonizzare Stalin, cercava di capirne la logica, e non dimenticava che era stato un rivoluzionario».
Ebbene, ti sembra una risposta convincente? E' una risposta che cerca di smentire le affermazioni da me riportate tra virgolette? E' una risposta che almeno cerca di reinterpretarle?
Spetta a te di valutare, per questo esempio, come per altri che tu stesso potrai ricavare dal confronto tra libro e recensione.
DL

domenica 30 ottobre 2011

Intervento al 6° Congresso Nazionale del PdCI

di Domenico Losurdo


Sono lieto di prender parte a quello che potrebbe essere un rilancio e persino un nuovo inizio della presenza comunista nel nostro paese. Allorché vent’anni fa si dette vita a Rifondazione Comunista, il clima ideologico era ben diverso da quello odierno. Vent’anni fa a Washington gli ideologi più enfatici proclamavano che la storia era finita: in ogni caso il capitalismo aveva trionfato e i comunisti avevano avuto il torto di stare dalla parte sbagliata, anzi dalla parte criminale della storia. Oggi sappiamo che queste certezze e queste mitologie avevano fatto breccia anche nel gruppo dirigente di Rifondazione Comunista. Si è così assistito allo spettacolo grottesco per cui un leader di primissimo piano ha dispiegato tutto il suo talento oratorio per dimostrare che i comunisti avevano sempre avuto torto e avevano sempre provocato catastrofi in Russia come in Italia; e continuavano ad aver torto in Cina come in Vietnam e, in ultima analisi nella stessa Cuba. Ben si comprende l’entusiasmo della stampa borghese per questo profeta, per questo dono venuto dal Cielo. Ma il risultato finale lo conosciamo tutti.

E’ stato un disastro: per la prima volta nella storia della nostra repubblica i comunisti sono senza rappresentanza parlamentare. C’è di peggio.  Privare le classi lavoratrici della loro storia significa privarle anche della loro capacità di orientarsi nel presente. Le classi lavoratrici stentano oggi a organizzare un’efficace resistenza in un momento in cui la Repubblica fondata sul lavoro si trasforma nella repubblica fondata sul licenziamento arbitrario, sul privilegio della ricchezza, sulla corruzione, sulla venalità delle cariche pubbliche. E, purtroppo pressoché inesistente è stata sinora la resistenza opposta al processo in base al quale la Repubblica che ripudia la guerra si trasforma nella repubblica che partecipa alle più infami guerre coloniali. E’ avendo questo disastro alle spalle che oggi ci impegniamo nel rilancio del progetto comunista.

Di ciò c’è un bisogno urgente. E non è un bisogno avvertito solo dai comunisti. Vediamo cosa avviene oggi nel paese che poco più di 20 anni fa aveva visto la proclamazione della fine della storia. Le strade sono piene di manifestanti che gridano la loro indignazione contro Wall Street. I cartelli non si limitano a denunciare le conseguenze della crisi, e cioè la disoccupazione, la precarietà, la fame, la crescente polarizzazione di ricchezza e povertà. Quei cartelli vanno oltre: denunciano il peso decisivo della ricchezza nella vita politica statunitense, di fatto smascherano il mito della democrazia americana. A dettar legge nella repubblica nord-americana è in realtà la grande finanza, è Wall Street: questo gridano i manifestanti. E alcuni cartelli vanno oltre, urlano la loro rabbia non solo contro Wall Street ma anche contro War Street. E cioè, il quartiere dell’alta finanza viene identificato come il quartiere al tempo stesso della guerra e dello scatenamento della guerra. Emerge o comincia a emergere la consapevolezza del rapporto tra capitalismo e imperialismo.

Sì, il capitalismo è gravido al tempo stesso di devastanti crisi economiche e di guerre infami. Ancora una volta le masse popolari e i comunisti si trovano a dover fronteggiare la crisi del capitalismo e la sua politica di guerra. Per ragioni di tempo mi soffermo solo su questo secondo punto. La fine dell’impegno della Nato in Libia non è la fine della guerra in Medio Oriente. Sono già in preparazione le guerre contro la Siria e contro l’Iran. Anzi, queste guerre sono di fatto già iniziate. La potenza di fuoco multimediale con cui l’Occidente cerca di isolare, criminalizzare, strangolare e destabilizzare questi due paesi è pronta a trasformarsi in una potenza di fuoco vera e propria, a base di missili e di bombe. E noi comunisti dobbiamo far sentire sin d’ora la nostra voce. Se attendessimo lo scoppio delle ostilità non saremmo all’altezza né del movimento comunista né del movimento antimilitarista, non saremmo eredi né di Lenin né di Liebknecht. Sin d’ora dobbiamo organizzare manifestazioni contro la guerra e i preparativi di guerra; sin d’ora dobbiamo chiarire che la posizione nei confronti della guerra è un criterio essenziale per definire il discrimine tra potenziali alleati e avversari irriducibili.

Per quanto riguarda la Cina, Washington sì trasferisce in Asia il grosso del suo dispositivo militare, ma in modo esplicito agita per ora solo la minaccia della guerra commerciale. Ma, com’è noto, le guerre commerciali si sa come iniziano ma non come finiscono. Su questo punto farebbero bene a riflettere coloro che anche a sinistra si accodano alla campagna anticinese: essi volgono così alle spalle alla lotta per la pace.

E’ un atteggiamento tanto più sconcertante per il fatto che la Cina, un quinto dell’umanità, è stata protagonista di una delle più grandi rivoluzioni della storia universale. Ovviamente, occorre tener ben presenti i problemi, le sfide, le contraddizioni anche gravi che caratterizzano il grande paese asiatico. Ma intanto chiariamo il quadro storico. Agli inizi del Novecento la Cina era parte integrante del mondo coloniale che ha potuto spezzare le sue catene grazie alla gigantesca ondata della rivoluzione anticolonialista scaturita dall’ottobre 1917. Vediamo come si è ulteriormente sviluppata la storia. In Italia, in Germania, in Giappone, il fascismo e il nazismo sono stati il tentativo di rivitalizzare il colonialismo. In particolare la guerra scatenata dall’imperialismo hitleriano e dall’imperialismo giapponese rispettivamente contro l’Unione sovietica e contro la Cina sono state le più grandi guerre coloniali della storia. E dunque Stalingrado nell’Unione sovietica e la Lunga Marcia e la guerra di resistenza anti-giapponese in Cina sono state due grandiose lotte di classe, quelle che hanno impedito all’imperialismo più barbaro di realizzare una divisione del lavoro fondata sulla riduzione di grandi popoli a una massa di schiavi o semi-schiavi al servizio delle presunte razze dei signori.

Ma cosa succede ai giorni nostri? Come ho già detto, gli Usa stanno trasferendo in Asia il grosso del loro dispositivo militare. Sull’agenzia Reuter di ieri leggo che una delle accuse rivolte ai dirigenti di Pechino è quella di promuovere o di imporre il trasferimento di tecnologia dall’Occidente in Cina. Gli Usa avrebbero voluto mantenere il monopolio della tecnologia anche al fine di continuare a esercitare un dominio neo-coloniale; la lotta per l’indipendenza si manifesta anche sul piano economico. E dunque: rivoluzionaria non è soltanto la lunga lotta con cui il popolo cinese ha posto fine al secolo delle umiliazioni e ha fondato la repubblica popolare; non è soltanto l’edificazione economica e sociale con cui il Partito comunista cinese ha liberato dalla fame centinaia di milioni di uomini; anche la lotta per rompere il monopolio imperialista della tecnologia è una lotta rivoluzionaria. C’è l’ha insegnato Marx. Sì, la lotta per modificare la divisione internazionale del lavoro imposta dal capitalismo e dall’imperialismo è essa stessa una lotta di classe. Dal punto di vista di Marx è una lotta di emancipazione già la lotta per superare nell’ambito della famiglia la divisione patriarcale del lavoro; sarebbe ben strano se non fosse una lotta di emancipazione la lotta per porre fine a livello internazionale alla divisione del lavoro imposta dal capitalismo e dall’imperialismo, la lotta per liquidare definitivamente quel monopolio occidentale della tecnologia che non è un dato naturale ma il risultato di secoli di dominio e di oppressione!

Concludo. Ai giorni nostri vediamo il paese-guida del capitalismo immerso sì in una profonda crisi economica e sempre più screditato a livello internazionale; al tempo stesso esso continua ad aggrapparsi alla pretesa di essere il popolo eletto da Dio e ad accrescere febbrilmente il suo già mostruoso apparato di guerra e a estendere la sua rete di basi militari in ogni angolo del mondo. Tutto ciò non promette nulla di buono. E’ la compresenza di prospettive promettenti e di minacce terribili a rendere urgente la costruzione e il rafforzamento dei partiti comunisti. Io spero caldamente che il partito che oggi ricostruiamo sarà all’altezza dei suoi compiti.
Rimini, 29 ottobre 2011
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Intervention au 6° congrès National du PdCI (Partito dei Comunisti italiani)
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio

Je suis heureux de participer à ce qui pourrait être une relance voire un nouveau début de la présence communiste dans notre pays. Quand, il y a vingt ans fut créé Rifondazione Comunista, le climat idéologique était bien différent de celui d’aujourd’hui. Il y a vingt ans à Washington les idéologues les plus emphatiques proclamaient que l’histoire était finie : en tous cas le capitalisme avait triomphé et les communistes avaient eu le tort de se tenir du mauvais côté, et même du côté criminel de l’histoire. Nous savons aujourd’hui que ces certitudes et ses mythologies avaient fait brèche même dans le groupe dirigeant de Rifondazione Comunista. On a ainsi assisté au spectacle grotesque dans lequel un leader de tout premier plan[i] a déployé tout son talent oratoire pour démontrer que les communistes avaient toujours eu tort et avaient toujours provoqué des catastrophes en Russie comme en Italie ; et continuaient à avoir tort en Chine comme au Vietnam et, en dernière analyse même à Cuba ; on comprend bien l’enthousiasme de la presse bourgeoise pour ce prophète, pour ce don venu du Ciel. Mais nous connaissons tous le résultat final.

  Ça a été un désastre : pour la première fois dans l’histoire de notre république les communistes sont sans représentation au parlement. Pire. Priver les classes laborieuses de leur histoire signifiait les priver aussi de leur capacité à s’orienter dans le présent. Les classes laborieuses peinent aujourd’hui à organiser une résistance efficace à un moment où la République fondée sur le travail[ii] se transforme en république fondée sur le licenciement arbitraire, sur le privilège de la richesse, sur la corruption, sur la vénalité des charges publiques. Et, malheureusement, quasiment inexistante a été jusqu’ici la résistance opposée au processus par lequel la République qui répudie la guerre[iii] se transforme en république qui participe aux plus infâmes guerres coloniales. C’est avec ce désastre derrière nous que nous nous engageons aujourd’hui dans la relance du projet communiste.

   De cela il y a un besoin urgent Et ce n’est pas un besoin éprouvé seulement par les communistes. Nous voyons ce qu’il arrive aujourd’hui dans le pays qui, il y a à peine plus de vingt ans, avait vu la proclamation de la fin de l’histoire. Les rues sont pleines de manifestants qui crient leur indignation contre Wall Street. Les pancartes ne se bornent pas à dénoncer les conséquences de la crise, c’est-à-dire le chômage, la précarité, la faim, la polarisation croissante de richesse et pauvreté. Ces pancartes vont au-delà : elles dénoncent le poids décisif de la richesse dans la vie politique étasunienne, et démasquent de fait le mythe de la démocratie américaine. Ce qui dicte la loi dans la république nord-américaine est en réalité la grande finance, c’est Wall Street ; voilà ce que crient les manifestants. Et certaines pancartes vont au-delà, et hurlent la rage non seulement contre Wall Street mais aussi contre War Street. C’est-à-dire que le quartier de la haute finance est identifié comme étant en même temps le quartier de la guerre et du déchaînement de la guerre. Emerge ainsi ou commence à émerger la conscience du rapport entre capitalisme et impérialisme.

  Oui, le capitalisme porte en même temps des crises économiques dévastatrices et des guerres infâmes. Une fois de plus les masses populaires et les communistes se trouvent en devoir d’affronter la crise du capitalisme et sa politique de guerre. Pour des raisons de temps je ne m’arrêterai que sur ce deuxième point. La fin de l’engagement de l’OTAN en Libye n’est pas la fin de la guerre au Moyen-Orient. Les guerres contre la Syrie et l’Iran sont déjà en préparation. Ces guerres, même, ont de fait déjà commencé. La puissance de feu multimédiatique avec laquelle l’Occident essaie d’isoler, de criminaliser, d’étrangler et de déstabiliser ces deux pays est prête à se transformer en une puissance de feu véritable, à base de missiles et de bombes. Et nous communistes devons dès à présent faire entendre notre voix. Si nous attendions le déclenchement des hostilités nous ne serions à la hauteur ni du mouvement communiste ni du mouvement antimilitariste, et nous ne serions pas les héritiers de Lénine et de Liebknecht. Nous devons dès à présent organiser des manifestations contre la guerre et contre les préparatifs de guerre ; dès à présent nous devons clarifier le fait que la position à l’égard de la guerre est un critère essentiel pour définir la discrimination entre alliés potentiels et adversaires irréductibles.

  Pour ce qui concerne la Chine, Washington, oui, transfère en Asie le gros de son dispositif militaire, mais n’agite pour le moment de façon explicite que la menace de la guerre commerciale. Mais, comme il est notoire, on sait comment commencent les guerres commerciales mais on ne sait pas comment elles finissent. Ils feraient bien de réfléchir sur ce point ceux qui, même à gauche, se mettent en rang pour la campagne anti-chinoise : ils tournent ainsi le dos à la lutte pour la paix.

   C’est une attitude d’autant plus déconcertante que la Chine a été protagoniste d’une des plus grandes révolutions de l’histoire universelle. Evidemment, il convient de garder à l’esprit les problèmes, les défis, les contradictions même graves qui caractérisent le grand pays asiatique. Mais clarifions d’abord le cadre historique. Au début du 20ème siècle la Chine était une partie intégrante de ce monde colonial qui a pu briser ses chaînes grâce à la gigantesque vague de la révolution anticolonialiste déclenchée en octobre 1917. Voyons comment l’histoire s’est ensuite développée. En Italie, en Allemagne, au Japon, le fascisme et le nazisme ont été la tentative de revitaliser le colonialisme. En particulier,  la guerre déchaînée par l’impérialisme hitlérien et par l’impérialisme japonais respectivement contre l’Union soviétique et contre la Chine ont été les plus grandes guerres coloniales de l’histoire. Et donc Stalingrad en Union Soviétique et la Longue Marche et la guerre de résistance anti-japonaise en Chine ont été deux grandioses luttes de classe, celles qui ont empêché l’impérialisme le plus barbare de réaliser une division du travail fondée sur le réduction de grands peuples à une masse d’esclaves ou semi-esclaves au service de la présumée race des seigneurs.

  Mais qu’arrive-t-il aujourd’hui ? Comme je l’ai déjà dit, les USA sont en train de transférer le gros de leur dispositif militaire en Asie. Je lis sur des dépêches d’hier (vendredi 28 octobre 2011) de l’agence Reuters qu’une des accusations adressées aux dirigeants de Pékin est celle de promouvoir ou de vouloir imposer le transfert de technologie de l’Occident en Chine. Les USA auraient voulu garder le monopole de la technologie pour continuer à exercer aussi une domination néo-coloniale ; la lutte pour l’indépendance se manifeste aussi sur le plan économique. Et donc : révolutionnaire n’est pas seulement la longue lutte par laquelle le peuple chinois a mis fin au siècle des humiliations et a fondé la république populaire ; ni seulement l’édification économique et sociale par laquelle le Parti communiste chinois a libéré de la faim des centaines de millions d’hommes et de femmes ; même la lutte pour casser le monopole impérialiste de la technologie est une lutte révolutionnaire. Marx nous l’a enseigné. Oui, la lutte pour modifier la division internationale du travail imposée par le capitalisme et par l’impérialisme est elle-même une lutte de classe. Du point de vue de Marx, la lutte pour dépasser dans le cadre de la famille la division patriarcale du travail est déjà une lutte d’émancipation ; il serait bien étrange que ne fut pas une lutte d’émancipation la lutte pour mettre fin au niveau international à la division du travail imposée par le capitalisme et par l’impérialisme, la lutte pour liquider définitivement ce monopole occidental de la technologie qui n’est pas une donnée naturelle mais le résultat de siècles de domination et d’oppression !

   Je conclus. Nous voyons de nos jours le pays-guide du capitalisme plongé dans une profonde crise économique et de plus en plus discrédité au niveau international ; en même temps, il continue à s’accrocher à la prétention d’être le peuple élu par Dieu et à accroître fébrilement son appareil de guerre déjà monstrueux, et à étendre son réseau de bases militaires dans tous les coins du monde. Tout cela ne promet rien de bon. C’est la concomitance de perspectives prometteuses et de menaces terribles qui rend urgents la construction et le renforcement des partis communistes. J’espère vivement que le parti que nous construisons aujourd’hui sera à la hauteur de ses devoirs.



[i] Fausto Bertinotti, longtemps secrétaire général du Partito della Rifondazione Comunista (NdT)
[ii] Article 1 de la Constitution italienne : «L’Italie est une république fondée sur le travail »
[iii] Article 11 de la Constitution italienne : « L’Italie répudie la guerre comme instrument d’offense à la liberté des autres peuples et comme moyen de résolution des controverses internationales »

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Intervención en el 6º Congreso Nacional del PdCI (Partido de los Comunistas Italianos)
Traducción: Juan Vivanco [Ringrazio il traduttore per il suo lavoro, DL]

Estoy encantado de participar en lo que podría ser un relanzamiento e incluso un nuevo comienzo de la presencia comunista en nuestro país. Cuando, hace veinte años, se creó Rifondazione Comunista, el clima ideológico era muy distinto del actual. Hace veinte años, en Washington, los ideólogos más enfáticos proclamaban que la historia había terminado: en cualquier caso el capitalismo había triunfado y los comunistas eran culpables de estar en el lado equivocado, es más, en el lado criminal de la historia. Hoy sabemos que estas certezas y estas mitologías habían hecho mella también en el grupo dirigente de Rifondazione Comunista. Fue así como asistimos al espectáculo grotesco de un dirigente de primerísima línea desplegando todo su talento oratorio para demostrar que los comunistas siempre habían estado equivocados y siempre habían provocado catástrofes, tanto en Rusia como en Italia; y seguían estando equivocados en China, en Vietnam y, en última instancia, también en Cuba. Es comprensible el entusiasmo de la prensa burguesa por este profeta, por este regalo caído del cielo. Pero el resultado final ya lo conocemos todos.
 Fue un desastre: por primera vez en la historia de nuestra república, los comunistas carecen de representación parlamentaria. Pero eso no es lo peor. Privar a las clases trabajadoras de su historia significa privarlas también de su capacidad de orientarse en el presente. Las clases trabajadoras tienen grandes dificultades para organizar una resistencia en un momento en que la República basada en el trabajo se transforma en la república basada en el despido arbitrario, el privilegio de la riqueza, la corrupción y la venalidad de los cargos públicos. Lamentablemente, casi no ha habido resistencia al proceso merced al cual la República que repudia la guerra se transforma en la república que participa en las más infames guerras coloniales. Con semejante desastre a la espalda emprendemos hoy el relanzamiento del proyecto comunista.
Es una necesidad urgente, pero no es una necesidad sentida sólo por los comunistas. Veamos lo que sucede en el país que hace poco más de 20 años había asistido a la proclamación del fin de la historia. Las calles están llenas de manifestantes que gritan su indignación contra Wall Street. Los carteles no se limitan a denunciar las consecuencias de la crisis, es decir, el desempleo, la precariedad, el hambre y la creciente distancia entre ricos y pobres. Esos carteles van más allá: denuncian el peso decisivo de la riqueza en la vida política estadounidense, con lo que desenmascaran el mito de la democracia norteamericana. En la república estadounidense quien dicta la ley, en realidad, es la gran banca, es Wall Street, gritan los manifestantes. Y algunos carteles van aún más lejos, gritan su rabia no sólo contra Wall Street sino también contra WarStreet. Es decir, identifican el barrio de las finanzas con el barrio de la guerra y del desencadenamiento de la guerra. Surge o empieza a surgir la conciencia de la relación entre capitalismo e imperialismo.
Sí, el capitalismo está preñado al mismo tiempo de crisis económicas devastadoras y guerras infames. Una vez más las masas populares y los comunistas tienen que hacer frente a la crisis del capitalismo y su política de guerra. Por motivos de tiempo sólo me detendré en este segundo aspecto. El fin de la intervención de la OTAN en Libia no es el fin de la guerra en Oriente Próximo. Ya se están tramando otras guerras contra Siria y contra Irán. En realidad estas guerras han empezado ya. La potencia de fuego mediática con que Occidente trata de aislar, criminalizar, estrangular y desestabilizar estos dos países está lista para transformarse en una potencia de fuego real, con misiles y bombas. Nosotros, los comunistas, debemos lograr que se oiga desde ahora nuestra voz. Si esperásemos a la ruptura de las hostilidades no estaríamos a la altura del movimiento comunista ni del movimiento antimilitarista, no seríamos herederos de Lenin ni de Liebknecht. Desde ahora debemos organizar manifestaciones contra la guerra y los preparativos de guerra; desde ahora debemos explicar que la posición ante la guerra es un criterio esencial para distinguir entre los aliados potenciales y los adversarios irreductibles.
En lo que respecta a China, Washington traslada a Asia el grueso de su dispositivo militar, aunque de un modo explícito, por ahora, sólo agite la amenaza de una guerra comercial. Pero es bien conocido que las guerras comerciales, una vez desencadenadas, no se sabe cómo terminan. Harían bien en reflexionar sobre esto quienes, desde la izquierda, se suman a la campaña antichina, pues así están dando la espalda a la lucha por la paz.
Es una actitud tanto más desconcertante cuanto que en China, un quinto de la humanidad, tuvo lugar una de las mayores revoluciones de la historia universal. Lo cual no quita para que tengamos en cuenta los problemas, los retos y las contradicciones, incluso graves, que caracterizan al gran país asiático. Pero conviene aclarar el marco histórico. A principios del siglo XX China formaba parte del mundo colonizado y pudo romper sus cadenas gracias a la gigantesca ola de la revolución anticolonialista alentada por octubre de 1917. Veamos cómo se desarrolló después la historia. En Italia, Alemania y Japón el fascismo y el nazismo fueron un intento de revitalizar el colonialismo. En particular, la guerra desatada por el imperialismo hitleriano y el japonés, respectivamente, contra la Unión Soviética y China, fueron las mayores guerras coloniales de la historia. Por lo tanto, Stalingrado en la Unión Soviética y la Larga Marcha y la guerra de resistencia antijaponesa en China fueron dos grandiosas luchas de clase, que impidieron que el imperialismo más bárbaro impusiera una división del trabajo basada en la reducción de grandes pueblos a una masa de esclavos o semiesclavos al servicio de las presuntas razas de los señores.
Pero ¿qué sucede en nuestros días? Como ya he dicho, Estados Unidos está trasladando a Asia el grueso de su dispositivo militar. En la agencia Reuter de ayer [29 de octubre] leo que una de las acusaciones contra los dirigentes de Pekín es que promueven o imponen la transferencia de tecnología occidental a China. EE. UU. querría mantener el monopolio de la tecnología para seguir ejerciendo un dominio neocolonial; la lucha por la independencia también se pone de manifiesto en el plano económico. De modo que no sólo fue revolucionaria la larga lucha con que el pueblo chino puso fin al siglo de las humillaciones y fundó la República Popular; no sólo fue revolucionaria la edificación económica y social con que el Partido Comunista Chino libró del hambre a cientos de millones de seres humanos; también la lucha por romper el monopolio imperialista de la tecnología es una lucha revolucionaria. Nos lo enseñó Marx. Sí, la lucha por modificar la división internacional del trabajo impuesta por el capitalismo y el imperialismo es en sí una lucha de clases. Desde el punto de vista de Marxes ya una lucha de emancipación la que se entabla en el ámbito familiar para acabar con la división patriarcal del trabajo; ¡sería muy extraño que no fuera una lucha de emancipación la que se entabla para acabar, a escala internacional, con la división del trabajo impuesta por el capitalismo y el imperialismo, la lucha para liquidar definitivamente el monopolio occidental de la tecnología, que no es un hecho natural sino el resultado de siglos de dominio y opresión!
Concluyo: en nuestros días vemos al país-guía del capitalismo sumido en una profunda crisis económica y cada vez más desacreditado a escala internacional; al mismo tiempo sigue aferrándose a la pretensión de ser el pueblo elegido por Dios, sigue aumentando febrilmente su ya monstruoso aparato de guerra y extendiendo su red de bases militares por todos los rincones del planeta. Eso no promete nada bueno. La presencia simultánea de perspectivas alentadoras y amenazas terribles nos urge a construir y fortalecer los partidos comunistas. Tengo fundadas esperanzas en que el partido que hoy reconstruimos esté a la altura de sus tareas.

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INTERVENçãO NO 6º CONGRESSO NACIONAL DO PDCI (PARTITO DEI COMUNISTI ITALIANI)

Fico feliz por participar deste evento que poderia ser um relançamento ou mesmo um novo arranque da presença comunista no nosso país. Quando, há vinte anos, foi criada a Rifondazione Comunista, o clima ideológico era bem diferente daquele de hoje. Há vinte anos, em Washington, os ideólogos mais enfáticos proclamavam que a história estava acabada: em todo caso o capitalismo havia triunfado e os comunistas haviam cometido o erro de ficarem do lado mau, e mesmo criminoso, da história. Sabemos hoje que estas certezas e suas mitologias haviam penetrado mesmo no grupo dirigente da Rifondazione Comunista. Assiste-se assim ao espectáculo grotesco no qual um líder de primeiro plano [1] aplicou todo o seu talento retórico para demonstrar que os comunistas haviam errado sempre, sempre provocaram catástrofes tanto na Rússia como na Itália; e continuavam a errar tanto na China como no Vietname e, em última análise, mesmo em Cuba. Compreende-se bem o entusiasmo da imprensa burguesa para com este profeta, para esta prenda vinda do Céu. Mas todos nós conhecemos o resultado final.

Foi um desastre: pela primeira vez na história da nossa república os comunistas estão sem representação no parlamento. Pior. Privar as classes laboriosas da sua história significava privá-las também da sua capacidade para orientar-se no presente. As classes laboriosas penam hoje para organizar uma resistência eficaz num momento onde a República fundada sobre o trabalho [2] se transforma em república fundada sobre o despedimento arbitrário, sobre o privilégio da riqueza, sobre a corrupção, sobre a venalidade dos cargos públicos. E, infelizmente, até aqui foi quase inexistente a resistência oposta ao processo pelo qual a República que repudia a guerra [3] se transforma em república que participa nas mais infames guerras coloniais. É com este desastre atrás de nós que nós nos empenhamos hoje no relançamento do projecto comunista.

Disto decorre uma necessidade urgente. E não se trata de uma necessidade experimentada só pelos comunistas. Vemos o que acontece no país que, há pouco mais de vinte anos, vira a proclamação do fim da história. As ruas estão cheias de manifestantes que gritam a sua indignação contra a Wall Street. Os cartazes não se limitam a denunciar as consequências da crise, ou seja, o desemprego, a precariedade, a fome, a polarização crescente de riqueza e pobreza. Estes cartazes vão mais além: eles denunciam o peso decisivo da riqueza na vida política estado-unidense e desmascaram de facto o mito da democracia americana. O que dita a lei na república norte-americana é na realidade a grande finança, é a Wall Street; eis o que gritam os manifestantes. E certos cartazes vão mais além e bradam a cólera não só contra a Wall Street mas também contra a War Street. Isto quer dizer que o quarteirão da alta finança é identificado como sendo ao mesmo tempo o quarteirão da guerra e do desencadeamento da guerra. Emerge assim, ou começa a emergir, a consciência da relação entre capitalismo e imperialismo.

Sim, o capitalismo traz ao mesmo tempo crises económicas devastadoras e guerra infames. Mais uma vez as massas populares e os comunistas encontram-se diante do dever de enfrentar a crise do capitalismo e sua política de guerra. Por razões de tempo não me deterei senão sobre este segundo ponto. O fim da intervenção da NATO na Líbia não é o fim da guerra no Médio Oriente. As guerras contra a Síria e o Irão já estão em preparativos. Estas guerras, mesmo, já começaram. O poder de fogo multimediático com a qual o Ocidente tenta isolar, criminalizar, estrangular e desestabilizar estes dois países está prestes a transformar-se num poder de fogo verdadeiro, com base em mísseis e bombas. E nós comunistas devemos desde já fazer ouvir a nossa voz. Se esperássemos o desencadeamento das hostilidades não estaríamos à altura nem do movimento comunista nem do movimento antimilitarista, e não seríamos os herdeiros de Lenine e de Liebknecht. Devemos desde o presente organizar manifestações contra a guerra e contra os preparativos de guerra; desde o presente devemos clarificar o facto de que a posição em relação à guerra é um critério essencial para definir a discriminação entre aliados potenciais e adversários irredutíveis.

No que se refere à China, Washington, sim, transfere para a Ásia o grosso do seu dispositivo militar, mas por enquanto não agita de modo explícito senão a ameaça da guerra comercial. Mas, como é notório, sabe-se como as guerras comerciais começam mas não se sabe como acabam. Fariam bem em reflectir sobre este ponto aqueles que, mesmo na esquerda, se alinham na campanha anti chinesa: eles viram assim as costas à luta pela paz.

Trata-se de uma atitude tanto mais desconcertante pelo facto de a China ter sido protagonista de uma das maiores revoluções da história universal. Evidentemente, convém manter em mente os problemas, os desafios, as contradições mesmo graves que caracterizam o grande país asiático. Mas clarifiquemos primeiro o quadro histórico. No princípio do século XX a China era uma parte integrante deste mundo colonial que pôde romper suas cadeias graças à gigantesca vaga da revolução anticolonialista desencadeada em Outubro de 1917. Vemos como a história se desenvolveu a seguir. Na Itália, na Alemanha, no Japão, o fascismo e o nazismo foram a tentativa de revitalizar o neocolonialismo. Em particular, a guerra desencadeada pelo imperialismo hitleriano e pelo imperialismo japonês respectivamente contra a União Soviética e contra a China foram as maiores guerras coloniais da história. E portanto Stalingrado na União Soviética e a Longa Marcha e a guerra de resistência anti japonesa na China foram duas grandiosas lutas de classe, aquelas que impediram o imperialismo mais bárbaro de realizar uma divisão do trabalho fundamentado na redução de grandes povos a uma massa de escravos ou semi-escravos ao serviço da suposta raça dos senhores.

Mas o que é que se passa hoje? Como já disse, os EUA estão em vias de transferir o grosso do seu dispositivo militar para a Ásia. Leio em telegramas de ontem (28/Outubro/2011) da agência Reuters que uma das acusações aos dirigentes de Pequim é a de promover ou querer impor a transferência de tecnologia do Ocidente para a China. Os EUA teriam desejado manter o monopólio da tecnologia para poderem continuar a exercer uma dominação neocolonial; a luta pela independência manifesta-se também no plano económico. Portanto, revolucionária não é só a longa luta pela qual o povo chinês pôs fim a um século de humilhações e fundou a república popular; nem apenas a edificação económica e social pela qual o Partido Comunista Chinês libertou da fome centenas de milhões de homens e mulheres; mesmo a luta para romper o monopólio imperialista da tecnologia é uma luta revolucionária. Marx nos ensinou. Sim, a luta para modificar a divisão internacional do trabalho imposta pelo capitalismo e pelo imperialismo é em si mesma uma luta de classe. Do ponto de vista de Marx, a luta para ultrapassar no quadro da família a divisão patriarcal do trabalho já é uma luta de emancipação; seria bem estranho que não fosse uma luta de emancipação a luta para por fim ao nível internacional à divisão do trabalho imposta pelo capitalismo e pelo imperialismo, a luta para liquidar definitivamente este monopólio ocidental da tecnologia que não é um dado natural mas o resultado de séculos de dominação e de opressão!

Concluo. Vemos nos nossos dias o país-guia do capitalismo mergulhado numa profunda crise económica e cada vez mais desacreditado ao nível internacional. Ao mesmo tempo, ele continua a agarrar-se à pretensão de ser o povo eleito por Deus e a aumentar febrilmente seu aparelho de guerra já monstruoso, assim como a estender sua rede de bases militares por todos os cantos do mundo. Tudo isso não promete nada de bom. É a concomitância de perspectivas prometedoras e de ameaças terríveis que torna urgente a construção e o reforço dos partidos comunistas. Espero vivamente que o partido que hoje construímos venha a estar à altura dos seus deveres.
Rimini, 29/Outubro/2011

(1) Fausto Bertinotti, durante muito tempo secretário-geral do Partito della Rifondazione Comunista (NdT)
(2) Artigo 1 da Constituição italiana: "A Itália é uma república fundamentada no trabalho"
(3) Artigo 11 da Constituição italiana: "A Itália repudia a guerra como instrumento de ofensa à liberdade dos outros povos e como meio de resolução das controvérsias internacionais".

Este artigo encontra-se emhttp://resistir.info/" target="_blank"> http://resistir.info/ .

giovedì 27 ottobre 2011

L'intervento di Domenico Losurdo al seminario sulla crisi globale



Crisi globale, declino europeo e rivolte mediterranee

Interpretazioni e prospettive
Mercoledì, 26 ottobre 2011, Urbino, Facoltà di Economia, Palazzo Battiferri
Aula Rossa, Via Saffi, n. 42

ore 18.00 Tavola rotonda: Il mare nostrum tra Europa, America e Cina
Presiede e coordina: Giampaolo Giannotti (Università di Urbino)
Partecipano: Antonio Cantaro (Università di Urbino), Domenico Losurdo (Università di Urbino),
Leopoldo Nuti (Università di Roma Tre), Luciano Violante (Presidente Ass. italiadecide)

martedì 25 ottobre 2011

Costruzione del nemico ed esecuzioni extralegali da Lumumba a Gheddafi

Dear Domenico,
This is maybe the time also to remember Najibullah, indeed probably the first one this seemingly endless list of "dictators" hapilly thrown down by "the people", supported by "a little help" from some western friends (Milosevic, Saddam, Khadaffi...).
And indeed probably Najibullah's case already concentrates many of the disgusting traits of these times of ours. So, it would perhaps be good to think also on those distant events in the 90's.
João Carlos Graça, Lisbon, 24 Oct. 2011 

Domenico Losurdo
Hai pienamente ragione. Ma forse ad apertura di questo elenco si potrebbe inserire anche il grande leader africano che è stato Patrice Lumumba. A tale proposito il mio libro «La non-violenza. Una storia fuori dal mito» scrive:

Oggi sappiamo chi sono stati i responsabili dell’assassinio del leader africano. Siamo nel Congo del 1960: il paese di nuova indipendenza cerca di porre fine a un capitolo di storia coloniale, caratterizzato da un lato dall’«appetito maniacale per l’avorio e il caucciù», di cui danno prova le autorità belghe, e dall’altro dalle «mutilazioni, esecuzioni di massa», flagellazioni e torture orribili che «avevano dimezzato la popolazione nel giro di pochi anni». A cercare di aprire una nuova pagina è il primo ministro Patrice Lumumba, il quale però subito si imbatte in formidabili resistenze (orchestrate a partire da Bruxelles). Nel tentativo di superarle si rivolge all’Unione sovietica, e questo segna la sua condanna a morte: «l’amministrazione Eisenhower autorizza l’assassinio del primo ministro» congolese. L’esecuzione avverrà qualche tempo dopo, a opera di sicari locali che prima si divertono a torturare orribilmente il prigioniero, assistiti da funzionari belgi, che non vogliono rinunciare allo spettacolo

Le citazioni tra virgolette rinviano a: Urquhart B. (2001), The Tragedy of Lumumba, in «The New York Review of Books», 4 ottobre, pp. 4-7. Come si vede, è persino una prestigiosa rivista statunitense a confermare le infamie dell’imperialismo e di Eisenhower, oggi assunto nel pantheon dei campioni della libertà. Alle torture inflitte a Lumumba si possono paragonare le torture che hanno infuriato su Gheddafi e di cui i protagonisti indiretti sono stati Obama, Sarkozy e Cameron, altre tre intemerati campioni della libertà (il primo è stato persino insignito del premio nobile per la pace!).

lunedì 24 ottobre 2011

Domenico Losurdo (Università di Urbino)

La non-violenza. Una storia fuori dal mito
(Laterza, Roma-Bari 2010)

che si terrà a Foggia presso la Facoltà di Scienze della Formazione (via Arpi 155)
Martedì 25 ottobre 2011 alle ore 17.

Intervengono:
Franca Pinto Minerva (Preside Facoltà di Scienze della Formazione - Foggia)
Domenico di Iasio (Università di Foggia – Presidente AFAPAM)
Coordina: Michele Galante ( Fondazione Foa)

Sarà presente l’autore

domenica 23 ottobre 2011

Dalle guerre dell’oppio alle guerre del petrolio

Domenico Losurdo
   
«La morte di Gheddafi è una svolta storica»: proclamano in coro i dirigenti della Nato e dell’Occidente, i quali non si preoccupano neppure di prendere le distanze dal barbaro assassinio del leader libico e dalle menzogne spudorate pronunciate a tale proposito dai dirigenti dei «ribelli». E, tuttavia, effettivamente si tratta di una svolta. Ma per comprendere il significato che la guerra contro la Libia riveste nell’ambito della storia del colonialismo, occorre prendere le mosse da lontano…
Allorché nel 1840 le navi da guerra inglesi si affacciano dinanzi alle coste e alle città della Cina, gli aggressori dispongono della potenza di fuoco di diverse centinaia di cannoni e possono seminare distruzione e morte su larga scala, senza temere di essere colpiti dall’artiglieria nemica, la cui gittata è ben più ridotta. E’ il trionfo della politica delle cannoniere: il grande paese asiatico e la sua millenaria civiltà sono costretti a capitolare; inizia quello che la storiografia cinese definisce giustamente il secolo delle umiliazioni, che termina nel 1949, con l’avvento al potere del Partito comunista e di Mao Zedong.

Ai giorni nostri, la cosiddetta Revolution in Military Affairs (RMA) ha creato per numerosi paesi del Terzo Mondo una situazione simile a quella a suo tempo affrontata dalla Cina. Nel corso della guerra contro la Libia di Gheddafi, la Nato ha potuto tranquillamente effettuare migliaia e migliaia di bombardamenti e non solo non ha subito alcuna perdita ma non ha neppure rischiato di subirla. In questo senso, piuttosto che a un esercito tradizionale, la forza militare Nato rassomiglia a un plotone di esecuzione; sicché l’esecuzione finale di Gheddafi, piuttosto che essere un caso o un incidente di percorso, rivela il senso profondo dell’operazione nel suo complesso.

E’ un dato di fatto: la rinnovata sproporzione tecnologica e militare rilancia le ambizioni e le tentazioni colonialiste di un Occidente che, come dimostra l’esaltata autocoscienza e falsa coscienza che continua a ostentare, rifiuta di fare realmente i conti con la sua storia. E non si tratta solo di aerei, navi da guerra e satelliti. Ancora più netto è il vantaggio su cui Washington e i suoi alleati possono contare per quanto riguarda le capacità di bombardamento multimediale. Ancora una volta, l’«intervento umanitario» contro la Libia è un esempio da manuale: la guerra civile (scatenata grazie anche all’opera prolungata di agenti e unità militari occidentali e nel corso della quale i cosiddetti «ribelli» sin dagli inizi potevano disporre persino di aerei) è stata presentata come un massacro perpetrato dal potere su una popolazione civile indifesa; invece, i bombardamenti Nato che da ultimo hanno infierito su Sirte assediata, affamata e priva di acqua e di medicinali sono diventati operazioni umanitarie a favore della popolazione civile libica!

Quest’opera di manipolazione può ora contare, oltre che sui tradizionali mezzi di informazione e disinformazione, su una rivoluzione tecnologica che completa la Revolution in Military Affairs. Come ho spiegato in interventi e articoli precedenti, sono autori e organi di stampa vicini al Dipartimento di Stato a celebrare il fatto che l’arsenale Usa si è ora arricchito di nuovi e formidabili strumenti di guerra; sono giornali occidentali e di provata fede occidentale a riferire, senza alcun rilievo critico, che nelle corso delle  «guerre Internet» sono all’ordine del giorno la manipolazione, la menzogna, nonché l’aizzamento di minoranze etniche e religiose anche mediante la manipolazione e la menzogna. E’ quello che sta già avvenendo in Siria contro un gruppo dirigente ora più che mai preso di mira, per il fatto di aver resistito alle pressioni e intimidazioni occidentali e di essersi rifiutato di capitolare dinanzi a Israele e di tradire la resistenza palestinese.

Ma torniamo alla prima guerra dell’oppio, che si conclude nel 1842 col trattato di Nanchino. E’ il primo dei «trattati diseguali», imposti cioè con le cannoniere. L’anno dopo è la volta degli Usa. Inviano anche loro le cannoniere al fine di strappare il medesimo risultato conseguito dalla Gran Bretagna, anzi qualcosa in più. Il trattato di Wanghia (nelle vicinanze di Macao) del 1843 sancisce per i cittadini statunitensi residenti in Cina il privilegio della extra-territorialità: anche se colpevoli di reati comuni, essi sono comunque sottratti alla giurisdizione cinese. Ovviamente, il privilegio della extra-territorialità non è reciproco, non vale per i cittadini cinesi residenti negli Usa: una cosa sono i popoli coloniali, un’altra cosa, ben diversa, è la razza dei signori. Negli anni e nei decenni successivi, il privilegio dell’extra-territorialità viene esteso anche ai cinesi che «dissentono» dalla religione e dalla cultura del loro paese, si convertono al cristianesimo (e idealmente diventano cittadini onorari della repubblica nord-americana o dell’Occidente in genere).

Il doppio standard della legalità e della giurisdizione è un elemento essenziale del colonialismo anche ai giorni nostri: i «dissidenti» ovvero coloro che si convertono alla religione dei diritti umani, così come essa viene proclamata da Washington e da Bruxelles, i potenziali Quisling al servizio degli aggressori, costoro vengono insigniti del premio Nobel o di altri premi analoghi: dopo di che l’Occidente scatena una campagna forsennata al fine di sottrarre i premiati alla giurisdizione del loro paese di residenza, una campagna resa più persuasiva dagli embarghi e dalle minacce di embargo e di «intervento umanitario».

Il doppio standard della legalità e della giurisdizione diviene particolarmente clamoroso con l’intervento della Corte penale internazionale (Cpi). Ad essa sono e devono essere comunque sottratti i cittadini statunitensi e i soldati e i mercenari a stelle e strisce che stazionano in tutto il mondo. Recentemente, la stampa internazionale ha riferito che gli Usa sono pronti a bloccare con il veto l’ammissione della Palestina all’Onu, anche al fine di impedire che la Palestina possa far ricorso contro Israele presso la Cpi: in un modo o nell’altro, nella pratica se non già nella teoria dev’essere chiaro a tutti che a poter esser processati e condannati sono soltanto i popoli coloniali. E’ di per sé eloquente la tempistica. 1999: pur senza aver ottenuto l’autorizzazione dell’Onu, la Nato inizia i suoi bombardamenti contro la Jugoslavia; poco dopo, senza perder tempo, la Cpi procede all’incriminazione non degli aggressori e dei responsabili della violazione dell’ordinamento giuridico internazionale emerso di fatto dopo la seconda guerra mondiale, ma di Milosevic. 2011: stravolgendo il mandato Onu, ben lungi dal preoccuparsi della protezione dei civili, la Nato ricorre a ogni mezzo pur di imporre il cambiamento di regime e assicurarsi il controllo della Libia; Seguendo un modello già collaudato, la Cpi procede all’incriminazione di Gheddafi. La cosiddetta Corte penale internazionale è una sorta di appendice giudiziaria del plotone di esecuzione della Nato, si potrebbe anche dire che i magistrati dell’Aia rassomigliano a preti che, senza perder tempo a consolare la vittima, si impegnano direttamente nella legittimazione e consacrazione del boia.

Un ultimo punto. Con la guerra contro la Libia, nell’ambito dell’imperialismo si è delineata una nuova divisione del lavoro. Le tradizionali grandi potenze coloniali quali l’Inghilterra e la Francia, avvalendosi del decisivo appoggio politico e militare di Washington, si concentrano sul Medio Oriente e sull’Africa, mentre gli Usa spostano sempre più il loro dispositivo militare in Asia. E ritorniamo così alla Cina. Dopo aver posto fine al secolo di umiliazioni iniziato con le guerre dell’oppio, i dirigenti comunisti sanno bene che sarebbe folle e criminale mancare una seconda volta l’appuntamento con la rivoluzione tecnologica e militare: mentre libera centinaia di milioni di cinesi dalla miseria e dall’inedia cui erano stati condannati dal colonialismo, il poderoso sviluppo economico in atto nel grande paese asiatico è anche una misura di difesa contro la permanente aggressività dell’imperialismo. Coloro che, anche a «sinistra», si mettono a rimorchio di Washington e Bruxelles nell’opera di diffamazione sistematica dei dirigenti cinesi dimostrano di non avere a cuore né la causa del miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari né la causa della pace e della democrazia nelle relazioni internazionali.


Des guerres de l’opium aux guerres du pétrole
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio
 
« La mort de Kadhafi est un tournant historique » : proclament en chœur les dirigeants de l’OTAN et de l’Occident, lesquels ne se préoccupent même pas de prendre des distances avec l’assassinat barbare du leader libyen et des mensonges éhontés énoncés à ce propos par les dirigeants des « rebelles ». Et pourtant, il s’agit en effet d’un tournant. Mais pour comprendre la signification que la guerre contre la Libye revêt dans le cadre de l’histoire du colonialisme, il convient de partir de plus loin…
  Tandis qu’en 1840 les navires de guerre anglais se déploient devant les côtes et les villes de la Chine, les agresseurs disposent de la puissance de feu de milliers de cannons et peuvent semer la mort et la destruction à grand échelle, sans craindre d’être touchés par l’artillerie ennemie, dont la portée est bien plus réduite. C’est le triomphe de la politique de la canonnière : le grand pays asiatique et sa civilisation millénaire sont obligés de capituler ; commence alors ce que l’historiographie chinoise définit à juste titre comme le siècle des humiliations, qui prend fin en 1949, avec l’avènement au pouvoir du Parti communiste et de Mao Zedong.
   De nos jours, la dite Revolution in Military Affairs (RMA) a créé pour de nombreux pays du Tiers Monde une situation semblable à celle qu’avait affrontée la Chine en son temps. Au cours de la guerre contre la Libye de Kadhafi, l’OTAN a pu tranquillement effectuer des milliers de bombardements non seulement sans subir la moindre perte mais sans même non plus risquer de la subir. Dans ce sens, plutôt qu’à une armée traditionnelle, la force militaire de l’OTAN ressemble à un peloton d’exécution ; si bien que l’exécution finale de Kadhafi, plutôt qu’être un hasard ou un incident de parcours, révèle le sens profond de l’opération dans son ensemble.
  C’est une donnée de fait : la disproportion technologique et militaire renouvelée relance les ambitions et les tentations colonialistes d’un Occident qui, comme le montre l’autoconscience et fausse conscience exaltée qu’il continue à afficher, refuse de régler réellement ses comptes avec son histoire. Et il ne s’agit pas seulement d’avions, de navires de guerre et de satellites. Plus net encore est l’avantage sur lequel Washington et ses alliés peuvent compter en ce qui concerne les capacités de bombardement multimédiatiques. Une fois de plus, l’ « intervention humanitaire » contre la Libye est un modèle de question de cours : la guerre civile (déclenchée grâce aussi à l’action prolongée d’agents et d’unités militaires occidentaux et au cours de laquelle les soi-disant « rebelles » dès le début pouvaient disposer même d’avions) a été présentée comme un massacre perpétré par le pouvoir sur une population civile sans défenses ; par contre, les bombardements OTAN qui, dernièrement, se sont acharnés sur Syrte assiégée, affamée et privée d’eau et de médicaments, sont devenus des opérations humanitaires en faveur de la population civile libyenne !
   Cette opération de manipulation peut à présent compter, outre sur les traditionnels moyens d’information et désinformation,  sur une révolution technologique qui vient compléter la Revolution in Military Affairs.
Comme je l’ai expliqué dans des interventions et articles précédents, ce sont des auteurs et des organes de presse proches du Département d’Etat qui célèbrent le fait que l’arsenal étasunien s’est maintenant enrichi de nouveaux et formidables instruments de guerre ; ce sont des journaux occidentaux et de foi occidentale avérée qui rapportent, sans aucun relief critique, qu’au cours des « guerres Internet » sont à l’ordre du jour la manipulation, le mensonge, ainsi que l’attisement de minorités ethniques et religieuses au moyen, aussi, de la manipulation et du mensonge. C’est ce qui est en train de se passer déjà en Syrie contre un groupe dirigeant aujourd’hui plus que jamais pris comme cible, pour le fait d’avoir résisté aux pressions et intimidations occidentales et de s’être refusé à capituler devant Israël et de trahir la résistance palestinienne.
  Mais revenons à la première guerre de l’opium, qui se termine en 1842 avec le traité de Nankin. C’est le premier des « traités inégaux », c’est-à-dire imposés par les canonnières. L’année suivante c’est le tour des Usa. Ils envoient eux aussi leurs canonnières pour arracher le même résultat obtenu par la Grande-Bretagne, un peu plus encore même. Le traité de Wanghia (environs de Macao) de 1843 établit pour les citoyens étasuniens résidant en Chine le privilège de l’extraterritorialité : même coupables de délits de droit commun, ils sont dans tous les cas soustraits à la juridiction chinoise. Evidemment, le privilège de l’extraterritorialité n’est pas réciproque, et ne vaut pas pour les citoyens chinois résidant aux Usa : les peuples coloniaux sont une chose, la race des seigneurs en est une autre, tout à fait différente. Dans les années et décennies successives, le privilège de l’extraterritorialité est étendu aussi aux Chinois qui « sont en désaccord » avec la religion et la culture de leur pays, et se convertissent au christianisme (et deviennent idéalement des citoyens honoraires de la république nord-américaine ou de l’Occident en général).
   Le double standard de la légalité et de la juridiction est, de nos jours aussi, un élément essentiel du colonialisme : les « dissidents » c’est-à-dire ceux qui se convertissent à la religion des droits de l’homme, telle qu’elle est proclamée par Washington et par Bruxelles, les potentiels Kisling, au service des agresseurs, ceux-là sont honorés du prix Nobel ou autres prix analogues : après quoi l’Occident déchaîne une campagne forcenée pour soustraire les primés à la juridiction de leur pays de résidence, campagne que vont rendre plus persuasive les embargos et les menaces d’ « intervention humanitaire ».
   Le double standard de la légalité et de la juridiction devient particulièrement criant avec l’intervention de la Cour pénale internationale (CPI).  Vis-à-vis de celle-ci, sont et doivent être dans tous les cas soustraits les citoyens étasuniens et les soldats et mercenaires du drapeau étoilé qui stationnent dans le monde entier. Récemment la presse internationale a rapporté que les Usa sont prêts à bloquer par leur veto l’admission de la Palestine à l’ONU, dans le but aussi d’empêcher que la Palestine puisse faire recours contre Israël auprès de la CPI : d’une façon ou d’une autre, en pratique si ce n’est déjà en théorie il doit être clair pour tout le monde que ceux qui peuvent être jugés sont seulement les peuples coloniaux. Le timing est en soi éloquent. 1999 : sans même avoir obtenu l’autorisation de l’ONU, l’OTAN commence ses bombardements contre la Yougoslavie ; peu après, sans perdre de temps,  la CPI procède à l’incrimination non pas des agresseurs et des responsables de la violation de l’ordre juridique international qui avait résulté de la seconde guerre mondiale, mais de Milosevic. 2011 : renversant le mandat de l’ONU, bien loin de se préoccuper de la protection des civils, l’OTAN a recours à tous les moyens pour imposer le changement de régime et s’assurer le contrôle de la Libye ; suivant un modèle déjà éprouvé, la CPI procède à l’incrimination de Kadhafi. La dite Cour pénale internationale est une sorte d’appendice judiciaire du peloton d’exécution de l’OTAN, on pourrait même dire que les magistrats de La Haye ressemblent à des prêtres qui, sans perdre de temps à consoler la victime, s’emploient directement à la légitimation et à la consécration du bourreau.
   Un dernier point. Avec la guerre contre la Libye, s’est dessinée dans le milieu impérialiste une nouvelle division du travail. Les traditionnelles grandes puissances coloniales comme l’Angleterre et la France, se prévalant de l’appui politique et militaire décisif de Washington, se concentrent sur le Moyen-Orient et sur l’Afrique, tandis que les USA déplacent de plus en plus leur dispositif militaire en Asie.  Et nous voici donc de retour en Chine. Après avoir mis fin au siècle des humiliations commencé avec les guerres de l’opium, les dirigeants communistes savent bien qu’il serait fou et criminel de rater une deuxième fois le rendez-vous avec la révolution technologique et militaire : pendant qu’il libère des centaines de millions de Chinois de la misère et de la famine auxquelles le colonialisme les avait condamnés, le puissant développement économique en cours dans le grand pays asiatique est aussi une mesure de défense contre l’agressivité permanente de l’impérialisme. Ceux qui, à « gauche » aussi, se mettent à la remorque de Washington et de Bruxelles dans l’entreprise de diffamation systématique des dirigeants chinois montrent qu’ils n’ont à cœur ni la cause de l’amélioration des conditions de vie des masses populaires ni la cause de la paix et de la démocratie dans les relations internationales.


De las guerras del opio a las guerras del petróleo 
Traducción: Juan Vivanco 
 
«La muerte de Gadafi es un hito histórico», proclaman a coro los dirigentes de la OTAN y de Occidente, sin molestarse siquiera en guardar las distancias con el bárbaro asesinato del líder libio y de las mentiras desvergonzadas que han proferido al respecto los jefes de los «rebeldes». Y sí, efectivamente se trata de un hito. Pero para entender el significado de la guerra contra Libia en el ámbito del colonialismo es preciso partir de lejos...
Cuando en 1840 los navíos de guerra ingleses se asoman ante las costas y las ciudades chinas, los agresores disponen de una potencia de fuego de miles de cañones y pueden sembrar destrucción y muerte a gran escala sin temor a la artillería enemiga, cuyo alcance es mucho más reducido. Es el triunfo de la política de las cañoneras: el gran país asiático y su milenaria civilización se ven obligados a rendirse y comienza lo que la historiografía china denomina acertadamente el «siglo de las humillaciones», que termina en 1949 con la llegada al poder del Partido Comunista y de Mao Zedong.
En nuestros días, la llamada Revolution in Military Affairs (RMA) ha creado en muchos países del Tercer Mundo una situación parecida a la que enfrentó China en su tiempo. Durante la guerra contra la Libia de Gadafi, la OTAN ha podido consumar tranquilamente miles de bombardeos y no sólo no ha sufrido bajas, sino que ni siquiera ha corrido el riesgo de sufrirlas. En este sentido la fuerza militar OTAN, más que a un ejército tradicional, se parece a un pelotón de ejecución; así, la ejecución final de Gadafi, más que un hecho causal o accidental, revela el sentido profundo de la operación en conjunto.
Es algo palpable: la renovada desproporción tecnológica y militar reaviva las ambiciones y las tentaciones colonialistas de un Occidente que, a juzgar por la exaltada autoconciencia y falsa conciencia que sigue ostentando, se niega a saldar cuentas con su historia. Y no se trata sólo de aviones, navíos de guerra y satélites. Aún más clara es la ventaja con que pueden contar Washington y sus aliados en capacidad de bombardeo mediático. También en esto la «intervención humanitaria» contra Libia es un ejemplo de manual: la guerra civil (desencadenada, entre otras cosas, gracias a la labor prolongada de agentes y unidades militares occidentales, y en cuyo transcurso los llamados «rebeldes» podían disponer desde el principio incluso de aviones) se presentó como una matanza perpetrada por el poder contra una población civil indefensa; ¡en cambio, los bombardeos de la OTAN que hasta el final han asolado la Sirte asediada, hambrienta y sin agua ni medicamentos, se presentaron como operaciones humanitarias a favor de la población civil libia!
Hoy en día esta labor de manipulación, además de contar con los medios tradicionales de información y desinformación, se vale de una revolución tecnológica que completa la Revolution in Military Affairs. Como he explicado en intervenciones y artículos anteriores, son autores y órganos de prensa occidentales próximos al Departamento de Estado los que celebran que el arsenal de EE. UU. se haya enriquecido con nuevos y formidables instrumentos de  guerra; son periódicos occidentales y de probada fe occidental los que cuentan, sin ningún sentido crítico, que en el transcurso de las «guerras internet» la manipulación y la mentira, así como la instigación a la violencia de minorías étnicas y religiosas, también mediante manipulación y mentira, están a la orden del día. Es lo que está sucediendo en Siria contra un grupo dirigente más acosado que nunca por haberse resistido a las presiones e intimidaciones occidentales y haberse negado a capitular ante Israel y a traicionar a la resistencia palestina.
Pero volvamos a la primera guerra del opio, que termina en 1842 con el Tratado de Nankín. Es el primero de los «tratados desiguales», es decir, impuestos con las cañoneras. Al año siguiente le llega su turno a Estados Unidos. También envía cañoneras para arrancar el mismo resultado que Gran Bretaña e incluso algo más. El tratado de Wanghia (en las proximidades de Macao) de 1843 sanciona el privilegio de la extraterritorialidad para los ciudadanos estadounidenses residentes en China: aunque cometan delitos comunes, se sustraen a la jurisdicción china. El privilegio de la extraterritorialidad, evidentemente, no es recíproco, no vale para los ciudadanos chinos residentes en Estados Unidos. Una cosa son los pueblos colonizados y otra muy distinta la raza de los señores. En los años y las décadas posteriores, el privilegio de la extraterritorialidad se amplía a los chinos que «disienten» de la religión y la cultura de su país y se convierten al cristianismo (con lo que teóricamente pasan a ser ciudadanos honorarios de la república norteamericana y de Occidente en general).
También en nuestros días el doble rasero de la legalidad y la jurisdicción es un elemento esencial del colonialismo: los «disidentes», es decir, los que se convierten a la religión de los derechos humanos tal como es proclamada de Washington a Bruselas, los Quisling potenciales al servicio de los agresores, son galardonados con el premio Nobel y otros premios parecidos después de que Occidente haya desencadenado una campaña desaforada para sustraer a los premiados a la jurisdicción de su país de residencia, campaña reforzada con embargos y amenazas de embargo y de «intervención humanitaria».
El doble rasero de la legalidad y la jurisdicción alcanza sus cotas más altas con la intervención de la Corte Penal Internacional (CPI). Los ciudadanos estadounidenses y los soldados y mercenarios de barras y estrellas repartidos por todo el mundo quedan y deben quedar fuera de su jurisdicción. Recientemente la prensa internacional ha revelado que Estados Unidos está dispuesto a vetar la admisión de Palestina en la ONU, entre otras cosas, para impedir que Palestina pueda denunciar a Israel ante la CPI: sea como sea, en la práctica cuando no en la teoría, debe quedar claro para todo el mundo que sólo los pueblos colonizados pueden ser procesados y condenados. La secuencia temporal es de por sí elocuente. 1999: a pesar de no haber obtenido autorización de la ONU, la OTAN empieza a bombardear Yugoslavia; poco después, sin pérdida de tiempo, la CPI procede a incriminar, no a los agresores y responsables del quebrantamiento del orden jurídico internacional de facto establecido tras la II guerra mundial, sino a Milósevich. 2011: violentando el mandato de la ONU, lejos de preocuparse por la suerte de los civiles, la OTAN recurre a todos los medios para imponer el cambio de régimen y hacerse con el control de Libia. Siguiendo una pauta ya ensayada, la CPI procede a incriminar a Gadafi. La llamada Corte Penal Internacional es una suerte de apéndice judicial del pelotón de ejecución de la OTAN; se podría incluso decir que los magistrados de La Haya son como curas que, sin perder el tiempo consolando a la víctima, se esmeran directamente en legitimar y consagrar al verdugo.
Una última observación. Con la guerra contra Libia, en el ámbito del imperialismo se ha perfilado una nueva división del trabajo. Las grandes potencias coloniales tradicionales, como Inglaterra y Francia, valiéndose del decisivo respaldo político y militar de Washington, se centran en Oriente Próximo y África, mientras Estados Unidos desplaza cada vez más su dispositivo militar a Asia. Y así volvemos a China. Después de haber dejado atrás el siglo de humillaciones que empezó con las guerras del opio, los dirigentes comunistas saben que sería insensato y criminal faltar por segunda vez a la cita con la revolución tecnológica y militar: mientras libera a cientos de millones de chinos de la miseria y el hambre a los que les había condenado el colonialismo, el poderoso desarrollo económico del gran país asiático es también una medida de defensa contra la permanente agresividad del imperialismo. Quienes, incluso en la «izquierda», se ponen a remolque de Washington y Bruselas en la tarea de difamación sistemática de los dirigentes chinos, demuestran que no les preocupan ni la mejora de las condiciones de vida de las masas populares ni la causa de la paz y la democracia en las relaciones internacionales.




Das guerras do ópio às guerras do petróleo 
Traduzione portoghese di  João Carlos Graça

“A morte de Khadafi é uma viragem histórica”, proclamam em coro os dirigentes da NATO e do Ocidente, não se preocupando sequer em guardar distâncias relativamente ao bárbaro assassinato do dirigente líbio e às mentiras despudoradas a esse respeito proferidas pelos dirigentes dos “rebeldes”. E todavia, efectivamente trata-se duma viragem. Mas para compreender o significado de que a guerra contra a Líbia se reveste no âmbito da história do colonialismo, é conveniente partir de mais longe…
  Quando em 1840 os navios de guerra ingleses se mostram em frente das costas e das cidades da China, os agressores dispõem da potência de fogo de milhares de canhões e podem semear a destruição em larga escala sem recearem ser atingidos pela artilharia inimiga, cujo alcance é muito mais reduzido. É o triunfo da política da canhoneira: o grande país asiático e a sua milenária civilização são constrangidos a capitular; tem início aquilo que a historiografia chinesa define justamente como século das humilhações, o qual termina em 1949, com a chegada ao poder do Partido comunista e de Mao Zedong.
Nos nossos dias, a chamada “Revolution in Military Affairs” (RMA) criou para numerosos países do Terceiro Mundo uma situação similar àquela no seu tempo defrontada pela China. No decurso da guerra contra a Líbia de Khadafi, a NATO pôde tranquilamente efectuar milhares e milhares de bombardeamentos e não apenas não sofreu qualquer perda, como na verdade nem sequer arriscou sofrê-la. Neste sentido, mais do que a um exército tradicional, a NATO assemelha-se a um pelotão de execução; de modo que a execução final de Khadafi, mais do que ser um caso ou um incidente de percurso, revela o sentido profundo da operação no seu todo.
É um dado de facto: a renovada desproporção tecnológica e militar relança as ambições e as tentações colonialistas dum Ocidente que, como demonstra a exaltada auto-consciência e falsa consciência continuamente ostentada, recusa ajustar realmente as contas com a sua história. E não se trata só de força aérea, navios de guerra e satélites. Mais clara ainda é a vantagem com que Washington e os seus aliados podem contar no que respeita à capacidade de bombardeamento multi-mediático. Também quanto a isto, a “intervenção humanitária” contra a Líbia é um exemplo de manual: a guerra civil (desencadeada entre outras coisas graças à obra prolongada de agentes e de unidades militares, e no decurso da qual os chamados “rebeldes” podiam inclusivamente dispor desde o início de aviões) foi apresentada como um massacre perpetrado pelo poder sobre uma população civil indefesa; pelo contrário, os bombardeamentos com que na fase final a NATO se encarniçou contra uma Sirte assediada e privada de água, comida e medicamentos transmutaram-se em operações humanitárias a favor da população civil líbia!
Esta obra de manipulação pode agora contar, para além dos tradicionais meios de informação e desinformação, com uma revolução tecnológica que completa a RMA. Com expliquei em intervenções e artigos precedentes, são autores e órgãos próximos do Departamento de Estado a celebrar o facto de que o arsenal norte-americano se enriqueceu agora com novos e formidáveis instrumentos de guerra; são jornais ocidentais e de provada fé ocidental a referir, sem qualquer distanciamento crítico, que no decurso das “guerras da Internet” estão na ordem do dia a manipulação e a mentira, bem como o instigar de minorias étnicas e religiosas igualmente através da manipulação e da mentira. É o que já está a acontecer na Síria, contra um grupo dirigente agora mais do que nunca na mira, em virtude do facto de ter resistido às pressões e intimidações ocidentais, tendo-se recusado a capitular face a Israel e a trair a resistência palestiniana.
Mas voltemos à primeira guerra do ópio, que se conclui em 1842 com o tratado de Nanquim. É o primeiro dos “tratados desiguais”, isto é, impostos pela canhoneira. No ano seguinte é a vez dos EUA. Enviam também eles a canhoneira com o fim de arrancar o mesmo resultado conseguido pela Grã-Bretanha, ou algo mais. O tratado de Wanghia (nos arredores de Macau) de 1843 institui para os cidadãos norte-americanos residentes na China o privilégio da extra-territorialidade: mesmo se culpados de delitos de direito comum, aqueles são ainda assim subtraídos à legislação chinesa. Obviamente, o privilégio da extra-territorialidade não é recíproco, não vale para os cidadãos chineses residentes nos EUA: os povos coloniais são uma coisa; uma outra, bem diversa, é a raça de senhores. Nos anos e décadas subsequentes, entretanto, o privilégio da extra-territorialidade é estendido também aos chineses “dissidentes” da religião e da cultura do seu país, os que se convertem ao cristianismo (e nesse sentido se tornam idealmente cidadãos honorários da república norte-americana ou do Ocidente em geral).
O padrão duplo da legalidade e da jurisdição é um elemento essencial do colonialismo também nos nossos dias: os “dissidentes”, ou na verdade os que se convertem à religião dos direitos humanos tal como proclamada por Washington e por Bruxelas, os potenciais Quisling ao serviço dos agressores, são galardoados com o prémio Nobel e outros análogos: depois do que o Ocidente desencadeia uma furiosa campanha para subtrair os premiados à jurisdição do seu país de residência, campanha tornada ainda mais persuasiva através dos embargos e das ameaças de embargo e de “intervenção humanitária”. 
O padrão duplo da legalidade e da jurisdição torna-se particularmente clamoroso com a intervenção do Tribunal Penal Internacional (TPI). A esse são e devem ser subtraídos os cidadãos norte-americanos, bem como os soldados e mercenários “stars and stripes” estacionados pelo mundo fora. Recentemente, a imprensa internacional referiu que os EUA se preparam para bloquear com o veto a admissão da Palestina na ONU, também com o fito de impedir que a Palestina possa apresentar recurso contra Israel junto do TPI: como quer que seja, na prática se não já mesmo na teoria, deve ficar claro para toda a gente que só os povos coloniais podem ser processados e condenados. O timing é só por si eloquente. 1999: apesar de não ter obtido a autorização da ONU, a NATO inicia os seus bombardeamentos contra a Jugoslávia; quase de seguida, pressuroso, o TPI procede à incriminação não dos agressores e dos responsáveis pela violação do ordenamento jurídico internacional que tinha emergido na sequência da II Guerra Mundial, mas de Milosevic. 2011: virando às avessas o mandato da ONU, bem longe de preocupar-se com a protecção dos civis, a NATO recorre a todos os meios para extrair daquele a mudança do regime e o controlo da Líbia. Seguindo uma pauta já ensaiada, o TPI procede à incriminação de Khadafi. O dito TPI é uma espécie de apêndice judiciário do pelotão de execução da NATO, aliás dir-se-ia que os magistrados da Haia se assemelham a padres que, sem sequer perderem tempo a consolar a vítima, se empenham directamente na legitimação e na consagração do carrasco.
Um último ponto. Com a guerra contra a Líbia, no âmbito do imperialismo delineou-se uma nova divisão do trabalho. As grandes potências coloniais tradicionais, tais como a Inglaterra e a França, valendo-se do decisivo apoio político e militar de Washington, concentram-se no Médio Oriente e na África, enquanto os EUA deslocam cada vez mais o seu dispositivo militar para a Ásia. E retornamos assim à China. Depois de terem posto fim ao século das humilhações iniciado com as guerras do ópio, os dirigentes comunistas sabem bem que seria uma loucura criminosa perder uma segunda vez o encontro com a revolução tecnológica e militar: ao mesmo tempo que liberta centenas de milhões de chineses da miséria e da fome às quais tinham sido condenados pelo colonialismo, o poderoso desenvolvimento em marcha no grande país asiático é também uma medida de defesa contra a permanente agressividade do imperialismo. Aqueles que, também à “esquerda”, se colocam a reboque de Washington e de Bruxelas na obra de difamação sistemática dos dirigentes chineses demonstram não levar realmente a sério nem a causa do melhoramento das condições de vida das massas populares nem a causa da paz e da democracia nas relações internacionais.