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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

giovedì 29 settembre 2011

Riflessioni sulla guerra in Libia

Intervento all'assemblea di Roma del 19 settembre. Ringraziamo il gruppo facebook Maestri e Compagni [SGA].

Un saggio di Daniel Zamora Vargas sulla storia secondo Losurdo

DANIEL ZAMORA VARGAS
L’histoire selon Domenico Losurdo
"ÉTUDES MARXISTES", Bruxelles, n° 94-2011 pp.  9 1-1 0 4
(Daniel Zamora Vargas (dzamora66@gmail.com) est chercheur en sociologie à l’Université libre de Bruxelles.)

Les livres de Domenico Losurdo ne sont pas simplement des livres d’histoire. Dans les deux ouvrages étudiés ici, Losurdo mélange de manière féconde philosophie, histoire des idées, histoire économique et histoire politique et sociale. Ce mélange permet à l’auteur de rompre avec les travaux historiques actuels rarement stimulants et souvent anecdotiques ou, pour reprendre Marx, établissant tout au plus « une collection de faits sans vie»...

Dicono della Cina...

Ringraziamo Eric Le Lann e il sito La faute à Diderot per la segnalazione [SGA].


« Par sa rapidité, sa profondeur, la percée chinoise n’a rien de comparable avec tout ce que nous avons pu connaître dans l’histoire économique du monde »
GOMBEAU Jean- Louis
Economiste. Journaliste à LCP-AN. 2011

« En matiere de reflexion strategique, les chinois ont une avance décisive sur les occidentaux . Ils sont convaicus de la nécessité de transformer de fond en comble leur régime de croissance ».
AGLIETTA Michel. Economiste 2011.

« Je suis tres impressionné par les efforts chinois face au changement climatique »
BAN Ki-moon.
Secretaire General de l’ONU. 2011

« Quelles que soient les difficultés et les inquietudes, la Chine a immensement changé, dans l’ensemble pour le meilleur ».

« La Chine actuelle est sans doute le seul regime communiste qui se soit jamais preoccupé de politique sociale. Le fait est averé depuis une dizaine d’années, mais il est devenu spectaculaire »
DOMENACH Jean-Luc.
Sinologue. Directeur de recherche au CERI. 2008

Un intervento di João Carlos Graça sulla Controstoria e la recensione del Times Literary Supplement

João Carlos Graça è Assistant professor al Departamento de Ciências Sociais dell'Instituto Superior de Economia e Gestao, Universidade Técnica de Lisboa [SGA].

Dear Professor Losurdo
First of all, the very existence of this review is good news, so let me congratulate you for it. As to substantive questions, the thing that strikes me more is that, of course, we can go on and on indefinitely talking about issues when it is mostly matters of definition that are involved. And so, apparently Jennifer Pitts didn’t like very much your definition of Liberalism, hence she suggests instead a… lack of any exact definition, so that all that is retrospectively considered “good” is susceptible of being taken as an expression of Liberalism, whereas “bad” things tend to be illiberal ex definitio. This way, of course, “Liberalism” gets identified with endless, indefinable “meliorism”, with improvability itself. That is to say, that which others would
identify with Humankind, or “human condition”, she associates with Liberalism. And so, of course, facing logomachies like this one, game over, let us congratulate the winner, Ave Jennifer, etc...

João Carlos Graça
Lisboa, 25 de Setembro de 2011

giovedì 22 settembre 2011

Il Times Literary Supplement recensisce "Liberalism. A Counter-History"

"Un libro di ampia portata e di reale erudizione",
ma unilateralmente schierato contro il liberalismo

TLS, 23 settembre 2011

lunedì 19 settembre 2011

Su "Junge Welt" una recensione a Die Sprache des Imperiums

"Junge Welt" 15.08.2011 / Politisches Buch / Seite 15

Interessen und Mythen

Domenico Losurdos neues Buch untersucht die Reizwörter der imperialistischen Kriegsideologie

Von Werner Pirker
 
In der westlichen Zivilreligion erscheint der »Antiamerikanismus« als eine von sieben Todsünden. Die weiteren: Terrorismus, Fundamentalismus, Antisemitismus, Antizionismus, Philoislamismus und Haß auf den Westen. Das sind auch die Kapitelüberschriften in Dominico Losurdos neuem Buch »Die Sprache des Imperiums«...
Leggi tutto...

Vladimiro Giacché recensisce "Il ruggito del dragone" su Radio Popolare


Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Il ruggito del dragone. Cina: la lunga marcia verso la prosperità, con prefazione di Domenico Losurdo e interventi di Bruno Casati, Aldo Giannuli, Sergio Ricaldone, Milano, Editrice Aurora, 2011, pp. 222, euro 10.
Per acquistare il libro contattare: 
Centro Culturale “Concetto Marchesi”, Via Spallanzani 6 – 20129 Milano
Tel./Fax 02 29405405 – email: centroconcettomarchesi@fastwebnet.it

“Contributo per la rettifica dei giudizi del pubblico sulla rivoluzione francese”: così il filosofo tedesco Fichte intitolò una delle sue prime opere. Il libro di cui parliamo oggi potrebbe ben intitolarsi “contributo per la rettifica dei giudizi del pubblico sulla situazione cinese”. Non si tratta però di un pamphlet polemico, né di uno scritto di acritica apologia. Al contrario: Il ruggito del dragone, pubblicato dalla Editrice Aurora di Milano, è un testo molto ben  documentato e sorretto da pacate e robuste argomentazioni. Per questo motivo rappresenta il miglior antidoto agli articoli, spesso ottusamente denigratori, quasi sempre assai imprecisi, che sui nostri quotidiani trattano della situazione e dei problemi della Cina. Il rumore di questo vero e proprio martellamento propagandistico è così forte che rende molti dati resi disponibili dal volume di Sidoli e Leoni – provenienti quasi sempre da fonte occidentale, di regola indipendente, spesso ostile alla Cina – assolutamente inattesi: delle vere e proprie scoperte. Da questo libro apprendiamo ad esempio che in uno Stato che ci viene presentato come l’emblema del turbocapitalismo, i manager guadagnano al massimo 18 volte quanto un operaio (e non 1000 come Marchionne) e lo Stato controlla i tre quarti della ricchezza ei settori strategici dell’economia nazionale. Che delle 100 più grandi imprese quotate ben 99 sono a controllo o a maggioranza pubblica: tra esse la Lenovo, che anni fa ha comprato la divisione personal computer dall’IBM; o la Haier, che dal 2009 è il principale produttore mondiale di elettrodomestici bianchi, superando anche la Whirlpool. Che inoltre il settore cooperativo impiega il 20% della manodopera complessiva. Proprio al rilievo delle imprese pubbliche e cooperative nell’insieme dell’economia cinese gli autori riconducono l’assenza di crisi da sovrapproduzione negli ultimi tre decenni, tassi di crescita spettacolari (9-10% annuo) e la resilienza alla crisi che ha massacrato l’Asia nel 1997-8 e, 10 anni dopo, a quella che ha massacrato i Paesi occidentali. Di fatto, sino ad oggi la sviluppo di un forte settore privato dell’economia non ha impedito che le scelte strategiche di investimento e il controllo delle direzioni dello sviluppo restassero saldamente in mano pubblica.
Apprendiamo che in termini reali (cioè depurati dall’inflazione) negli ultimi 30 anni i redditi sono aumentati di 7 volte nelle città e di 5 volte nelle campagne. E che dalla metà del 2010 all’inizio del 2011, in meno di un anno, il salario minimo a Pechino è cresciuto di oltre il 40%. Ma soprattutto che il numero delle persone che si trovano in stato di povertà, su 1,4 miliardi di abitanti, è passato da 250 milioni del 1978 ai 15 milioni di 30 anni dopo.
Non stupisce quindi che i livelli di soddisfazione, di ottimismo personale e fiducia nel futuro in Cina secondo una ricerca statunitense si collochino al primo posto nel mondo.  Un quadro ben diverso dal panorama di miseria, bestiale sfruttamento e oppressione totalitaria che secondo i cliché diffusi a piene mani dalla nostra stampa connotano la Cina contemporanea.
Cliché che fanno il paio col mito secondo cui i cinesi sarebbero competitivi soltanto in produzioni relativamente povere (tessile). Peccato che l’anno scorso il nostro deficit commerciale nei confronti della Cina sia stato causato dalle importazioni di pannelli fotovoltaici.
Vladimiro Giacché
[Recensione andata in onda su Radio Popolare, il 3 e 7 settembre]

Una nuova presentazione del libro su Stalin a Torino

martedì 13 settembre 2011

Pubblicata l'edizione spagnola della non-violenza

Domenico Losurdo
La cultura de la no violencia
Una historia alejada del mito

Peninsula, Barcelona 2011


Una crítica a lo que se entiende por pacifismo y no violencia en el siglo XX. De Gandhi al Dalai Lama


«El siglo XX está lleno de guerras y revoluciones que, de distintas formas, prometen conseguir la paz perpetua, es decir, está lleno de violencias que afirman querer erradicar de una vez por todas el azote de la violencia». «¿Lo que debemos cuestionarnos es, pues, un determinado sistema político-social? Aquí topamos de nuevo con una problemática que ha sido el centro de la reflexión y la lucha política de la edad contemporánea y que sigue siendo ineludible, aunque es necesario afrontarla en términos radicalmente nuevos para dejar atrás su concepción utópica. Con todo, sigue en pie una cuestión: hasta que no se arranquen de cuajo las raíces de la política de “conquista”, “usurpación” y dominio, una institución como la ONU podrá contener y limitar el azote de la guerra, pero no se harán realidad las confiadas esperanzas de Tolstói y de otros grandes intérpretes de la no violencia, quienes creían que el fenómeno de la guerra y del duelo entre Estados abandonaría la escena de la historia, del mismo modo en que lo había hecho el fenómeno del duelo entre individuos» (Domenico Losurdo).

Un'iniziativa sulla Libia a Roma

venerdì 9 settembre 2011

Universalism, National Questions and Conflicti Concerning Hegemony: pubblicati gli Atti del congresso di Lisbona della Internationale Gesellschaft Hegel-Marx

Introduction
by Stefano G. Azzarà

The deep crisis of global capitalism is today developing in a struggle of unprecedented transformation preceded by long historical process not only on the economic but also the political and cultural planes...

Un'intervista sulla crisi italiana

In Germania una nuova edizione per Freiheit als Privileg

Domenico Losurdo Freiheit als Privileg. Eine Gegengeschichte des Liberalismus, Papyrossa, Neue Kleine Bibliothek 147, 464 Seiten

Mit einem Nachwort von Oskar Lafontaine 


vai alla scheda del libro

martedì 6 settembre 2011

La guerra della Nato In Libia continua

Il giorno 05 settembre 2011 22:27, marcello grassi <margrassi1@hotmail.com> ha scritto:
Caro Losurdo
complimenti per il  lucido articolo sulla Libia apparso sull'Ernesto on line. Le potenze imperialiste hanno sempre cercato di camuffare le loro imprese banditesche sotto il pretesto della diffusione della civiltà, della religione, della democrazia o in nome della white man supremacy o della superiorità razziale.
La verità è che dopo la caduta del socialismo reale assistiamo ad una sequela di guerrre di aggressione e di conquista (Irak, Serbia, ancora Irak, Afghanistan, Libia) e allo sviluppo di una crisi economica di dimensioni sempre più  drammatiche, che di quelle guerre è in parte causa e conseguenza insieme
Come mi capita spesso di dire, è finito l'impero del male ed è cominciato l'impero del peggio.
Grave è che per la Libia sia mancata qualunque iniziativa di lotta; a Roma c'èstato un presidio al senato con Ferrero, ma eravamo quatttro gatti.
Paghiamo per la damnatio memoriae della nostra storia un prezzo enorme; ben vengano perciò i tuoi libri ed articoli. Cordiali saluti Marcello Grassi


 
CONSIDERAZIONI SULLA GUERRA DI LIBIA
E SULLA COSIDDETTA “PRIMAVERA ARABA”
di Costanzo Preve

 1. Ho recentemente aderito ad una manifestazione e ho firmato un appello per la richiesta di dimissioni di Napolitano, Berlusconi, La Russa e Frattini per violazione della Costituzione a causa del nostro intervento in Libia. So perfettamente che si tratta di un atto simbolico perfettamente inutile. Come ha scritto Brecht, “anche l’ira contro l’ingiustizia rende roca la voce”. Sarebbe facile insolentire l’unanimità guerresca che ha unito sinistra e destra, estrema sinistra ed estrema destra, ex comunisti ed ex fascisti (qui la coppia Napolitano/La Russa è assolutamente impagabile, per chi studiasse il cosiddetto “trasformismo” fuori dai libri di scuola). Cerco di non farmi sopraffare dall’indignazione e mi limito ad offrire qualche spunto per la riflessione.
     2. Troppe cose non sono ancora note e si sapranno forse solo nei prossimi anni. Quanto è durata e quando è cominciata la preparazione dei servizi segreti francesi e inglesi in Cirenaica e nella zona berbera della Tripolitania? Quanto è contata la collaborazione fra la strega sionista Hillary Clinton ed il seppellitore del gaullismo Nicolas Sarkozy per spingere il (forse) riluttante Obama a dare il semaforo verde all’intervento armato? Come è stato possibile ingannare Russia e Cina all’ONU per dare via libera all’ipocrita no fly-zone, o quanto invece c’è stata sporca connivenza? Che nel caso ci fosse veramente stata, farebbe cadere tutte le speranze sul BRICS e sulla politica eurasiatista? Vorrei saperne di più, ed invece non lo so.
     3. Dal momento che sono uno studioso esperto di storia della filosofia, non cesso di stupirmi per la facilità con cui la legittimazione della guerra è passata dalla dottrina della “guerra giusta” alla dottrina del cosiddetto “intervento umanitario”. Risparmio al lettore possibili dotte ricostruzioni di questa storia. Inizialmente, la guerra giusta era la guerra giustificata dalla necessità di esportare il cristianesimo, ed era pertanto una guerra di “crociata”. Poi la guerra giusta diventò la guerra in difesa della patria invasa (in latino pro aris et focis), ma è chiaro che in questo modo l’attacco preventivo può essere fatto ipocritamente passare per guerra di difesa.
       L’apparente successo del pacifismo nell’ultimo cinquantennio non deve trarre in inganno. Esso è sempre stato una protesta contro lo “sterminismo nucleare”, per cui, se si poteva fare una guerra senza l’uso di bombe nucleari, la guerra era rilegittimata (Norberto Bobbio per Iraq 1991 e Jugoslavia 1999). I riti pecoreschi e ipocriti delle cosiddette Marce della Pace di Assisi sono sempre e solo stati cerimonie istituzionali, in cui al belare rituale si accompagnava sempre l’esecrazione per i dittatori e la possibilità di esportare i diritti umani.
        Nella storia dell’umanità, è raro che si siano condotte guerre sulla base delle carte fornite dallo stato maggiore nemico. Invece gli ultimi trent’anni ci hanno fatto assistere a questo kafkiano paradosso. I pacifisti belavano richieste ritmate di sostituire alle armi i diritti umani, proprio quando gli stessi produttori di armi scrivevano sui loro missili “peace is our profession”, e i contingenti di invasori venivano ribattezzati “contingenti di pace”.
         Tutto questo, ovviamente, è ampiamente noto. Bisogna però chiedersi, al di fuori di tutti gli identitarismi di partito o di schieramento, come sia stato possibile nell’arco di pochi decenni il passaggio della Grande Menzogna, dalla guerra giusta all’intervento umanitario, reso più facile anche dal passaggio dalla leva militare obbligatoria (che richiedeva motivazioni di manipolazione ideologica allargata) al mestiere di professionista delle armi (con donne comprese), che è compatibile con strategie ideologiche meno sofisticate (si pensi alla trasmissione di Sky-tv denominata Herat-Italia, senza dimenticare chi è Murdoch, il miliardario sionista padrone di Sky).
       4. Secondo il modello mediatico pubblicitario americano, oggi le guerre vengono “vendute” alla cosiddetta “opinione pubblica” in forma personalizzata, attraverso la personalizzazione diabolica e demonizzante del “Sanguinario Dittatore”. Qui il copione si ripete. Nel 1999 il sanguinario dittatore era il serbo Milosevic (ribattezzato Hitlerovic in una oscena copertina de “l’Espresso”, la nave ammiraglia del gruppo Scalfari-De Benedetti), nel 2003 Saddam Hussein, ed ora nel 2011 il sanguinario dittatore è Gheddafi. Questo ritorno personalizzato del sanguinario dittatore deve far riflettere. Tutto questo è certamente legato al medium televisivo che richiede icone facilmente riconoscibili, ma non basta.
       Il dittatore sanguinario è anche un’estrema metamorfosi degenerativa dell’immaginario antifascista della seconda guerra mondiale. L’immaginario antifascista partiva bensì dalla triade diabolica personalizzata dei tre grandi dittatori (nell’ordine di malvagità, Hitler, Mussolini e Franco), ma non si limitava certamente a quest’ultima, perché si aggiungeva il socialismo, il comunismo, la lotta al colonialismo, al razzismo, all’imperialismo, eccetera. Dopo la catastrofe del triennio 1989-1991 e la vittoria tennistica nei circoli universitari del paradigma del Totalitarismo di Hannah Arendt, tutti questi elementi sono stati spazzati via, ed è rimasto soltanto lo stereotipo del sanguinario dittatore, se possibile con le sue ville con i rubinetti d’oro e le vasche Jacuzzi rivestite di pelle umana.
      Questo potrebbe in parte spiegare la totale resa della cultura di “sinistra” al modello del sanguinario dittatore. Perfino Samir Amin (Cfr. “il manifesto”, 31 agosto 2011), pur condannando l’intervento NATO e diagnosticando con precisione le ragioni “imperialistiche” della guerra di Libia, sente il bisogno di infierire sullo sconfitto qualificando Gheddafi come “buffone”. Sono contrario a infierire sul vinto, magari con motivazioni pseudo-marxiste. Non mi interessa correggere con la matita blu le ingenuità del Libro Verde o sanzionare gli indubbi elementi kitsch del suo comportamento. Gheddafi è stato ed è un grande patriota ed un combattente antimperialista, panarabo e panafricanista, mille volte superiore ai cani e ai porci che linciano i neri e che hanno vinto esclusivamente per i bombardamenti NATO.
      5. La vergogna della cultura di sinistra a proposito della guerra di Libia è stata tale da essere quasi difficile da descrivere. Tutti si sono fatti babbionare dalla retorica sulla “primavera araba” sponsorizzata dall’emiro del Qatar e da Al Jazeera. Il fatto è che questa “cultura di sinistra” (esemplare è il giornale “il manifesto”, di cui “Liberazione” è soltanto una variante sindacalistica) è ormai soltanto una variante radicale dell’individualismo di sinistra post-sessantottino, indubbiamente post-borghese, ma anche e soprattutto ultra-capitalistica.
     In questa vergogna si è particolarmente distinto il trotzkismo, in tutte le sue varianti, da Sinistra Critica al Partito Comunista dei Lavoratori (Ferrando) al Partito di Alternativa Comunista (Ricci). Tutti costoro hanno inneggiato alla stupenda rivolta delle masse libiche, che essendo però prive di un buon partito rivoluzionario trotzkista, hanno visto “scippata” la loro magnifica vittoria dall’intervento NATO.
        Qui la coglionaggine dottrinaria ha celebrato in solitudine il suo massimo trionfo. I residui dogmatici del trotzkismo vogliono sempre una rivoluzione “pura”, anzi purissima, perché se non è pura è sempre bonapartista, burocratica, “campista” (Castro, Chavez, eccetera). Questi sventurati mi ricordano un frustrato che, non potendo sposare la donna più bella del mondo, la sola che avrebbe voluto sposare, si rinchiude in bagno a masturbarsi sognando questa Venere ideale. Miserabili! La NATO, i sionisti e gli USA massacrano un combattente antimperialista, e questi sciocchi inneggiano alla caduta del dittatore sanguinario!
           6. Non ce l’ho assolutamente con Napolitano e gli ex PCI. Si sono riciclati bene, nel 1956 erano con l’URSS ed oggi nel 2011 sono con gli USA. Dal momento che non li ho mai stimati in precedenza, non mi hanno neppure deluso. I soli che hanno mantenuto un atteggiamento onesto sono stati i collaboratori de “l’Ernesto” (oggi Marx XXI), ma costoro sono gli stessi che per anti-berlusconismo vogliono allearsi con Bersani e Napolitano, cioè con i bombardatori della Libia. Lo spieghino ai loro militanti, e se riescono a farlo bisogna concludere che i loro militanti non sono militanti, ma militonti.
          Il vero problema è quello di fare ipotesi sulle cosiddette “primavere arabe”. Come ha detto argutamente Zygmunt Bauman in una intervista a La Stampa, la cosa interessante sarà l’estate araba, perché la primavera è già passata. Per ora siamo nel campo delle ipotesi. Credo che in un certo senso il 2011 arabo sia, venti anni dopo, il corrispondente del 1991 sovietico. Il 1991 sovietico chiudeva il ciclo delle rivoluzioni comuniste novecentesche nel loro aspetto di rivoluzioni operaie e proletarie (burocraticamente degenerate o meno, questa è un’altra storia), attraverso una maestosa controrivoluzione restauratrice delle nuove classi medie cresciute all’interno dello stesso apparato formalmente “comunista”. Il 2011 arabo chiude il ciclo delle rivoluzioni nazionaliste arabe a partire dal 1945 (nasserismo egiziano, gheddafismo libico, baathismo iracheno e siriano, eccetera), in cui le nuove classi borghesi favorite dallo stesso dispotismo partitico-militare precedente si sono ora autonomizzate, e cercano un rapporto diretto e non militarmente mediato con la grande globalizzazione finanziaria capitalistica.
              Mi sbaglio? Sono troppo pessimista? Il futuro ce lo dirà presto.
              Torino, 3 settembre 2011