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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

giovedì 31 marzo 2011

Voltairenet riprende l'articolo di Franco Bechis sui retroscena della guerra contro la Libia. Intanto i commandos USA, inglesi e francesi sono già a terra

La France préparait depuis novembre le renversement de Kadhafi

Selon le journaliste de la droite libérale italienne Franco Bechis, la révolte de Benghazi aurait été préparée depuis novembre 2010 par les services secrets français. Comme le remarque Miguel Martinez du site internet progressiste ComeDonChisciotte, ces révélations, encouragées par les services secrets italiens, doivent se comprendre comme une rivalité au sein du capitalisme européen.
Le Réseau Voltaire précise que Paris a rapidement associé Londres à son projet de renversement du colonel Kadhafi (force expéditionnaire franco-britannique). Ce plan a été modifié dans le contexte des révolutions arabes et pris en main par Washington qui a imposé ses propres objectifs (contre-révolution dans le monde arabe et débarquement de l’Africom sur le continent noir). La coalition actuelle est donc la résultante de ces ambitions distinctes, ce qui explique ses contradictions internes.

Retroscena/ Clamoroso: "Sarko' ha manovrato la rivolta libica"
Libero, Mercoledí 23.03.2011
"Prima tappa del viaggio. Venti ottobre 2010, Tunisi. Qui - scrive Franco Bechis su LIBERO - e' sceso con tutta la sua famiglia da un aereo della Lybian Airlines Nouri Mesmari, capo del protocollo della corte del colonnello Muammar El Gheddafi. E' uno dei piu' alti papaveri del regime libico, da sempre a fianco del colonnello. L'unico - per capirci - che insieme al ministro degli Esteri Mussa Koussa aveva accesso diretto alle residence del rai's senza bisogno di bussare. L'unico a potere varcare la soglia della suite 204 del vecchio circolo ufficiale di Bengasi, dove il colonnello libico ha ospitato con grandi onori il premier italiano Silvio Berlusconi durante le visite ufficiali in Libia...
Leggi tutto (da affaritaliani)

Guido Olimpio, Corriere della Sera, 31 marzo 2011

sabato 26 marzo 2011

Ancora sulla Cina e la guerra contro la Libia

In questi giorni, come era prevedibile, mi sono giunti numerosi commenti di lettori, amici e compagni. Sulla guerra contro Libia mi riservo di fare altri interventi. Qui mi limito ad alcune osservazioni relative all’atteggiamento assunto dalla Cina:
1) Alle critiche che leggo in diversi messaggi sembra rispondere un articolo-intervista apparso alcuni giorni fa su «Global Times» (quotidiano cinese in lingua inglese). Vi si riportano alcuni dati essenziali per comprendere la questione: a) «più della metà delle importazioni petrolifere della Cina provengono oggi dal Medio Oriente»; b) nel tentativo di ovviare a questa situazione, da qualche tempo la Cina ha cominciato ad accumulare riserve strategiche di petrolio, ma in questo campo è ancora piuttosto indietro. In caso di blocco delle esportazione dai paesi produttori di petrolio, la Cina potrebbe resistere al massimo per due settimane, mentre gli USA hanno riserve strategiche per 400 giorni! Se a ciò si aggiungono le migliaia di chilometri da attraversare (per le navi che trasportano il petrolio in Cina) e la presenza minacciosa della flotta Usa lungo tutto questo percorso, è evidente che «la sicurezza economica della Cina» – per citare sempre «Global Times» – è ancora piuttosto fragile.
E’ in questo contesto geopolitico e economico che è intervenuta la crisi libica. A sostenere la «no-fly zone» sono state purtroppo la Lega araba e in primo luogo l’Arabia Saudita, il paese dal quale proviene una parte assai cospicua del petrolio medio-orientale importato dalla Cina. E’ evidente che i dirigenti cinesi si sono posti un interrogativo: conviene rompere con l’Arabia saudita (già irritata per l’atteggiamento morbido assunto da Pechino nei confronti dell’Iran) e con gli stessi «ribelli» libici (condivido a questo proposito l’osservazione di Maurizio), facendo ricorso ad un veto che peraltro, come dimostra l’esperienza storica (Jugoslavia e Irak), non è in grado di bloccare l’intervento militare degli Usa e dell’Occidente?
Possiamo discutere il modo in cui i dirigenti cinesi hanno ritenuto di rispondere a tale interrogativo, ma esso è ineludibile. (Detto tra parentesi, la situazione geopolitica di Venezuela e Cuba è del tutto diversa, e non solo per la presenza di larghi giacimenti di petrolio e di gas nel primo paese!). Sarebbe ben strano un «internazionalismo» pronto ad esporre un paese di oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone ad una devastante crisi economica (che fra l’altro – apro qui un’altra parentesi – colpirebbe in modo pesante anche Venezuela e Cuba!).
Il fatto è che certi compagni (da me assai stimati) assumono un atteggiamento che io considero contraddittorio: con lo sguardo rivolto al passato non hanno difficoltà a comprendere i compromessi anche più sgradevoli stipulati dai protagonisti del movimento comunista internazionale (Lenin e Brest-Litowsk; Stalin e il patto di non-aggressione con Hitler; Mao e gli accordi prima con Chiang-Kai-sheck e poi, con modalità diverse, con Nixon); ma, con lo sguardo rivolto al presente, per molto meno quei compagni hanno la tendenza a scandalizzarsi.
Infine. Mi sembra calzante l’osservazione «dialettica» di João Carlos Graça: è giusto analizzare in modo spregiudicato la politica estera della Cina, augurandosi che il grande paese asiatico faccia sentire maggiormente il suo peso sul piano internazionale; ma cosa fa la sinistra per rafforzare il prestigio, il soft power e quindi la capacità di azione dei dirigenti cinesi sul piano internazionale?
Domenico Losurdo

Encore sur la Chine et la guerre contre la Libye
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio, da mondialisation.ca

venerdì 25 marzo 2011

Effetti collaterali...

Ringraziamo Boris Bellone per la segnalazione.

MISSILI CRUISE ALL'URANIO IMPOVERITO SULLA LIBIA: STUDIO SULLE CONSEGUENZE
DI MASSIMO ZUCCHETTI, Politecnico di Torino
I cruise lanciati sulla Libia contengono Uranio impoverito. Sono state calcolate le conseguenze dell'inquinamento radioattivo. Fino a seimila morti.

Le questioni che riguardano l’Uranio impoverito e la sua tossicità hanno talvolta, negli anni recenti, esulato dal campo della scienza. Lo scrivente[1] si occupa di radioprotezione da circa un ventennio e di uranio impoverito dal 1999. Dopo un’esperienza di pubblicazione di lavori scientifici su riviste, atti di convegni internazionali e conferenze in Italia, sul Uranio impoverito, questo articolo cerca di fare una stima del possibile impatto ambientale e sulla salute dell’uso di uranio impoverito nella guerra di Libia (2011). Notizie riguardanti il suo utilizzo sono apparse nei mezzi di informazione fin dall’inizio del conflitto.[2]
Per le sue peculiari caratteristiche fisiche, in particolare la densità che lo rende estremamente penetrante, ma anche il basso costo (il DU costa alla produzione circa 2$ al kg) e la scomodità di trattarlo come rifiuto radioattivo, il DU ha trovato eccellenti modalità di utilizzo in campo militare...
Leggi tutto, da comedonchisciotte

"... alle spiagge di Tripoli"

"From the Halls of Montezuma,

To the shores of Tripoli;
We fight our country's battles
In the air, on land, and sea;
First to fight for right and freedom
And to keep our honor clean:
We are proud to claim the title
Of United States Marine..."

L'inno dei Marines è stato scritto nel 1911. Le "spiagge di Tripoli" citate sono quelle verso le quali i Marines si recarono nella loro prima prova del fuoco, agli inizi dell'800, durante la prima delle Barbary War. Evidentemente, c'è nostalgia... [SGA].

giovedì 24 marzo 2011

Sempre più evidenti le menzogne dell’imperialismo

By Huang Xiangyang, «China Daily», 2011-03-22
«L’azione militare congiunta delle potenze occidentali contro le forze del colonnello Gheddafi equivale a una guerra non dichiarata contro una nazione sovrana». «I discorsi sulle “indicicibili atrocità” commesse da Gheddafi hanno un suono simile alle accuse (di alcuni anni fa) relative allo sviluppo delle armi di distruziione di massa ad opera di Saddam Hussein».

Völkerrecht contra Bürgerkrieg
Ob man Diktatoren zum Teufel jagen soll, ist die eine Frage - selbstverständlich soll man das, so gut es geht. Man muss sich aber auch dem trostlosen Befund aussetzen: Die Intervention der Alliierten in Libyen steht auf brüchigem normativem Boden.
Von Reinhard Merkel, «Frankfurter Allgemeine Zeitung», 22. März 2011 2011-03-22
"Gheddafi non combatte contro civili. E’ illegale l’intervento militare dell’Occidente nella guerra civile libica"
[Ringraziamo Andreas Wehr per la segnalazione, DL]

di Andrea Malaguti, Stampa di lunedì 21 marzo 2011, pagina 7

by Mike Hamilton, Sunday Mirror 20/03/2011

Carissimo Prof.
condivido quanto dici su Libia e Obama. Sembri mio padre Sergio. Sei purtroppo uno dei pochi che dicono le cose come stanno. Che tristezza Napolitano! Ricordo sempre le parole di Sergio Bellone: "speriamo che Napolitano non faccia carriera, è il peggior compagno che conosco".
un caro saluto
Boris Bellone

[Sergio Bellone, condannato a 14 anni di carcere dal Tribunale speciale fascista, nel 1940, in quanto iscritto al partito comunista d'Italia. Liberato dopo il 25 luglio 1943, fu tra gli organizzatori della Resistenza in Piemonte, tra le formazioni Garibaldine. Esperto in esplosivi in quanto ingegnere minerario, fu protagonista nel sabotaggio delle linee ferroviarie che collegano l'Italia alla Francia. Nominato responsabile quindi del sabotaggio e controsabotaggio per il Piemonte dal CLNAI. Libertario e terzomondista e anticolonialista, ha lavorato come ingegnere nelle miniere jugoslave dopo la Liberazione. Testimone della grande tolleranza in Kosovo, dove lavorava a fianco di Serbi, Croati, Albanesi e altre minoranze immerso nell'entusiasmo e nella fratellanza. Scandalizzato per l'attacco infame alla Jugoslavia durante il governo D'Alema]

DL Il presidente naplitano sta svolgendo un ruolo molto positivo nel contrastare le manvre secessioniste della Lega. Ma, per quanto riguarda la poltica internazionale… Rinvio a quello che ho scritto nel 1991, in occasione della prima guerra del Golfo (lo si può leggere ora in: «Marx e l bilancio storico del Novecento», La scuola di Pitagora editrice, Napoli 2009):

« In Italia, la spedizione anti-irakena ha coinciso con la fondazione del Partito Democratico della Sinistra e l'emergere nel suo seno di un'agguerrita ala «riformista» che si è distinta per la netta presa di distanza da un'agitazione pacifista subito bollata come demagogica e priva di senso di responsabilità nei confronti della nazione e dei suoi impegni di politica internazionale. Napolitano e i suoi ideologi sono venuti così a collocarsi nel solco di una tradizione che ha conosciuto il suo momento culminante nel corso del primo conflitto mondiale»

lunedì 21 marzo 2011

L'attacco alla Libia e la posizione della Cina. Un confronto con i lettori

Caro Domenico... se avrai tempo e voglia di rispondere, vorrei porti un'obiezione su un punto, a proposito di quanto scrivi.
Mi riferisco all'ultima riunione dell'Onu e all'atteggiamento di Cina e Russia (le metto sullo stesso piano, augurandomi che prima o poi si apra una riflessione sull'enigma Putin). Le giustificazioni che tu adduci, comprensibili e francamente plausibili, non sono però sufficienti per condividere l'atteggiamento di Cina e Russia. Certe riunioni dell'Onu fanno parte della campaga mediatica per addomesticare l'opinione pubblica occidentale. Oggi stesso Napolitano ha sottolineato che l'Italia non è in guerra ma partecipa a una missione Onu. Tutte le guerre imperialiste sono finite per una duplice ragione, la Resistenza trovata n loco e l'orientamento dell'opinione pubblica del paese aggressore, una sorta di mix.
La scelta cinese sa troppo di Realpolitik, è vera la citazione di Mao che fai ma è di difficile comprensione per chi, in Libia, sta resistendo all'ennesima aggressione militare Usa. O no? Sul tema della guerra e del più generale diritto all'autodeterminazione dei popoli è nato il movimento comunista in tutto il mondo, con lo slancio del '17 bolscevico.
E' vero il detto che le uniche guerre che si perdono sono quelle che non si combattono, la stessa resistenza del gruppo dirigente libico lo dimostra, due settimane fa tutti davano tale dirigenza per spacciata. Tra l'altro l'obiettivo degli Usa nel grande Medio Oriente non è la Libia ma la Cina.

Ho letto l'articolo di Losurdo che condivido in larga parte, mi resta difficile invece capire il modo in cui giustifica l'astensione di Russia e Cina. Mi sembra ridicolo sostenere che si sono astenuti avendo in cambio il non intervento via terra delle forze occidentali, così come non si capisce quali interessi nazionali hanno salvaguardato, sarebbe interessante sapere quali sono visto che Losurdo non ce li racconta ma lo sostiene. Cavalieri Tiziano

Caro Professore,
ottimo articolo che in sintesi esprime tutto ciò che pensavo sulla farsa della "rivoluzione" Libica. Tuttavia non mi è chiaro il significato dell'ultimo perido in riferimento alla Cina ed a Mao. In verità sono rimasto molto deluso dalla Cina e dalla politica del compromesso. Un veto avrebbe rappresentato una posizione anti-imperialista netta ed un messaggio chiaro ai popoli in lotta.
Cordiali saluti, Matteo

Caro professore, io ritengo che la neutralità sarebbe stata la decisione più saggia, anche per salvare la faccia...non si tratta solo del governo, ma anche delle opposizioni. Ieri Napolitano stringeva la mano a Gheddafi, oggi improvvisamente Gheddafi diventa il nemico dei diritti dell'astratto individuo libico (dei diritti dell'uomo).
Piergiorgio, 20 marzo 2011 06:05

DL Cominciamo con una considerazione di carattere generale. Da trent’anni il governo di Pechino si attiene alla politica del «basso profilo» (sul piano dei rapporti internazionali), caldamente raccomandata da Deng Xiaoping. E’ bene subito notare che tale politica viene seguita non solo quando sono in gioco gli interessi dell’Irak o della Libia, ma anche quando sono in gioco gli interessi della stessa Cina. Essa esprime regolarmente la sua protesta e la sua indignazione per la vendita di armi a Taiwan (un comportamento che calpesta tutte norme del diritto internazionale), compie anche qualche gesto dimostrativo, ma finisce col riallacciare con Washington persino i rapporti militari (oltre quelli politici e economici). Si potrebbero fare molti altri esempi, ma uno mi sembra particolarmente clamoroso: questa linea è stata seguita in occasione del bombardamento (nel 1999) dell’ambasciata cinese a Belgrado.

La politica del «basso profilo» è opportunista o capitolarda? A me sembra che essa tenga conto saggiamente dei rapporti di forza. I risultati parlano chiaro: nel 1989, dopo piazza Tienanmen, la Repubblica poplare cinese sembrava sull’orlo del crollo, ed era comunque gravemente isolata e stretta in una sorta di cordone sanitario. Oggi la situazione è molto diversa: oltre che sul piano economico, il mutamento nei rapporti di forza comincia (lentamente) a manifestarsi sul piano politico-diplomatico e persino (ancora più lentamente) sul piano militare. D’altro canto, a una politica di «basso profilo» si attiene in qualche modo anche la Russia, che non a caso all’Onu ha votato allo stesso modo della Cina.

E veniamo così all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Sul ruolo da essa svolto il dibattito a sinistra è di vecchia data. Negli anni ’60 del Novecento, mentre la rivoluzione anticolonialista sembrava avanzare in modo irresistibile, non mancavano le voci che invitavano a costituire un’Onu dei popoli rivoluzionari, piuttosto che dei governi in larga parte borghesi. Ben si comprende che questo progetto non sia mai stato portato avanti: per altisonanti che possano essere, le proclamazioni non modificano i rapporti di forza.

Dopo la fine della guerra fredda è invece emerso un progetto diverso e contrapposto, ma disgraziatamente ben più realistico, dato che il crollo dell’Urss e del «campo socialista» aveva realmente modificato i rapporti di forza a vantaggio degli Usa. I circoli più aggressivi dell’imperialismo hanno avanzato la proposta di sostituire l’attuale Onu con una cosiddetta «Alleanza delle democrazie», chiamata a promuovere e a legittimare gli interventi contro le «dittature», avvalendosi del poderoso apparato militare della Nato (che continua ad espandersi e che sempre più pretende di essere non un’alleanza militare ben determinata, bensì il braccio armato della «comunità internazionale» in quanto tale). A questa manovra, la cui estrema pericolosità è immediatamente evidente, la Cina contrappone la linea del rafforzamento dell’Onu e del Consiglio di sicurezza: per qualche tempo ha fatto balenare la proposta di una modifica dello Statuto, in base alla quale, per essere valida, la richiesta di veto dovrebbe essere sottoscritta da almeno due membri del Consiglio di sicurezza. Il tentativo è di affermare realmente nella pratica il principio (contenuto già nello Statuto dell’Onu), in base al quale solo il Consiglio di sicurezza di questa organizzazione può legittimare un intervento militare (non la Nato o il G 7 o la statunitense «nazione eletta» da Dio).

Questa linea comporta ovviamente dei prezzi: se il Consiglio di sicurezza fosse regolarmente bloccato dai veti contrapposti, è chiaro che riprenderebbe quota il progetto dell’«Alleanza delle democrazie» con la Nato quale suo braccio armato. In una situazione in cui persino una parte del mondo arabo si è sciaguratamente schierata a favore della «no-fly zone», Cina e Russia hano pensato di limitarsi all’astensione (accompagnata da dichiarazioni di dissenso). Sottolineo: anche la Russia, nonostante che essa non abbia i problemi della Cina, che per i rifornimenti petroliferi dipende in misura non trascurabile dall’Arabia saudita (schierata a favore della «no-fly zone») e che vede le sue linee di comunicazione marittima esposte al pericolo del blocco da parte della flotta Usa.

L’atteggiamento assunto dalla Cina (e dalla Russia) è stato comunque un errore o una manifestazione di opportunismo? E un errore o una manifestazione di opportunismo è la politica del «basso profilo» nel suo compesso? Chi ritiene può affermarlo. Ma, come ho spiegato nell’ultimo capoverso del mio intervento, il compito reale di una forza antimperialista è di sviluppare la sua lotta ideologica e politica nella situazione concreta in cui vive, senza attendersi la salvezza da fuori e da lontano (ieri soprattutto da Mosca e oggi soprattutto da Pechino).

P. S.
Mi sembra qui opportuno un post-scriptum. Chi crede che le mie considerazioni sull’Onu siano dettate dalla contingenza politica e dal «giustificazionismo» nei confronti della Cina, può leggere quello che io ho scritto nell’ultimo paragrafo di un libro pubblicato un anno fa («La non-violenza. Una storia fuori dal mito»).

sabato 19 marzo 2011

Una nuova operazione coloniale contro la Libia

Domenico Losurdo, 18 marzo 2011

Dopo aver bloccato con un veto solitario una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che condannava l’espansionismo coloniale di Israele nella Palestina occupata, ora gli Usa si atteggiano di nuovo a interpreti e campioni della «comunità internazionale». Hanno convocato il Consiglio di sicurezza, ma non per condannare l’intervento delle truppe saudite in Bahrein ma per esigere e infine imporre il varo della «no-fly zone» e di altre misure di guerra contro la Libia.



Peraltro, alcune misure di guerra erano state già intraprese unilateralmente da Washington e da alcuni dei suoi alleati: lo dimostrano l’addensarsi della flotta militare statunitense al largo delle coste libiche e il ricorso al classico strumento colonialista della politica delle cannoniere. Ma Obama non si era fermato qui: più volte nei giorni scorsi aveva intimato minacciosamente a Gheddafi di abbandonare il potere; aveva fatto appello all’esercito libico a inscenare un colpo di Stato. Ma l’aspetto più grave è un altro. Assieme a Gran Bretagna e Francia, gli Usa hanno da un pezzo sguinzagliato i loro agenti per porre i funzionari libici dinanzi a un dilemma: o passare dalla parte dei ribelli oppure essere deferiti alla Corte penale internazionale e trascorrere il resto della loro vita in galera, in quanto responsabili di «crimini contro l’umanità».



Al fine di coprire la ripresa delle più infami pratiche colonialiste, si è scatenato il consueto, gigantesco apparato multimediale di manipolazione e disinformazione. E, tuttavia, basta leggere con un minimo di attenzione la stessa stampa borghese per accorgersi dell’inganno. Giorno dopo giorno si è ripetuto che gli aerei di Gheddafi bombardavano la popolazione civile. Ma ecco cosa scriveva Guido Ruotolo su «La Stampa» del 1 marzo (p. 6): «E’ vero, probabilmente non c’è stato nessun bombardamento». La situazione è radicalmente cambiata nei giorni successivi? Sul «Corriere della Sera» del 18 marzo (p. 3) Lorenzo Cremonesi riferisce da Tobruk: «E come è già avvenuto nelle altre località dove è intervenuta l’aviazione, sono stati per lo pù raid di avvertimento. “Volevano spaventare. Tanto rumore e nessun danno”, ci ha detto per telefono uno dei portavoce del governo provvisorio». Dunque, sono gli stessi rivoltosi a smentire il «genocidio» e i «massacri» invocati come giustificazione dell’intervento «umanitario».



A proposito di rivoltosi. Giorno dopo giorno vengono celebrati quali campioni della democrazia nella sua purezza, ma ecco in che termini la loro ritirata dinanzi alla controffensiva dell’esercito libico è stata raccontata da Lorenzo Cremonesi sul «Corriere della Sera» del 12 marzo (p. 13): «Nella confusione generale anche episodi di saccheggio. Quello più visibile nell’albergo El Fadeel, dove hanno portato via televisioni, coperte, materassi e trasformato le cucine in pattumiere, i corridoi in bivacchi sporchi». Non sembra essere il comportamento proprio di un movimento di liberazione! Il meno che si possa dire è che la visione manichea dello scontro in Libia non ha alcun fondamento.



Ancora. Giorno dopo giorno vengono denunciate le «atrocità» della repressione in Libia. E ora leggiamo quello che sull’«International Herald Tribune» scrive, a proposito del Bahrein, Nicholas D. Kristof: «Nelle scorse settimane ho visto cadaveri di manifestanti, colpiti a breve distanza con colpi d’arma da fuoco, ho visto una ragazza contorcersi per il dolore dopo essere stata bastonata, ho visto il personale di ambulanze picchiato per aver tentato di salvare manifestanti» E ancora: «Un video dal Bahrein sembra mostrare forze di sicurezza che a pochi metri di distanza colpiscono al petto con un candelotto lacrimogeno un uomo di mezza età e disarmato. L’uomo cade a terra e cerca di rialzarsi. Ed ecco allora che lo colpiscono con un candelotto alla testa». Se tutto questo non bastasse, si tenga presente che «negli ultimi giorni le cose vanno molto peggio». Prima ancora che nella repressione, la violenza si esprime già nella vita quotidiana: la maggioranza sciita è costretta a subire un regime di «apartheid».



A rafforzare l’apparato di repressione provvedono «mercenari stranieri» e «carri armati, armi e gas lacrimogeni» statunitensi. Decisivo è il ruolo degli Usa, come chiarsice il giornalista dell’«International Herald Tribune», riferendo di un episodio che è di per sé illuminante: «Alcune settimane fa il mio collega del “New York Times” Michael Slackman fu catturato dalle forze di sicurezza del Bahrein. Egli mi ha raccontato che esse puntarono le armi contro di lui. Temendo che stessero per sparare, egli tirò fuori il passaporto e gridò che era un giornalista americano. A partire da quel momento l’umore cambiò in modo improvviso; il leader del gruppo si avvicinò e prese la mano di Slackman, esclamando con calore: “Non si preoccupi! Noi amiamo gli americani!”».



In effetti in Bahrein è di stanza la Quinta flotta Usa: Non c’è neppure bisogno di dire che essa ha il compito di difendere o imporre la democrazia: ovviamente, non in Bahrein e neppure nello Yemen, ma soltanto … in Libia e nei paesi di volta in volta presi di mira da Washington.



Per ripugnante che sia l’ipocrisia dell’imperialismo, essa non è un motivo sufficiente per passare sotto silenzio le responsabilità di Gheddafi. Se anche storicamente ha avuto il merito di aver spazzato via il dominio coloniale e le basi militari che pesavano sulla Libia, egli non ha saputo costruire un gruppo dirigente sufficientemente largo. Per di più, ha utilizzato i profitti petroliferi per inseguire improbabili progetti «internazionalisti» all’insegna del «Libro verde», piuttosto che per sviluppare un’economia nazionale, moderna e indipendente. E così è stata persa un’occasione d’oro per mettere fine alla struttura tribale della Libia e al dualismo di vecchia data tra Tripolitania e Cirenaica e per contrapporre una solida struttura economico-sociale alle rinnovate manovre e pressioni dell’imperialismo.



E, tuttavia, da un lato abbiamo un leader del Terzo Mondo che in modo rozzo, confuso, contraddittorio e bizzarro persegue una linea di indipendenza nazionale; dall’altro un leader che a Washington esprime in modo elegante, levigato e sofisticato le ragioni del neo-colonialismo e dell’imperialismo: ebbene, solo chi è sordo alla causa dell’emancipazione dei popoli e della democrazia nei rapporti internazionali, oppure solo chi si lascia guidare dall’estetismo piuttosto che dal ragionamento politico può schierarsi con Obama (e Cameron e Sarkozy)!



Ma poi è realmente elegante e fine Obama che, pur insignito del premio Nobel per la pace, neppure per un attimo prende in considerazione la saggia proposta dei paesi latino-americani, l’invito cioè da Chavez ed altri rivolto alle parti in lotta in Libia perché compiano uno sforzo per la composizione pacifica del conflitto e per la salvezza e l’integrità territoriale del paese? Subito dopo il voto all’Onu, andando oltre la risoluzione appena votata, il presidente Usa ha lanciato un ultimatum a Gheddafi e ha preteso di lanciarlo in nome della «comunità internazionale». Da sempre l’ideologia dominante rivela il suo razzismo identificando l’umanità con l’Occidente; ma questa volta dalla «comunità internazionale» sono esclusi non solo i due paesi più popolosi del mondo, ma persino un paese-chiave dell’Unione europea. Attegiandosi a interprete della «comunità internazionale», Obama ha mostrato un’arroganza razzista persino peggiore di quella di cui davano prova nel passato coloro che schiavizzavano i suoi antenati.



E’ elegante e fine Cameron che, per sconfiggere l’opposizione interna alla guerra, ripete ossessivamente che essa risponde agli «interessi nazionali» della Gran Bretagna, come se non fossero già chiari gli appetiti per il petrolio libico? Chi non sa che questi appetiti sono diventati ancora più voraci, una volta che la tragedia del Giappone ha gettato un’ombra pesante sull’energia nucleare?



E che dire poi di Sarkozy? Sui giornali si può leggere tranquillamente che egli, oltre che al petrolio, pensa alle elezioni: quanti libici il presidente francese ha bisogno di ammazzare per far dimenticare i suoi scandali e le sue gaffes e assicurarsi così la rielezione?



I giornalisti e gli intellettuali di corte amano dipingere un Gheddafi isolato e incalzato da un popolo coralmente unito, ma chi ha seguito gli avvenimenti non ha avuto difficoltà a rendersi conto del carattere grottesco di questa rappresentazione. Il recente voto al Consiglio di sicurezza ha smascherato un’altra manipolazione, quella che favoleggia di una «comunità internazionale» unita nella lotta contro la barbarie. In realtà, si sono astenuti, esprimendo forti riserve, Cina, Russia, Brasile, India e Germania! I primi due paesi non sono andati oltre l‘astensione e non hanno posto il veto per una serie di ragioni: intanto, non bisogna perdere di vista il fatto che tuttora non è facile e può comportare problemi di vario genere sfidare la superpotenza solitaria. Ma, ovviamente, non si tratta solo di questo: Cina e Russia hanno ottenuto in cambio la rinuncia all’invio di truppe di terra (e di occupazione coloniale); hanno evitato interventi militari unilaterali di Washington e dei suoi più stretti alleati, come quelli messi in atto contro la Jugoslavia nel 1999 e nell’Irak nel 2003; hanno cercato di contenere le manovre dei circoli più aggressivi dell’imperialismo che vorrebbero delegittimare l’Onu e mettere al suo posto la Nato e l’«Alleanza delle democrazie»; per di più si è aperta una contraddizione nell’ambito dell’imperialismo occidentale guidato dagli Usa, come dimostra il voto della Germania.



Con riferimento in particolare a un paese come la Cina diretto da un partito comunista, va osservato che il compromesso che esso ha ritenuto di accettaree non vincola in alcun modo i popoli del mondo. Come ai suoi tempi ha spiegato Mao Zedong, una cosa sono le esigenze di politica internazionale e i compromessi propri di paesi di orientamento socialista o progressista, altra cosa è invece la linea politica di popoli, classi sociali e partiti politici che non hanno conquistato il potere e non sono quindi impegnati nella costruzione di una nuova società. Una cosa è chiara: l’aggressione che si prepara contro la Libia rende più che mai urgente il rilancio della lotta contro la guerra e l’imperialismo.



Versione francese
Une nouvelle opération coloniale contre la Libye
traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio, da www.mondialisation.ca

Versione portoghese
Nova operação colonial contra a Líbia
Tradução de Ana Maria Dávila, da http://www.conversaafiada.com/

mercoledì 16 marzo 2011

E' uscita l'edizione spagnola del libro su Stalin

Domenico Losurdo, Stalin. Historia y crítica de una leyenda negra, El Viejo Topo

¿Fue Stalin ese «enorme, siniestro, caprichoso y degenerado monstruo humano», como dijo Nikita Kruschov en su famoso Informe secreto? ¿O, como se ha dicho después, el inepto hermano gemelo de Hitler? ¿El dictador sádico, paranoico, antisemita, carente del menor escrúpulo que ha retratado la historiografía dominante?
Domenico Losurdo cree que no. Sin por ello exculpar a Stalin del horror del Gulag, ni negar su responsabilidad en otros crímenes, Losurdo resulta convincente cuando imputa como falsa la acusación de antisemitismo, cuando subraya el genio estratégico y militar del líder soviético o cuando rechaza el paralelismo con el Führer, por citar algunos aspectos que se dan por ciertos sin serlo. Más aún: al contextualizar las decisiones, muchas veces terribles, que tomó Stalin, Losurdo demuestra que es más fácil enlazar los delirios racistas e imperiales de Hitler con sus contemporáneos occidentales y sus precursores, que con el político bolchevique.
Libro que cuestiona la mayor parte de la historiografía actual, Stalin. Historia y crítica de una leyenda negra no dejará indiferente a quien se adentre en sus páginas.

La questione polacca e Stalin

Roberto ha detto...  14 marzo 2011 03:37
Caro compagno Domenico Losurdo,
anzitutto complimenti per la tua accurata risposta. Ora vorrei porre un'altra questione. Fra i molti cavalli di battaglia della storiografia borghese e trockijsta si sente quello dello scioglimento del Partito Comunista di Polacco nel 1938 ad opera del Komintern: si accusa Togliatti di avere partecipato allo scioglimento del Partito Comunista Polacco.
Si insinua inoltre che molti membri del PC di Polonia che erano profughi in URSS, dopo lo scioglimento del loro partito vennero arrestati e deportati nei GULAG con l'accusa di "deviazionismo trockijsta": tra cui molti di questi esponenti furono giustiziati. Dicono che il PC di Polonia fu sciolto con l'accusa di essere diventata una agenzia di spionaggio del dittatore fascista Piduilsky.
Vorrei saperne di più su questa vicenda, perciò chiedo a te.

DL Nel mio libro «Il revisionismo storico» (Laterza) mi sono rifatto a uno storico non sospetto e ho scritto:
«Lo spionaggio polacco, in quel momento considerato tra i migliori in Europa, riesce ad infiltarsi così profondamente nel partito comunista polacco che “ai dirigenti sovietici non resta alcun’altra scelta che sciogliere il partito, per evitare che il servizio segreto polacco registri al completo l’elenco degli iscritti”».

martedì 15 marzo 2011

Un episodio poco conosciuto della destalinizzazione

dal blog di Roger Romain de Courcelles

Il y a 55 ans, le 9 mars 1956, la Géorgie se soulevait contre la déstalinisation.
Le fameux rapport « secret » de Nikita Krouchtchev dénonçant les crimes de Staline, à l’issue du 20ème Congrès du PC soviétique, le 25 février, avait bouleversé la population et le parti communiste en Géorgie. Les dirigeants prirent connaissance du texte du rapport le 5 mars (3ème anniversaire de la mort de Staline). Les rues de T’bilisi, Kutaisi, Telavi, Gori étaient déjà pleines de foules en colère...

mercoledì 9 marzo 2011

Stalin, Israele e altre questioni. Risposte a un lettore

Salve professore,
nel suo libro sfata il mito dell’antisemitismo staliniano mettendo in evidenza il contributo del dirigente sovietico alla creazioni d’Israele ; si può, quindi, considerare Stalin un sionista? Nel suo saggio afferma anche che l’URSS aiutò il neonato stato ebraico nella guerra del 1948, alla luce di ciò Stalin sembra quasi un responsabile dell’oppressione palestinese, poiché dopo quella vittoria gli israeliani impedirono la formazione di uno stato palestinese.
Secondo lei la soluzione dei due stati era giusta nei confronti delle popolazioni native della Palestina? Come giudica l’attacco araba del 1948 a Israele?
Ho visto in un video che lei si dichiara dalla parte dei talebani nella guerra in Afghanistan. Quello che mi chiedo è cosa succederebbe al popolo afghano una volta sconfitti gli americani, sicuramente l’esportazione della democrazia è una baggianata, ma pure il dominio talebano non è che sia proprio il massimo.
Lei cosa ne pensa? Sempre restando in argomento imperialismo, secondo lei può essere definito un attacco imperialista quello sovietico e americano alla Germania nazista? Da quello che so nel Terzo Reich non era in atto una guerra civile come in Italia, il popolo tedesco era tutto con Hitler.Quando l’URSS liberò i territori liberati dal nazismo molti di questi erano sì antifascisti ma anche anticomunisti, bisogna quindi considerare come una forma di socialimperialismo l’esportazione del socialismo in questi stati? Stalin affermava che la rivoluzione doveva nascere in seno ai popoli , mi sembra però che in questo caso non rispettò questa teoria e si avvicinò quasi alla rivoluzione permanente.
Giovanni Sbordi

DL
1) A p. 216 del mio libro su Stalin, citando un eminente storico inglese (Roberts) scrivo: «l’opzione preferita dall’Unione sovietica era quella di “uno Stato indipendente e multinazionale che avrebbe rispettato gli interessi sia degli ebrei che degli arabi”». Resta il fatto che Stalin, nel tentativo di contrastare il colonialismo britannico, ha sottovalutato la pericolosità del colonialismo sionista e della sua carica espansionistica.

2) DL: Nel mio libro «Il linguaggio dell’Impero» (p. 178) parlo di «crescente ridicolizzazione dell’ipotesi di uno Stato nazionale palestinese [e della soluzione dei due Stati] a seguito dell’incessante processo di colonizzazione». Il mio libro è del 2007: nel frattempo la colonizzazione sionista ha conoscuto un ulteriore salto di qualità.

3) L’espreessione «attacco arabo» è scorretta ed è in contraddizione con quello che lei chairisce nella prima domanda. Indipendentemente dall’accertamento (problematico) di cha abbia sparato il primo colpo, occorre non perdere di vista il punto essenziale: sin dagli inizi il progetto sionista è un progetto di espansionismo coloniale e quindi di aggressione.

4) Nell'età napoleonica, per dirla con Marx, «tutte le guerre d'indipendenza condotte contro la Francia, portano l'impronta comune di una rigenerazione che si accoppia con la reazione». Nel mio libro «Il linguaggio dell’Impero» cerco di far tesoro di questa indicazione di Marx per analizzare i movimenti di resistenza e di liberazione nazionale di matrice islamica. L’aspetto della «rigenerazione» prevale nettamente nel caso del Libano degli Hezbollah o dell’Iran.

5) Fu la Germania hitleriana a scatenare l’attacco contro l’Urss con l’intento di sottoporre le popolazioni dell’Unione Sovietica a una colonizzazione di tipo schiavistico. La risposta sovietica, la Grande guerra patriottica, è stata una guerra di liberazione nazionale di proporzioni epiche ed ha gettato le basi per le successive rivoluzioni anticoloniali.

6) Non bisogna sottovalutare la forza del partito comunista e il prestigio dell’Unione Sovietica in paesi come la Bulgaria e la Cecoslovacchia: in questo caso la trasformazione socialista è un processo largamente endogeno. Diverso è il quadro rappresentato dalla Polonia. In questo caso si può parlare di «esportazione della rivoluzione», tenendo però presente che tale «esportazione della rivoluzione» è anche la risposta ad un bisogno drammatico di sicurezza: come sottolineano autorevoli storici statunitensi, l’annientamento atomico di Hiroshima e Nagasaki (a guerra praticamente conclusa) era un pesante avvertimento di Truman a Stalin.

Ancora il dibattito su Stalin

Dopo l'intervento di ieri, ripubblichiamo alcune riflessioni sul libro di Losurdo e su Stalin [SGA].

Dal sito "Réveil Communiste"

Note de lecture d'un nouveau livre de Losurdo
par Gilles Questiaux:

da Mecanopolis
La fabrication de la « légende noire » du stalinisme

Par Faouzi Elmir

lunedì 7 marzo 2011

Stalin, il gulag e il socialismo. Una critica di Jean-Jacques Marie e una risposta

L’historien trotskiste Jean-Jacques Marie a écrit une critique à propos du livre Staline. Histoire et critique d’une légende noire (Janvier 2011, Editions Aden, Bruxelles). Cette critique, «Le Socialisme du Goulag !», a été adressée par un ami de J-J. Marie à la traductrice qui l’a faite suivre à l’auteur. Nous la reproduisons ici avec l’accord des deux mandataires, Jean-Jacques Marie et Michel Barbe, professeur d’histoire agrégé (à la retraite), à Marseille.
La diffusion de la critique et de la réponse de Domenico Losurdo peut contribuer à promouvoir un débat libre et fécond pour ceux qui souhaitent faire un bilan critique de l’histoire du mouvement communiste, et redonner force et actualité au projet communiste de transformation de la société [M.-A. Patrizio, Marseille].

LE SOCIALISME DU GOULAG !
A propos de « Staline, Histoire et critique d’une légende noire » de Domenico Losurdo
par Jean-Jacques Marie

A cœur vaillant rien d’impossible, si l’on en croit les scouts. Domenico Losurdo  dément cette mâle devise. Cœur vaillant il l’est sans aucun doute pour tenter de réhabiliter Staline. Mais l’inanité d’une telle entreprise, dont l’ambition est sans  doute démesurée, saute vite aux yeux...
Risposta
Il pensiero primitivo e Stalin come capro espiatorio
di Domenico Losurdo

Non si potrà mai apprezzare a sufficienza la saggezza del motto attribuito a Georges Clemenceau: la guerra è una cosa troppo seria per affidarla ai generali! Pur nel suo acceso sciovinismo e anticomunismo, il primo ministro francese conservava una coscienza assai lucida sul fatto che gli specialisti (in questo caso gli specialisti della guerra) sono spesso capaci di vedere gli alberi ma non la foresta, si lasciano sopraffare dai dettagli perdendo di vista l’intero; in questo senso, essi sanno tutto tranne ciò che è essenziale. Al detto di Clemenceau si è subito portati a pensare allorché si legge la stroncatura che Jean-Jacques Marie vorrebbe riservare al mio libro su Stalin. A quanto pare, l’autore è uno dei massimi esperti di «trotskismo-logia», e ci tiene a dimostrarlo in ogni circostanza...

Versione francese, di M.-A. Patrizio
La pensée primitive et Staline comme bouc émissaire


Vladimiro Giacché 07 marzo 2011 09:55
Caro Domenico,
questa tua risposta, oltre ad essere del tutto pertinente nel merito, e' una vera e propria lezione di metodo storico.

sabato 5 marzo 2011

Da João Carlos Graça un intervento su Vilfredo Pareto e sul dibattito con Bedeschi

Dear Professor Losurdo,
First of all, I am writing under a certain reservation, because the fact is that I could not watch video 2, only videos 1 and 3, plus the two initial minutes of video 2. Still, I don’t frankly think that affects decisively what I have to say concerning this subject. Also, the comment I have written exceeds 4 thousand characters, so I have to split in two parts.
Pareto’s story is, of course, a very long one, and, to put it as shortly as possible, in my opinion you have “touched the wound” when in the last minutes you have mentioned what you called the dogmatic position. Indeed, and although Pareto himself and all his modern fans accepted that his scheme could be applied to Pareto-the-man, they never really accepted to extend it to Pareto-the-“scientist”, who seems to remain flying “apart and above” his own world-vision…
As a matter of fact, to have an attitude of mefiance vis-à-vis the arguments presented in a discussion, any discussion, and suspect that behind the arguments officially presented by intervenient parties there may be deeper motives, a part of which may remain unconscious to participants themselves… where is there any real novelty in that assumption? Not going too far, it will certainly be enough to remember Pareto’s contemporaries Nietzsche and Freud, some time before him French Revolution’s “Idéologues”, and before them XVIIth/XVIIIth centuries “Moralistes”… But, more important, even when that was not proclaimed, that attitude of systematic suspicion has indeed been adopted by lots and lots of people… so, where is really the big deal here?
Of course, any one who proceeds rationally is supposed to assume that any “ratio ratiotinata”, any reasoned reason is by definition fallible, and is supposed to be submitted to the permanent critic of “ratio ratiotinans”, or reasoning reason, which is itself dialectical and transcendent by definition, and capable of making the world, of reproducing and/or transforming it, inasmuch is captures it… the more so since it is also eminently interpellative à la Brecht: “he who sees what we have come to, what is there still that retains him?” Yes, that’s precisely the point; of course!
So, are we to despair from rationalist world-visions? I don’t really think so, although “reason” itself must extend itself endlessly in order to express the endless transformation of the world. If one assumes an eminently “performative” element in this story, if the “verum” is here indeed the “factum”, the more motives, in that case, to remain within a rationalistic (in the broadest sense possible) scheme of thought and of action.... Well, I repeat this is indeed a long story, but I ask you to accept this as my small contribution to the discussion in more “philosophizing” terms.
Oh and two more things. First, Pareto’s scheme of the so-called “ordinal utility” or “economic optimality” – which, by the way, is how he became first academically recognized: as an economist, not so much as an alleged “sociologist” - has implicit to it a deep logic of exigency of unanimity, or “liberum veto”, which is indeed the quintessence of “aristocratic rebel” or frondeuse procedure: confront, please, with Nietzsche and his “Polish” mythical genealogy in Ecce Homo. This group of arguments, one should notice, is strongly present in nowadays “economic theory of democracy”, along the lines of the so called “public choice theory” (and particularly in Kenneth Arrow’s “theorem of impossibility”). So, Pareto’s consciously anti-democratic leaning, his basic way of seeing things, nowadays has become official theory of the soi disant “democracy” – and that fact alone is, of course, immensely eloquent. Maybe, I dare suggest, Pareto’s “eccedenza teorica” is expressed to our days especially as to that aspect…
Second, Pareto’s notions of perpetual recurrence of the same are proved wrong both in which concerns patterns of distribution of wealth (the celebrated 80-20 rule, for instance, being really nothing more than a fancy fétiche for some) and in which concerns levels of per capita income and correspondent demographic patterns - with populations having today unquestionably much longer life expectancies at birth and much smaller average infant mortalities than one century ago, to mention just the more important aspects. For all of its limitations, I do think it will be interesting for you to watch to this video infra, by Hans Rosling. It’s the trend, says Rosling, not the cycle (corsi I ricorsi). I agree: http://www.youtube.com/watch?v=grcvgg4wWQs
Rosling may be wrong in certain aspects: international trade is very far from being unequivocally good in terms of economic growth, for instance; and economic “aid” has mostly come associated with lots of political strings, definitely too many political strings (Western aid I mean, although significantly not Chinese aid…). But I think he tells us things much more close to the deep truth about the “big facts” of the two last centuries than the cynical, embittered speculations of snobbish count Vilfredo Pareto…
Saudações cordiais, Lisboa, 3 de março de 2011, João Carlos Graça

Morale, politica e storia. Su "Junge Welt" un estratto dall'edizione tedesca del libro su Stalin