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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

sabato 26 febbraio 2011

Da dove ricominciare? Risposta ad alcuni compagni

Caro professore, mi permetto ancora di disturbarla, perchè i suoi giudizi ci sono molto utili e cari e fonte di riflessioni. L’autoritarismo mediatico sembra oggi quasi invincibile. Noi siamo un gruppo di sinceri comunisti che hanno scelto di comune accordo di svolgere prioritariamente un lavoro politico nell’Anpi. Nel tentativo di costruire l’argine principale in difesa della democrazia, della Costituzione e dei diritti dei lavoratori.
L’iniziale successo delle nostre iniziative certamente riguarda alcuni paesi dei nostri monti, Merizzo, Casette e Montignoso, ma lo giudichiamo molto significativo, perchè abbiamo riscontrato un’atmosfera e un’attenzione nuove e una relativamente ampia e vivace partecipazione popolare, in notevole aumento.
Come iscritti abbiamo le crescita del numero delle tessere e un rafforzamento conseguente anche della presenza dei comunisti nell’Associazione e una maggiore partecipazione alle attività. Pensiamo che questa situazione si sia verificata, in funzione del prossimo Congresso Nazionale Anpi che si terrà a Marzo, a Torino. Lei pensa che sia legittimo vedere in questi segnali, una possibile ripresa di iniziativa politica da parte delle sinistre e di rinnovata nostra presenza nella società?
Saluti comunisti
Giorgio Lindi Massimo Gianfranceschi Nando Sanguinetti Mauro Menegoni Mauro Lombardini Dero Giromini Letizia Lindi Sergio Angeloni Romeo Buffoni Nando Giannarelli Iacopo Simi Elena Vatteroni Mary Rasetto Alessandro Muracchioli

DL Cari compagni, il vostro lavoro non solo è positivo e incoraggiante, ma credo possa servire come esempio e stimolo anche per altre realtà. Le iniziative dal basso non mancano, e questo ci fa ben sperare. Il problema è l’unificazione e la centralizzazione: sapete che in questa direzione, e in direzione del riposizionamento e potenziamento di una forza comunista orgnizzata, sono impegnato come Presidente dell’Associazione Marx XXI e come firmatario per l'appello per l'unità dei comunisti.
Con l’augurio di buon lavoro
Domenico Losurdo

Ripubblicato "Hegel e la libertà dei moderni"

Dopo diverse edizioni in lingue straniere, viene ripubblicato anche in Italia, da La scuola di Pitagora editrice, il libro di Domenico Losurdo Hegel e la libertà dei moderni, da tempo esaurito [SGA].

L'edizione inglese e quella cinese


martedì 22 febbraio 2011

Il dibattito tra Losurdo e Bedeschi sul Capitale di Marx

domenica 20 febbraio

DOMENICO LOSURDO e GIUSEPPE BEDESCHI
presentano

Carlo Marx, Il capitale. Riassunto da Gabriele Deville con brevi cenni sul socialismo scientifico e appendice in risposta alla critica del Marchese V. Pareto. Prima traduzione italiana autorizzata dall’autore, Cremona, a cura del giornale “L’Eco del popolo”, 1893.

L’edizione popolare di un testo che ritorna a suscitare interesse in tutti gli ambienti in cui si riflesse di economia, politica e storia è qui discussa da due filosofi, Domenico Losurdo professore ordinario a Urbino e Giuseppe Bedeschi ordinario nella Università “La sapienza” di Roma, divergenti per impostazione, ma profondi conoscitori dell’autore

Parte prima
 

 
Parte seconda
 

 
Parte terza
 

La recensione di Maurizio Brignoli alla Non-violenza su "Recensioni Filosofiche"

Losurdo, Domenico, La non-violenza. Una storia fuori dal mito, Laterza, Roma-Bari 2010
Recensione di Maurizio Brignoli – 02/01/2011

Il lavoro di Losurdo si propone di indagare i dilemmi, i tradimenti, le delusioni e le tragedie del movimento ispirato alla non-violenza. L’opera inizia con un’analisi dei primi gruppi non violenti sorti negli Stati Uniti agli inizi dell'Ottocento e dei problemi che si sono trovati ad affrontare in riferimento alla schiavitù; diversi seguaci della non resistenza finiranno per equiparare gli schiavisti a demoni o bestie feroci e a giustificare la guerra di secessione come giusta repressione di una ribellione criminale. In questo modo, però, non solo si cede il posto alla violenza, ma ad una violenza ulteriormente alimentata dal furore teologico che paragona gli schiavisti a figli di Satana e i soldati nordisti a strumenti di Dio...

Intervista sul Risorgimento

"Il Roma" di Napoli, venerdì 12 febbraio 2011

mercoledì 16 febbraio 2011

La presentazione della Non-violenza alla Casa del popolo Trionfale di Roma

da comunistiuniti.it

Presentazione del Libro “LA NON VIOLENZA – una storia fuori dal mito”

Introduce: Renato Caputo

Domenica 20 febbraio Domenico Losurdo a Pesaro sul Capitale

BIBLIOTECA OLIVERIANA DI PESARO
Dieci pezzi facili II - 2010/11

DOMENICO LOSURDO e GIUSEPPE BEDESCHI
presentano

Carlo Marx, Il capitale. Riassunto da Gabriele Deville con brevi cenni sul socialismo scientifico e appendice in risposta alla critica del Marchese V. Pareto. Prima traduzione italiana autorizzata dall’autore, Cremona, a cura del giornale “L’Eco del popolo”, 1893.

L’edizione popolare di un testo che ritorna a suscitare interesse in tutti gli ambienti in cui si riflesse di economia, politica e storia è qui discussa da due filosofi, Domenico Losurdo professore ordinario a Urbino e Giuseppe Bedeschi ordinario nella Università “La sapienza” di Roma, divergenti per impostazione, ma profondi conoscitori dell’autore

Palazzo Montani Antaldi, ore 17 s.t.

domenica 13 febbraio 2011

Marx XXI: Domenico Losurdo al convegno sulla storia del PCI, Roma 18-19 febbraio

Pubblicata la versione in francese del libro su Stalin. Dibattiti e presentazioni del libro

Domenico LOSURDO: Staline: histoire et critique d'une légende noire, Aden, Bruxelles 2011
Traduit de l'italien par Marie-Ange Patrizio
Postface de Luciano Canfora

Il fut un temps où d’illustres hommes d’État –comme Churchill– et des intellectuels de premier plan –Hannah Arendt ou Thomas Mann pour ne citer qu’eux– avaient pour Staline, et pour le pays qu’il guidait, du respect, de la sympathie et même de l’admiration. Avec l’éclatement de la Guerre froide d’abord, et surtout, ensuite, avec le Rapport Khrouchtchev, Staline devient, du jour au lendemain, un "monstre", comparable peut-être seulement à Hitler. Le contraste radical entre ces attitudes à l’égard du "petit père des peuples" devrait pousser l’historien non pas à trancher en faveur d’une de ces images mais bien à les étudier toutes, en analysant les conflits et les intérêts qui sont à l’origine de ces prises de positions. C’est ce que réalise Domenico Losurdo, en revenant scrupuleusement sur les tragédies du XXe siècle et en déconstruisant et contextualisant nombre des accusations et louanges adressées à Staline. Cet essai est une approche à la fois historique, historiographique et philosophique –qui, comme en Italie à sa sortie, ne manquera pas de susciter de vives polémiques.

Domenico LOSURDO est professeur d’histoire de la philosophie à l’Université d’Urbino. Il est notamment l’auteur de Révisionnisme en histoire, problèmes et mythes (Albin Michel) et de Fuir l’histoire (Delga). Son premier livre aux Éditions Aden, Le péché originel du XXe siècle, a rencontré un vif succès d’estime.


Rencontre avec Domenico Losurdo
Le 9 février, les auditeurs de Radio Galère ont pu écouter une longue conversation avec le philosophe italien Domenico Losurdo au sujet de son ouvrage « Staline, Histoire et critique d’une légende noire » dont la traduction française vient d’être publiée aux Editions Aden.
Cette émission peut être réécoutée sur le site de Radio Galère (http://www.radiogalere.org) ou téléchargée dans les archives sonores de Comaguer: http://www.dotspirit.com/ > membre : comaguer > code d’accès : copainguer > mot de passe : salvador13


Marseille, Samedi 26 février à 14h
Bibliothèque municipale à vocation régionale de l’Alcazar, salle de conférence
Présentation nationale de la traduction française de l’ouvrage
du philosophe italien Domenico Losurdo

Staline: Histoire et critique d’une légende noire

Proposée par le département Civilisation

venerdì 11 febbraio 2011

"Widerspruch" recensisce l'edizione tedesca del Nietzsche

Domenico Losurdo
Nietzsche der aristokratische Rebell, aus dem Italienischen von Erdmute Brielmayer, hg. und mit einer Einführung von Jan Rehmann, Berlin 2009 (Argument Verlag), 2 Bd., geb., 1104 S., 98.- Eur

„Intellektuelle Biographie“ nennt Losurdo sein voluminöses Werk über Nietzsche treffend im Untertitel. Soll heißen: Die wirklichen Lebensumstände sind darin weitgehend ausgespart; im Zentrum steht die intellektuelle Entwicklung Nietzsches und zwar im Zusammenhang ihrer Zeit und ihrer geschichtlichen Umstände. Durch diese Art der Kontextualisierung steht Losurdos Darstellung im Gegensatz zum heutigen, im Zeichen der Postmoderne üblichen Verständnis. Sie ist eine Ohrfeige für alle Versuche, Nietzsche als Zeitgenossen zu behandeln, dessen „experimentelle“, „perspektivische“, „ironisch-vieldeutige“ Denkweise unmittelbar auf die Gegenwart bezogen werden könnte. Losurdo nimmt Nietzsche stattdessen wörtlich. Er bezieht seine Aussagen auf die Geschichte der Französischen Revolution, das Aufkommen der Arbeiterbewegung, den Stimmungsumschwung nach 1848, den Deutsch-französischen Krieg, die Reichsgründung, die Kolonisation oder die Aufhebung der Sklaverei in Amerika und bestimmt seine (klassenmäßige) Position. Nietzsche vertritt nicht nur das Interesse des herrschenden Bürgertums gegen die aufkommende Sozialdemokratie, sondern zugleich das Interesse eines zukünftigen, um die Weltherrschaft kämpfenden gegen das gegenwärtige Bürgertum, das seiner Ansicht nach von Moral, Mitleid und Pazifismus angekränkelt ist und sich um Harmonie und die reformerische Lösung sozialer Konflikte bemüht. Seine aggressive und auf die Verwirklichung des „Übermenschen“ zielende Elitetheorie wird mit dem Begriff des „aristokratischen Rebellentums“ bezeichnet.
Losurdo betreibt Ideologiekritik im klassischen Sinne und bleibt damit – in methodischer Hinsicht – der Marxschen Tradition verpflichtet. Was ihn von den früheren Interpretationen unterscheidet, die der gleichen Tradition verpflichtet sind, ist der überwältigende Materialreichtum und die politische Distanz, mit der er diesen Reichtum ausbreitet. Losurdo hasst das Objekt seiner Darstellung nicht mehr. Die Neugierde und das Interesse der Erkenntnis haben das Interesse der polemischen Verurteilung verdrängt. Darüber hinaus besitzt Losurdo ein Gespür für das Faszinierende an Nietzsches Philosophie und ist bereit, von ihr auch zu lernen. (865 f., 907, 926 f., 926 f.)
Originell ist die Konsequenz, mit der Nietzsche beständig auf Marx bezogen wird, umso mehr, als beide Autoren keinerlei Notiz voneinander genommen haben. Losurdo stellt diese Beziehung über eine dreifache Vermittlung her. Erstens durch die Gegenüberstellung ihrer Stellungnahmen zu historischen Ereignissen und Persönlichkeiten (Reformation und Revolution, Napoleon und Bismarck etc.), zweitens durch den Vergleich ihrer Begriffe (wie z.B. des Begriffs der Ideologie, 436 ff.), ihrer Wertmaßstäbe oder ihrer Antworten auf aktuelle Probleme („soziale Frage“, „Judenfrage“). Drittens wird Nietzsche weit über seine Freund-Feindschaft zu Schopenhauer und Wagner hinaus als Leser und Kritiker von Hegel und Goethe, Heine und Carlyle, Stirner, D. F. Strauss, Ranke, Darwin oder Dühring dargestellt: alles Autoren, die auch Marx und Engels gelesen und kritisiert haben. Aus den gegensätzlichen Rezeptionen vervollständigt sich das Bild der beiden Theorien und ihrer Zukunftsperspektiven. Dabei erstaunt, dass sich die Beschreibung der Phänomene zuweilen, wie etwa der Geschichte als „Stände- und Klassenkampf“ oder des modernen Lohnarbeiters als „Lohnsklaven“, bis in die Wortwahl hinein sehr nahe kommen. In der Einordnung und Beurteilung der Phänomene gehen die Wege freilich weit auseinander.
Folgt man Losurdos Interpretation, so lässt sich die oft bewunderte Differenziertheit und Raffinesse Nietzsches doch letztlich auf sehr einfache und handfeste, zudem vom Geiste des Nationalismus und der Judenfeindschaft inspirierte Dichotomien reduzieren. Auf der einen Seite steht das Tiefe, Tragische oder Dionysische, das aus dem älteren Griechentum abgeleitet, zum Programm der Gesundung des „deutschen Wesens“ (als Bildungsoffensive nach der Reichsgründung 1870) erhoben wird, auf der anderen Seite der oberflächliche Optimismus der Aufklärung, die „Heiterkeit“, der „Merkantilismus“ und „Pazifismus“, die in Sokrates ihren Ahnherren haben und über die Juden und Christen Eintritt in die französische Zivilisation gefunden haben (115 ff.). So ist die Geburt der Tragödie auch ein Manifest gegen die Moderne, gegen die die deutsche Kultur zum entschiedenen Widerstand aufgerufen wird. Der große „Unzeitgemäße“, als der sich Nietzsche sein Leben lang in Szene setzt, ist er dennoch nicht. In Losurdos „komparativer“ Sicht erscheint er vielmehr als Spiegel und Sprachrohr aller reaktionären, gegen die Moderne gerichteten Tendenzen, die das europäische Geistesleben der zweiten Jahrhunderthälfte aufzuweisen hat.
„Wer Nietzsche … wörtlich nimmt“, schrieb Thomas Mann 1945, der „ist verloren“. Die Postmoderne, die Nietzsches Verbindung zum Faschismus (im Gegensatz zu Thomas Mann) ignoriert, hat diesen Satz gerne aufgenommen und von den „Masken“ gefaselt, hinter denen der Denker auf der Bühne sein wahres Antlitz verbirgt. Gerade eine der umstrittensten Aussagen Nietzsches, dass nämlich jede höhere Kultur Sklaven voraussetze und die Mehrheit der Menschen nur die Funktion von Werkzeugen für die Ermöglichung von Eliten habe, ist gar nicht „metaphorisch“, sondern durchaus wörtlich gemeint. Das macht Losurdo dadurch plausibel, dass er sie auf den anti-abolitionistischen Diskurs bezieht, der im Zusammenhang mit der Abschaffung der Sklaverei in Amerika geführt wurde. (380 ff.) U.a. merkt er dabei an, dass Nietzsches Rechtfertigung der Sklaverei im Namen der „höheren Kultur“ schon von Linguet vorweggenommen wurde, einem französischen Kritiker der Aufklärung, den Marx bereits in den Theorien über den Mehrwert abgefertigt hatte.
An der Unterscheidung der drei Entwicklungsstufen Nietzsches, der „metaphysischen“ (des Frühwerks), der „aufgeklärten“ (von Menschliches-Allzumenschliches) und der „immoralistischen“ (seit Jenseits von Gut und Böse), wie sie in der Nietzsche-Literatur üblich ist, hält auch Losurdo fest, wobei er innerhalb der ersten eine weitere Differenzierung vornimmt. Im Gegensatz zu den anderen Interpretationen werden allerdings nicht nur theorie-immanente Merkmale herangezogen, sondern veränderte politische Frontstellungen ins Spiel gebracht. Produktiv wurde dabei vor allem Nietzsches Enttäuschung über die (in seinen Augen) vertane Chance der Erneuerung des Deutschtums im Zweiten Reich, die (angebliche) Nachgiebigkeit Bismarcks gegenüber der Sozialdemokratie und schließlich das Zurückschrecken vor der „großen Politik“, die Kolonien erwirbt und die Weltherrschaft anstrebt. Das Verbindende und einheitsstiftende Moment dieser drei oder vier Entwicklungsepochen ist die auf verschiedenen Stufen erneuerte „Revolutionskritik“ und der Entwurf einer Gesellschaftsordnung, die jenseits von Menschenrechten und Mitleidsethik, von Demokratie und Sozialismus steht.
Neu ist auch das Licht, das Losurdo auf Nietzsches Verhältnis zu den Juden wirft, wobei er explizit von (kulturell motivierter) „Judenfeindschaft“ und nicht von (rassisch bedingtem) „Antisemitismus“ spricht. Dabei unterscheidet er dreierlei „Typen“ von Juden. Während sich Nietzsches Attacken auf den Typus des Pöbels, des Moralapostels und Ressentiment-Priesters und den Typus des (subversiven) Intellektuellen und Zeitungsschreiber durch das ganze Werk hindurch ziehen, scheinen im Spätwerk die Hochachtung vor den Juden als Repräsentanten von „Geist“ und „Geld“ sowie die Abwehr des dummen Antisemitismus die Oberhand zu gewinnen. Losurdos These dagegen ist: Nietzsches Versuch, die jüdischen Kapitalisten mit den preußischen Junkern zu amalgamieren und seine Hoffung auf eine „europäische Rasse“, in der auch die Juden integriert sind, ist seiner Perspektive auf den bevorstehenden Endkampf um die Weltherrschaft untergeordnet, zu dem die assimilierten Juden ihr Teil beitragen sollen. Selbst seine Abneigung gegen den Hofprediger Stöcker entspringt nicht in erster Linie dessen Antisemitismus. Ausschlaggebend ist vielmehr dessen christlich motiviertes Engagement, das ihn (im Verein mit Wilhelm II. und Papst Leo XIII.) für die Aufhebung der Sklaverei in den afrikanischen Kolonien und die Linderung des Arbeiter-Elends durch Sozialgesetzgebung eintreten ließ. (545 ff.)
So stark Losurdos Argumentation gegen die postmoderne „Hermeneutik der Unschuld“ ist, so wenig können seine Argumente gegen Lukács überzeugen, der – ebenso wie Ritter, Hobsbawm, Elias, Mayer u.a. – Nietzsche als Vorläufer und Wegbereiter des Faschismus darstellt. Richtig ist Losurdos Argument, dass Irrationalismus, Sozialdarwinismus, Eugenik oder Rassetheorien keine deutsche Spezialität, sondern in anderen europäischen Ländern ebenso verbreitet waren und sogar (wie im Falle Gobineaus, Daltons, Chamberlains u.a.) von dorther importiert wurden. Aber das wusste Lukács auch, der trotz seiner selbstgewählten Konzentration auf Deutschland auch die französischen und englischen Quellen behandelte und den Irrationalismus expressis verbis als „internationale Erscheinung in der imperialistischen Epoche“ darstellte. Richtig ist auch Losurdos Anmerkung, dass man den deutschen Faschismus aus seinen geschichtlichen Umständen (Niederlage im Ersten Weltkrieg, Demütigung durch den Versailler Friedensvertrag, Wirtschaftskrise) begreifen und nicht ursächlich aus der Ideologie und der „Zerstörung der Vernunft“ ableiten kann, aber das versteht sich für einen Marxisten doch von selbst. Lukács’ Absicht war es nicht, eine Kausalkette von Nietzsche zu Hitler zu konstruieren; sein Ausgangspunkt war vielmehr das Staunen darüber, dass ein kultiviertes und gebildetes Volk, ein Volk, das Goethe und Hegel hervorgebracht hat, sich anfällig zeigen konnte für die Schundideologie der Nazis. Zur Erklärung dieses Phänomens spielt Nietzsche mit seinen Elite-, Menschenzüchtungs-, Macht- und Vernichtungsphantasien, wie Losurdo ja selbst glänzend belegt, eine prominente Vermittlerrolle.
Nicht überzeugend erscheint auch Losurdos Zurückweisung eines deutschen „Sonderwegs“, den er als einen diabolischen „Mythos“ (608, 812) bezeichnet, dem sich nicht einmal die marxistisch-inspirierte Geschichtsschreibung entziehen konnte. Nicht überzeugend deshalb, weil doch eigentlich sein ganzes Buch von diesem Sonderweg handelt, der freilich nicht in der „ideologischen Konstellation“, sondern in der geschichtlichen Konstellation Deutschlands liegt: in der verspäteten Entwicklung des Kapitalismus, der Schwäche des Bürgertums, dem Fehlschlagen der Revolution und der Nationalstaatsgründung „von oben“ ohne demokratischer Legitimation „von unten“. Sieht man von seiner „komparativen Analyse“ der reaktionären Ideologie-Prozesse ab, so besteht Losurdos Verdienst m. E. gerade darin, Nietzsche zugleich als das Produkt dieses Sonderwegs wie auch als Rebellen dagegen interpretiert zu haben.
Konrad Lotter


Domande e risposte su Stalin

Sono un giovane studente romano di 15 anni e da qualche tempo mi interesso di storia del novecento e politica. Ho letto il suo libro su Stalin, che ho trovato molto interessante e che mi ha permesso di comprendere il valore storico di questo personaggio, comunque le scrivo questa lettera per sottoporle alcune osservazioni e dubbi.

1) Nel suo libro non cita la testimonianza dell'ambasciatore americano Joseph E Davis:
A Sua Eccellenza il Segretario di Stato
n° 57 Mosca, 17 febbraio 1937 (Riservato)
... Con l'interprete al mio fianco, ho seguito attentamente le deposizioni; debbo confessare che ero prevenuto contro l'attendibilità delle deposizioni di questi accusati. L'unanimità delle loro confessioni, la lunga prigionia subìta con la possibilità della coercizione usata verso di loro o verso le loro famiglie suscitavano in me dei gravi dubbi. Ma giudicando con obiettività e basandomi sulla mia esperienza, sono dovuto arrivare, sia pure malvolentieri, alla conclusione che lo Stato era riuscito a dimostrare quanto desiderava o per lo meno a provare l'esistenza di una estesa cospirazione a danno del Governo Sovietico da parte di dirigenti politici … Presumere che tutto il processo fosse una montatura equivarrebbe ad ammettere l'esistenza di un creativo grande quanto Shakespeare e con la capacità di regìa di un Belasco. Lo sfondo storico e le attuali circostanze dànno inoltre una certa attendibilità alle deposizioni. Il ragionamento fatto da Sokolnikov e da Radek a giustificazione delle loro attività e il risultato ottenuto sono perfettamente logici. I particolari venuti alla luce hanno veramente confermato le accuse e il comportamento degli accusati ha avuto il suo peso nel mio giudizio....Gli accusati minori, che erano solo degli esecutori, hanno raccontato i particolari dei delitti.
Considerate le prove prodotte, penso che qualunque Tribunale di qualsiasi giurisdizione non poteva far altro che giudicare colpevoli di violazione delle leggi gli accusati.
Ho parlato con quasi tutti i membri del Corpo Diplomatico di qui e, con una sola eccezione, tutti sono del parere che è stata chiaramente dimostrato l’esistenza di un complotto per rovesciare il Governo ,,, Joseph E. Davies
Oppure la dichiarazione di un ambasciatore francese presente a Mosca in quegli anni:
"Tuchacevskij...aveva effettivamente preso il comando di un movimento che mirava a soffocare il partito e ad instaurare una dittatura militare"
Robert Coulundre Ambasciatore francese a Mosca dal 36 al 38 - 1950
Per caso non le ritiene attendibili?

2) Spesso viene rivolta a Stalin l'accusa di non tollerare linee politiche diverse dalla sue, lei è a conoscenza di persone che in alcune occasioni presero posizioni diverse da quelle del presidente senza essere epurate?
3) Il testamento politico di Lenin a mio parere conta poco niente, lo stesso Trockij nè sminuì il valore:

Vladimir Ilic non ha lasciato nessun “testamento”, e lo stesso carattere dei suoi rapporti col partito, come il carattere del partito stesso, escludevano la possibilità di un tale “testamento”. La stampa dell’emigrazione, la stampa estera borghese e quella menscevica di solito ricordano come “testamento” una lettera di Vladimir Ilic (tanto alterata da essere irriconoscibile) contenente consigli di carattere organizzativo. Il XIII Congresso ha esaminato con grande attenzione anche questa lettera, come tutte le altre, e ne ha tratto le conclusioni conformi alle condizioni e alle circostanze del momento. Qualsiasi chiacchiera sull’occultamento o sulla violazione del “testamento” è una maligna invenzione ed è interamente diretta contro l’effettiva volontà di Vladimir Ilic e gli interessi del partito da lui creato.
L. Trotski Articolo “A proposito del libro di Eastman – Dopo la morte di Lenin – Bolscevik n°16, 1° settembre 1925

Inoltre sembra che Stalin dopo essere venuto a conoscenza del testamento si dimise per due volte dalla sua carica, ma per due volti i compagni di partito, compresi Trockij , Kamanev e Zinon'ev,votarono contro tale provvedimento. Lei ne sa qualcosa?

"Blaterare 'si può', ma occorre avere il senso della misura. Si dice che in questo 'testamento' il compagno Lenin proponesse al congresso che, data la 'rudezza' di Stalin, si dovesse pensare a sostituirlo con un altro compagno nella carica di segretario generale. È assolutamente vero; sì, io sono rude, compagni nei riguardi di coloro che in modo rude e perfido distruggono e scindono il partito. Questo non l'ho nascosto, né lo nascondo. Forse ci vorrebbe una certa dolcezza nei riguardi degli scissionisti, ma non da me la otterrete. Alla prima seduta dell'assemblea plenaria del CC dopo il XIII Congresso ho chiesto all'assemblea plenaria del CC di esimermi dalla carica di segretario generale. Il congresso stesso ha discusso la questione. Ogni delegazione l'ha discussa, e tutte le delegazioni, all'unanimità, compresi Trotzki, Kamenev e Zinoviev, hanno imposto al compagno Stalin di restare al suo posto. Che cosa potevo dunque fare? Fuggire dal mio posto? Non è nel mio carattere; non sono mai fuggito da nessun posto e non ho il diritto di farlo, poiché questa sarebbe una diserzione. Come ho già detto prima, non sono libero di disporre di me; quando il partito impone una cosa devo sottomettermi. Un anno dopo ho di nuovo chiesto all'assemblea plenaria di essere esonerato dalla carica, ma di nuovo mi è stato imposto di restare. Che cosa dunque potevo fare?
Quanto alla pubblicazione del 'testamento', il congresso ha deciso di non pubblicarlo, perché era indirizzato al congresso e non era destinato alla stampa... L'opposizione punta tutte le sue carte sul 'testamento' di Lenin. Ma basta solo leggerlo questo 'testamento' per comprendere che le loro carte valgono nulla. Al contrario, il 'testamento' di Lenin è fatale per gli attuali capi dell'opposizione. È un fatto, invero, che Lenin nel suo 'testamento' accusa Trotzki di 'non bolscevismo', e degli errori di Kamenev e Zinoviev al tempo dell'Ottobre dice che non si tratta di errori 'casuali'. Che cosa significa ciò? Significa che politicamente non si può aver fiducia né in Trotzki, che è malato di 'non bolscevismo', né in Kamenev e Zinoviev, i cui errori non sono 'casuali' e possono ripetersi e si ripeteranno. È caratteristico il fatto che nel 'testamento' non vi sia né una parola, né un accenno agli errori di Stalin. Si parla solo della rudezza di Stalin. Ma la rudezza non è né può essere un difetto della linea o della posizione politica di Stalin" (Stalin, Opere complete, vol. X, pp. 185-189).

3) Un'altra accusa che si fa a Stalin è quella di non aver usufruto della democrazia popolare propria di uno stato socialista; però da ciò che riferisce la giornalista americana Anna Lee Strong alla costituzione sovietica del '36 ci fu un contributo sostanziale del popolo sovietico. Nel suo libro non fa mai riferimento a questo, forse la giornalista in questione non è una fonte imparziale?

Il progetto…. della Costituzione fu presentato al popolo stampato in 60 milioni di copie. Questo progetto fu discusso in 527 mila assemblee, cui presero parte 36 milioni di persone. Per mesi e mesi ogni giornale fu pieno di lettere dei lettori sul progetto di Costituzione; furono proposti circa 154 mila emendamenti…..
Da “L’era di Stalin”

4) Dopo la Seconda Guerra mondiale , i paesi liberati dall'Armata Rossa erano a maggioranza comunista o il socialismo venne imposto? Sembra che ci furono delle elezioni per determinare quale dovesse essere il futuro del paese,ma queste elezioni alla fine furono truccate per far vincere i comunisti, sa qualcosa in proposito?

5) Lo scrittore Aleksandr Solgenitsin venne internato in un Gulag , da quel che sembra, solo per aver criticato Stalin in una lettera intercettata. Non mi sembra verosimile che sia stato incarcerato solo per questo motivo, lei conosce meglio i fatti?

Spero che tra tutte i suoi impegni riesca a rispondere a queste domande, comunque la ringrazio in anticipo e le chiedo se ha in programma la scrittura di un nuovo libro.
Cordiali Saluti, Andrea Mingo

DL
1) In più occasioni il mio libro accenna al fatto che diplomatici e uomini di Stato occidentali hanno avallato la versione di Stalin. Ma sui diversi capi d'accusa contro Stalin io mi sono preoccupato di far intervenire nuove testimonianze, comprese quelle di Trotskij e dei suoi seguaci!
2) Almeno sul piano militare è significativa la testimonianza che io riporto nelle prime pagine del libro:
A giudicare dalla testimonianza dell’ammiraglio Nikolai Kusnezov, il leader supremo [Stalin] «apprezzava in modo particolare quei compagni che ragionavano con la loro testa e non esitavano ad esprimere il loro punto di vista senza compromessi».
E' presumibile che anche sulla Costituzione si sia sviluppato un ampio dibattito. La situazione comincia a cambiare con con l'attentato terroristico che costa la vita a quello strettissimo collaboratore di Stalin che era Kirov
3) Sul «Testamento» di Lenin, mi sono già espresso su questo blog. Qualunque sia il significato di quel «Testamento», non spetta a un leader scegliere il suo successore...
4) Occorre fare opportune distinzioni. Non c'è dubbio che il Partito comunista e l'Urss godessero di largo o larghissimo consenso in un paese come la Cecoslovacchia; più problematica era la situazione della Polonia.
5) Non ho particolare informazioni sul caso specifico. Ma si può fare una considerazione di carattere generale: La spregiudicatezza e la strapotenza multimediale dell'Occidente trasformano anche un singolo caso di «dissenso» in una campagna e in un'agitazione politica martellanti, che vanno ben al di là dell'«opinione». Anche questa circostanza ha reso difficile nel «socialismo reale» il passaggio dallo stato dì eccezione alla normalità, fermo restando che non si devono perdere di vista gli errori e i limiti ideologici e politici dei gruppi dirigenti di ogni singolo paese e del movimento comunista nel suo complesso.

giovedì 10 febbraio 2011

Stalin e la fanta-storia

Caro compagno e professore Losurdo,
ho letto con attenzione e passione molti dei tuoi testi e ti ringrazio per il tuo importante contributo storico. Ti scrivo perché leggendo l’enciclopedia storica uscita qualche anno fa con Repubblica sono rimasto colpito da alcune affermazioni del Salvadori rispetto a Stalin:
- si dice che dopo il Molotov – Ribentropp abbia consegnato a Hitler un migliaio di antifascisti tedeschi che si erano rifugiati in URSS
- si afferma che l’Unione Sovietica vendette petrolio all’Italia sotto embargo per la guerra in Etiopia
- si accenna al tentativo di Stalin di allearsi con Germania, Italia e Giappone per spartirsi l’impero inglese.
Vorrei sapere se questi fatti sono veri e la tua opinione a riguardo, Cordialmente e con stima
Andrea Gnemmi

DL E’ la cosa più semplice di questo mondo fare su Stalin le affermazioni più strampalate; si tratta poi di vedere quale documentazione viene apportata, senza in alcun modo accontentarsi del «si dice» Veniamo ai problemi sollevati:
1) Sui comunisti tedeschi ha già risposto in modo documentato ed efficace un lettore del blog, che ha rinviato agli studi di un’eminente studiosa francese, Annie Lacroix-Riz (http://www.dailymotion.com/video/xztbh_le-choix-de-la-defaite_newsundefined e
2) Sul punto due non sono particolarmente informato; ma si tenga presente che a fianco della resistenza etiopica contro l’aggressione fascista hanno combattutto militanti comunisti italiani, che avevano come punto di riferimento l’Urss di Stalin.
3) Le cose stanno esattamente al contrario. Hitler si decide definitivamente per l’aggressione contro l’Urss anche a causa del rifiuto di Stalin di partecipare ai mirabolanti piani nazisti di spartizione dell’Impero inglese.

Reagan e la lotta di classe internazionale

Gentile Professor Losurdo,
se le fosse possibile sprecare tempo per quella che ha indubbiamente le dimensioni di una bagatella, le vorrei chiedere un parere sull'iniziativa intrapresa dalla rivista Libertiamo, l'aggregatore Tocqueville e, insieme ad altri, parlamentari come Benedetto della Vedova e Antonio Martino, iniziativa volta a chiedere che nelle città italiane vengano intitolate vie a Ronald Reagan, defunto presidente degli USA.
Più che un commento sull'iniziativa in sé, la pregherei di farne uno sulla ricostruzione storica che i promotori fanno sia della vita di Reagan sia del contesto storico in cui agì.
A tal proposito mi permetto di riprodurre, più sotto, una scheda tratta dal sito The Right Nation, che esemplifica tale ricostruzione.
La ringrazio vivamente per l'eventuale tempo che vorrà dedicarmi.
Cordiali saluti.
Domenico D'Amico

di Stefano Magni, da therightnation.it

DL A p. 239 del mio libro su Stalin riferisco di un articolo pubblicato dall’«International Herald Tribune»:

«L’autore [Safire] riferisce compiaciuto “in che modo una campagna Cia di sabotaggi dei computer, sfociata [nel 1974] in una enorme esplosione in Siberia – il tutto organizzato da un economista di modi gentili, chiamato Gus Weiss – aiutò gli Stati Uniti a vincere la guerra fredda”».

Nel 1974 presidente era Nixon o Ford. La campagna di sabataggio si intensifica con Reagan.
E’ un punto su cui conviene riflettere. Non pochi a sinistra hanno una visione assai primitiva del conflitto politico-socale. Non riescono a scorgerlo quando esso assume una forma essenzialmente economica e vede come protagonista un paese in lotta per lo sviluppo e l’indipendenza (anche tecnologica), ed ecco allora che spiegano il crollo dell’Urss semplicemente con l’«implosione». Oppure non riescono a comprendere il profondo significato antimperialista della lotta condotta dal Partito Comunsta Cinese per spezzare il monopolio tecnologico dell’Occidente.
Eppure si tratta della lotta di classe forse più importante di questo inizio del XXI secolo…

martedì 8 febbraio 2011

Un CNL contro Berluconi?

Giorgio Lindi presidente Anpi Carrara, 1 febbraio 2011
Caro Professore, mentre la ringrazio per il suo intervento, sono di nuovo a chiederle lumi; questa volta in merito alla proposta fatta in questi giorni da Massimo D'Alema. Il problema dell'autoritarismo mediatico o, più semplicemente, del berlusconismo che pur vivendo momenti difficili, per i noti problemi personali e per le politiche inconcludenti, non è almeno a oggi ancora stato battuto. Per battere il berlusconismo mi domando se la proposta che D'Alema fa, rivolta anche a soggetti "strani" (Casini, Fini ed altri), possa essere percorribile per creare il cosiddetto fronte unitario democratico che permetterebbe il ritorno a una logica normale della battaglia politica. Per essere semplici, mi sembra che si ripetano, mutatis mutandis, le condizioni per la quali un tempo venne proclamato capo del CLN alta Italia, il generale Cadorna, espressione dei ceti moderati se non reazionari, ma attraverso il quale l'unità antifascista riuscì a togliere di mezzo il primo ostacolo cioè il nazifascimo e a far crescere una coscienza politica, dopo venti anni di dittatura. E' riproponibile una nuova forma unitaria di questo tipo, come sembra dire D'Alema, aprendosi ai ceti moderati e conservatori, ma rimettendo in gioco anche le esigue, purtroppo, forze della sinistra classista? Sarebbe molto importante e illuminante il suo pensiero in merito. In particolare per noi che pensiamo che soggetto autentico di questa ipotesi potrebbe essere l'Anpi.
Cordialmente la salutiamo

DL Come filosofo e storico ho speso messo in guardia contro il gioco ovvero contro la seduzione delle analogie. Non c’è nessuna analogia tra l’Italia di oggi e l’Italia del 1921-22. La «marcia su Roma», il colpo di Stato fascista, fu a suo tempo salutato dall’opinione pubblica liberale italiana e internazionale, scossa e angosciata dalla rivoluzione d’ottobre e dal «pericolo comunista». Ancora nel 1933 Churchill dichiarava: «Il genio romano impersonato da Mussolini, il più grande legislatore vivente, ha mostrato a molte nazioni come si può resistere all’incalzare del socialismo e ha indicato la strada che una nazione può seguire quando sia coraggiosamente condotta».
Oggi il contesto internazionale è radicalmente diverso. Almeno in Occidente è dileguato il «pericolo comunista». Non che siano dileguate le angosce: gli Usa, e al loro rimorchio l’Unione Europea, guardano con crescente preoccupazione all’ascesa della Cina e contro di essa, se sul piano militare può servire all’occorrenza il formidabile arsenale di guerra di cui dispone l’imperialismo, sul piano ideologico è già di grande utilità l’incessante bombardamento multimediale contro la «violazione dei diritti dell’uomo» e in nome della «democrazia» e della superiore civiltà dell’Occidente. In queste condizioni, l’avvento di una dittatura fascista in Italia o in un altro paese dell’Unione Europea sarebbe per l’imperialismo un clamoroso autogol.
Ciò non significa che la situazione nel nostro paese non sia grave. Il peso politico immediato della ricchezza e la tendenza verso il bonapartismo soft, che caratterizzano nel suo complesso l’odierno capitalismo, assumono un volto particolarmente odioso e più che mai repellente: non c’è nulla che il denaro non possa permettersi! Contro tutto ciò può essere opportuna e necessaria una politica di alleanze, ma il problema principale è quello di ricostituire la soggettività ideologica e politica dei comunisti e di un’autentica sinistra.

Un front uni anti-fasciste contre Berlusconi?
su mondialisation.ca
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio