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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

lunedì 31 gennaio 2011

Il referendum alla Fiat e le trasformazioni geoeconomiche mondiali

Giorgio Lindi presidente Anpi, Carrara
Caro Losurdo,
Il risultato del referendum dei lavoratori della Fiat ha suscitato un > grande interesse e richiede un’analisi approfondita.
Come va valutata la sconfitta del “no” che appare più numerica che > politica? Non può essere considerata una riscoperta inattesa della > classe operaia, un invito a prendere posizioni nette, anche di > contrapposizione, a livello sindacale e un richiamo alle forze > politiche ad avere più coraggio e fiducia nei lavoratori e nelle lotte?
Il 54 % dei “sì” è stato promosso a livello padronale, in nome delle > “modernità e della modernizzazione ed è stato ottenuto grazie > all’appoggio dei mass media nazionali che hanno oscurato e mistificato > il senso antioperaio dell’accordo e a quei sindacati, come Cisl e Uil, > che un tempo difendevano gli interessi e i diritti dei lavoratori.Da > sempre le forze conservatrici utilizzano l’idea di “modernità” e di > “modernizzazione” per screditare le lotte dei lavoratori a difesa dei > loro diritti e troviamo che questa idea sia già presente nel fascismo e > nella cultura di destra, nel Futurismo, in un sindacalista come > D’Aragona, ecc.
Possiamo considerare un prima reazione positiva ai risultati della > Fiom, l’appello degli intellettuali, perchè vengano ripensate, in modo > che tengano conto dei diritti dei lavoratori, nuove forme delle > “relazioni industriali”?
Quanto avviene oggi in Cina, diventata ormai la seconda potenza > economica mondiale, influenza in modo radicale l’ economia a livello > mondiale e pone ai nostri paesi problemi di sviluppo che mai si erano > posti prima. Anche India e Brasile si propongono come grandi potenze > industriali ed economiche. Ci sono tra i tre paesi elementi comuni o si > tratta di sviluppi differenti, che presuppongono finalità differenti > nella progettazione delle rispettive società e dei rapporti con il > mondo occidentale e industrializzato?

DL Il referendum alla Fiat è un esempio illuminante di «democrazia». E’ come se agli operai fosse stato detto: votate pure liberamente, ma se votate in modo «sbagliato», siete condannati alla disoccupazione e alla fame! Sul piano nazionale Marchionne esprime lo stesso atteggiamento assunto da Bush (e Obama) sul piano internazionale. A suo tempo anche gli abitanti di Gaza sono stati chiamati a esprimersi liberamente: avendo votato in modo «sbagliato», sono ora costretti a subire la fame più nera e persino la morte per inedia, mentre i piloti israeliani sono autorizzati ad esercitarsi al tiro al bersaglio contro i palestinesi che danno prova di non comprendere le regole del gioco democratico e della modernità.
Contro il comportamento di Marchionne e della Fiat comincia finalmente a manifestarsi un sussulto di indignazione, ed è bene che a tale proposito si sviluppi il fronte unito il più largo possibile; spetta ai comunisti spiegare che la democrazia di Marchionne non è diversa dalla democrazia di Bush (e Obama).
Cina, Brasile e India presentano un elemento comune: sono tre paesi che hanno un passato coloniale o semi-coloniale e che ora cercano l’indipendenza e il riscatto anche sul piano economico dopo averli conseguiti sul piano politico.

Ma ora vediamo le differenze. La Cina è stata la protagonista di una delle più grandi rivoluzioni della storia mondiale. Il Brasile è impegnato in un modo o nell’altro nel processo rivoluzionario con cui l’America Latina si sta scuotendo di dosso il peso della dottrina Monroe. L’India è stata invece la beneficiaria di una sorta di indipendenza octroyée: il movimento di emancipazione dei popoli coloniali, che ha preso le mosse dalla rivoluzione di Ottobre e che poi ha conosciuto un impetuoso sviluppo grazie alla vittoria della Grande guerra patriottica in Urss e della Guerra di indipendenza anti-giapponese in Cina, ha inflitto sì la capitolazione a Germania, Giappone e Italia, ma ha anche costretto alla ritirata la Gran Bretagna. Proprio perché l’India ha conseguito un’indipendenza octroyée, non mancano in quel paese forze che vorrebbero assumere l’eredità del tramontato impero inglese.
E’ evidente che nell’ambito dei paesi che hanno alle spalle un passato coloniale o semi-coloniale la Cina occupa un posto di assoluto rilievo. E non solo perché essa è guidata da un Partito Comunista.
Alla vigilia della conquista del potere Mao dichiarava: Washington desidera che la Cina si «riduca a vivere della farina americana», finendo così col «diventare una colonia americana». E cioè Mao era consapevole che la lotta anticolonialista stava passando dalla fase politico-militare alla fase politico-economica. Questa consapevolezza non mancava agli esponenti più lucidi dell’imperialismo Usa. Agli inizi degli anni ’60 un collaboratore dell’amministrazione Kennedy, e cioè Walt W. Rostow, esprimeva trionfalmente la sua convinzione che, grazie all’embargo decretato da Washington, lo sviluppo economico della Cina era stato ritardato almeno per «decine di anni». Questa lotta non è cessata. La sinistra più primitiva non lo comprende; ma gli storici futuri consideraranno la lotta condotta dalla Cina per spezzare il monopolio occidentale dell’alta tecnologia come la più imporatante lotta di classe sviluppatasi tra XX e XXI secolo, come il colpo più grave inferto ad un’infausta tradizione di colonialismo e neocolonialismo.

Risposta a una studentessa

Annna ha detto... 27 gennaio 2011 06:21
Salve professore, sono una studentessa di 20 anni con forti simpatie comuniste. In una discussione, una mia amica di Falce Martello, cioè trozkijsta, ha fatto diverse accuse contro Stalin.
“Stalin non voleva la rivoluzione socialista in Spagna. Pierre Brouè in proposito scrisse un libro che dimostra che Stalin tradi la rivoluzione spagnola. La parola d’ordine dei comunisti era GRANAR LA GUERRA non fare la rivoluzione”. “Togliatti fece la svolta di Salerno perché la decise a Mosca sotto la supervisione di Stalin”. “Stalin ruppe con Tito perché Tito voleva aiutare i partigiani greci dell’EAM e Stalin allora ruppe con la Yugoslavia”. “Stalin ha frenato fino all’ultimo la vittoria della rivoluzione cinese facendo le trattative col Kuomintang”. “Stalin a Yalta voleva spartirsti il mondo in modo che Mosca tenne sotto controllo tutto l’EST europeo”. “L’URSS non sostenne la rivoluzione cubana perché Stalin a Yalta decise che Cuba doveva restata sotto il protettorato USA”...
Mentre attendo le tue risposte ti mando un grande saluto comunista.

DL Per rispondere puntualmente ad ogni questione che sollevi ci vorrebbe un trattato! Posso dire qua che a suo tempo Friedrich Engels si faceva beffe della «superstizione» che «riconduceva la rivoluzione» all’attività e alla volontà di un «pugno di agitatori». Questa «superstizione» si presenta in forma ancora più accentuata in coloro che fanno dipendere il successo o la sconfitta della rivoluzione in Spagna, in Italia, in Grecia, in Cina, a Cuba, dunque in tutto il mondo, dalla volontà di un solo «agitatore» che sarebbe Stalin! Sia pure in forma negativa, il culto della personalità diventa qui semplicemente grottesco. A conferma del carattere assolutamente primitivo di questo modo di argomentare, basta riflettere su alcuni elementi:
1) A Cuba la rivoluzione scoppia nel 1959 quando Stalin era morto da 6 anni.
2) Nella Spagna del 1936-1939 battersi per la vittoria nella guerra contro gli eserciti del golpista Franco e di Mussolini e di Hitler signifcava battersi per la vittoria per l’appunto della rivoluzione.
3) In Cina la rivoluzione contro il Kuomindang l’ha guidata Mao Zedong, il quale è stato il primo a criticare Kruscev, quando questi ha preteso di infangare Stalin.

venerdì 28 gennaio 2011

I comunisti al potere e all'opposizione: il KKE e il ruolo della Cina

Janosch Schnider 26 gennaio 2011 04:12
Spettabile professor Losurdo,
Ho avuto modo di apprezzare il racconto della Cina da lei redatto in occasione di un recente viaggio in questo paese. Al contempo osservo con grande interesse e stima l'avanzata del Partito Comunista Greco (KKE) nel panorama politico ellenico, capace di conquistare un consenso molto importante.
Alla luce dei seguenti fatti rimango però senza parole: Il KKE, offeso per il fatto che il PCC abbia relazioni con il PASOK e l'Internazionale Socialista cambia linea (ancora pochi mesi fa c'era stato un incontro cordiale fra PCC e KKE): sul giornale del KKE si pubblica un articolo in cui si sostiene che il PCC di comunista ha solo il nome e che i rapporti capitalisti sono in piena espansione in Cina: http://inter.kke.gr/News/2010news/2010-11-22-kina
E come se non bastasse in un recente documento dell'Ufficio Politico del KKE si legge pure: "Gli adattamenti della dottrina e della struttura della NATO riflette l'insorgere o l'intensificazione di nuove contraddizioni interimperialiste per esempio tra gli Stati Uniti e la Cina". Quindi la Cina sarebbe un paese imperialista in concorrenza con l'imperialismo USA!
Da quanto so io la Cina partecipa attivamente al "risanamento" ellenico attraverso una serie di investimenti pubblici: In particolare Cina e Grecia lavorano insieme per costruire al porto commerciale del Pireo il più grande centro di distribuzione e di transito tra Asia ed Europa. Infatti è la società cinese Cosco Pacific, una delle maggiori al mondo, che ha ottenuto la concessione, dopo molte contestazioni sindacali greche. Che i greci abbiano assunto posizioni di dogmatismo ultra-ideologico? È legittimo chiedersi se gli interessi dei proletari cinesi sono veramente diversi da quelli dei proletari del resto del mondo?
Cordiali saluti

DL Condivido anch’io la stima per il Partito Comunista Greco. E’ anche per questo che sorvolo sull’accusa rivolta alla Cina di restaurazione del capitalismo (è un’accusa che dobbiamo far valere anche per il Vietnam e oggi anche per Cuba?) e addirittura di perseguire una politica imperialista (in realtà gli Usa non hanno rinunciato al progetto di smembramento del grande paese asiatico, come dimostra l’appoggio fornito ai circoli separatisti di Taiwan, del Tibet e del Xinjang).
Voglio soffermarmi soprattutto su un punto. A suo tempo Mao Zedong ha richiamato l’attenzione su una questione centrale: non si può confondere la politica estera di un Partito comunista al potere con la linea politica di un Partito comunista all’opposizione, diversamente non si comprende nulla della storia del movimento comunista, oppure si riduce questa storia a una sequela interminabile di tradimenti: Non c’è Partito comunista al potere che non abbia stipulato accordi e compromessi con questo o quel paese, con questa o quella forza politica; ma ciò non è minamente vincolante per una forza rivoluzionaria all’opposizione.
Nel documento del PCG allegato al messaggio di Janosch si lamenta il fatto che il Partito Comunista Cinese voglia stabilire rapporti con l’Internazionale socialista. Io penso che l’eventuale successo di questa inizitiva gioverebbe molto alla causa della lotta contro i pericoli di guerra alimentati dall’imperialismo USA; ma non per questo ho intenzione di aderire all’Internazionale socialista; al contrario mi sento impegnato nella ricostruzione in Italia di un autentico partito comunista.
Lo scandalo per i rapporti del PCC con partiti che non sono comunisti tradisce una nostalgia per l’Internazionale Comunista, che certo ha scritto pagine gloriose di storia ma che Stalin ha tuttavia avuto ragione di sciogliere. Riporto qui un brano, desunto da un mio saggio di prossima pubblicazione:

«Risulta così sempre più inadeguato lo strumento organizzativo tradizionale (l’Internazionale) in cui a lungo si è riconosciuto il movimento rivoluzionario. A fondamento di tale tradizione agisce la visione che già conosciamo: la rivoluzione socialista sembra scaturire da un’unica contraddizione, quella che vede contrapporsi sul piano mondiale due blocchi omogenei, la borghesia e il proletariato; ed è una visione che trova la sua espressione più concentrata nella Terza Internazionale, che tende a presentarsi come un «partito bolscevico mondiale», ferreamente organizzato e centralizzato al di là dei confini nazionali e statali.
Ben si comprende che nessuna Internazionale abbia mai realizzato una rivoluzione. Ciò vale per l’Associazione internazionale degli operai fondata da Marx nel 1864. Sei anni dopo, mentre è in corso la guerra franco-prussiana, essa fa appello agli «operai francesi» a non abbandonarsi a illusioni rivoluzionarie, a tener conto dei reali rapporti di forza e soprattutto a non lasciarsi «sviare dalle memorie nazionali del 1792» (MEW XVII, 277-8). In effetti, la Comune di Parigi vede la sua nascita a partire dall’intrecciarsi della contraddizione borghesia/proletariato con la crisi nazionale provocata dall’evidenziarsi dell’espansionistico prussiano e dall’incapacità della borghesia francese a fronteggiarlo. Alcuni decenni più tardi la rivoluzione d’ottobre scoppia sull’onda della denuncia del «tradimento» della Seconda Internazionale. Tre anni dopo Lenin traccia un bilancio storico e teorico che mette in evidenza un punto essenziale: una situazione rivoluzionaria presuppone contraddizioni così molteplici e acute da provocare «una crisi di tutta la nazione (che coinvolga cioè sfruttati e sfruttatori)» (LO XXXI, 74). In ultima analisi i bolscevichi avevano vinto perché si erano rivelati l’unica forza politica capace di dare una risposta allo sfacelo economico, politico e sociale provocato dalla guerra e dal crollo dell’Antico regime. Fondata nel 1919 allo scopo esplicito di propagare la rivoluzione russa anche all’Occidente, la Terza Internazionale non riesce in nessun caso ad essere all’altezza del suo programma. Sì, una gigantesca ondata rivoluzionaria si sviluppa a partire dalla disfatta inflitta al progetto hitleriano di edificare le «Indie tedesche» in Europa orientale e divampa a livello planetario sino alla dissoluzione del sistema coloniale; ma questa ondata ha luogo solo dopo lo scioglimento dell’Internazionale decretato da Stalin nel 1943 ed è alimentata da rivoluzioni che, contrariamente alle attese del 1919, vedono fondersi indissolubilmente conflitto sociale e conflitto nazionale. Infine, è appena il caso di dire che la Quarta Internazionale si rivela solo come la replica farsesca della tragedia della Terza».

Il "Giorno della Memoria" e la questione palestinese

Mirko Goddi 27 gennaio 2011 17:39
Caro prof. Losurdo,nel giorno della memoria constato con estrema tristezza che a sinistra si moltiplicano coloro che mettono sullo stesso piano nazismo e comunismo.
Leggo nella rete sempre molti commenti che ripropongono la narrazione da guerra fredda della politica sovietica malgrado questa sia finita da anni ormai. Lo Stalin antisemita è diventato un classico,cosi come il mettere sullo stesso piano le morti per carestia in Ucraina e lo sterminio pianificato della Shoah. Addirittura ho letto persone che indicavano gli Stati Uniti come fiancheggiatori della Cina nello "sterminio" del popolo tibetano. Siamo ormai al ridicolo. Non penso che la colpa sia tutta delle persone che scrivono queste cose,perchè anch' io sono stato spesso vittima di false informazioni,penso tuttavia che sia determinante il ruolo di molti intellettuali che magari si rivendicano come liberi di fronte a qualsivoglia idea di partito o movimento e di fatto sono sgherri prezzolati del sistema.
La saluto


DL Delle leggende relative all’«antisemitismo» di Stalin e all’Ucraina mi sono ampiamente occupato nel libro su Stalin, e della leggenda relativa al Tibet mi sono ampiamente occupato nel libro su «La non-violenza». Dà da pensare il fatto che nessuno ha provato a smentirmi… Per quanto riguarda il giorno della memoria, è giusto e doveroso rendere omaggio alle vittime della «soluzione finale», ma occorre tener presente che non ci sono vittime eterne e carnefici eterni. E’ quello che in particolare ho sottolineato nel mio libro «Il linguaggio dell’Impero» (Laterza). In questo libro ho fatto notare che oggi il popolo martire per eccellenza è il popolo palestinese. Certo, non siamo in presenza di una nuova «soluzione finale». Per fortuna la storia non è l’eterno ritorno dell’identico! Ma non per questo è lecito bagattellizzare quella che un grande intellettuale palestinese (Said) ha definito la tragedia delle vittime delle vittime. Riporto un paragrafo da «Il linguaggio dell’Impero»...
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domenica 23 gennaio 2011

La questione comunista in Germania. Un intervento di Andreas Wehr


15.01.2011 / Thema / Seite 10
Die Sache mit dem Kommunismus
Position. Eine Zukunft hat die Partei Die Linke nur, wenn sie ihre Vergangenheit nicht aufgibt
von Andreas Wehr

Dem Kampf um den Begriff Kommunismus kann die Partei Die Linke nicht ausweichen. Tut sie es dennoch, trennt sie sich von ihrer eigenen Geschichte, denn diese ist die Geschichte des Sozialismus, und ihr Gründungsdokument ist das »Manifest der Kommunistischen Partei« von Karl Marx und Friedrich Engels. Verzichtet sie auf die Verteidigung des Begriffs, isoliert sie sich in Deutschland gegenüber vielen, die als Mitglieder der Partei Die Linke oder außerhalb stehend sich als Kommunisten sehen. Kämpft sie nicht, isoliert sie sich international. In der Europäischen Linkspartei arbeitet sie mit zahlreichen kommunistischen Parteien zusammen, etwa mit der Frankreichs und der italienischen Rifondazione Comunista. Nicht anders ist es in der Konföderalen Fraktion der Vereinten Europäischen Linken/Nordische Grüne Linke (GUE/NGL) im Europäischen Parlament. Ihr gehören auch die Abgeordneten der griechischen kommunistischen Partei und die der portugiesischen sowie der tschechischen Kommunisten an...
Leggi tutto (in tedesco) da andreaswehr.eu

Cina e "diritti umani": una risposta a "Democracy Now!"

Ringraziamo Vladimiro Giacché per aver segnalato questa lettera [SGA].

da: peaceandfreerom.org
Human Rights in China: A Response to Democracy Now
Posted by eruyle on January 21, 2011

China, Human Rights and the Role of Washington: Response to a Debate,
An Open Letter to Democracy Now!

Dear Democracy Now!
I have been a fan of Democracy Now since it’s inception, and I use it as a primary source of news. That’s why I have been consistently disappointed with your commentary on news about China. The latest example is your coverage of the visit of Chinese President Hu Jintao to the United States (China, Human Rights and the Role of Washington: A Debate, DN Jan 20, 2011)...

venerdì 21 gennaio 2011

Nuove risposte ai lettori e un saggio su filosofia della storia e morale

João Carlos Graça, Lisboa, 19 de Janeiro de 2010 - 19 gennaio 2011 05:17
Dear Professor Losurdo
Congratulations for this publication in Portuguese, and of course thank you for that. Still, I must make a request that your Controstoria del Liberalismo be translated as Contra-história do Liberalismo and not (assuredly not) as Contra-história da Democracia (sic!).
I would abstain from this remark (that may well be taken as picky), had it not so likely fallen into the category of "Leitfehler", or meaningful errors. It is not necessary to be a maniac of philology to understand how much this may reveal of subordination to the dominant ideology even by those claiming (and really wanting) to oppose it. Seldom has a traduttora been, if against her will, so much a traditora...
Be as it may, that ought to be emended for the sheer sake of truth - always an important thing, as you yourself so brightly underline in the interview. Please accept my respectful
Saudações cordiais

Rafael Granados desde la Espagna 17 gennaio 2011 04:30
Tiene toda la razón Pedro Aguiar, cuando afirma que antonino franca,repite todos los "cliches revisionistas".La posición ideologica de antonino está claramente en la linea pro-kulak de Bujarin- cita a Roy mededeiev,admirador de bujarin y de sus posiciones anticomunistas, asi como de sus traiciones a la Urss al lado de Yezov, Frinovsky y Tujachevsky(vid Grover furr).Por supuesto , no falta el consabido "mantra" alusivo a los "crimenes de Stalin" que repite a diario toda la prensa liberal y conservadora de todo el mundo.

adendda 17 gennaio 2011 04:44:
Cabe añadir que aquí en España, como ocurre en Italia ó en Brasil, todas las publicaciones de la "izquierda alternativa", sean libertarias. troskistas, ecosocialistas, etc, etc, son patologicamente antistalinistas,pues eso las hace "respetables" ante la burguesia y ante su potencial clientela izquierdista.
Por supuesto la imagen que construyen de stalin poco tiene que ver con la verdad histórica del stalin real, especialmente del stalin como hombre de estado y no solo como revolucionario bolchevique,situaciones que aunque no son totalmente disociables, conviene poner en planos distintos.
Nuestros "izquierdistas" del siglo XXI, olvidan que junto a una "dialectica de clases" existe una "dialectica de estados".
Esta es una de las razones principales por la que Stalin es una figura totalmente incomprendida y odiada por nuestra beatífica "izquierda" multicolor del siglo XXI.

João Carlos Graça Lisboa, 20 de Janeiro de 2011
Dear All,
Antonino Infranca's review is a complete mess and a low quality text, full of prejudice and confusions. It definitely doesn’t do justice to Professor Losurdo’s Stalin. Let me refer some aspects that have more stroked my attention.
First moment, Infranca conglobates ethics and politics completely, under one single category: “questione fondamentale ed etico-politica”… Next moment, in a straightforward inversion, he chooses to oppose them completely, or rather repeats the infamous Arendtian imposture, according to which communism (but now communism itself!, not just Stalin, far from that) was supposed to erase morals vis-à-vis politics: “per un’errata concezione filosofica, nella quale la morale è subordinata alla politica”, etc. Since I know that you, Professor Losurdo, have directly addressed the issue of Arendt’s absurd claim in one of your works (was it in Il Linguaggio?, or in La Non Violenza?), I dare invite you to please write something about this subject. I do think that everyone could easily gain a lot from that.
Stalin is, of course (and à la Arendt) approximated by Infranca with Hitler, if with some caveat; and also (à la Courtois-Werth) with Pol Pot and Kim Il Sung: nothing really so different from the usual, daily-basis “pulp fiction”. Where Infranca decidedly seems more “rive gauche” is probably in the fact that he is somehow prone to think of the history of the Novecento as an endless series of disgraces, massacres, catastrophes, etc., and so now Roosevelt and Churchill come join the rest of the bunch in the enormous gallery of demons. The universal history, once the stage for the progressive triumph of reason, now becomes nothing but the “universal history of infamy”…
One last note: as to the fact of allegedly Stalin’s “alliance with Hitler” having been the cause of so many disgraces, since it “significò l’abbandono al loro destino dei comunisti dell’Europa Occidentale e degli ebrei pollachi”, I dare recommend you all to listen to Madam Annie Lacroix-Riz bravissima conference on Le Choix de la Défaite, here: http://www.dailymotion.com/video/xztbh_le-choix-de-la-defaite_newsundefined and here: http://www.historiographie.info/multimedia.html
Cordiali saluti a tutti,

DL Cari amici e compagni,
Grazie per la segnalazione della svista, in cui è incorsa la traduttrice brava e generosa, alla quale va tutta la mia gratitudine. Ovviamente, la svista non è priva di significato e pertanto è stata corretta al più presto.
Del problema di cui qui si tratta mi sono occupato in varie occasioni.
Forse la critica più dura ad Hannah Arendt l’ho formulata nel libro sulla «Non-violenza», dove però mi occupo soprattutto dell’atteggiamento filisteo da lei assunto nei confronti della lotta di emancipazione degli afroamericani e dei popoli coloniali.
Qui di seguito troverete il link a un mio saggio di critica della categoria di totalitarismo. Ritengo ora opportuno aggiungere un altro mio saggio, che riguarda forse più direttamente il tema qui sollevato.

Domenico Losurdo
Filosofia della storia contra morale?
«Rivista di storia della filosofia», n. 2/1997, pp. 257-281

La catastrofe o le catastrofi del Novecento sono il risultato del sacrificio della morale sull’altare della filosofia della storia: questo il bilancio storico comune ad autori tra loro pur così diversi come la Arendt, Löwith, Berlin, Bobbio. Ed è un bilancio che chiama pesantemente in causa Hegel e Marx...

domenica 16 gennaio 2011

Sulla rivista brasiliana "Margem Exquerda" una recensione allo Stalin di Domenico Losurdo. Con una replica di Pedro Aguiar

Domenico Losurdo, Stálin. História crítica de uma lenda negra, Revan, Rio de Janeiro 2010
Recensione di Antonino Infranca, “Margem Esquerda” n. 15

La pubblicazione di questo libro ha suscitato polemiche fortissime all’interno della sinistra italiana, al punto da causare una crisi all’interno della redazione di Liberazione, il quotidiano del Partito della Rifondazione Comunista. Ovviamente non si può considerare il libro in sé, né il suo autore, la causa di queste polemiche, perché Losurdo è uno studioso di grande rigore e disciplina scientifica e il libro, infatti, è senza dubbio interessante e meritevole di attenzione, semmai è l’argomento del libro, cioè la figura del grande dittatore russo a dividere la sinistra italiana. Dietro la polemica su Stalin e lo stalinismo c’è una questione fondamentale ed etico-politica: la questione della democrazia. Infatti la figura di Stalin è soltanto una scusa per affrontare la questione etica del marxismo: cosa ha a che fare un personaggio come Stalin con un movimento politico emancipatore come il comunismo?...
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2010-12-20 - Opera Mundi
O Estado, de vilão a salvador das pátrias, na revista Margem Esquerda
Pedro Aguiar, da boitempo.com

Lá para meados da década de 1990, não havia muitas dúvidas de que a economia ideal era a de livre-mercado, que a iniciativa privada era mais eficiente que o poder público para gerenciar produção e serviços, e que o Estado era um problema - não a solução - para o desenvolvimento. Hoje já parecem longe os dias em que uma aparência de consenso foi forjada em torno dessas ideias nos círculos acadêmicos, intelectuais, na imprensa e na gestão pública - o que quem continuou no campo crítico denominou de "pensamento único" [...]  Entre as resenhas, bem a calhar, Plínio Jr. comenta A Crise Estrutural do Capital, do húngaro István Mészáros, e Iasi trata da nova obra da historiadora Virgínia Fontes, O Brasil e o Capital-Imperialismo: teoria e história. Já Antonino Infranca repete os clichês revisionistas ao tratar do livro de Domenico Losurdo sobre Stalin (Stálin – História crítica de uma lenda negra, Revan), embora alegue justamente abordar a figura histórica e não o indivíduo...
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martedì 11 gennaio 2011

Sullo studio comparato dell'universo concentrazionario. Una risposta

Caro prof Losurdo,
sono uno studente universitario di 26 anni. E' da 2 anni che sto seguendo le sue ricerche sulla storia del movimento comunista, di cui apprezzo la sua dovuta rigorosità e onestà documentaria.
Ultimamente ho letto dei libri che trattano dei comunisti italiani che furono rinchiusi in URSS nei GULAG durante l'era di Stalin. I libri sono i seguenti:
- G. Lehner, F. Bigazzi, CARNEFICI E VITTIME. I CRIMINI DEL PCI IN UNIONE SO0VIETICA, Mondadori, Milano, 2006
- E. Dundovich - F. Gori, ITALIANI NEI LAGER DI STALIN, laterza, Roma-Bari, 2006
- E. Dandovich - F. Gori - E. Guercetti, REFLECTIONS OF THE GULAG, Feltrinelli Editore, Milano, 2003
Mi piacerebbe sapere da lei se fonti affidabili e se è vero che i documenti che riportano sono autentici in cui dimostrano che centinaia di comunisti italiani furono rinchiusi ingiustamente nei GULAG in condizioni disumane. O magari se si tratta di libri che riprendono l'agit-prop anticomunista.
Nel frattempo che attendo le sue risposte le mando un grande saluto e le auguro un buon inizio anno
FRANCESCO 02 gennaio 2011 09:25

DL Francamente, è un argomento che conosco poco, ma sulla metodologia con cui esso viene di solito affrontato qualcosa mi sento di dire:
1) Nel mio libro su Stalin ho scritto che la storia della Russia sovietica è caratterizzata da tre guerre civili: la terza, quella che dilania gli stessi bolscevichi, finisce col coinvolgere anche i comunisti che erano giunti in Unione Sovietica provenienti da altri paesi.
2) Anche in questo caso può essere utile la comparatistica. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, gli esuli tedeschi che, in fuga dalla Germania nazista, si erano rifugiati in Francia (nel paese dei diritti dell’uomo) sono arrestati e rinchiusi in campi di concentramento orribili. Ad essere colpita da questa misura è anche Hannah Arendt, la quale riferisce che i detenuti hanno l’impressione di essere destinati a «crepare»; sono così disperati che hanno persino la tentazione del «suicidio» come «azione collettiva» di protesta (cfr. il mio libro «Il linguaggio dell’Impero», cap. I, § 10).
L’internamento degli esuli antifascisti tedeschi era stata decisa dal governo della Francia «democratica» come misura di sicurezza: si temeva che fra di essi potessero esserci anche spie tedesche; e dunque, per non correre rischi, era meglio rinchiudere tutti in campi di concentramento.
Di ciò nessuno parla, mentre per l’Urss ogni occasione è buona per denunciare il carattere inguaribilmente sanguinario di Stalin (e del comunismo): la consueta «sinistra» non fa nulla per prendere le distanze dalla mitologia borghese.

domenica 2 gennaio 2011

Ancora sulla Cina. Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori

Renato ha detto... 26 dicembre 2010 01:49
Temo che le influenze politiche abbiano ultimamente condizionato l'assegnazione dello stesso nobel per la letteratura, sempre più spesso dato a dissidenti (filo-occidentali e semi sconosciuti) di governi progressisti, a critici ideologici del socialismo reale sino ad arrivare all'ultimo assegnato a uno scrittore noto negli ultimi anni quasi esclusivamente per i suoi violentissimi attacchi contro tutti i paesi del Sud America che si sforzano di non essere più il cortile di casa degli Usa.
Per quanto concerne il premio nobel per la pace, purtroppo, anche prima della seconda guerrra mondiale era assegnato per motivi ideologici molto discutibili. A partire dal primo, assegnato al noto campione della pace Nicola II, a tutti i seguenti assegnati prima del 1914 a "pacifisti" che poi appoggiarono senza eccezioni la prima guerra mondiale. Verrebbe quasi da dar ragione a Trotskij che sconsolato, di fronte al sostegno dato dai "pacifisti" del tempo alla prima guerra mondiale, osservava nella sua autobiografia che i pacifisti (almeno certi) sono tali solo quando la guerra non c'è.

DAVIDE ha detto...  22 dicembre 2010 14:24
Egregio prof Losurdo, una volta discutendo in chat con un mio amico comunista (anche io lo sono) parlavamo sulla Cina: lui l'ha attacca in quanto capitalista ed io la difendo in quanto socialista. Come ultimo messaggio (questa volta tramite Facebook) mi ha scritto la seguente cosa: "Fukujama si sbagliava, dato che a Cuba non c'è il capitalismo. Ci sono elementi di capitalismo, certo, questo è inevitabile, ma prevale ancora la proprietà statale (anche se il ruolo dirigente del proletariato sull'economia è molto marginale). In Cina invece, nonostante il controllo statale sul credito, la maggior parte delle aziende è privata. E il ruolo dirigente del proletariato è praticamente nullo" Poi dopo mi ha scritto: "Io dico che un operaio della Fiat comanda in fabbrica quanto un operaio della sede cinese della Honda. Cioè niente. A Cuba invece ci sono ancora comitati di fabbrica che applicano un minimo di gestione "dal basso" (solo nelle aziende ancora pubbliche, ovviamente, e comunque sempre meno) " Mi piacerebbe sapere da lei (che la considero uno dei più grandi intellettuali marxisti di oggi) come gli potrei rispondere nel metodo e nel merito di ciò che il mio amico mi ha affermato.

DL: Mi permetto di rispondere congiuntamente a due interventi che richiamano di nuovo l’attenzione sulla natura politica e sociale della Cina.

Dobbiamo considerarlo un paese «autoritario» o «totalitario», come sembra ritenere, forse con qualche incertezza, il lettore giapponese? Vediamo alcuni dati di fatto incontestabili:
1) I ceti intellettuali cinesi si formano largamente all’estero (e in modo particolare negli Usa). Sono sempre più numerosi gli studenti che conseguono la laurea o il dottorato all’estero e che trascorrono in Occidente o in Giappone prolungati periodo di studio (e talvolta di lavoro) prima di far ritorno in patria.
2) Le università cinesi pullulano letteralmente di visiting professors (soprattutto statunitensi). Docenti madrelinguisti provenienti dai diversi paesi anglofoni sono capillarmente presenti nelle scuole cinesi di ogni ordine e grado. Non mancano gli istituiti scolastici, professionali e culturali, privati e di proprietà occidentale.
3) Gli autori occidentali più significativi dell’Occidente sono regolarmente tradotti e spesso invitati a fare conferenze in Cina. Nel mio libro sulla non-violenza cito il caso del calunnioso attacco lanciato contro il governo della Repubblca Popolare di Cina da Dworkin nel corso del suo seminario a Pechino.
Sarebbe bello se il popolo statunitense fosse esposto all’influenza della cultura cinese (e internazionale) nella stessa misura in cui il poplo cinese è esposto all’influenza della cultura statunitense (e internazionale). Se si verificasse questo miracolo, il popolo statunitense non continuerebbe a credere alla leggenda secondo cui l’Irak di Saddam ha collaborato con i terroristi dell’11 settembre ed era in possesso della bomba atomica!
Piuttosto che far ricorso a categorie discutibili e grevemente ideologiche, conviene prendere atto che in Cina c’è il monopolio comunista del potere politico e che il grande paese asiatico non è ancora riuscito a realizzare il «monopartitismo competitivo» che caratterizza le cosiddette «democrazie occidentali» (ho chiarito il concetto di «monopartitismo competitivo» nel mio libro: «Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale»).
Un punto occorre tuttavia tener presente. Lo chiarisco facendo riferimento a un’indagine promossa da una famosa società demoscopica statunitense (Pew Global Survey). Alla domanda «Sei soddisfatto del tuo Paese?», in Cina risponde positivamente l’87% della popolazione, in Brasile (il secondo paese in questa classifica) il 50%, in India il 45%, negli Usa il 30% e in Italia il 16% (cfr. Federico Fubini su «Corriere della Sera» del 19 dicembre, p. 27).

E veniamo ora alla seconda osservazione: in Cina vige il capitalismo? Come ho cercato di spiegare nell’articolo che ho scritto di ritorno per l’appunto della Cina e che si può leggere in questo stesso blog, persino nelle aziende private è considerevole il peso che il partito comunista esercita a partire anche «dal basso». Mi sembra comunque un errore metodologico perdere di vista quello che avviene «dall’alto». A dirigere il paese non è certo la borghesia capitalistica. E i risultati si vedono. Riprendo dall’«International Herald Tribune» del 28 dicembre (p. 18) una notizia minuscola ma assai significativa: «Il salario minimo crescerà a Pechino del 21% a partire dal 1 gennaio […], dopo un 20% di incremento appena sei mesi fa». Dopo aver liberato centinaia di milioni di persone dalla miseria più nera, i dirigenti cinesi sono ora impegnati a innalzare il livello dei salari e ad accelerare lo sviluppo delle regioni relativamente meno sviluppate (nel 2010 il tasso di crescita del Tibet e del Xinjiang risulta superiore alla media nazionale). In queste condizioni parlare di capitalismo significa procedere ad un’apologia che questo sistema di sfruttamento non merita in alcun modo.

Pubblicata in Francia l'intervista di Domenico Losurdo sul partito comunista

La contre-révolution en cours et l’exigence sociale et politique de la reconstruction du Parti Communiste
Interview de Domenico Losurdo par Sara Milazzo pour l’ernesto on line
Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio
da: Comité Valmy

Nous sommes à Urbino, avec le professeur D. Losurdo, professeur d’histoire de la philosophie à l’Université « Carlo Bo », philosophe de renommée internationale et président de l’association Marx XXI. Il nous reçoit en un moment où nous sommes confrontés à une attaque du capital (contre tout le monde du travail, contre la démocratie, contre la Constitution issue de la Résistance) qui est une des plus aigues et dangereuses de toute l’histoire de notre république...