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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

martedì 28 dicembre 2010

Esce in Svezia un ritratto intellettuale di Domenico Losurdo

Porträtt

Domenico Losurdo - samtidsintellektuell kritiker i marginalen
Skrivet av David Brolin, Tidningen Kulturen 2010-12-06 kl. 00:00   

Europeiska intellektuella med genomslag i vårt land tenderar att på ett eller annat sätt ha försänkningar i den postmoderna traditionen. Inte sällan har de sin hemvist i Frankrike. Men det finns andra språkområden och andra intellektuella för den som vågar lämna allfarvägarna. Italien är inte bara hemland för den uppburne filosofen Giorgio Agamben och den före detta fängslade postmarxisten Antonio Negri. Här verkar också en helt annan typ av filosof. Det är knappast en överdrift att utnämna Domenico Losurdo till en av vår tids stora samtidsintellektuella. Losurdo är född 1941 i den italienska södern, Mezzogiorno, och utbildad vid universiteten i Urbino och Tübingen. Han är marxistisk samtidskritiker, engagerad i Rifondazione Comunista, filosofihistoriker och filosofiprofessor vid Urbino...
Leggi tutto (in svedese)

Ritratto: Domenico Losurdo
UNA CRITICA DEL PRESENTE
David Brolin, “TIDNINGEN KULTUREN” (“Rivista di Cultura”)


Gli intellettuali europei con maggiore incidenza nel nostro paese sono di solito collegati alla tradizione postmoderna e risiedono per lo più in Francia. Ma per coloro che osano uscire dai sentieri già battuti esistono altre anche aree linguistiche da esplorare. L’Italia, ad esempio, non è soltanto il paese dello stimato filosofo Giorgio Agamben e del postmarxista Antonio Negri, reduce dall’esperienza del carcere. Vi è attivo anche un tipo molto diverso di filosofo. E non è affatto un’esagerazione definire Domenico Losurdo come uno dei maggiori intellettuali contemporanei. Losurdo è nato nel 1941 nel Mezzogiorno d’Italia e si è formato presso le Università di Urbino e Tubinga. E’ un marxista critico contemporaneo, impegnato in passato nel Partito della Rifondazione Comunista, ed è storico della filosofia ad Urbino...
Leggi tutto (la traduzione italiana è di Tuula Haapiainen, che ringraziamo)

L'intervento di Domenico Losurdo al Convegno organizzato da Unesco e Fondation Péri

La raison à l’épreuve des grandes crises historiques
Intervention de Domenico Losurdo lors du colloque «la raison et ses combats»

La lettera di uno studente giapponese. L'Asia, la Cina e la geopolitica

Pubblichiamo molto volentieri questa lettera (invitando i lettori a sorvolare sugli errori dovuti alla lingua, che non sono essenziali). Essa consente infatti di approfondire alcune tematiche sulle quali Domenico Losurdo tornerà presto [SGA].

Roma, 24 dic. 2010
Chiarissimo professor,

mi permetto di scriverle. Sono studente giapponese, ora soggiorno a Roma da due mesi per completare una tesi di dottorato sulla storia dell’arte del primo novecento. Da quando un incontro casuale a un saggio di Lei in traduzione (se non sbagliato, intitolato “Lenin and Herrenvolk Democracy”) tre anni fa, mentre ricercando del mio proprio campo, leggevo alcuni suoi libri e il suo blog.
Io non conosco bene sia la filosofia tedesca che la storia del marxismo italiano, ma mi sembra che la Sua prospettiva della storia novecentesca sia molta adatta e brillante. A proposito dei suoi libri, Ho letto solo “Antonio Gramsci: dal liberalismo al ‘comunismo critico’” (in giapponese) e “La fuga della storia?”. Ma tutti e due mi sono interessati. Nei suoi libri ci sono molti gravi problemi come la “autofobia” delle sinistre, la controcritica sul “anti-stalinismo” e il mass-media ipocrita nel campo liberal-democratico, etc. Ma ritengo che la piu’ importante sia la considerazione sulla Cina.
In effetti, non potrebbe accettare una parte della Sua opinione sulla Cina. Forse Lei sopravvaluta i dirigenti del Partito Comunista Cinese. Mi pare che il PCC sia più o meno autoritario (se non “totalitario”) e soltano diriga lo suo Stato senza una teoria “socialista”. Tuttavia, mi oppongo con Lei alla campagna anti-cinese dalle potenze grandi (incluso il Giappone). Perché possiamo reclamare un diritto di manifestare i nostri Dalai-Lamafilo oppure Liu Xiaobofilo, prima di fare il proprio dovere storico al passato della Cina colonizzato? Tale situazione mondiale è molto assurda e ingiusta. Noi dobbiamo imparare la storia nel suo complesso. Per quanto riguarda sono profondamente d’accordo con Lei.
A proposito, a che cosa Lei sta pensando sul Giappone? Se si può dire sullo “sciovinismo” della Cina, ma questo atteggiamento è assai provocato da quello del mio paese. Nei ultimi tempi, la atomosfera xenofobica contro la Cina e la Corea del Nord diffonde rapidamente nel mio paese. Storicamente, ambedue sono stati dominati del Giappone prima della Seconda Guerra Mondiale. Il campo reazionario di nuovo incita il sentimento espansionista gridando talvolta i “problemi dei diritti umani” in questi paesi. Certo, il Partito Comunista Giapponese esiete. Tuttavia ora il PCG sta volgendo contro loro come il Partito Democratico e il Partito Liberal-Democratico, due grandi partiti reazionari che attacano la Cina! Secondo me, Lei e i suoi compagni dovreste fare più l’atttenzione sul ruolo del Giappone nella strategia statiunitese alla Cina.
Qui vorrei presentarLe un saggio in inglese sul mondo intellettuale giapponese negli ultimi tempi. Si può vederlo su Internet. (http://japanfocus.org/-Gavan-McCormack/3435).
Un storico notevole australiano sulla storia del Giappone contemporaneo, citando alcuni considerazioni di un militante pensatore di “Coreano-in-Giappone”, ha rivelato una miseria e povertà nel Giappone che il “progressista” o la “sinistra-liberale” (Se c’è il esperto di Giappone attuale tra Loro, io suggerisco di leggere direttamente i saggi del sig. Kim Gwang-sung, per sapere una specie di “Ideologia Giapponese”): In Giappone, un critico sospettuoso che ha dichiarato ripetutamente una posizione del suo “filo-sinistra”, mentre approvando sostenzialmente la politica reazionista o sciovinista del governo. Però non pochi intellettuali della “sinistra” in senso lato si unirono intorno a Lui. Magari non sia già accaduto il fenomeno di questo genere in Italia!
Adesso io leggo i primi capitoli del “Stalin”, traducendo personale in giapponese per i miei amici nel paese. Ma Le chiedo scusa per il mio brutto italiano. Porgo i miei migliori saluti. T. O.

P. S.
Secondo “la Repubblica” di oggi, Pierluigi Bersani ha paragonato il primo ministro Berlusconi con Kim Il-sung, ex-capo della Corea del Nord. Ma lui (o questo quotidiano) comprende davvero qualcosa di storia dura della Corea dal secondo ottocento? Non dovrebbero citarlo alla leggera come un esempio del “dittatore malissimo”. Berlusconi è Berlusconi: lui è soltanto il ricco dei ricchi o l’imperatore dell’Italia (e come dire, sig. Bersani sia un buffone di sua maestà). Mentre Kim è un tipo del “dittatore” ma perlomeno il fondatore di uno nuovo Stato anti-colonialista. Certo, ci sono i grave problemi nel suo paese, come l’armamento nucleare o la divinizzazione senza limite della “Dinastia dei Kim”. Tuttavia mi ricordo alcune parole di un intellettuale della Corea del Sud: “Io odio Kim Il-sung e il suo regime, però almeno lui e’ stato uno dei grandi eroi della indipendenza dal imperialismo giapponese. Perciò nostra razza si può ridere esclusivamente di lui. Noi coreani, sia del nord che del sud, rifiutiamo per sempre di far riderlo dall’altre nazioni”.

In Messico una recensione all'edizione in spagnolo di "Fuga dalla storia?"

EL COMUNISMO Y LAS FUGAS DE LA HISTORIA: DOMÉNICO LOSURDO
di JAIME ORTEGA REYNA, "Revista Memoria", agosto 2010

Doménico Losurdo es uno de los filósofos marxistas más polémicos de los últimos años. Si bien el cenit de la polémica que encabeza se da con la publicación de su libro sobre la “leyenda negra” que se ha construido en torno a la figura de José Stalin, en el texto que a continuación reseñamos se avizoran ya puntos candentes en torno a la historia del movimiento comunista a escala mundial. ¿Fuga en la historia?: la revolución rusa y la revolución china hoy se compone de artículos que Losurdo publicó mensualmente en un periódico comunista de su país, Italia...

mercoledì 22 dicembre 2010

Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori 4

Arianna ha detto... 14 dicembre 2010 12:55
Egregio prof Losurdo, sono una compagna comunista che ha sempre seguito i tuoi lavori.
Per curiosità, sfogliando il sito bordighiano CHE FARE mi sono imbattuta nel seguente articolo sulla Cina: http://www.che-fare.org/archivcf/cf64/compromesso%20maoista%20e%20denghista.htm
Mi piacerebbe sapere da lei il suo punto di vista su quest'articolo.

DL: Gli elementi di continuità sono messi in evidenza anche dai bordighisti, per i quali però la Cina non ha mai seguito un orientamento socialista, neppure negli anni di Mao. E questo medesimo giudizio essi formulano a proposito dell’esperienza storica del «socialismo reale» nel suo complesso. Tutto è in ultima analisi «borghese». Questo modo di atteggiarsi non è affatto esclusivo della «sinistra». Come dimostro nel mio libro su Stalin, al momento dell’introduzione della Nep è tutta la grande stampa occidentale a celebrare il ritorno del capitalismo e il definitivo fallimento del programma di trasformazione socialista della Russia.
A sua volta Kautsky non attende la Nep per denunciare il carattere «borghese» della rivoluzione bolscevica. Per dimostrare questo riprendo una pagina delo mio «Stalin. Storia e critica di una leggenda nera»:

«Pochissimi mesi o poche settimane dopo l’ottobre 1917, senza perdere altro tempo, Kautsky sottolinea come i bolscevichi non mantengano o non siano in grado di mantenere nessuna delle promesse da loro agitate al momento della conquista del potere: «Già ora il governo dei Soviet si è visto costretto a diversi compromessi di fronte al capitale […] Ma più che davanti al capitale russo, la repubblica dei Soviet dovette indietreggiare davanti a quello tedesco e riconoscerne le pretese. E’ ancora incerto quando il capitale dell’Intesa tornerà a introdursi in Russia; tutto dà l’idea che la dittatura del proletariato abbia soltanto annientato il capitale russo, per cedere il posto a quelli tedesco e americano».
I bolscevichi erano giunti al potere promettendo «la propagazione, sotto l’impulso dell’esperienza russa, della rivoluzione nei paesi capitalistici». Ma che fine aveva fatto questa prospettiva «grandiosa e affascinante»? Ad essa era subentrato un programma di «pace immediata a tutti i costi». Siamo nel 1918 e, paradossalmente, la critica di Kautsky a Brest-Litovsk non è molto diversa da quella che abbiamo visto in particolare in Bucharin.
Al di là dei rapporti internazionali, ancora più catastrofico è, sempre agli occhi di Kautsky, il bilancio della rivoluzione d’ottobre sul piano più propriamente interno: «Spazzando via i resti del capitalismo essa ha espresso più puramente e più fortemente che non mai la forza della proprietà privata della terra. Essa ha fatto del contadino, finora interessato allo sfacelo della grande proprietà privata terriera, un energico difensore della proprietà privata creata di recente, e ha consolidato la proprietà privata dei mezzi di produzione e la produzione di merci». [pp. 105-6 del mio libro].

Non pochi saranno stupiti di questa convergenza dei bordighisti con Kaustky. Conviene allora rileggere (o leggere) Lenin: «colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai» (LO XXII, 353).

Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori 3

João Carlos Graça, Lisboa, 11 dicembre 2010 20:40 Dear Professor Losurdo

First of all, thank you for managing to discuss on a high level and "for the sake of argument" such a sordid subject as this one.
I add to what you said that the "official" definition of various regimes as "totalitarian", "despotic", "tyrannical", etc. is mostly a matter of a ex post, tautological reasoning. It is not the nature of the regime of Milosevic, for instance, that defines him as a tyrant. It is the fact that he behaved "badly" (from the point of view of Western interests), and that the West waged a war against him, that tautologically implies the conclusion that he was a totalitarian tyrant, etc. The same goes obviously for Ahmadinedjad, Chávez, Mugabe... even Putin and Medvedev, if they persist in the errors of their ways, not recognizing the real masters of the universe...
As to single party regimes, such as Saddam's Iraq or today's China, the thing is acknowledgedly different. But we ought to at least consider the possibility of instauring formally multi-party regimes out of an invasion and occupation, such as with today's Iraq and Afghanistan, in order to put in perpective the importance of the distinction between formally single-party and formally multi-party regimes: in which possible senses are today's Iraq and Afghanistan arguably "democracies"?...
All this, of course, leaving aside the consideration of today's "bipartisan democracies" as a case of de facto "bicephalous monopartidism" (see your Democrazia i Bonapartismo); or the fact that, for instance, multi-party India is indeed the country of castes (or is it Nietzsche's "innocence of becoming"?), of millions of "slumdogs", etc. - by vivid contrast with the Confucian-Marxian comparatively democratic ethos of China's communist mandarins.
All this doesn't conflict either with your assertion (which I absolutely support) that even against definitely non-democratic regimes aggressive war would be in any case an unsustainable option, and indeed an insufferable hypocrisy and a horrendous crime.
All of this, finally, leaves aside the fact that people like Kissinger, Peres and others have also won the Nobel Peace Prize! So, how come this dirty institution has managed to have the importance that is has even among the Western Left (if these words are supposed to mean anything other than a contradiction in terms)?
My apologies for not being able to write in Italian (in spite of managing to read it), and so having to use English as "lingua franca".
Saudações cordiais

DL: Saluto e sottoscrivo in pieno il contributo fornito da João Carlos Graça sui temi del «Nobel per la pace», del «totalitarismo» e della Cina. Su quest’ultimo, in particolare, vorrei sottolineare che tra la politica di Deng e quella di Mao ci sono elemnti di discontinuità ma anche di continuità. Riprendo qui un pagina del mio libro «Fuga dalla storia»:


Sedici anni dopo [nel 1956], Mao invita a non dimenticare che, nonostante l’avvento del partito comunista al potere, il quadro della Cina è ancora contrassegnato in primo luogo dal sottosviluppo:
«Bisogna che tutti i quadri e il popolo tutto si ricordino continuamente che la Cina è sì un grande paese socialista, ma anche e al tempo stesso è un paese povero ed economicamente arretrato. Si tratta di un’enorme contraddizione. Se vogliamo che il nostro paese divenga ricco e potente, allora occorrono alcuni decenni di sforzi ostinati».
In questo momento sembra individuare la contraddizione principale non già nel conflitto tra borghesia e proletariato, come farà soprattutto negli anni della Rivoluzione Culturale, ma nella sfasatura tra socialismo e arretratezza. Ma allora quale atteggiamento bisogna assumere nei confronti della borghesia nazionale?
«Quanto poi alla nostra politica nelle città, a prima vista dà un po' l'impressione di essere di destra: infatti abbiamo conservato i capitalisti e gli abbiamo concesso anche un interesse fisso per sette anni. E dopo sette anni come ci regoleremo? Quando arriverà il momento vedremo il da farsi. La cosa migliore è lasciare aperto il discorso e dargli ancora un po' di interessi. Sborsando un po' di denaro ci compriamo questa classe [...] Comprandoci questa classe l'abbiamo privata del suo capitale politico così che non ha nulla da dire [...] Questo capitale politico dobbiamo espropriarlo fino in fondo e continuare a farlo finché gliene sarà rimasta anche una sola briciola. Ecco perché non si può dire neanche che la nostra politica nella città è di destra».
Si tratta dunque di distinguere tra espropriazione economica e espropriazione politica della borghesia. Solo quest’ultima dev’essere condotta sino in fondo, mentre la prima, se non è contenuta in limiti ben precisi, rischia di compromettere lo sviluppo economico chiamato a garantire l’integrità territoriale e la rinascita del paese e, dunque, il rispetto del patto sociale in base al quale i comunisti hanno conquistato il potere. Nell’estate del 1958, Mao ribadisce il suo punto di vista di fronte all’ambasciatore, piuttosto diffidente, dell’Unione Sovietica: «In Cina ci sono ancora capitalisti, ma lo Stato è sotto la direzione del partito comunista».

Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori 2

11 dicembre 2010 20:40 Anonimo ha detto...
Per quanto riguarda il premi Nobel (anche se quello per l'economia è fasullo, non essendo stato istituito per volontà di Nobel), va detto che quelli per le varie discipline vengono assegnati da istituzioni norvegesi comunque competenti (Accademia delle scienze etc.), anche se le scelte sono qualche volta discutibili e dettate dall'opportunità. Quello per la Pace viene assegnato invece da una commissione del Parlamento norvegese, e riflette orientamenti politici, strumentalizzazioni, pressioni da parte degli stati e così via, per cui il suo valore effettivo è ampiamente sovrastimato. Si vuol dare la surrettizia sensazione che abbia fondamenti "scientifici", come gli altri, mentre invece spesso è un mero strumento di battaglia politica.

DL: Anche sui premi Nobel c’è sostanziale convergenza. Ad essere sottoposto a ferreo controllo politico è quello «per la pace», che, a partire per lo meno dalla seconda metà del Novecento, ha funzionato egregiamente come strumento della guerra fredda vecchia e nuova. Ciò non toglie che anche per una disciplina come l’economia si faccia oggettivamente sentire il peso dell’ideologia dominante.

Domenico Losurdo risponde ad alcuni lettori 1

Renato ha detto... 17 dicembre 2010 09:22
Ho qualche dubbio sul pacifismo del movimento comunista nel suo complesso e in particolare di Lenin. Certo è verissimo che Lenin si è battuto contro la violenza della guerra imperialista, ma al contempo ha condotto una polemica altrettanto dura contro i "socialpacifisti", socialisti a parole e pacifisti nei fatti, secondo la nota definizione dello stesso Lenin. Ovvero contro quella componente del movimento socialista internazionale, capitanata da Kautsky, che rifiutava tanto la guerra imperialista, quanto la concezione della componente leninista che propugnava la trasformazione della guerra imperialista in guerre civile rivoluzionaria.

DL: Sul tema della violenza mi pare che ci sia convergenza. Non c’è dubbio che Lenin chaimi a trasformare la guerra imperialista in rivoluzione (in guerra civile rivoluzionaria): in questo caso si tratta di scegliere non tra violenza e non-violenza, bensì tra violenza bellica e violenza rivoluzionaria (e i «socialpacifisti», da Kautsky a Turati) preferivano tollerare la continuazione della violenza bellica. In ogni caso, come ho sottolineato nel mio libro sulla non-violenza, in Lenin non c’è la celebrazione del valore pedagogico e morale della guerra, indipendentemente persino dai suoi obiettivi. In Lenin non si può leggere quello che si legge invece in un classico del pensiero liberale (Tocqueville): «Non voglio affatto parlare male della guerra; la guerra apre quasi sempre la mente di un popolo e innalza il suo animo».

martedì 21 dicembre 2010

E' uscita l'edizione brasiliana del libro su Stalin

E' da poco uscita dalla casa editrice Revan l’edizione brasiliana del libro su Stalin ed è in corso la pubblicazione spagnola. Ripubblichiamo per l'occasione la recensione di Miguel Urbano [SGA].

DOMENICO LOSURDO: STALIN. HISTORIA CRITICA DE UMA LENDA NEGRA, REVAN

Houve um tempo em que estadistas ilustres ¿ como Churchill e De Gasperi ¿ e intelectuais de primeiro plano, como Croce, Arendt, Bobbio, Thomas Mann, Kojève, Laski ¿ olharam com respeito, simpatia e até com admiração para Stalin e para o país liderado por ele. Com o início da Guerra Fria, primeiro, e depois, sobretudo, com o Relatório Kruschiov, Stalin virou um ¿monstro¿, talvez comparável apenas a Hitler. Daria prova de falta de visão quem quisesse identificar nessa virada o momento da revelação definitiva e última da identidade do líder soviético, deixando de lado com desenvoltura os conflitos e os interesses nas origens da virada. O contraste radical entre as diversas imagens de Stalin deveria levar o historiador não mais a absolutizar uma dessas imagens, mas a problematizar todas. Neste volume ¿ ensaio histórico, historiográfico e filosófico ao mesmo tempo ¿, Domenico Losurdo faz precisamente isso, ao analisar as tragédias do século XX, fazendo comparações em todo setor e desconstruindo e contextualizando muitas das acusações feitas a Stalin, o que não deixará de suscitar vivas polêmicas.

di Miguel Urbano Rodrigues, da http://www.odiario.info/

venerdì 10 dicembre 2010

Sul Premio Nobel a Liu Xiaobo

Un manifesto di guerra
Domenico Losurdo

Versione francese
Un manifeste de guerre - Sur le prix Nobel à Liu Xiaobo
Trad. di Marie-Ange Patrizio, su http://www.ism-france.org/

Trasmesso in diretta da tutte le più importanti reti televisive del mondo, il discorso pronunciato dal presidente del Comitato Nobel in occasione del conferimento del premio per la pace a Liu Xiaobo si presenta come un vero e proprio manifesto di guerra. Il concetto fondamentale è chiaro quanto sgangherato e manicheo: le democrazie non si sono mai fatte guerra e non si fanno guerra tra di loro; e dunque per far trionfare una volta per sempre la causa della pace occorre diffondere la democrazia su scala planetaria. Colui che così parla ignora la storia, ignora ad esempio la guerra che tra il 1812 e il 1815 si sviluppa tra Gran Bretagna e Usa. Sono due paesi «democratici» e per di più fanno entrambi parte del «pragmatico» e «pacifico» ceppo anglosassone. Eppure tale è il furore della guerra che Thomas Jefferson paragona a «Satana» il governo di Londra e giunge persino a dichiarare che Gran Bretagna e Usa sono impegnati in una «guerra eterna» (eternal war), la quale è destinata a concludersi con lo «sterminio (extermination) di una o dell’altra parte».
Identificando causa della pace e causa della democrazia, il presidente del Comitato Nobel abbellisce la storia del colonialismo, che ha visto spesso paesi «democratici» promuovere l’espansionismo, facendo ricorso alla guerra, alla violenza più brutale e persino a pratiche genocide. Ma non si tratta solo del passato. Col suo discorso il presidente del Comitato Nobel ha legittimato a posteriori la prima guerra del Golfo, la guerra contro la Jugoslavia, la seconda guerra del Golfo, tutte condotte da grandi «democrazie» e in nome della «democrazia».
Ora, il più grande ostacolo alla diffusione universale della democrazia è rappresentato dalla Cina, che dunque costituisce al tempo stesso il focolaio più pericoloso di guerra; lottare con ogni mezzo per un «regime change» a Pechino è una nobile impresa al servizio della pace: questo è il messaggio che da Oslo è stato trasmesso e bombardato in tutto il mondo, ed è stato trasmesso e bombardato mentre la flotta militare Usa non cessa di «esercitarsi» a poca distanza dalle coste cinesi.
A suo tempo, un illustre filosofo «democratico» e occidentale, John Stuart Mill, ha difeso le guerre dell’oppio contro la Cina come un contributo alla causa della libertà, della «libertà «dell'acquirente» prima ancora che «del produttore o del venditore». E’ sulla scia di questa infausta tradizione colonialista che si sono collocati i signori della guerra di Oslo. Il manifesto lanciato dal presidente del Comitato Nobel deve suonare come un campanello d’allarme per tutti coloro che hanno realmente a cuore la causa della pace.

Il Premio Nobel per la guerra e Chi è Liu Xiaobo, "Junge Welt", 10 dicembre 2010

giovedì 9 dicembre 2010

Mercoledì 15 dicembre Losurdo discute il libro su Stalin a Roma

Mercoledì 15 dicembre alle ore 18.30, a Roma presso i Magazzini popolari di Casalbertone in Via Baldassarre Orero 61 si svolgerà la presentazione del libro di Domenico Losurdo, Stalin. Storia e critica di un leggenda nera, edito da Carocci.
Interverranno: Domenico Losurdo (preside della facoltà di Scienze della formazione Università di Urbino e presidente dell'associazione Marx XXI); Danilo Ruggieri per Comunisti uniti e Sergio Cararo della Rete dei comunisti.

L'iniziativa, organizzata da Comunisti Uniti, Magazzini popolari di Casalbertone e Rete dei Comunisti muove dall'interrogativo se possa resistere a un'accurata analisi storica il modo in cui l'ideologia dominante, da oltre 50 anni, presenta la figura storica di Stalin, come un «enorme, cupo, capriccioso, degenerato mostro umano».
C'è stato un tempo, invece, in cui statisti illustri - quali Churchill e De Gasperi - e intellettuali di primissimo piano - quali Croce, Arendt, Bobbio, Thomas Mann - hanno guardato con rispetto, simpatia e persino con ammirazione a Stalin e al paese da lui guidato. Con lo scoppio della guerra fredda prima e soprattutto col Rapporto Chruscev poi, Stalin diviene invece un mostro, paragonabile forse solo a Hitler.
Il contrasto radicale fra le diverse immagini di Stalin dovrebbe spingere lo storico non già ad assolutizzarne una, considerandola la rivelazione ultima e definitiva dell'identità di Stalin, ma a problematizzarle tutte, indagando i conflitti e gli interessei che si celano dietro ognuna di esse. Ed è quanto ha fatto nel suo libro e cercheranno di fare ulteriormente i relatori della presentazione analizzando le tragedie del Novecento con una comparatistica a tutto campo e decostruendo e contestualizzando diverse delle accuse mosse a Stalin.










Una cronaca della presentazione della Non-violenza a Torino

"Libero Pensiero", n. 54, Dicembre 2010, p. 24

16 dicembre: Domenico Losurdo presenta la Non-violenza a La Chaux-de-Fonds (Svizzera)

Club 44 - Centre de culture, d'information et de rencontre
64, rue de la Serre, La Chaux-de-Fonds, CH

En partenariat avec la Società Dante Alighieri et en collaboration avec Payot Libraire

Jeudi 16 Décembre 20h15 - Conférence
Domenico Losurdo: La non-violence. Une histoire hors du mythe

Nous connaissons les larmes et le sang provoqués par les projets de transformation du monde à travers la guerre ou la révolution. D’ailleurs, à partir du Capitalisme comme religion, publié par Walter Benjamin en 1921, la philosophie du XXe siècle s’est engagée dans la critique de la violence.
Mais que savons-nous des dilemmes, des trahisons, des déceptions et des véritables tragédies dans lesquelles sont tombés les mouvements inspirés par l’idée de la non-violence? Il peut être très instructif de parcourir l’histoire fascinante des organisations chrétiennes qui, dans les premières décennies du XIXe siècle voulaient combattre (sans recourir à la violence) les fléaux de l’esclavage et de la guerre, jusqu’aux protagonistes et aux mouvements qui – par passion ou par calcul – ont agité le drapeau de la non-violence: L. Tolstoï, Gandhi, M. L. King, le Dalaï Lama etc. Pour une relecture de figures fortes de l’anti-violence, hors du mythe!

Entrée CHF 15.– / AVS, AI, chômeurs CHF 10.– / étudiant CHF 5.–
Membres du Club 44 et de la Società Dante Alighieri: entrée libre.

lunedì 6 dicembre 2010

L'intervento di Domenico Losurdo al convegno di Urbino sul comunismo

Urbino, 2 dicembre 2010

Due nuovi saggi di Domenico Losurdo

HEGEL, MARX E L’ONTOLOGIA DELL’ESSERE SOCIALE
La natura è presente nella filosofia della storia e nella filosofia politica di Hegel. La storia della libertà è nel filosofo di Stoccarda anche la storia della progressiva liberazione del lavoro (materiale). Perché è così diffusa l’interpretazione in chiave coscienzialistica di Hegel? Critica dell’idealismo e ontologia dell’essere sociale. Il marxismo ha bisogno di un’ontologia dell’essere sociale.
di Domenico Losurdo, "Critica Marxista", 5; 2010 (ringraziamo la rivista per aver concesso la riproduzione del saggio)
Nel capitolo conclusivo dei Manoscritti economico-filosofici, Marx così sintetizza il suo giudizio su Hegel: «La cosa principale è che l’oggetto della coscienza non è altro che autocoscienza, o che l’oggetto è soltanto l’autocoscienza oggettivata, l’autocoscienza come oggetto». Di conseguenza: «Il lavoro che Hegel soltanto conosce e riconosce è il lavoro spirituale, astratto» (MEW I Erg.Bd., 574-5)...

Materialismo della prima e materialismo della seconda natura. Rileggendo Timpanaro che legge Marx e Engels
di Domenico Losurdo, in La lezione di un maestro, a cura di Nuccio Ordine, Liguori, Napoli. Con contributi di Nuccio Ordine, Michele Feo, Giovanni Jervis, Alessandro Pagnini, Piergiorgio Parroni, Fabio Stok, Luigi Blasucci, Domenico Losurdo, Luca Baranelli, Piergiorgio Bellocchio, Luciano Canfora (ringraziamo i curatori e la casa editrice per aver concesso la riproduzione del saggio)

1. Timpanaro e il distacco critico dal «marxismo occidentale»
Nell'interrogarci sul rapporto che Timpanaro istituisce col marxismo, ci imbattiamo in una questione preliminare: dobbiamo intendere per «marxismo» la teoria di Marx o, piuttosto, la teoria di Marx e Engels?...