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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

venerdì 29 ottobre 2010

Un nuovo scambio di idee con alcuni lettori

extropolitca ha detto... 23 ottobre 2010 06:49
Il problema, per certi esponenti dell'ideologia marxista, è che la realtà dei fatti non conta. Conta solo l'ideologia.
Quindi abbiamo questo post in cui si da colpa al colonialismo europeo per la situazione di decadimento intellettuale, civile, economico e politico dell'a Cina del XIX secolo. La Ribellione Taiping non ha nulla a che fare con questo? I 20 milioni di morti dovuti ad essa non hanno avuto nessun effetto sulla Cina?
Scienza della Formazione insegna a formare persone autonome e mature o droni dello stato incapaci di senso critico?

Angela Zurzolo ha detto... 23 ottobre 2010 07:30Salve Professore. Mi sono permessa di scrivere sul mio blog un articolo contenente le mie opinioni relativamente al suo articolo. Spero non si offenda.

Risponde Domenico Losurdo
Pretendere che l’ideologia agisca solo nel discorso degli altri e non nel proprio è la definizione stessa del dogmatismo! Quanto alla rivolta dei Taiping, essa non può essere separata dalle guerre dell’oppio. Ecco quello che scrivo nel mio libro su Stalin, richiamandomi a illustri storici (occidentali):

Con una lunga storia alle spalle, che l’aveva vista per secoli o per millenni in posizione eminente nello sviluppo della civiltà umana, ancora nel 1820 la Cina vantava un Pil che costituiva il 32,4% del Prodotto interno lordo mondiale; nel 1949, al momento della sua fondazione, la Repubblica Popolare Cinese è il paese più povero, o tra i più poveri, del mondo. A determinare questo crollo pauroso è l’aggressione colonialista e imperialista che inizia con le guerre dell’oppio. Celebrate in termini enfatici anche dai più illustri rappresentanti dell’Occidente liberale (si pensi a Tocqueville e a J. S. Mill), queste guerre infami aprono un capitolo decisamente tragico per il grande paese asiatico. Il deficit nella bilancia commerciale cinese provocato dalla vittoria dei «narcotraficantes britannici», la terribile umiliazione subita («Donne cinesi vengono avvicinate e stuprate» dagli invasori. «Le tombe sono violate in nome della curiosità scientifica. Il minuscolo piede fasciato di una donna è asportato dalla sua tomba») e la crisi evidenziata dall’incapacità del paese di difendersi dalle aggressioni esterne svolgono un ruolo di primo piano nel determinare la rivolta dei Taiping (1851-1864), i quali pongono all’ordine del giorno la lotta contro l’oppio. E’ «la guerra civile più sanguinosa nella storia mondiale, con una stima dai venti ai trenta milioni di morti». Dopo aver contribuito potentemente a provocarla, l’Occidente ne diventa il beneficiario, dato che può estendere il suo controllo su un paese attanagliato da una crisi sempre più profonda e sempre più indifeso. Si apre un periodo storico che vede «la Cina crocifissa» (ai carnefici occidentali si sono nel frattempo aggiunti Russia e Giappone). Sì: «Man mano che ci si avvicina alla fine del XIX secolo, la Cina sembra diventare la vittima di un destino contro cui non può lottare. E' una congiura universale degli uomini e degli elementi. La Cina degli anni 1850-1950, quella delle più terribili insurrezioni della storia, il bersaglio dei cannoni stranieri, il paese delle invasioni e delle guerre civili, è anche il paese dei grandi cataclismi naturali. Senza dubbio il numero delle vittime nella storia del mondo non è stato mai tanto elevato».
L'abbassamento generale e drastico del tenore di vita, la disgregazione dell'apparato statale e governativo, assieme alla sua incapacità, corruzione e crescente subalternità e assoggettamento allo straniero, tutto ciò rende ancora più devastante l'impatto di alluvioni e carestie: «La grande fame nella Cina del Nord del 1877-1878 […] uccide più di nove milioni di persone». E’ una tragedia che tende a verificarsi periodicamente: nel 1928, i morti ammontano a «quasi tre milioni nella sola provincia dello Shanxi». Non cè scampo né alla fame né al freddo: «Si bruciano le travi delle case per potersi riscaldare».
Non si tratta solo di una devastante crisi economica: «Lo Stato è quasi distrutto». Un dato è di per sé significativo: «130 guerre si sviluppano tra 1300 signori della guerra tra il 1911 e il 1928»; le contrapposte «cricche militari» sono talvolta appoggiate da questa o quella potenza straniera. D’altro canto, «le ripetute guerre civili tra il 1919 e il 1925 possono essere considerate come nuove guerre dell’oppio. La posta in gioco è il controllo della sua produzione e del suo trasporto». Al di là dei corpi armati dei signori della guerra, dilaga il banditismo vero e proprio, alimentato dai disertori dell’esercito e dalle armi vendute dai soldati. «Si calcola che attorno al 1930 i banditi in Cina ammontino a 20 milioni, il 10% della popolazione maschile complessiva». Per un altro verso è facile immaginare il destino che incombe sulle donne. Nel complesso, è la dissoluzione di ogni legame sociale: «Talvolta il contadino vende la moglie e i figli. La stampa descrive le colonne di giovani donne così vendute che percorrono le strade, inquadrate dai trafficanti, nello Shanxi devastato dalla fame del 1928. Esse diventeranno schiave domestiche o prostitute». Solo a Shanghai ci sono «circa 50 mila prostitute regolari». E sia le attività di brigantaggio che il giro della prostituzione possono contare sull’appoggio o sulla complicità delle concessioni occidentali, che sviluppano a tale proposito «lucrose attività». La vita dei cinesi vale ormai ben poco, e gli oppressi tendono a condividere questo punto di vista con gli oppressori. Nel 1938, nel tentativo di frenare l’invasione giapponese, l’aviazione di Chiang Kai-sheck fa saltare le dighe del Fiume Giallo: 900 mila contadini muoiono annegati mentre altri 4 milioni sono costretti alla fuga. Circa quindici anni prima Sun Yat-Sen aveva espresso il timore che si potesse giungere «fino all’estinzione della nazione e all’annientamento della razza»; sì, forse i cinesi si apprestavano a subire la fine inflitta ai «pellerossa» sul continente americano.

Di questa storia dell’orrore colonialista, a cui ha posto fine la fondazione della Repubblica Popopolare Cinese, non tiene alcun conto l’articolo di Angela Zurzolo, che è sottile e interessante ma che non spiega l’essenziale: perché è lecito infliggere la galera a coloro che negano il martirio inflitto dal Terzo Reich al popolo ebraico mentre invece è doveroso attribuire il premio Nobel per la Pace a coloro che negano il martirio inflitto dal colonialismo occidentale al popolo cinese?
A di sopra dell’articolo campeggia un motto di Aldo Moro: «Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta». Il motto è indubbiamente saggio, ma dà prova di dogmatismo chi pretende che esso valga per gli altri ma per se stesso!
D.L.

mercoledì 27 ottobre 2010

Uno scambio di idee con Pietro Ancona

Illustre Professore,
nel suo bel libro "Stalin, una leggenda nera" lei parla di "strage di San Bartolomeo" e di prima o seconda guerra civile". Non capisco a che cosa si riferisce. Vorrebbe avere la gentilezza di spiegarmi che cosa furono questi eventi durante l'era di Stalin?
Le assicuro che la lettura del suo libro mi ha aperto la mente su moltissime cose. Credo che la diffamazione di Breznev e del ventesimo congresso abbia avuto un ruolo decisivo nella caduta della Unione Sovietica realizzata poi con Gorbacev e sopratutto Eltsin che sembra un vero e proprio agente degli USA assieme al ministro degli esteri georgiano poi diventato Presidente nel suo paese Savernaze.
Grazie in anticipo del chiarimento, Pietro Ancona


«Notte di San Bartolomeo» è l’espressione usata da Bucharin, allorché egli mette in guardia contro l’orrore che sarebbe stato inevitabilmente provocato da una collettivizzazione delle campagne fondamentalmente imposta dall’alto. Nella storia dell’Unione Sovietica è il momento tragico per eccellenza: corretta era la previsione di Buchrain; ma corretta era anche l’analisi di Stalin, secondo cui senza la collettivizzazione delle campagne sarebbe stato impossibile assicurare regolari rifornimenti alimentari alle truppe e sconfiggire l’aggressione imperialista che si profilava all’orizzonte.
Sono io invece a distinguere tre guerre civili nella storia del paese scaturito dalla rivoluzione d’ottobre: la prima è contro i Bianchi; la seconda si sviluppa nelle campagne a seguito della collettivizzazione; la terza infuria all’interno dello stesso movimento comunista.
Cordialmente, Domenico Losurdo
P. S.: Della Georgia parlo nel mio libro sulla «Non-violenza»


Professore,
le sono grato dei chiarimenti che ha voluto darmi con una sollecitudine che mi ha piacevolmente sorpreso. Naturalmente può pubblicare sul suo blog e ne sono persino lusingato.
Il suo libro su Stalin mi ha aiutato a riconciliarmi con il comunismo. Io sono sempre stato socialista ma il mio socialismo era anche quello dell'Avanti! che nel 1953 pubblicava il paginone centrale listato di nero con dentro due articoli uno di Pietro Nenni e l'altro di Rodolfo Morandi sormontati da un titolo "Gloria a Stalin". Credo che il danno del ventesimo congresso sia stato enorme se è vero che da allora e per circa cinquanta anni il comunismo è diventato una roba criminalizzata anche dentro la sinistra.
Sono tornato recentemente a guardare con occhi diversi al comunismo prima di tutto con il suo libro e poi attraverso i contatti casuali con persone che vengono dall'est europeo a fare gli schiavi in Italia e che rimpiangono la sicurezza che offrivano i loro paesi ed i servizi di raistoria. Un servizio sulla fabbrica sovietica (mentre qui si parlava di Fabbrica Italia di Marchionne) del 1969 mi ha riaperto gli occhi e poi servizi sul ruolo di Stalin a Teheran e Jalta e sulla Germania Est (Ostalghia, lo trova in internet).
C'è stato recentemente un servizio sull’Ucraina che riproporranno in Rai Storia oggi alle 19 http://www.progettosteadycam.it/pagine/ita/dettaglio_guidatv.lasso?id=7279
In FB ho propagandato il suo libro trovando terreno favorevole in moltissime persone stufe del liberismo che ha contaminato ed ammalorato la sinistra italiana. C'è una grande nostalgia nel popolo di sinistra di recuperare per intero i valori per i quali si siamo battuti nei primi decenni del socialismo italiano. La cosidetta "modernità" si è svelata un imbroglio!
Con stima, Pietro Ancona (Palermo)

mercoledì 20 ottobre 2010

Anche in inglese e in francese l'intervento su Liu Xiaobo

What the Nobel Prize jury didn’t tell us
Who is Liu Xiabobo?
by Domenico Losurdo da voltairenet.org

Ce que le jury Nobel vous cache
Qui est Liu Xiaobo ?
Quelques jours après l’attribution du prix Nobel de la paix à Liu Xiaobo, la presse occidentale n’a toujours pas informé ses lecteurs des idées qu’il défend. Et pour cause ! Le Nobel de la paix a été décerné à un nostalgique de la colonisation qui ne voit de salut que dans l’écrasement de sa propre culture par les armées occidentales.
par Domenico Losurdo*


En 1988, Liu Xiaobo déclara dans une interview que la Chine avait besoin d’être soumise à 300 années de domination coloniale pour pouvoir devenir un pays décent, de type évidemment occidental. En 2007, Liu Xiaobo a réaffirmé sa thèse et a invoqué une privatisation radicale de toute l’économie chinoise...
Leggi tutto da canempechepasnicolas.over-blog.com, trad. fr. di Marie-Ange Patrizio

martedì 19 ottobre 2010

Un convegno su Carl Schmitt giovedì 21 ottobre a Urbino

Urbino, 21 ottobre 2010, ore 9.00 – 20.00
Aula Magna Rettorato, Palazzo Bonaventura, Via Saffi, 2
Facoltà di Sociologia - Facoltà di Scienze della Formazione
Dipartimenti DiSSPI e DipSum

IL NOMOS DELLA TERRA 60 ANNI DOPO
L’Europa di Carl Schmitt

ore 17.00 – 20.00 Tavola rotonda: Il nomos e il nuovo ordine europeo

Presiede e coordina GUIDO MAGGIONI Università di Urbino

Partecipano

ANTONIO BALDASSARRE
DOMENICO LOSURDO
STELIO MANGIAMELI
MARIO TRONTI
DANILO ZOLO




martedì 12 ottobre 2010

Il «Nobel per la pace» a un campione del colonialismo e della guerra

di Domenico Losurdo

Nel 1988 Liu Xiaobo dichiarò in un’intervista che la Cina aveva bisogno di essere sottoposta a 300 anni di dominio coloniale per poter diventare un paese decente, di tipo ovviamente occidentale. Nel 2007 Liu Xiaobo ha ribadito questa sua tesi e ha invocato una privatizzazione radicale di tutta l’economia cinese.
Riprendo queste notizie da un articolo di Barry Sautman e Yan Hairong pubblicato sul «South China Morning Post» (Hong Kong) del 12 ottobre.
Non si tratta di un giornale allineato sulle posizioni di Pechino, che anzi in questo stesso articolo viene criticato per aver colpito un’opinione sia pure «ignobile» con la detenzione piuttosto che con la critica.
Da parte mia vorrei fare alcune osservazioni. Anche sui manuali di storia occidentali si può leggere che, a partire dalle guerre dell’oppio, inizia il periodo più tragico della storia della Cina: un paese di antichissima civiltà è letteralmente «crocifisso» – scrivono storici eminenti; alla fine dell’Ottocento, la morte in massa per inedia diviene noioso affare quotidiano. Ma, secondo Liu Xiaobo, questo periodo coloniale è durato troppo poco; avrebbe dovuto durare tre volte di più! Il meno che si possa dire è che siamo in presenza di un «negazionismo» ben più spudorato di quello rimproverato ai vari David Irving. Ebbene, l’Occidente non esita a rinchiudere in galera i «negazionisti» delle infamie perpetrate ai danni del popolo ebraico, ma conferisce il «Premio Nobel per la pace» ai «negazionisti» delle infamie a lungo inflitte dal colonialismo al popolo cinese! Purtroppo, in modo non molto diverso si atteggia spesso la sinistra occidentale, che si è ben guardata dal condannare l’arresto a suo tempo di David Irving e di altri esponenti della stessa corrente ancora in stato di detenzione, ma che in questi giorni inneggia a Liu Xiaobo.
Quest’ultimo, peraltro, non si è limitato a esprimere opinioni, sia pure «ignobili» (come riconosce il South China Morning Post»). Dopo aver invocato nel 1988 tre secoli di dominio coloniale in Cina, l’anno dopo è ritornato di corsa (di sua spontanea iniziativa?) dagli Usa in Cina, per partecipare alla rivolta di Piazza Tienanmen e impegnarsi a realizzare il suo sogno. E’ un sogno per la cui realizzazione egli continua a voler operare, come dimostra la sua celebrazione (in un’intervista del 2006 a una giornalista svedese) della guerra Usa per l’esportazione della democrazia in Iraq. Come si vede, siamo in presenza di un personaggio che contro il suo paese invoca direttamente il dominio coloniale e, indirettamente la guerra d’aggressione. E’ un sogno che gli ha procurato al tempo stesso la detenzione nelle galere cinesi e il «Premio Nobel per la Pace».

sabato 9 ottobre 2010

Il Nobel della guerra ai signori del «Nobel per la pace»

di Domenico Losurdo

Nelle scorse settimane un acceso dibattito ha avuto luogo in Australia. In un saggio pubblicato su «Quarterly Essay» e parzialmente anticipato su «Australian», Hugh White ha messo in guardia contro inquietanti processi in atto: all’ascesa della Cina Washington risponde con la tradizionale politica di «contenimento», rafforzando minacciosamente il suo potenziale e le sue alleanze militari; Pechino a sua volta non si lascia facilmente intimidire e «contenere»; tutto ciò può provocare una polarizzazione in Asia tra schieramenti contrapposti e far emergere «un rischio reale e crescente di guerra di larghe proporzioni e persino di guerra nucleare». L’autore di questa messa in guardia non è un illustre sconosciuto: ha alle spalle una lunga carriera di analista dei problemi della difesa e della politica estera e fa parte in qualche modo dell’establishment intellettuale. Non a caso il suo intervento ha provocato un dibattito nazionale, al quale ha partecipato lo stesso primo ministro, la signora Julia Gillard, che ha ribadito la necessità del legame privilegiato con gli Usa. Ma i circoli australiani oltranzisti sono andati ben oltre: occorre impegnarsi a fondo per una Grande allenza delle democrazie contro i despoti di Pechino. Non c’è dubbio: l’ideologia della guerra contro la Cina fa leva su una ideologia di vecchia data che giustifica e anzi celebra le aggressioni militari e le guerre dell’Occidente in nome della «democrazia» e dei «diritti umani». Ed ecco che ora il «Premio Nobel per la pace» viene conferito al «dissidente» cinese Liu Xiaobo: un tempismo perfetto, tanto più perfetto se si pensa alla guerra commerciale contro la Cina minacciata questa volta in modo aperto e solenne dal Congresso statunitense...
Leggi tutto

Le Nobel de la guerre aux messieurs du «Nobel de la paix»
Versione francese tradotta da Marie-Ange Patrizio, da voltairenet


Versione portoghese tradotta Margarida Ferreira, da odiario.info

Ancora su antisemitismo ed ebreicidio

Alcuni lettori hanno sollecitato un approfondimento del tema. Ecco la replica di Losurdo [SGA].

Si può discutere delle modalità con cui esso viene messo in atto, ma sulla realtà dell’ebreicidio non ci sono dubbi. Come scrivo nell’articolo riportato in questo blog (Condanna dell’ebreicidio e condanna delle infamie coloniali del Terzo Reich.Vera e falsa critica del negazionismo), tale realtà finisce con l’emergere anche dall’esposizione di un campione del negazionismo qual è David Irving. E’ vero, per l’ebreicidio non c’è un ordine scritto, come per il Kommisarbefehl, cioè per l’«ordine commissariale» del Führer che impone l’esecuzione immediata dei quadri comunisti e sovietici fatti prigionieri. Ma non mancano le prese di posizione ufficiale, che accennano in modo trasparente alla necessità dell’ebreicidio. Prima ancora dello scoppio della guerra, il 30 gennaio 1939, Hitler dichiara: «Se l’ebraismo internazionale riuscisse, in Europa o altrove, a precipitare i popoli in una guerra mondiale, il risultato non sarebbe la bolscevizzazione dell’Europa e la vittoria del giudaismo, ma lo sterminio della razza ebraica (Vernichtung der jüdischen Rasse) in Europa». Più tardi, a guerra ormai scatenata, Hitler si è vantato della giustezza della sua «previsione».
Involontariamente, gli stessi negazionisti sono costretti a riconoscere l’essenziale. Così scrivo nell’articolo citato:

“Pur «coperta da eufemismi sottili», l’«intera attività omicida dei nazisti» era comunque chiamata a uccidere «senza distinzioni di classe sociale, di sesso o di età»; le stesse squadre speciali riuscivano a portare a termine il loro compito «soltanto sotto l’effetto dell’alcool». Tali ammissioni sono però gravemente indebolite dalla tesi secondo cui Hitler era forse all’oscuro di tutto! Eppure, è lo stesso Irving ad osservare che il Führer considerava «eccellente» e meritevole della più ampia diffusione il proclama con cui il generale W. von Reichenau chiariva ai suoi soldati un punto essenziale: occorreva esigere «un duro ma giusto tributo dai subumani ebrei»”.

Dunque, l’ebreicidio è fuori discussione. Il problema è di non dimenticare il nesso che, nella politica hitleriana, sussiste tra ebreicidio, liquidazione a tutti i costi del bolscevismo e decimazione e schiavizzazione dei popoli coloniali (a cominciare dai popoli slavi e dell’Unione sovietica). Chi dimentica questo nesso, critica un negazionismo per cadere in un altro. E’ quello che spiego ancora una volta nel mio articolo: Condanna dell’ebreicidio e condanna delle infamie coloniali del Terzo Reich.Vera e falsa critica del negazionismo.

lunedì 4 ottobre 2010

Appuntamenti

Nella sezione Appuntamenti le iniziative alle quali Domenico Losurdo sarà presente in ottobre e novembre. Oltre ai dibattiti di Vasto, Urbino e Torino (FestivalStoria), la prestigiosa inaugurazione delle giornate mondiali della filosofia a Parigi (Unesco) [SGA].

Socialismo di mercato o capitalismo?

di Domenico Losurdo

Dedicato a coloro che parlano di restaurazione del capitalismo in Cina.

Commentando un libro di Richard McGregor, in un articolo pubblicato su «The New York Revew of Books» del 13 ottobre, Ian Johnson sottolinea la necessità, per chiunque voglia comprendere la realtà della Cina, di analizzare il ruolo del Partito comunista:

«Il nostro fallimento nel far ciò ha condotto ad uno spettacolare fraintendimento della Cina; si pensi in particolare alla visione in base alla quale il governo avrebbe privatizzato l’economia […] Ancora oggi quasi tutte le aziende cinesi di una certa importanza e dimensione restano nelle mani del governo […] Tutte hanno segretari di Partito che le amministrano assieme ai manager aziendali. Per le questioni importanti, come la scelta dei dirigenti e le acquisizioni all’estero, riunioni di Partito precedono le riunioni aziendali, che di solito approvano le decisioni del Partito […] Anche per quanto riguarda le aziende minori, che sono state “dismesse” dal Partito, il controllo del governo continua ad essere pervasivo anche se meno pressante […] Le aziende si sentono anche obbligate ad allinearsi alle politiche del governo, dd esempio ai piani di sviluppare le regioni povere della Cina».

Dedicato a coloro che celebrano i «liberi sindacati» indiani in contrapposizione al «sindacato di Stato» cinese.

Su «Die Zeit» del 30 settembre Georg Blume si occupa della pessima figura dell’India in occasione della preparazione dei Giochi del Commonwealth. Qual è la ragione di fondo del clamoroso fallimento del tentativo di replicare lo staordinario successo dei Giochi olimpici di Pechino?


«Decisivi sono gli operai. In Cina i lavoratori migranti che edificarono lo stadio olimpico non erano più persone prive di diritti: nella stragrande maggioranza essi avevano contratti regolari, ricevevano un pasto tre volte al giorno e avevano un tetto solido sopra la loro testa. Negli ultimi dieci anni i loro salari sono saliti di oltre il cento per cento.
I lavoratori edili indiani possono solo sognare tali benefici. A New Delhi essi abitano sotto teloni di stoffa e nella sporcizia delle strade. Le mogli devono preparare i loro pasti. E, allorché nelle ultime settimane si sono scatenate le piogge monsoniche, essi per paura delle inondazioni si sono rifugiati nel villaggio degli atleti. Oggi la ricca India si vergogna per la sporcizia degli alloggiamenti.
Tutto ciò mette in evidenza il grande problema dello sviluppo in India. La crescita ha beneficiato le masse ancor meno che in Cina. L’India le lascia imputridire nella miseria. Di ciò è testimonianza il fatto che ogni anno in India a causa della denutrizione muoiono due milioni di bambini sotto i cinque anni. I loro padri potrebbero essere i lavoratori edili dei Giochi del Commonwealth».

Su Ahmadinejad e l'antisemitismo

Dopo l'intervento su Fidel Castro e l'Iran, alcuni lettori avevano scritto chiedendo precisazioni. Ecco la risposta di Domenico Losurdo [SGA].

L’Iran organizzò a Teheran (10-12 dicembre 2006) una Conferenza internazionale sul tema: «Discutere l’Olocausto: una prospettiva internazionale».
Ora una cosa è storicizzare l’ebreicidio e denunciare l’uso politico che ne fa Israle ai fini della legittimazione del suo espansionismo e delle sue pratiche colonialiste e razziste; una cosa del tutto diversa è bagattelizzare o negare l’ebreicidio. A Teheran c’era purtroppo anche Robert Faurisson che, preso da foga negazionista, giunse sino al punto di affermare: «Giammai Hitler ha ordinato o permesso di uccidere una persona in ragione della razza o della religione» (Robert Faurisson, Vittorie revisioniste, Effepi, Genova, 2007, p. 12). Certo, queste dichiarazioni sono di Faurisson non di Ahmadinejad: resta il fatto che il secondo ha compiuto un grave errore invitando il primo.
Questa mia critica a Faurisson non intende in alcun modo gustificare le persecuzioni amministrative e giudiziarie che egli, assieme ad altri negazionisti, subisce. A p. 265 del Linguaggio dell’Impero è scritto: «Mentre Irving, nel momento in cui scrivo, è in carcere, Keegan [che giustifica o celebra lo sterminio dei pellerossa] e altri autori del suo stesso orientamento godono di grande prestigio e dell’ospitalità sulla più accreditata stampa internazionale: è un motivo in più per essere scettici sulla via giudiziaria alla verità storica».
La «verità storica», cioè, dev’essere indagata liberamente. Mentre condanno in quanto liberticide le persecuzioni (peraltro selettive) contro i «negazionisti», ritengo necessario criticare sino in fondo le loro distorsioni storiche: si veda il mio saggio Condanna dell’ebreicidio e condanna delle infamie coloniali del Terzo Reich. Vera e falsa critica del negazionismo, in «L’Ernesto. Rivista comunista», 2007, pp. 82-85 [D.L.].

Anche in francese l'intervento su Castro e l'Iran

Traduzione di Marie-Ange Patrizio.


Je ne sais pas jusqu’à quel point l’interwieveur a compris et rapporté correctement la pensée de Fidel Castro ; il est permis de nourrir quelque doute à ce propos. En tous cas j’ai exposé mon point de vue dans le livre : Le langage de l’Empire. Lexique de l’idéologie américaine (Laterza, 2007). Je rapporte ici certains passages...
Leggi tutto (da voltairenet.org)