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Facebook: I lettori di Domenico Losurdo

martedì 28 settembre 2010

La recensione di Enzo Traverso alla Non-violenza

LE ARMI NON VIOLENTE
di Enzo Traverso, "il manifesto", 25.09.2010
In questo ultimo libro Domenico Losurdo affronta «Il mito della non violenza». L'autore evidenza tuttavia il fatto che il rifiuto delle armi non è stato sempre una scelta coerente del pacifismo. Nel Novecento sono stati infatti molti i non-violenti che hanno sostenuto «guerre giuste». Nel saggio è però assente una analisi puntuale delle tesi sull'uso della violenza come necessario strumento per conseguire l'emancipazione dall'oppressione

Alcuni anni fa, quando è iniziata la sciagurata guerra occidentale contro l'Iraq, i balconi di case e palazzi italiani si sono ornati di bandiere arcobaleno che invocavano «pace», le stesse di molti manifestanti che cercavano di impedire il decollo dei bombardieri dalle basi americane del Mediterraneo. Il loro messaggio era chiaro, bisognava opporsi a una guerra di conquista. Queste bandiere, tuttavia, non sono state inalberate né in Iraq né in Afghanistan, e neppure in Libano o in Palestina, dove gli eroi, tra chi condanna l'invasione di truppe straniere, sono invece i martiri e i combattenti che (con motivazioni e ideologie diverse, sulle quali ci sarebbe ovviamente molto da discutere) usano le armi. Per chi non condivide il pessimismo antropologico di tanta parte del pensiero conservatore - e di quelli che, come Wolfgang Sofsky, pensano ci si debba rassegnare alla malvagità e alla violenza, ontologicamente inscritte nella natura umana -, il pacifismo appare come un ideale nobile. Il progetto kantiano di «pace perpetua» - la fissazione di un ordine capace di mettere fine per sempre alla guerra - è ancor oggi dibattuto da giuristi e filosofi politici. Il problema è come mettere fine alle guerre. Per i marxisti si tratta di rimuovere le cause della violenza che risiedono nel capitalismo e nell'imperialismo, fonti di oppressione nazionale, sfruttamento e spaventose disuguaglianze sociali. I pacifisti pensano invece di poter conquistare pace e giustizia praticando la non-violenza come modello etico (in Occidente ispirandosi soprattutto ai valori del cristianesimo). Nella loro storia, questi due percorsi non sono tuttavia lineari. Entrambi sono costellati di contraddizioni e irti di ostacoli. Nel suo ultimo libro - La non-violenza. Una storia fuori dal mito (Laterza, pp. 287, euro 22) -, Domenico Losurdo non si interessa al primo (quello del «partito di Lenin») ma piuttosto al secondo (quello del «partito di Gandhi»), tracciando una storia del pacifismo «fuori dal mito»...

martedì 21 settembre 2010

Sabato prossimo Domenico Losurdo alla Festa della solidarietà di Ostende


De la crise d'aujourd'hui au socialisme de demain
con Domenico Losurdo, nell'ambito di "ManiFiesta"
Sabato 25 settembre 2010, ore 13:00, Centrum Staf Versluys, Bredene Aan Zeene (Ostende)

En 1989, après la chute du mur de Berlin, on annonçait « la fin de l’histoire » : le capitalisme avait triomphé et le libéralisme n’allait plus être remis en question en tant que courant idéologique dominant. Deux décennies plus tard, on n’en est plus aussi sûr ! Et la crise financière et économique mondiale pousse beaucoup de gens à retourner aux idées de Marx : le socialisme, après tout, ce ne serait peut-être pas aussi insensé qu’on a voulu nous le faire croire !
Le président du PTB, Peter Mertens, en parlera en compagnie du philosophe et historien marxiste italien Domenico Losurdo, professeur à l’université d’Urbino, et de Karim Zahidi, porte-parole de la Table ronde des socialistes.
Le débat est organisé en collaboration avec l’Institut d'études marxistes (INEM), Chrétiens pour le socialisme et la Table ronde des socialistes.

lunedì 20 settembre 2010

La geopolitica di Internet

di Domenico Losurdo
(Pubblicato su «Belfagor. Rassegna di varia umanità», diretta da Carlo Ferdinando Russo, 31 luglio 2010, pp. 489-494).

Google sfida il governo della Repubblica popolare cinese: la grande stampa di «informazione» si spella le mani per applaudire il rigore morale e il coraggio di una multinazionale pronta a pagare un prezzo elevato in termini economici pur di non sottostare alle imposizioni della censura e di ribadire il diritto umano alla libera informazione. Per la verità, sia pure largamente minoritaria, si avverte anche qualche voce improntata ad una maggiore cautela: sono solo nobili motivazioni a spiegare la mossa di Google oppure agiscono anche considerazioni di altra natura? Forse, il gran gesto potrebbe essere il colpo di teatro di un’accorta campagna di public relations: volgere le spalle clamorosamente a un mercato sì assai promettente ma in cui agguerrita e vincente è la concorrenza locale può alla fine giovare all’immagine e ai profitti della multinazionale americana, spianandole la strada per un’espansione in altri paesi e a livello mondiale…E, dunque, nello scenario tratteggiato in Italia dagli organi di stampa più «anticonformisti», accanto ai diritti umani emerge il calcolo utilitario. Continua invece ad essere assente la geopolitica che pure, ad uno sguardo più attento, risulta essere l’autentica protagonista.
Per rendersene conto, facciamo un salto all’indietro di quasi sessanta anni, concentrandoci su una vicenda, qui ricostruita a partire da un recente articolo di Alessandra Farkas sul «Corriere della Sera»...


Traduit de l’italien par Marie-Ange Patrizio

A geopolítica da Internet (versione portoghese su resistir.info)

sabato 11 settembre 2010

Castro e l'Iran

Riceviamo e pubblichiamo [SGA].

Gentile prof. Losurdo,
Leggo dalle agenzie di stampa che anche Fidel Castro sembra essersi unito al coro pro-Israele e anti-Iran. Per quanto lei possa saperne, la notizia è vera? Come la giudica? [MO]

08-09-10  IRAN: FIDEL CASTRO CRITICA AHMADINEJAD, ''ANTISEMITA''
(ASCA) - Roma, 8 set - Fidel Castro ha criticato il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad per i suoi comportamenti giudicati ''antisemiti''. Lo rende noto la BBC.
L'ex leader cubano, nel corso di un'intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg (personalmente invitato da Fidel a Cuba) dell'Atlantic magazine, ha dichiarato che l'escalation dei rapporti contrastanti tra Iran e Occidente potrebbe condurre ad una guerra nucleare.
Per quanto riguarda gli ebrei, Fidel Castro ha dichiarato che ''la loro esistenza e' stata molto piu' difficile della nostra. Non c'e' niente che puo' essere paragonato all'Olocausto'', ha spiegato l'ex presidente.
Per Castro, l'Iran dovrebbe, per la pace del mondo, ''riconoscere l'unica storia sull'antisemitismo e cercare di comprendere il motivo per cui gli israeliani temono per la loro esistenza''.

Non so fino a che punto l’intervistatore abbia compreso e riportato correttamente il pensiero di Fidel Castro: a tale proposito è lecito nutrire qualche dubbio. In ogni caso il mio punto di vista io l’ho espresso nel libro: Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana (Laterza, 2007). Riporto qui alcuni brani [DL]:

[...] Più radicale sembra essere la posizione del presidente iraniano Ahmadinejad, secondo cui, in quanto Stato «artificiale», Israele sarebbe destinato a dileguare. E’ una presa di posizione spesso bollata in Occidente quale sintomo della volontà di replicare l’ebreicidio; ma questa lettura è un espediente polemico. E’ ben più vicino alla verità chi, scrivendo su un giornale insospettabile di antisemitismo (l’«International Herald Tribune»), ha osservato che ci troviamo dinanzi al rinvio ad una presunta «inevitabilità storica» piuttosto che all’«enunciazione di una politica». Conviene allora ricordare che ad aver messo in dubbio l’opportunità e la legittimità della fondazione di Israele sono personalità quanto mai illustri dell’Occidente: in privato Karl Popper non esitava a parlare di «disastroso errore»; ancora più significativo è il giudizio della Arendt...

giovedì 9 settembre 2010

Anche in inglese l'intervento di Losurdo sulla Cina

La traduzione è di John Catalinotto - lecturer alla City University of New York e noto intellettuale marxista
statunitense - che ringraziamo [SGA].


An educational trip to China. Reflections of a philosopher
By Domenico Losurdo
© All rights reserved. Publication or reproduction without the consent of the author is forbidden.

From July 3 to July 16, 2010, I had the privilege of visiting several cities in China and seeing some of the social realities there. (I didn't see all of China, only four cities.) Invited by the Chinese Communist Party, I was part of a delegation that also included representatives of the Communist parties of Portugal, Greece and France and the German Left Party. From Italy, in addition to me, were Vladimiro Giacché and Francesco Maringiò. The text that follows is neither diary nor narrative; it consists of reflections stimulated by an extraordinary experience...

martedì 7 settembre 2010

La superiorità morale di Gheddafi rispetto a Fini

Sia pure con ritardo, il presidente della Camera si è accorto del carattere «ducesco» del presidente del Consiglio ma naturalmente, al fine di rimuovere il più possibile il suo passato, ha preferito far ricorso ad un linguaggio diverso da quello qui da me utilizzato. Su un punto, però, la continuità con il passato è emersa più nitida che mai: mi riferisco al rifiuto di Fini di fare i conti con le infamie del colonialismo e alla sua permanente pretesa di ergersi a campione dell’Occidente contro i «barbari». E’ un atteggiamento ben funzionale alla preparazione della guerra contro l’Iran e alla campagna in corso perché Abu Mazen finisca col subire pienamente il protettorato coloniale (camuffato da «pace») che Netanyahu, con l’appoggio di Obama e anche dei nostri Fini e Berlusconi, vuole imporre al popolo palestinese.
A conferma di tutto ciò riporto una pagina del mio libro Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana, pubblicato da Laterza nel 2007 [DL]

[...] Chi assume posizione netta contro la politica di Israele è facilmente sospettato di antisemitismo; ma perché far valere a senso unico questa ermeneutica del sospetto? Si prenda, per quanto riguarda l’Italia, un politico di primo piano quale Gianfranco Fini. La sua marcia di avvicinamento allo «Stato ebraico» è iniziata diversi anni fa allorché di Mussolini ha ritenuto opportuno criticare soltanto la legislazione antisemita: «Fino al 1938, cioè fino a un minuto prima della firma delle leggi razziali [antisemite], io credo che sia molto difficile giudicare il fascismo in modo complessivamente negativo». E le leggi razziali a danno degli «indigeni» (arabi e neri) nell’impero coloniale fascista? E i massacri in Etiopia? E l’impiego massiccio di iprite e gas asfissianti, i campi di concentramento? Come si vede, del fascismo è criticato solo l’antisemitismo, mentre non c’è alcuna presa di distanza dall’espansionismo e dal razzismo coloniale. Si potrebbe pensare che dichiarazioni sopra riportate rinviino ad una fase intermedia dell’evoluzione di Fini. Non è così. Eccolo nel 2004, già vice premier, lanciarsi in una celebrazione acritica della conquista e dell’occupazione della Libia, dove «gli italiani hanno portato, insieme alle strade e al lavoro, anche quei valori, quella civiltà, quel diritto che rappresenta un faro per l’intera cultura, non soltanto per la cultura occidentale». Disgraziatamente, non si è sollevata alcuna ondata di protesta a ricordare che la vicenda decantata dall’illustre uomo politico è contrassegnata da massacri su larga scala e ha visto affacciarsi, persino in «ufficiali distinti e di animo generoso», la tentazione della «soluzione finale».
Il fatto è che l’eminente uomo politico con un passato fascista alle spalle è tutt’altro che isolato nel suo atteggiamento. Vediamo in che modo argomenta un famoso scrittore. Nel denunciare le manifestazioni filo-palestinesi e anti-israeliane, Alberto Arbasino mette in guardia contro «questo antisemitismo viscerale che scoppia e dilaga all’improvviso». Per quanto riguarda invece le «spedizioni» italiane «in Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia», si può stare tranquilli: a torto, ci siamo «addossati, in quanto italiani, tante grosse colpe». Come si vede, la stessa personalità che condanna in quanto antisemite le manifestazioni a favore del popolo palestinese, non ha difficoltà a riabilitare l’intera tradizione coloniale italiana, da Giolitti a Mussolini. Alcune domande s’impongono: l’elemento prevalente in questo atteggiamento è la rottura con l’antisemitismo o piuttosto la continuità col razzismo coloniale? Chi s’identifica con la marcia a mano armata dei coloni italiani in Libia o in Etiopia difficilmente può sollevare obiezioni nei confronti del processo di colonizzazione ed espropriazione delle terre palestinesi. […] A questo punto conviene vedere in che modo un leader arabo (Gheddafi) ha risposto a Fini: «Ora è diventato antifascista, e questa è una cosa giusta. So che ha anche chiesto scusa agli ebrei, per quello che è stato fatto dai fascisti italiani agli ebrei. Se facesse la stessa cosa anche verso i libici, chiedendo scusa ai libici, in questo caso potrebbe essere elogiato».

lunedì 6 settembre 2010

Domande e risposte sulla Cina e su Mao

Gentile e caro professore, abbiamo letto con attenzione e piacere i suoi scritti sul viaggio in Cina e stiamo ancora discutendo sul suo “Destra e sinistra” e ci permettiamo di chiederle qualche chiarimento in merito ai gruppi dirigenti e, quindi, alla necessità di nuovi. Lei pensa che il maoismo sia un ciclo chiuso? Non era Mao a dire che avremo bisogno di mille rivoluzioni culturali? E’ superata la visione di Deng Siao Ping che affermava che il gatto sia rosso o nero, basta che prenda i topi? In un altro passo lei dice che intorno al 2050potremo assistere al superamento da parte della Cina degli Usa dal punto di vista dei beni di consumo. Una prospettiva del genere pone però, immediatamente, il problema dell’ambiente e dell’accaparramento delle risorse energetiche e delle materia prime.
In “Stella rossa sulla Cina”, anni anni fa Edgar Snow rivolge a Mao una domanda precisa, perché la Cina rossa non crea con gli stati dell’Unione Sovietica, gli stati sovietici. La risposta di Mao fu che non appariva possibile finché i popoli dell'uno e dell’altro stato non fossero stati d’accordo e unitari nell’avviare questo processo
Questo modo concreto rifiuta la maniera utopica e idealistica di affrontare i problemi. Questa costante deve essere tenuta sempre presente e pensiamo che rappresenti una critica indiretta al troskismo sulla sottovalutazione della questione nazionale. Basti pensare alle critiche che furono rivolte da molti alla Russia staliniana contro lo slogan della grande guerra patriottica che invece riteniamo intuizione geniale che riuscì a cementare i grandi popoli dell’Urss in difesa del socialismo.
Giorgio Lindi - Sergio Angeloni - Massimo Gianfranceschi - Giulia Severi - Elena Vatteroni - Marry Rasetto - Letizia Lindi - Iacopo Simi - Arianna Ussi - Ferdinando Giannarelli - Daniele Maffione - Romeo Buffoni

Cari compagni e amici,
cerco di rispondere sinteticamente ai problemi enormi che sollevate, rinviando per l’eventuale approfondimento ad altri miei testi:
1) Non si può ridurre l’eredità di Mao, che ha diretto la Cina per tre decenni, agli anni della Rivoluzione culturale. Comunque, anche in quegli anni il Partito Comunista Cinese ha tenuto presente il problema dello sviluppo delle forze produttive e si è impegnato a inseguire e raggiungere i paesi più avanzati: è un punto che la sinistra occidentale ha sempre ignorato (si veda in questo blog il mio saggio «Come nacque e come morì il marxismo occidentale»).
2) Ma il problema dello sviluppo delle forze produttive non si può risolvere solo facendo appello all’entusiasmo politico di massa. Questo entusiasmo non può essere di durata infinita. E, dunque, soprattutto in un paese del Terzo Mondo occorre saper introdurre la tecnologia e il management più avanzati: ciò comporta un compromesso con le forze capitaliste, ma queste possono essere tenute sotto controllo: E’ necessario altresì il ricorso agli incentivi materiali e a un’adeguata organizzazione del lavoro, facendo valere sul serio il principio socialista della retribuzione secondo il lavoro realmente erogato. C’è un problema di efficienza anche per un paese che intende avanzare sulla via del socialismo: è questo il significato dello slogan di Deng Xiaoping, così spesso frainteso e vilipeso.
3) Lo sviluppo della Cina comprometterà l’equilibrio ecologico del pianeta? In realtà, non pochi osservatori hanno messo in evidenza che in Cina la principale fonte di inquinamento è l’agricoltura (e la zootecnia). Se poi pensiamo ai paesi più arretrati del Terzo Mondo, dove è la legna sottratta alla campagna e ai boschi ad alimentare il fuoco destinato a cuocere gli alimenti e a riscaldare l’ambiente, ci rendiamo conto del contributo essenziale fornito dal sottosviluppo alla crisi ecologica. Ad alleviare e risolvere questa crisi può contribuire lo sviluppo della tecnologia verde, un settore in cui la Cina è all’avanguardia (rinvio a tale proposito al cap. VIII, § 6 del mio libro sulla non-violenza).
4) Infine. Siamo d’accordo che la causa dell’universalismo e dell’internazionalismo è avanzata concretamente nel Novecento attraverso le lotte di liberazione nazionale e anticoloniale. Di questo esaltante capitolo di storia i due momenti epici per eccellenza sono stati in Europa la battaglia di Stalingrado (e la Grande guerra patriottica) e in Asia la Lunga Marcia (e la Guerra di resistenza contro l’aggressione giapponese): a tale proposito rinvio ovviamente al mio libro su Stalin.
Domenico Losurdo

Una recensione a Die Deutschen sui "Marxistische Blätter"

Wie hälst du`s mit der Nation?
di Sabine Kebir, "Marxistische Blätter" 4/10

Domenico Losurdo: Die Deutschen. Sonderweg eines unverbesserlichen Volkes? Mit einem Vorwort von Andreas Wehr, Kai Homilius Verlag, Berlin 2010, 110 Seiten, 7,50 Euro

Der „deutsche Sonderweg“ ist wohl der bedeutendste Topos der Selbstkritik, den eine Mehrheit der Deutschen heute teilt. Bürgerliche Kreise verstehen darunter vor allem, dass Deutschland Ort der Entwicklung des meist rassistischen – vor allem antisemitischen – Denkens gewesen ist, das schließlich zum Holocaust führte. Linke verbinden mit dem deutschen Sonderweg zudem noch die Vorstellung, dass der extreme Rassismus auf die starken antidemokratischen Traditionen Deutschlands zurückzuführen ist. Beides hat zur Einengung des Nationsbegriffs auf deutsche Ethnizität geführt, was bis heute in Teilen des Staatsbürgerrechts wirksam ist. Dies und der im Holocaust gipfelnde Rassismus ist der Grund, weshalb sich in Deutschland auch Linke vom Nationenbegriff distanzieren und schnell relativ unkritische Positionen gegenüber der Globalisierung und der konkreten Entwicklung der Europäischen Union einnehmen. Dabei gibt es kaum ein Land der Welt, in dem sich, trotz aller Globalisierungstendenzen, die Menschen geschlossen oder in verschiedene Gruppen geteilt, nicht durchaus einer Nation zugehörig fühlen...

venerdì 3 settembre 2010

Stato ed economia privata: un articolo del New York Times sulla Cina

Su segnalazione di Vladimiro Giacchè, che ringraziamo, rinviamo a questo articolo uscito sul NYT il 29 agosto [SGA].

China Fortifies State Businesses to Fuel Growth
New York Times, Sunday, 29 Aug 2010
By: Michael Wines
 
During its decades of rapid growth, China thrived by allowing once-suppressed private entrepreneurs to prosper, often at the expense of the old, inefficient state sector of the economy.
Now, whether in the coal-rich regions of Shanxi Province, the steel mills of the northern industrial heartland, or the airlines flying overhead, it is often China’s state-run companies that are on the march...

Riflessioni sulla storia dell'Urss

Riceviamo queste considerazioni dal compagno Marcello Grassi - fino al 2004 professore di Medicina interna alla Sapienza e iscritto per 40 anni al PCI - e volentieri le pubblichiamo [SGA].

La storia dell’Urss e la storiografia contemporanea

di Marcello Grassi

A proposito di storia sovietica importanti contributi sono venuti dai seguenti storici anglosassoni, docenti di prestigiose università, che hanno attinto alle fonti documentarie, accessibili dopo la perestroika e il crollo dell’URSS...
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